Darko Milicic: pazzia e dissoluzione
In evidenza

25 Giugno 2019 Autore  

Nel  2014 una clamorosa inversione di marcia. Dopo tutto, dopo cambi di maglia, dopo troppi rumors e scandali legati al suo nome aveva deciso che il basket non sarebbe stato più il suo pane quotidiano di cui cibarsi, ma solo una parentesi fondamentale della sua vita, ormai chiusa con tanto di punto a capo. E infatti in quello stesso anno, Darko Milicic non si dà all’ippica bensì al Kickboxing. Viene avvistato incredibilmente a Novi Sad, in Serbia. Lui è dentro a lottare e a scalciare contro il suo avversario. Litri di vodka e alcolici riscaldano i cuori e gli stomaci dei Jugoslavi che fra poche ore ritorneranno nelle proprie abitazioni sopportando le ostiche temperature sotto lo zero.

Ma chi se ne importa delle temperature, direbbe Darko Milicic. E in effetti dopo tre anni di latitanza l’omone di 213 centimetri per i 113 kili che furono, Darko, viene avvistato in pieno inverno nello stadio della Stella Rossa di Belgrado. E’ in piedi, anzi aggrappato fra una ringhiera e l’altra. In maglietta a maniche corte, anche se sarebbe stato capace di rimanere a torso nudo, incita e aizza gli ultras della Stella Rossa contro la squadra londinese di Arsene Wenger, l’Arsenal, in una sfida di Europa League.

Non sembra di certo una storia che abbia qualcosa di eclatante da raccontare, da esprimere. D’altronde chiunque può amare, allo stesso tempo, il Kickboxing e il calcio. Peccato che l’allora Darko Milicic era un milionario stipendiato da varie franchigie della NBA perché, ebbene sì, una decina di anni prima, Darko, era considerato come uno dei migliori prospetti nel panorama cestistico internazionale.

Fisicità, tecnica, passo veloce e mani dolci: un diamante grezzo da lavorare. Non molto spesso si vedono qualità tencico-fisiche di quella portata in un unico corpo. E spesso giocatori così vengono dai paesi della ex Jugoslavia. Lì la mentalità cestistica è un po’ diversa da quella occidentale e americana: sei alto? Schiacci? Giochi bene? Niente di tutto questo ha importanza: oggi, come ieri e domani, i giocatori di una qualsiasi squadra usciranno dalla palestra solo dopo aver segnato, e non tirato, almeno un centinaio di canestri. Non è una visione dittatoriale del gioco, è un modus operandi ormai consolidatosi anche nei vari stereotipi. Loro preferiscono la durezza mentale e l’intelligenza tattica piuttosto che quella fisica degli Americani. Ma non tutti sono in grado di reggere la pressione e non tutti i diamanti, mentre vengono sgrezzati, rimangono intatti.

E così Darko dopo anni di pressione ha sbarcato il lunario, ha fatto un salto lungo quanto tutto l’oceano atlantico ed è arrivato a Detroit, città dei motori rombanti. Aveva 20 anni quando fu scelto al draft del 2003 con la seconda scelta assoluta, dietro solo a LeBron James e davanti a Carmelo Anthony, Wade e Chris Bosh, nomi che, per chi segue il basket, rappresentano una sorta di santuario nel cuore dei tifosi.

Ero convinto di essere stato mandato da Dio”. Forse in questa semplice frase, affermata con amarezza, si sintetizza la pazzia, il delirio di onnipotenza, ma anche la rassegnazione e l’errata convinzione di uno che in NBA poteva far meglio. Darko è stato un ragazzo competitivo, fin troppo. Voleva così tanto vincere, tutto e subito, al punto tale da farlo mollare se l’ambiente circostante non fosse stato idoneo per quegli obiettivi. Voler vincere al punto di mollare. Cercare di voler cambiare tutto consapevoli del fatto che nulla potrà cambiare.

Eppure, a onor del vero, quel potenziale prospetto vinse tutto e subito con i Detroit Pistons del 2004. Ma cosa significa vincere se non si gioca, se si ha un ruolo marginale nella squadra? Cosa significa vincere se giochi così male fino a costringere tutti ad additare la dirigenza dei Pistons come una di quelle che ha fatto una fra le scelte peggiori della storia del basket, scegliendo lui, Darko Milicic.

Darko, per il suo bene, ha invertito la rotta, ha cambiato vita. Ha scelto  con stoica pazienza di ritornare alle proprie origini, le campagne della Serbia, senza pensare al conflitto che anni prima c’era stato, fra la Serbia e la Croazia. E come la Jugoslavia anche Darko si è dissolto e così anche uno dei più incredibili “What If” della storia del gioco.

Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

Vuoi collaborare con ilCatenaccio? https://www.ilcatenaccio.it/contattaci oppure manda un messaggio alla nostra pagina Facebook

Seguici su https://www.facebook.com/ilcatenaccio/

LASCIA UN TUO COMMENTO

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!