Non hanno vinto solo i Toronto Raptors
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15 Giugno 2019 Autore  

Ad  Oakland, in California, nella contea di Alameda, è ubicato il palazzetto più antico della NBA: la Oracle Arena. Chissà se un qualsiasi John o Joe, venuto a lavorare dall’Oklahoma, mettendo l’ultimo mattoncino nel 1966 abbia mai pensato a tutti i gloriosi momenti che si sarebbero vissuti là dentro. Evidentemente no perché di anni se ne sono dovuti aspettare: nove per il primo titolo e altri quaranta per quelli che saranno il secondo, il terzo e il quarto per i Golden State Warriors. E proprio questi “guerrieri”, stanotte, hanno dovuto deporre le armi in favore della prima squadra non americana, bensì canadese, a vincere nella storia della NBA il così tanto agognato titolo: i Toronto Raptors. Anche in questo caso qualsiasi John o Joe non avrebbe mai pensato a nulla del genere.

 

Sono  tutti in piedi ad ammirare una delle ultime giocate che si terrà in quella Arena. Toronto sta vincendo di un punto e ha una gara di vantaggio. Palla a Golden State che “batte” una  rimessa a dir poco rischiosa, al limite della stessa palla persa che i Raptors hanno registrato nell’azione precedente. Draymond Green salva miracolosamente sulla linea laterale, scarica su Wardell Stephen Curry che aveva sfruttato bene il blocco cieco di DeMarcus Cousins. Curry tira da tre!

 

Quel tiro da tre esce, viene sputato dal ferro come fiamme sfavillanti dalle fauci di un drago. Quella manciata di pochi secondi rimasti va scemandosi. E proprio lui, Wardell Stephen Curry, in arte Steph, uno dei tiratori più irrazionali della Storia di questo gioco non centra il bersaglio che avrebbe definitivamente consacrato la sua carriera e avrebbe tirato una netta linea della sua eredità lasciata al gioco.

 

Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Da spacciati a vincenti in pochi successivi istanti! Tutto il Canada esplode. Il tanto agognato titolo, il Larry O’ Brien Trophy, quest’anno non sarà più adagiato sul suolo americano. Per le strade canadesi il popolo è in festa, coriandoli e fuochi d’artifici vengono lanciati sulla folla che aveva ammirato i propri eroi dai maxischermi, spargi in giro per la città, qua e là.

 

“Vedo una magnifica città e uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso. Vedo le vite per le quali sacrifico la mia, pacifiche, utili, prospere e felici. Vedo che nell'intimo del loro cuore essi hanno per me un santuario e l'hanno i loro discendenti, generazione dopo generazione. Quel che faccio è certo il meglio, di gran lunga, di quanto abbia mai fatto e quel che mi attende è di gran lunga il riposo più dolce che abbia mai conosciuto”.

 

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors, hanno vinto gli ideali e le idee di coloro che hanno creduto nel potere africano di Pascal Siakam, che ora in un universo parallelo è chiuso in un qualche monastero dopo aver concluso il suo percorso da seminarista, e di “Air Congo”, Serge Ibaka. Ha vinto la dirigenza che ha scelto la strada razionale piuttosto che quella del cuore, scambiando il miglior amico di un signor giocatore, Kyle Lowry, per avere in cambio un leader di Jordaniana e LeBroniana fattura: Kawhi “Kawow” Leonard. Ma un leader non solo risolve i problemi, indica la strada ed è in questo frangente che il tanto vituperato Lowry si è superato, andando a smentire le critiche copiose ricevute in tutti questi anni.

 

Ora piove fuori l’Oracle Arena, il luccichio dei cofani delle macchine riflette un sole californiano moralmente sempre più sbiadito. A testa bassa escono i tifosi, consci del fatto che hanno però tutto il diritto di alzarla quella testa e di dire che i ragazzi che sempre sosterranno hanno scritto la Storia in questi anni. Certo è che rimane un “What if” grosso quanto tutto il Canada. E se Kevin Durant fosse stato sano? E se in questa ultima gara Klay non si fosse rotto il crociato del ginocchio sinistro?

 

Tante domande che non hanno bisogno di risposte. Gli infortuni fanno parte del gioco ma soprattutto c’è da dire che i Golden State Warriors hanno saputo afferrare il concetto di “stay in the moment”, eludendo la mancanza, in momenti chiave, di due armi offensive a dir poco letali. Chi ha visto le partite sa. Sa che Toronto non ha vinto per altrui sfortuna ma per propri meriti. Chi conosce il gioco sa. Sa che Golden State il prossimo anno rialzerà la testa, recupererà gli infortunati e continuerà a far paura a molti Stati americani più il Canada. Cala il sipario, il ritorno sarà più che dolce. La vendetta più che spietata.

Raimondo Camponi

In realtà il mondo può essere più piccolo di quello che si possa pensare. Per gli amanti del basket americano NBA anche trenta metri per diciassette possono bastare. Se non siete della materia si fa sempre in tempo ad amare una schiacciata, un giocatore, una divisa o semplicemente una storia. Forse sarà l'aria di mistero che aleggia o la "pozza" atlantica che ci separa, ma questo sport vi piacerà! Parola del vostro Ray!

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