Le lacrime di Federer, l'artista della semplicità che rifiuta la rabbia

01 Febbraio 2018 Autore  

Nel saggi pubblicato sul New York Times il 20 agosto 2006 dal titolo "Roger Federer come esperienza religiosa" David Foster Wallace si sofferma sulla questione della bellezza. La bellezza cinetica, che non ha niente a che vedere col sesso e le norme culturali, ma piuttosto con la possibilità di un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Quando si parla di sport maschili, si preferisce fare riferimento a una simbologia di guerra: uniformi, fervore tribale, eliminazione e avanzamento. "Per ragioni che non sono totalmente chiare” scrive infatti Wallace “molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore”. Ma se ci si riferisce a Federer la potenza-aggressività-velocità, cioè quanto è utile nel combattimento (e quindi nell’incontro), non è che lo scheletro del suo tennis.

La carne, quello che fa di lui il più rande di tutti i tempi, è appunto la bellezza. Intesa in maniera classica: la grazia del movimento, la leggerezza, la plasticità del gesto… ma soprattutto l’abilità di far sembrare tutto semplice, spin di rovescio, o uno slice lento addormentato da un back spin, non fossero che la normale conseguenza di colpire una palla con una racchetta per mandarla di là dalla rete entro un perimetro di righe. Qualcosa che chiunque può riuscire a fare se solo decide di farlo. Sono passato dodici anni da allora. David Foster Wallace è morto, si è ucciso impiccandosi nel suo salotto il 12 settembre del 2008 cedendo alla depressione che lo ha perseguitato per tutta la vita. Federer vince ancora quasi tutto quello che c’è. E se allora era considerato il più grande tennista di tutti i tempi, come possiamo definirlo adesso, che ha 36 anni e sconfigge tennisti che ne hanno, dieci, quindi di meno? Si è detto tutto di lui, del suo carattere plasmato con pazienza, del fisico eccezionale, dell’impermanenza dei suoi allenatori (tra questi anche Stefan Edberg, che Carmelo Bene definì l’ultimo grande poeta del novecento), del mal di schiena e il prodigioso recupero.

Si è detto della sua vita privata giudiziosa, dei gemelli e della moglie perfetta, ma nessuna di queste cose, ovviamente, spiega niente. Ieri, alla fine dell’incontro, Federer ha pianto. Durante la premiazione dell’Australian Open, conquistato per la sesta volta (la seconda consecutiva) ottenendo il ventesimo titolo in un circuito Slam, mentre il pubblico in piedi non smetteva di applaudire, sul volto di Federer hanno cominciato a scorrere le lacrime. Stringeva la coppa tre le sue lunghissime braccia e piangeva, tranquillo. Ha un volto buffo, Federer. Per niente elegante, a differenza di tutto il resto, gommoso e infantile. Quanto è disumana la sua bravura, quanto sono irreali la sua longevità e l’invulnerabilità, tanto quel suo volto è semplice, identico a mille altri, umano. Non è aristocratico, Federer, non è intangibile e altero. Né lo immagini mai alle prese con qualcosa di complesso. Però ha in dono che è prerogativa delle divinità: gioca a tennis come se il tennis l’avesse inventato lui. Come se tutti gli altri lo avessero imparato, e lui lo sapesse già. Da prima di cominciare a giocare, come le note che canticchiano i musicisti prima ancora di scriverle sul pentagramma, di conoscere il solfeggio. E tutto quello che fa, le palle rocambolesche, i “momenti Federer” – quelli in cui lo spettatore strabuzza gli occhi chiedendosi come diavolo ha fatto – non sono altro che variazioni inventate al momento per non annoiarsi. La bellezza dunque, l’amore il divertimento, la sua totale consustanzialità con il tennis. Federer non si usura perché non combatte, non è rabbioso come tutti i giocatori.

La sua non è una guerra. Lui gioca a tennis, da sempre, come fosse un’unica lunghissima partita, la stessa. Fin quando un giorno, semplicemente, non si allontanerà dal campo. Magari a metà di un incontro asciando per l’ennesima volta il suo avversario sconcertato e incredulo.

Elena Stancanelli, la Repubblica, 29 gennaio 2018

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