La fine di una dinastia?
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06 Luglio 2019 Autore  

L’ultimo giorno di giugno in una afosa e grigia giornata di Shangai dietro due lenti arancioni volgeva lo sguardo del due volte campione NBA e MVP Stephen Curry. Vacuo, vuoto, di ghiaccio. Uno sguardo che si tiene quando si ha il presentimento che qualcosa stia per andare storto. Anche se il significato di “storto” o sbagliato  è tutto da definire. In mezzo ad un turbinio di emozioni contrastanti, malinconia e solitudine, felicità e nostalgia, Steph sale al bordo del Jet privato. Direzione New York City.

Un volo di quindici ore preso in tutta fretta da uno dei tiratori da tre più forte della storia per provare a convincere Kevin Durant a restare con lui, per un altro giro alle Finals, per provare a sconfiggere tutti quelli che fino a quel momento li avevano odiati. Vedersi passare il cucchiaio pieno sotto il mento, proprio all’ultimo. E’ questo ciò che è successo a Stephen Curry. E’ proprio nel momento in cui Curry stava per ammirare la statua della libertà che è venuto a conoscenza della brutale notizia: Kevin Durant ha trovato un accordo quadriennale con i Brooklyn Nets e raggiungerà nella Grande Mela Kyrie Irving. Il gioco ha le sue regole e talvolta ti porta  nella città in cui gli amici diventano improvvisamente  nemici, quelli che ti spodesteranno dal trono e prenderanno il tuo posto.

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In una manciata di minuti i Golden State Warriors, sempre in Finale negli ultimi 5 anni, vincenti per tre volte, sono passati dalla gloria alla vendetta della ghigliottina. Metafora della vita che lo sport ci insegna. Parabole discendenti e ascendenti ovunque. Durant li ha lasciati, autore di canestri decisivi, due volte MVP delle Finals, talvolta schivo, spesso freddo con i media. Ma può davvero finire così una dinastia, un  nucleo di giocatori paragonato ai Bulls dei ’90? Può una dinastia reggersi solamente su di un giocatore che invece a quella dinastia si è aggiunto successivamente alla sua nascita?

Probabilmente no o probabilmente sì. Perché il nucleo autentico di quei Warriors rimane ma questi guerrieri, soprattutto  a causa dell’infortunio al crociato del ginocchio sinistro di Klay Thompson e dell’addio di Iguodala, non sono destinati a vincere nei prossimi anni a meno che non vi siano colpi di scena epocali.

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Ciò di cui possiamo essere certi è  che siamo stati tutti testimoni di una delle squadre più forti di sempre. Una squadra guidata dalla mentalità vincente di Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls di Jordan il quale rifilò due bei cazzotti sul naso di Kerr. Una squadra nata grazie al flusso del genio Kerr e alla sregolatezza di Curry e dalla precisione della meccanica di tiro di Klay Thompson. Una squadra in cui tutti i pezzi si completavano: c’era Iguodala, giocatore di cui pochi parlan, che ha sempre fatto quel lavoro dietro le quinte che spesso non si nota ma che è fondamentale per il risultato finale. C’era e ci sarà Green, l’uomo che sputa il sangue per difendere la propria squadra, a costo di prendere a male parole gli arbitri e farsi espellere.

Sarà difficile trovare un’altra dinastia come questa e quando ce ne accorgeremo, rimpiangeremo di averla odiata.

Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

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