Dennis Rodman, paradiso e inferno
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23 Maggio 2019 Autore  

 

"È grazie alle sue stranezze che siamo qui a festeggiare il secondo titolo consecutivo". Sembra una frase normale, questa qui. Eppure non è una semplice frase, è una consacrazione, è il coronamento di un sogno, forse. Sono le parole che un giorno d'estate del 1997 Michael Jordan "His airness" spese  in favore di Dennis Rodman, uno dei più grandi cestisti e "rimbalzisti" del gioco con la palla a spicchi.
 
Dennis Keith Rodman, un ragazzo tranquillo fino al 1990. Fino a quel momento  aveva già vinto due titoli con i Detroit Pistons, si era procurato la fama di un lottatore, di uno che ama soltanto la pallacanestro. Ma non bastava a lui tutto questo. Nella sua mente, che nessuno sarebbe in grado di scalfire nè di interpretare, c'era il nero ed il bianco. Era paradiso ed inferno contemporaneamente. The Palace of Auburn Hills, la casa dei Detroit Pistons. Anzi, il tempio. Dove i Bad Boys degli anni '80, Rodman compreso, hanno fatto la storia. Là fuori c'è un parcheggio desolato ed un Pick Up. Dentro c'è un uomo con un fucile in mano. Quell'uomo è Dennis Rodman.
 
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Nessun suicidio quella notte, nè un omicidio. Qualcosa di spirituale e mistico però è avvenuto. Rodman ha ucciso la sua anima e l'ha sostituita con un'altra. Da quella notte è morto un Rodman che pochi hanno incontrato  ed è nato quello che conoscono tutti. Forse avrebbe voluto solo nascondere la sua vera natura, il suo vero io. Da quella  notte ci si è dimenticati del Rodman senza tatuaggi. Da quella notte è iniziata una nuova vita, fatta di nottate passate fra agenti della polizia, strane maschere e parrucche  indossate, la maggior parte delle volte con particolari colori sui capelli.
 
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Uno dei tanti stravaganti look di Dennis Rodman
 
Su Youtube potete trovarlo in un video  mentre corre, ma non per andare a canestro. Sta scappando da tori inferociti che sono stati sguinzagliati per dare vita ad una delle più stravaganti festività spagnole. Potete trovarlo lottare con Wrestlers su un ring mentre si fa lanciare addosso un bidone  per la pattumiera. Potete trovarlo anche vestito in abito da sposa, non da sera, mentre firma l'autobiografia che aveva scritto. Ma non per questo lo chiamano "the worm", il verme.
 
Non lo chiamano "il verme" per le dicerie, e denunce, che girano sul suo conto. Non lo chiamano "il verme" per la mandria di piercing e tatuaggi sul suo corpo e alcol nelle sue vene.  Lo chiamano così  perché riusciva a sgattaiolare fra giocatori più alti di lui di circa 10/15 centimetri e a fregargli la sfera. Il sudore era la sua arma letale. Sgusciava dappertutto: gli davi una spallata, un attimo dopo te lo ritrovavi davanti e già ti aveva tagliato fuori. In 14 anni di carriera, di cui gli ultimi 4 giocati non al pieno delle sue forze, è riuscito a raccogliere, anche se strappare suona meglio, più di undicimila  rimbalzi. Undicimila. Sono una quantità inimmaginabile di palloni, soprattutto se si pensa che l'altezza non era proprio il suo punto di forza. In genere i grandi rimbalzisti del basket sono  alti almeno 210 cm, lui si slanciava per solo, si fa per dire, 2 metri ma se vogliamo dirla tutta era un giocatore non convenzionale, venuto dal futuro. Oggi infatti i centri non si piazzano più sotto al canestro in attesa del pallone ma difendono anche dal perimetro dell'area. Questo Rodman lo aveva capito 20 anni fa.
 
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Rodman e Jordan
 
Rodman è riuscito a prevaricare su giocatori molto più portati fisicamente  a prendere rimbalzi, come Pat EwimgHakeem Olajuwon e nonostante tutto, nonostante le armi, le notti insonni  a fare chissà quale bravata, nonostante tutte le dicerie, come la sua storia di un paio di mesi con Madonna, Rodman era sempre in campo, pronto a saltare in verticale e a lanciarsi in orizzontale per prendere quella dannata palla e ad aiutare Michael Jordan a vincere altri tre titoli.
 
 
 
Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

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