La triste danza di Garrincha

29 Gennaio 2017 Autore  

“Ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni da noi”. Questa la risposta di Oliver Straube ad Andreas Brehme. Entrambi ex calciatori, il primo con una carriera tra Norimberga e Amburgo, il secondo campione d’Italia, di Germania e del mondo. Oliver è ora titolare di un’azienda di pulizie. Andreas è senza lavoro, senza casa e con 200 mila euro di debiti.

Era stato direttamente Beckenbauer a lanciare un appello per salvare Brehme, storico terzino dell’Inter di Trapattoni: “Aiutiamo un simbolo del nostro calcio” disse. Non rispose nessuno, poi negli ultimi giorni arriva la proposta di Straube: “Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

È l’altra faccia del calcio. Quella che quando si spengono i riflettori rivela paure e debolezze, solitudini e fragilità.

Come quella di Garrincha, l’uomo dal dribbling più ubriacante della storia del calcio. Campione del mondo nel ‘58 e nel ‘62, per molti è lui il miglior calciatore brasiliano dopo Pelè. Juventus, Milan e Inter cercarono di acquistarlo insieme, per fargli disputare una stagione a testa, ma non ci riuscirono. Anche lui rimase vittima, come molti, della bella vita che il calcio sembra offrirti. Dopo la vittoria verdeoro nei mondiali in Cile, Garrincha incassa una grande somma di denaro. Si compra un’auto lussuosa e conosce Elza Soares, bellissima cantante brasiliana. Per lei perde la testa, lascia le sue figlie e la moglie e scappa con lei in Italia.

Elza canta nei locali della capitale. Garrincha si ubriaca fuori, mentre l’aspetta. Nel frattempo si guadagna da vivere come rappresentate di una ditta di caffè e passa le sue serate in compagnia dell’alcool.

Dino Da Costa, ex attaccante della Roma che all’epoca iniziava ad allenare, viene a sapere che “il Chaplin del calcio” era in Italia. I due si conoscono perché avevano giocato insieme nel Botafogo. Lo vuole portare nella sua squadra, il Sacrofano, una cittadina di settemila abitanti a nord di Roma, che gioca in Prima Categoria. Gli propone un ingaggio di cento mila lire a partita.

Garrincha accetta e inizia a giocare per loro. La forma non è più quella di una volta ma guida alla vittoria il Sacrofano in un quadrangolare in Campania con due gol direttamente da calcio d’angolo. Il campo di Mignano Monte Lungo non aveva nemmeno le tribune. Chissà se mentre entrava in campo Garrincha ripensava alle sue partite al Maracanà, capace di contenere trenta volte gli abitanti di quel paese campano. Tornerà in Brasile tre anni dopo. Abbandonato anche da Elza, stufa delle sue botte da ubriaco. Senza un soldo e senza una casa. Morirà nel gennaio del 1983, dopo due giorni passati a bere e con un fegato ormai a pezzi.

Il soprannome glielo aveva dato sua sorella, perché da piccolo cacciava dei piccoli passeri chiamati appunto Garrincha. E lui era uno di quegli uccelli. Veloce e fragile proprio come loro.

Redazione

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