Arrivederci Dirk, Wade e Vince
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13 Aprile 2019 Autore  

Ci si sveglia un po’ vuoti, la mattina. Questo, per chi più e per chi meno, capita a tutti. Capita però quando la mattina ci si sveglia e ci si rende conto che se ne sono andati, d’un tratto, circa 80mila punti e 20mila rimbalzi e qualche partita giocata, facciamone tremila. Ci si sveglia un po’ così quando si è consapevoli di una cosa, anzi tre: che Dirk Nowitzki, Dwyane Wade e Vince Carter non allacceranno più le scarpe da gioco, anche perché, oltre tutto, queste tre Leggende combinano anche per più di cento anni, se non centoventi.

E’ il 1997. In un paesino, a Wurzburg, in Baviera, ci sono tre divinità del basket NBA: Scottie Pippen, Charles Barkley e sua Maestà Michael Jordan. Tranquilli, non mi metterò anche qui a fare la lista della spesa dei trofei perché sarebbe troppo lungo e monotono, specialmente per MJ. I tre stanno partecipando al Nike Hoop Tour. Scottie, uno dei migliori difensori della storia, scende in campo. Anche un altro ragazzo scende in campo. Capelli lunghi, biondi. Tipico ragazzo tedesco. Non troppo muscoloso. Questo qui, un europeo, gliene mette 52 in faccia, all’americano. Fidatevi: ce ne vuole per ottenere una minima considerazione da un come Charles “Chuck” Barkley. Chuck, il bravo ragazzo che dice “Devo giocare a Basket, non essere l’esempio per voi tifosi e i vostri figli”. Questi si avvicina al tedesco e gli dice “Ragazzo, devi venire in America”. Il ragazzo si farà aspettare un anno, perché prima c’è da svolgere il servizio militare. Il suo nome è “wunder” Dirk Nowitzki. Uno che di punti ne ha messi trentunomila in carriera e molti altri, in bocca al lupo a loro, sperano ancora di imitare il suo immarcabile tiro.

Riavvolgiamo il nastro della storia, di 15 anni. Nel 1982 Dwyane Wade ha 4 mesi. I suoi genitori hanno appena ottenuto il divorzio. Sua madre inizia a fare uso di droga e alcool. Wade vive nella zona sud di Chicago, il posto migliore se volete fare una brutta fine. In un modo o nell’altro Wade e la sorella Tragil riescono a raggiungere il padre, in una zona meno peggiore. Della serie : “scegli il tuo veleno”. 2006, NBA Finals. I Miami Heat sono sotto nella serie per due a zero. Gara tre. Mancano quattro minuti alla fine e i Dallas Mavericks, la squadra di Dirk Nowitzki, hanno un vantaggio di 5 lunghezze. Alcuni narrano, fra i lì presenti, che sia scedo Dio in campo. Non è vero. Era “solo” il signor Wade, uscito dall’inferno. Wade, stella degli Heat, viaggerà a 35 punti di media ribaltando il risultato. Se siete tifosi dell’europeo non vi preoccupate. Riuscirà a vendicarsi 5 anni dopo.

Se siete mai entrati in un museo, beh non è vero. A meno che non siate andati su youtube a vedere lo Slam Dunk Contest del 2000: la gara delle schiacciate più bella di sempre. Non c’è stato modo migliore per celebrare ed inaugurare il nuovo millennio. Il vincitore? Vince Carter, di Daytona Beach. Un posto un po’ più vivibile della Chicago di Wade. Dicevamo del museo: le schiacciate di Vince Carter sono statue del Canova, l’unica differenza è che si muovono e che sono un po’ più abbronzate. Vince è al centro del campo, da solo. Palleggia un paio di volte. Non chiudete le palpebre, non provateci. Lui è già in aria. Si è girato a 360 gradi. Ha allargato il braccio con in mano il pallone e ha fatto tremare il ferro.

Hanno proprio ragione i veterani. Si è lì, davanti al presidente della NBA, appena entrati nella Lega di basket dei grandi, ancora sbarbatelli, e dopo un secondo è già finito tutto, senza neanche accorgersene. Dirk, Wade, Vince: arrivederci!

Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

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