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Con forza cieca di baleno

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Edin Dzeko spiegato a un bambino

Le favole di un tempo iniziano sempre nella ...
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De Rossi è (di) tutti

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La lettera di protesta delle calciatrici italiane

Alla vigilia della decisione sulla eventuale ...
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Ripartire

Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica. Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere, una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, e un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e poesia. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Con forza cieca di baleno

È il trentesimo minuto di un Roma Juventus come tanti altri. È gennaio, ma fa ancora più freddo perché la Roma è sotto di due gol, segnano Demiral e Cristiano Ronaldo. La partita finirà grossomodo così, se non fosse per un gol di Perotti che serve a poco. Ma non è questa la vera storia di quell'incontro, o meglio, non è per questo che entrerà nella storiografia giallorossa.

Siamo al trentesimo, dicevamo, la calamita che ha al piede porta il pallone sul piede di Zaniolo. A rivedere quell'azione sembra esserci una musica in sottofondo e infatti Nicolò inizia a danzare. Potrebbe essere un rito tribale che arriva dall'alba dei tempi oppure un passo elettronico, un piede che batte la terra come nei Carmina Burana o più semplicemente un valzer. Zaniolo come le zingare del deserto, come le balinesi nei giorni di festa, come i dervishes turners che girano sulle spine dorsali. Danza e magia, come quando nasconde il pallone a Cristiano Ronaldo e inizia la corsa, sfrenata. Semina Matuidi, sterza su Pjanic e lo brucia. Si apre una piccola prateria, Zaniolo la percorre a passi techno, poi la musica si ferma. Per i greci il finale tragico doveva portare alla catarsi, alla purificazione. Ma nel finale di quella corsa, pazza e sublime, non c'è redenzione, ci sono solo maledizioni e bestemmie. La musica si ferma e iniziano le lacrime. Il referto parlerà di rottura del crociato.

zaniolo infortunio

Nella mia mente, la cavalcata contro la Juventus iniziava prima della nostra area di rigore e terminava a centrocampo. Lo immaginava la testa, ma lo suggeriva il cuore. Perché mi piaceva pensare che la corsa di Zaniolo era ripartita lì dove si era fermata. E il gol contro la Spal lo doveva dimostrare

Stavolta però come sottofondo non c'è musica, non ci sono lacrime e non ci sono nemmeno urla, visto che si gioca in stadi deserti. Stavolta, a fare da accompagnamento alla nuova cavalcata, c'è solo il silenzio. Zaniolo parte dalla sua trequarti e finisce nella porta degli altri. Zaniolo ne stende uno, ne semina un altro, ne beve un altro ancora, ne inganna due insieme e ne trafigge l'ultimo. Zaniolo stavolta non corre. O perlomeno non sta semplicemente correndo: sta solcando il campo. Sembra un trattore leggerissimo, una 4x4 di mezz'etto, un veemente dio d'una razza d'acciaio che scalpita e freme d'angoscia rodendo il morso con striduli denti. Sembra un giovane puledro, che appena liberato il freno, morde il campo e la palla con muscoli d'acciaio, con forza cieca di baleno. Sembra tante altre cose, ma forse è meglio non dirle.

Zaniolo spal

La corsa sfrenata dura appena dieci secondi, ma sarebbe potuta durare anche un secolo. Avremmo trattenuto il fiato comunque. Prima e dopo, intanto, si era scatenata la giostra di quelli che provavano a buttarti giù, a stenderti con le loro sentenze, visto che in campo non ce fanno. E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte. Che è un gol inutile, arrivato al 90esimo di una partita inutile, sul 5 a 1 contro una squadra retrocessa. Ti diranno, dai salotti nobili del calcio, che non sei uomo, che non hai la testa. Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre, perché hai già vinto, lo giuro, perché gli eroi non possono perdere. E gli eroi, si sa, sono tutti giovani e belli. E per me addosso hanno una maglietta con la lupa.

Edin Dzeko spiegato a un bambino

Le favole di un tempo iniziano sempre nella stessa maniera: "C'era una volta, in un paese lontano lontano". Questa però non è una favola, non c'è solo un paese e il protagonista non c'era solo una volta, ma c'è anche adesso. Le favole di un tempo, soprattutto, finiscono sempre con un lieto fine. Questa invece non ce l'ha e non ti racconterò neanche di come io ho paura finisca.
 
Il paese lontano lontano è dall'altra parte del mar Adriatico, i turchi lo avevano chiamato Saray, che voleva dire "palazzo". Da lì è nato il nome che ha oggi: Sarajevo. Il protagonista di questa favola però non viveva in un palazzo reale né tanto meno in un castello. Viveva in una casa di 40 metri quadri insieme ad altre 13 persone. Il suo nome era Edin e a me piace pensare che c'entrasse qualcosa con Eden, il paradiso terrestre.
Edin quel paradiso lo cercava guardando il cielo, visto che sulla terra, sulla sua terra, c'era la guerra. Non sapeva chi stava combattendo e per quale cosa. Sapeva soltanto che ogni giorno piovevano bombe, che facevano saltare in aria palazzi, case, campi da calcio. Mentre guardava il cielo, Edin chiese a suo nonno se fosse solo un sogno e suo nonno gli disse sì: quelle che vedeva non erano granate, non erano missili, erano stelle cadenti e ogni volta che si accendevano si doveva esprimere un desiderio.
 
 
Il desiderio di Edin era quello di giocare a calcio e ben presto si esaudì. Il bambino era diventato un gigante e girava il continente a suon di gol. Andò in Germania e vinse il trofeo più ambito. Andò in Inghilterra e successe la stessa cosa. Il gigante Edin era fortissimo, nessuno poteva fermarlo. Poi arrivò la chiamata dalla città più bella del mondo: Roma. Edin fece le valigie, prese il primo aereo e atterrò vicino al Colosseo. Ad accoglierlo c'erano migliaia di tifosi, cantavano e sventolavano bandiere, si abbracciavano tra loro e abbracciavano il Gigante. Perché? Perché pensavano che finalmente fosse arrivato l'eroe che li avrebbe fatti vincere.
 
Edin aero
 
Era un giorno caldissimo quando il Gigante segnò il suo primo gol, proprio contro la squadra degli acerrimi rivali, i campioni in carica, e a sfidare il Gigante Edin c'era un altro guerriero grandissimo, la chiamavano King Kong. La notte delle stelle di San Lorenzo era passata da dieci giorni, ma il cielo di Roma continuava ad essere solcato da meteore e comete. Edin era abituato a guardarle da quando era piccolo, sapeva come si muovevano, come partivano e come si abbassavano. Sapeva pure che quando toccavano terra esplodevano. A un certo punto ne vide partire una: era altissima e scendeva veloce. Edin la catturò con lo sguardo, sentiva King Kong che lo tratteneva, per non farlo saltare. Ma lui era troppo forte, saltò quasi da fermo, prese quella stella cadente e di testa la fece esplodere in porta. Da quel momento scoprì che certe stelle fanno un rumore strano, il rumore di centomila voci che insieme urlano il tuo nome e quello della tua squadra. Rumore di amore e Roma.
Era successo una sorta di miracolo: una stella cadente era diventato un gol, una bomba che non faceva male, un'esplosione che non portava cenere e fumo ma sciarpette e abbracci.
 
Successe tante altre volte. In un altro paese lontano lontano, in uno stadio che si chiama Stamford Bridge, dove Edin, Gigante tra giganti, sembrava danzare col pallone. Successe contro una squadra color granata, contro una porta piccolissima e con una stella che sembrava proprio non poter entrare. E ogni volta che succedeva Edin correva a prendersi l'esplosione.
 
Edin londra
 
Solo una sera non l'ha fatto. Gli spalti erano vuoti perché il mondo intero stava combattendo un'altra guerra, stavolta contro una malattia che non li faceva uscire di casa e sembrava proprio non finire mai. Sono altre però le cose che non finiscono mai: l'amore, ad esempio, e le stelle. Anche quella sera il Gigante Edin guardava il cielo: la sua squadra stava perdendo e stavolta non c'erano neanche i tifosi a dargli una mano. Doveva fare tutto da solo. Lo fece una prima volta, con una piroetta che sembrava quella di una filastrocca. Lo face una seconda volta, accarezzando la stella quel poco che bastava per mandarla in porta. 2 a 1, la Roma aveva vinto. Di nuovo grazie a lui.
 
Ecco, adesso dovremmo arrivare al finale della favola. Ma un finale vero e proprio ancora non c'è. Hai 5 anni e per fortuna non sai che cos'è una plusvalenza, non sai che vuol dire fair play finanziario e non hai la minima idea di cosa sia un bilancio. Forse non sai nemmeno cos'è uno scudetto, un esonero, un direttore sportivo. Tranquillo, quello strano tra i due sono io che invece conosco alla perfezione ognuno di questi termini. La favola se vuoi la continuiamo a scrivere insieme. Sappi però che a volte gli eroi possono arrivare dal Brasile, possono chiamarsi Re Leone, possono avere gli stessi tuoi occhi e la numero 10 sulle spalle. Quello che conta non è come va a finire. Quello che conta è il modo in cui guardi le stelle. E i desideri che ci metti dentro.
 
"Sii orgoglioso de provà emozioni
davanti a 11 leoni, a volte un po' cojoni.
È raro amore mio, è raro come te..."
 

De Rossi è (di) tutti

Per leggere le ultime pagine di “Daniele De Rossi, o dell’amore reciproco”, il nuovo libro di Daniele Manusia uscito il 4 giugno per 66thand2nd, avevo deciso di mettere il sottofondo musicale giusto. Non potevano scivolare via così, come se nulla fosse, avevano bisogno dell’atmosfera adatta.

Non avevo dubbi: ho aperto YouTube e ho cercato Ennio Morricone. Al momento di schiacciare play, però, ho avuto un momento di esitazione: Gli intoccabili, C’era una volta in America, Giù la testa, avevano risuonato a un altro addio, quello di Totti. Sarebbe stata una mancanza di rispetto. A venirmi in aiuto sono stati direttamente il libro e i due Daniele, l’autore e il calciatore. Manusia infatti si dice sorpreso di aver scoperto, durante il giro di campo in cui De Rossi salutava i suoi tifosi, che una delle sue canzoni preferite era una delle canzoni preferite anche del giocatore della Roma. Si tratta di All my little words dei the Magnetic Fields, che adesso sto ascoltando a ripetizione da quando ho chiuso il libro, un brano che si regge sulla metafora della donna amata come una farfalla, che non si può trattenere ma che deve essere lasciata volare via: “And I could make you fly away / But I could never make you stay”. Ricordo bene che l’estate scorsa, la prima senza De Rossi nella mia squadra, ascoltavo a ripetizione Non potrei mai dei Fast Animals and Slow Kids, una storia d’amore finita, lei che ha un altro e l’innamorato che ripete: “Non potrei mai / Vederti sola con lui / Come può farmi stare? / Di certo non capirai…”.

De Rossi 2

 

Da romanista, prima ancora che da appassionato di calcio, mi sono sempre vantato di provare emozioni e sensazioni che voi altri, voi che non seguite il calcio o che semplicemente tifate per un’altra squadra, non potete provare e non potete neanche capire. “È qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro” dice Colin Firth nel monologo di Febbre a 90, film cult per tutti i malati di calcio. Un pensiero egoistico, forse superbo, sicuramente sbagliato.

Non si parla di tifo e di calcio, nel libro, si parla soprattutto d’amore e il fatto era chiaro sin dal titolo. Era chiaro anche dal saliscendi emotivo che ti dà la sua lettura (durante la quale ho riso, sorriso, pianto, scosso la testa, buttato via il libro, dato un cazzotto al materasso). Daniele Manusia ha il grande merito di spiegare e di far capire a tutti gli altri, cosa abbiamo provato noi privilegiati nel guardare De Rossi giocare per la Roma. 

Privilegiati di cosa? Potrebbero chiedere i più maligni. Cosa ha vinto De Rossi con la Roma? Cosa ha vinto lui, da atleta? Un Mondiale bellissimo, vero, qualche Coppa Italia, che diventa portaombrelli o Champions League a seconda delle stagioni, una Supercoppa Italiana. Il libro tutto questo lo mette in luce, sin dalle prime pagine: “De Rossi, che deve ancora compiere vent’anni e ha giocato solo una decina di partite da professionista, perde già una finale”. Daniele Manusia non ci gira attorno, non fa sconti alla carriera di De Rossi, ai secondi posti, agli scudetti sfumati, ai cartellini rossi, alle gomitate, ai pugni e alle Coppe in faccia, ai 7 a 1. E alcune delle pagine più belle del libro sono proprio quelle dedicate a queste sconfitte, a quei risultati umilianti contro Manchester United, Bayern Monaco e Fiorentina. Partite che ogni tifoso romanista, come dice l’autore del libro, può ricordare a memoria, quasi chiudendo gli occhi, riassaggiando gli “strani presentimenti”. Io di quelle partite, come di quelle più belle, ricordo tutto: il momento in cui spengo la radio, il messaggio di mio zio che prova a consolarmi, il giorno dopo a scuola in una classe di laziali, i viaggi di ritorno a casa in macchina, il divano su cui aspettavo, sicuro, il settimo gol viola. E sembrerà strano, ma non sono ricordi tristi, strazianti. Tra i temi che ho corretto quest’anno, nella scuola media di Roma dove insegno, ce n’era uno in cui si scriveva così: “Il tifoso della Roma è quello che sa rialzarsi, anche dopo i 7 a 1”. Avrei voluto abbracciare quel ragazzino, mettergli 10 e dirgli che è vero, che prima o poi vinceremo, che ci rialzeremo sempre.

De Rossi 3

Le parole di quel tema sono simili a quelle che ha usato De Rossi dopo la più bella serata degli ultimi vent’anni di Roma, quella della rimonta contro il Barcellona: “Noi dobbiamo ringraziare di essere romanisti anche dopo i 7 a 1, anche dopo aver perso in casa contro il Napoli giocando male. Io ringrazio sempre di essere nato romanista”. Il privilegio, insomma, è questo. Il fatto che le parole del capitano di una squadra, della mia squadra, possano essere le stesse di un ragazzino che scrive un tema e parla della Roma. Il fatto che le emozioni che ha provato un calciatore della mia, della nostra squadra siano le stesse mie, nostre emozioni. Ansie, paure, gioie, felicità. Anche le rosicate. “Questa storia parla di reciprocità – scrive Daniele Manusia – di come un calciatore ha potuto rappresentare i propri tifosi fino a una totale immedesimazione. La storia di De Rossi è anche la storia di tutti i tifosi della Roma negli ultimi diciotto anni”.

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Provo per un attimo a lasciare da parte i sentimenti. Il libro, che è bello sin dalla copertina disegnata da Guido Scarabottolo, è inserito nella collana sportiva di 66thand2nd, Vite inattese, che in questi giorni ha visto l’uscita di un’altra piccola perla La squadra che sogna di Giuseppe Pastore, dedicata alla nazionale italiana di pallavolo allenata da Julio Velasco. In “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” non si parla solo di sentimenti forti, di sconfitte e di vittorie, di discese agli inferi e risalite. Si parla di calcio, e Daniele Manusia, da fondatore e direttore de L’Ultimo Uomo, può farlo con una minuzia tattica e una capacità descrittiva unica (il modo in cui racconta alcune azioni riesce a farle tornare a galla e a proiettarle sulla pagina). Si parla di Roma e di Ostia, con delle parti bellissime dedicate ai film di Claudio Caligari. Si parla del De Rossi uomo, di funerali e matrimoni, di barba e capelli, di tatuaggi e libri letti. E l’autore non lo fa con la presunzione di rivelare scoop eclatanti, di raccontare verità nascoste: “Non conosco personalmente Daniele De Rossi. Il mio rapporto con lui è simile a quello che può avere qualsiasi tifoso della Roma. Non ci ho mai parlato per davvero né, come si dice a Roma proprio per rimarcare l’estraneità, ci ho mai cenato insieme”.

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Il senso del libro, anzi il merito, è proprio aver rimarcato questa estraneità, questa diversità che diventa il suo opposto, una lontananza che diventa vicinanza. “Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani / Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo” canta l’inno della Roma. “Perché siamo differenti / Come due gocce d’acqua” scriveva invece Wislawa Szymborska. E non mi pento, neanche mi vergogno di aver inserito nello stesso articolo, con due frasi attaccate, un premio Nobel per la letteratura e Antonello Venditti. Perché parlano della stessa cosa. Perché la Roma e De Rossi, noi e De Rossi, siamo questa cosa qui.

Forse questo vento che soffia oggi su Roma è solo l'ennesimo scatto bruciante di Joseph, che quando parte lui, beh provate a prenderlo se ci riuscite.” Con queste parole la Liberi Nantes ha salutato Joseph Bouasse Perfection, l’ex calciatore giallorosso scomparso oggi, a soli 21 anni, per un arresto cardiaco.

Sei mesi a Trigoria, all’ordine di Alberto De Rossi, allenatore della Primavera. Lo chiamavano “la ruspa”, per una potenza fisica fuori dal comune. Luciano Spalletti se lo portò con i grandi per qualche allenamento, tra Totti, De Rossi, Nainggolan. Joseph era arrivato in Italia dal Camerun, gli avevano promesso un contratto milionario. Fuggiva dalla povertà, inseguiva un sogno. E proprio di povertà, di sogni ma anche di discriminazione e illusioni abbiamo parlato con Alberto Urbinati, presidente della Liberi Nantes, più che una squadra “un progetto sociale”, attivo a Pietralata, a Roma.

Ecco le sue parole.

Joseph2

Come avete conosciuto Joseph?

È venuto al campo come fanno migliaia di ragazzi, da tredici anni a questa parte. Da quando esiste la Liberi Nantes nelle comunità migranti il nostro nome gira. Così i ragazzi che vogliono a calcio sanno che venendo da noi hanno la possibilità di giocare, di far parte di una squadra, di stare insieme agli altri. Quello che ci ha raccontato Joseph è di essere stato trasportato in Italia da un sedicente procuratore, un presunto talent scout, con la prospettiva che gli si potessero aprire le porte del grande calcio e dei grandi guadagni.

Invece non è andata così.

Arrivato a stazione Termini Joseph è stato abbandonato con una scusa. Si è ritrovato in una città sconosciuta, in un altro continente, da minorenne, senza punti di riferimento. Piano piano si è trovato una sua sistemazione a casa di un amico, grazie al passaparola tra connazionali. È venuto al campo e ci ha detto: “a me piace giocare a pallone.”

con totti

Una volta in campo, qual è stata la vostra impressione?

L’allenatore del tempo, Salvatore Lisciandrello, si è accorto subito che Perfection aveva doti tecniche e fisiche non comuni per un ragazzo di sedici anni. Ha provato a parlarne con qualche talent scout, serio, che potesse fare una valutazione. Tramite questi canali è arrivato alla Roma.

A Trigoria resta sei mesi, poi un prestito al Vicenza, un provino non superato al Livorno e l’approdo da svincolato al Cluj, in Romania. Ultimamente quali erano stati i suoi spostamenti?

Noi della Liberi Nantes ne abbiamo perse le tracce, lui si affacciava sporadicamente qui al campo ma non per giocare, solo per trovare qualche vecchio compagno di squadra. Anche noi abbiamo fatto fatica a seguire la sua carriera. Quello che so lo so dalle informazioni su internet, frequentava la Romania in cerca di un contatto da professionista.

Quanti ragazzi, come Joseph, arrivano in Italia attratti dal miraggio del calcio?

Joseph è stato l’unico, anche perché un progetto come il nostro non è attrattivo: i ragazzi che vogliono giocare a calcio puntano immediatamente ai settori giovanili delle grandi o medie squadre, non di certo a un campo in terra battuta in periferia. Con Joseph è successo perché era disorientato: era un ragazzino di 16 anni, senza punti di riferimento, caso più unico che raro.

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Come vi rapportate con ragazzi che hanno sogni, e spesso illusioni, simili?

In 13 anni Joseph è stato l’unico caso che è approdato al professionismo, o per lo meno ci è andato vicino. Noi lo diciamo sempre: se in 13 anni è successo solo una volta si deve abbandonare l’idea che attraverso noi si faccia il salto verso il grande calcio. Questo noi lo diciamo subito, in realtà Liberi Nantes è un progetto sociale che usa il calcio, abbiamo fatto 12 anni fuori classifica proprio perché l’obiettivo è integrare i ragazzi facendo leva sul calcio, facendo leva su qualcosa che li coinvolge e li attrae. Non è un progetto calcistico, noi cerchiamo sempre di smontarli questi sogni: arrivano tutti che sono i “nuovi Messi”, i “nuovi Maradona” ma messi in campo non riescono a fare la differenza neanche in terza categoria. Noi facciamo azione costante in questo: è più importante che impariate la lingua, che seguiate un corso professionale. Liberi Nantes deve essere solo un divertimento.

liberi

Un progetto sociale più che una squadra di calcio, la Liberi Nantes ha trovato difficoltà in questo periodo di emergenza Covid?

Ovviamente sì, abbiamo provato a mantenere i contatti con i ragazzi attraverso Skype, Zoom ma ci siamo accorti di una nuova problematica: l’accesso a internet. Nei centri di accoglienza manca una connessione aperta e sufficientemente larga. Così ci siamo affacciati a un nuovo tema, quello della discriminazione nell’accesso delle risorse digitali. È un tema che sta emergendo in tanti settori, basti pensare alla Didattica a Distanza e che accomuna migranti a tante famiglie italiane che non possono permettersi una connessione dignitosa.

Come avete affrontato il problema?

Lo abbiamo affrontato con la solidarietà, con un gesto piccolo ma significativo: abbiamo portato la connessione gratuita per sei mesi a 4 centri di accoglienza, ora ci sono 230 ragazzi circa che possono avere accesso a internet.

Torniamo a Joseph, qual è il ricordo che conserva di lui?

Quello di un ragazzo assolutamente normale, con tutti i pregi e tutti i difetti dei ragazzi che sentono di avere un grande talento, a volte anche sbruffoncelli ma assolutamente umani, veri. Purtroppo Joseph aveva bisogno di tempo per maturare, probabilmente fra 4 o 5 anni sarebbe stato un ragazzo più pronto, cosciente, consapevole degli atteggiamenti giusti che gli avrebbero permesso magari di fare strada. Purtroppo è arrivato un infarto a portarcelo via prima. E non sapremmo mai come poteva andare a finire…

Joseph

Quando la mattina dell'11 aprile 1945 i militari americani della 89esima Divisione Fanteria entrano a Buchenwald, trovano il campo di concentramento già liberato. I tedeschi erano fuggiti, i prigionieri erano riusciti a guidare una Resistenza eroica e impensabile. Quando i soldati del generale George Smith Patton aprono le porte e i cancelli dei capannoni, però, trovano anche tanti fantasmi. Tra questi, quelli di Icilio Zuliani, che appena sette anni prima giocava a calcio, e segnava, con la maglia della Fiumana.

La squadra della città dove era nato, il 29 ottobre del 1909. Primo di tre figli, figlio di Attilio ed Emma Contus, la mamma che Zuliani perderà prestissimo. "Ici", così lo chiamano, è uno sportivo a tutto tondo: corre come un matto sulle piste di atletica leggera, gioca a tennis, si diverte a fare canottaggio. Gioca a calcio, ovviamente, prima nella squadra dell'oratorio poi nelle giovanili delle Fiumana. Un anno in prestito al Gloria, per farsi le ossa, per tornare nel 1928. Intanto Zuliani studia, finisce le medie e inizia le superiori, in un tempo in cui non era così scontato. Qui conosce la bella Elena Lakos, ragazza di origini ungheresi che gli ruba il cuore. E che sposerà nel 1936.

Fiumana

Sono gli anni più belli, quelli prima del tracollo. Con la Fiumana Icilio Zuliani gioca un solo campionato di A, anzi di Divisione Nazionale, prima di retrocedere in B prima e in Serie C poi. Ma quella maglia rossoblugialla, tra gli anni 20 e 30, Ici la condivide con grandi calciatori. C'è Marcello Mihalich, mezzala sinistra che passerà presto al Napoli, all'Ambrosiana e persino alla Juventus. C'è Giovanni Varglien, che con la maglia bianconera registrerà quasi 400 presenze. C'è soprattutto Rodolfo Volk, che giocherà con Icilio Zuliani a Fiume in due parentesi, fine anni 20 e metà anni 30. In mezzo c'è l'esperienza di Roma, con la quale gioca 157 partite e segna 103 reti, tra cui quella che decide il primo derby della storia. I due giocheranno insieme anche nella stagione 36-37, l'ultima di Zuliani, che intanto trova lavoro da impiegato, come aiuto contabile nell'ASPM, l'azienda comunale che gestisce i servizi di acqua e gas. Sono tornei propaganda, organizzati dal Governo Fascista. E a Icilio non piacciono.

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Ha idee antifasciste, viene da una famiglia socialista, non ha paura di controbbattere, di rispondere, di dire quello che pensa. Per questo, nel 1942, viene spedio al confino in Puglia, a Manfredonia. Quando le notizie dell'8 settembre però iniziano a circolare decide di tornare a Fiume, la sua Fiume, per opporsi alla dittatura. Lo fa schierandosi con i partigiani, collaborando in vario modo, tra informazioni, viveri e munizioni. Nella Resistenza trova diversi suoi compagni di squadra, proprio alla Fiumana: c'è il portiere Mandich, c'è Alceo Lipiszer, ci sono i fratelli Claudio e Ottorino Paulinich, e anche Bruno Quaresima e Nevio Scalamera. "Nell’estate del ’43 ormai in procinto di esordire in prima squadra, Mandich era stato arruolato nella Regia Marina e si era trasferito a Venezia. Qui fu sorpreso dalla Gestapo in giro per la città il giorno stesso dell’armistizio e venne immediatamente arrestato", scrive Edoardo Molinelli nel libro Cuori Partigiani.

Icilio Zuiani
Icilio Zuliani

Tutti e sette vengono arrestati e deportati. Anche Icilio Zuliani, che viene catturato dai tedeschi e portato nel carcere triestino del Coroneo. Il 27 aprile 1944 è deportato a Dachau, sulla sua pelle viene tatuato il numero 67399, sul suo braccio viene imposto il triangolo rosso: quello dei deportati politici. Il suo fisico da sportivo sembra reggere, per questo il 12 dicembre dello stesso anno viene mandato a Buchenwald, il campo di concentramento tedesco dove si praticava la morte attraverso il lavoro forzato. Oltre 14 ore di pala e piccone al giorno, troppe anche per delle braccia e delle gambe allenate come le sue.

Così, quell'aprile del 1945, quando le truppe americane liberano Buchenwald Icilio Zuliani è l'ombra di sé stesso, "una larva". Non è in grado di mangiare, la dissenteria lo sta divorando dall'interno. E così morirà, il 9 maggio 1945. Sarà l'unico della "squadra partigiana" della Fiumana a non tornare a casa.

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se non per motivi di estrema necessità. Lavoro, salute, spesa. Ha ragione. Ma vaglielo a spiegare che alcuni bisogni primari hanno un nome e un cognome. E che altri nemmeno ce l'hanno.

Lo scatto pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che raffigura un bambino che gioca a calcio, per strada, è una medicina e un sollievo. Quello che più ci manca, tra le cose di cui potremmo fare più facilmente a meno ("Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti" diceva Sacchi), quanto di più romantico possiamo ricollegare alla nostra passione: una strada, una sfera di cuoio, un bambino. Ma come si può spiegare?  

"Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto". Il bisogno necessario, la violazione indispensabile, hanno la forma di un pallone e i colori giallorossi. Un lampo di luce tra le tenebre di una città deserta, in quella selva oscura che dir "qual era è cosa dura". Non so a che ora è stata scattata la foto, ma mi immagino che siano le 3. Il bambino è tornato da scuola, o forse ha solo spento il computer. Ha mangiato davanti alla tv, Dragonball è finito e i compiti si possono anche fare più tardi. Ci sono delle priorità.

Sule soglie della città "non odo parole che dici umane". Sono le 3 e in giro non c'è nessuno. Forse è estate, ma il sole che spacca le pietre non può fermare la sua voglia di pallone. Oppure è semplicemente quarantena. Nessun umano in giro, nessuno che possa comprendere con la sua mente mortale quello che accade per strada. C'è il dio della felicità che indossa la maglia di Zaniolo, ma nessuno lo vede. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" quello che c'è in questa foto. Non esiste.

Criminale. Ha violato la quarantena.

Scriteriato. Gioca sulle rotaie.

Irresponsabile. Dovrebbe stare a casa a studiare.

Addirittura antistorico e antigeografico. Ha la maglietta della Roma ma è a Milano.

Oltre l'attimo, poi, c'è il gesto. Bastava un palleggio, una challenge da postare, una cannonata alla saracinesca chiusa. Bastava un battimuro, qualche colpo di testa. E invece no. Il tacco, il gesto artistico, il barocco e il rococò, il bello a tutti i costi. Anche se di bello, intorno a te, non c'è nulla. Forse uno stop, forse un assist. Magari domani un goal.

Noi rinchiusi dentro casa, davanti a uno schermo e lui, pioniere e astronauta, Ulisse e Cristoforo Colombo, in strada, una maglia della Roma addosso e un pallone tra i piedi. "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo" (più). Ma quello che vogliamo, invece sì. E se non esistono parole passaci la palla. Te lo spieghiamo in un altro modo.

Il San Valentino di Marco Pantani

Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ' 99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell' ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all' opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti.

E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna. Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un primattore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l' equivalente dell' acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all' inizio sembrava quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro, ma più la salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una specie di campana a morto per chi doveva inseguire e non ce la faceva assolutamente a tenere quel ritmo. Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia».

Ecco, pensando a questa frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata qualcosa meno di cinque anni. Però è stata un' agonia. Pantani è stato troppo grande in bicicletta per accettare di essere piccolo, peggio di essere rimpicciolito per legge, di essere uno come tanti. Non era questa la vocazione, non era questo il suo destino. La sua vocazione era quella di svegliare le montagne, di essere paragonato a un fossile, Pantadattilo l' avevo battezzato un giorno, perché mi dava l' impressione di un animale preistorico, una specie di Godzilla su due ruote, qualcosa che rompe l' asfalto delle strade nuove, le regole del nuovo ciclismo (che l' hanno portato dove l' hanno portato, per inciso) e riporta ai tempi eroici, a quelli di Binda, o più ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, che somigliava nel fisico, nella pelata a Pantani. E questa pedalata di Pantani era un linguaggio universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in fatto di ciclismo e non solo, l' avevano adottato. Saltavano sui tornanti del Galibier o del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri. Pantani era uno spettacolo, e chi l' ha visto, in quegli anni, soprattutto nel magico '98, l' accoppiata Giro-Tour, non se lo può dimenticare. Era un corridore diverso dagli altri, come uno che vuole essere diverso. Anche questo soprannome di Pirata, che s' era scelto, quel cranio rasato a zero anche quando il sole dei Pirenei avrebbe raccomandato prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava dire. Ma i nonni venivano da Sarsina, un paese dell' Appennino romagnolo dove ancora ci sono le processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si mette il collare di San Vicinio. Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non aveva maschere.

Aveva solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po' liquidi, le orecchie larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi. A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi confronti, e forse un po' aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso, nell' acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte, è l' ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l' inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva delle cosidette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all' ultimo Giro d' Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui. Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all' ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come l' albatro di Baudelaire.

Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pellissier steso a revolverate dall' amante, Poitier impiccato nel garage per una delusione d' amore, Robic ridotto a fare l' uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocana che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve de Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l' unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un' influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del '98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue. Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male.

Non così presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell' ultima scena, che non era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di San Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com' è, e nemmeno la vita che questo comporta. Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.

Gianni Mura, la Repubblica 15 febbraio 2004

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa impossibile oppure una vittoria per 4 a 1. Un pensiero che sfugge, una luce che sfiora, una fiamma che incendia l'aurora. Una domanda che sorge spontanea: perchè, quando Zaniolo ha baciato la maglia dopo il gol di Firenze, ho esultato più della rete stessa?

Cosa cerco? Cosa voglio? Cosa ho visto? O meglio, cosa mi sono sforzato o illuso di vedere? Serve una psicoanalisi del tifo.

La Roma per me è percezione sensoriale. È il tatto delle mani di chi la tocca, ruvide come quelle di Certaldo, delicate, da nonno, come quelle di Testaccio. È la vista di chi la guarda, con i miei stessi occhi anche se stanno a Buenos Aires. La Roma è brivido che corre sulla schiena, è arteria pulsante. Quando giochi sento che, crescono i brividi dentro di me. È amore. E quindi corpo, contatto, materialità. E gesti. Come il bacio.

zaniolo copertina

Zaniolo bacia la maglia della Roma, nel 4 a 1 contro la Fiorentina

"Dico la verità, recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò" ha detto Nicolò Zaniolo al Daily Mail. Nessun per sempre, nessuna dichiarazione. Voglio stare con te il più a lungo possibile. Poi che sarà sarà. Che è anche il coro più bello della Curva Sud.

I greci avevano quattro parole per indicare il tempo. La prima era chronos, che si riferiva al tempo sequenziale, cronologico appunto. La seconda era Aion e rimandava al tempo eterno, degli Dei. La terza era eniautos e significava semplicemente 'anno'. La quarta era invece kairos e indicava, propriamente, "un tempo nel mezzo", un tempo supremo e indeterminato nel quale succede qualcosa. "Il battito di ciglia - scrive Simon Critchley in "Cosa pensiamo quando pensiamo al calcio" - l'Augenblick, è la traduzione luterana del concetto di kairos in San Paolo, il momento o l'istante in cui si decide di abbandonarsi all'atto di fede".

La Roma, per me, è questo. È un atto di fede. E Nicolò Zaniolo che bacia la sua maglia è il momento supremo in cui tutto accade. Perché ci sarebbero milioni di ragioni per non crederci, perché lo sanno tutti che andrà via, lo sanno tutti che sarà l'ennesima plusvalenza, lo sanno tutti che non ci sarà mai nessun altro come Totti. Però ci sono anche milioni di ragioni per crederci. L'atto di fede è un qualcosa di irrazionale, di insensato, è la decisione folle, l'incantesimo, l'estasi sobria.

Poi ci sono i numeri, la parte logica, a darti qualche suggerimento che in fondo hai ragione: 6 gol in 22 presenze, quest'anno. L'età, le reti, la nazionale. Ci sono addirittura le foto, che Daniele Manusia ha analizzato per L'Ultimo Uomo.

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Totti e Zaniolo. Fonte: UltimoUomo

Ma allora è tutto vero? È lui il prescelto? L'erede? È lui quello giusto?

Quando Nicolò Zaniolo corre sotto il settore giallorosso all'Artemio Franchi di Firenze, prende la maglia tra le dita e se la porta alla bocca io non mi sono fatto nessuna di queste domande. Mi sono lasciato semplicemente trasportare. Ho esultato come se avesse segnato ancora una volta. Mi sono lasciato baciare. E non aveva nessuna importanza la prossima partita, la prossima stagione o il prossimo mercato. Contava il momento. Perché dopo Francesco e Daniele pensavamo fosse impossibile ma invece ci si può emozionare ancora. Perché come cantava la Curva, "passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua".


"Camminerò insieme a te" il nuovo coro degli ultras della Roma

E allora Nicolò dopo quelli di Roma e di Firenze dammi ancora mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento. Nox est perpetua una dormienda, dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Sogna ragazzo sogna e segna ragazzo segna. Continua a prendere gialli, arpionare palloni, disegnare parabole. Ma soprattutto continua a baciarmi, senza stare a sentire quelli che dicono che non si fa, che è buona educazione, che non serve. Senza stare a sentire Capelli o ex avvelenati. Tu baciami, baciami ancora.

Più di una partita

Le Esteladas, le bandiere indipendentiste della Catalogna, sventolano alle porte del Camp Nou. “Mes que un club”, più che un club, c’è scritto sulle tribune dello stadio di Barcellona. Mes que un match, verrebbe da dire guardando a El Clasico di questa sera.

La sfida tra la squadra di Lionel Messi e i rivali del Real Madrid, infatti, è qualcosa di più di una semplice partita. Doveva disputarsi lo scorso 26 ottobre ma la rabbia per le sentenze del Proces erano troppo fresche. La Catalogna ferveva di rabbia dopo le condanne dei leader indipendentisti per i fatti dell’ottobre 2017, quando fu promulgata la dichiarazione unilaterale d’indipendenza dalla Spagna. Si rigioca oggi, ma non potrà comunque essere una serata come le altre.

mesLe gradinate del Camp Nou di Barcellona

Barcellona e Real Madrid si giocano una bella fetta di stagione, hanno gli stessi punti in campionato (35) e la stessa posizione in classifica (ovviamente la prima). Hanno alloggiato nello stesso hotel e sono partite in contemporanea per il Camp Nou, scortate da un numero incredibile di forze dell’ordine. 4.000 agenti di sicurezza, per essere precisi, che dovranno controllare non solo i quasi 100.000 tifosi che riempiranno lo stadio, ma soprattutto gli oltre 10.000 catalani che si ritroveranno fuori dall’impianto per protestare e per far sentire la loro voce.

I manifestanti sono stati chiamati a raccolta dal gruppo Tsunami Democràtic: “Con prigionieri, esiliati, senza autodeterminazione né pieni diritti fondamentali, non ci può essere normalità. Il 18 ‘el clásico’ lo giocheremo tutti”. La comunicazione è partita dal profilo Telegram del gruppo, che vanta 410.000 follower. Protagonista del passaparola un’App Android creata su misura, distribuita al di fuori del mercato ufficiale delle applicazioni e illegale, per la legislazione europea, per quanto riguarda la protezione dei dati in materia di geolocalizzazione. Attraverso questa applicazione si può confermare la propria participazione alla protesta, solo dopo aver accettato alcune condizioni. Tra queste, la principale, è la vocazione non violenta delle manifestazioni e l’obbligo di mantenere un comportamento pacifico.

Risultati immagini per indipendenza catalogna

Le protete per l'indipendenza della Catalogna

Non è d’accordo la gran parte della stampa spagnola, come il canale La Sexta, che nella sua sezione sportiva ha mandato in onda immagini di cassonetti in fiamme, barricate e scontri proprio pochi giorni prima di Barcellona Real Madrid. Lo stesso programma che aveva rivelato come i Mossos d’Esquadra fossero contrari allo svolgimento della partita perché non in grado di garantirne la partita.

Tutte falsità, fanno sapere fonti vicine agli organizzatori della protesta, che come motto ha scelto di nuovo l’hashtag: “SpainSitAndTalk”, Spagna, siediti e parliamo: “Viviamo in una situazione di anormalità politica e Tsunami Democràtic punta tutto sul rendere questa situazione ancor più evidente durante el clásico. Il mondo sportivo e due club di questa grandezza non possono ignorare le problematiche sociali che affliggono la società a cui appartengono. La richiesta è semplice: il coinvolgimento del mondo dello sport nella risoluzione del conflitto”.

messi

Messi contro Sergio Ramos, in un altro storico Barcellona Real Madrid

Ma il mondo del calcio prova a tirarsi fuori. “Non ho particolari timori, lagente ha il diritto di esprimersi liberamente a patto che ci sia sempre rispetto per gli altri. Noi questo chiediamo, il calcio unisce, non divide” ha detto il tecnico del Barcellona, Valverde. “Si tratta di una semplice partita di pallone, lasciamo fuori la politica”, ha fatto eco Zidane.

Ma lo sanno benissimo che Barcellona Real Madrid non è una partita qualsiasi. Lo sanno benissimo che questo è mes que un match.

La mattina del 19 marzo del 1979 a Gießen, cittadina della Germania Ovest, nella regione di Assia, la temperatura sfiora gli zero gradi. I calciatori della Dinamo Berlino, fuori dall’hotel che li ospita, si sfregano le mani, nuvole bianche di vapore escono dalle loro bocche. Ridono, sono contenti di essere stati invitati dall’altra parte del Muro, quella ricca, quella moderna, per una partita di calcio. Solo uno di loro mantiene la sua serietà. È Lutz Eigendorf, il centrocampista. Lui sa che quella è la partita più importante della sua carriera, anche se si tratta di una semplice amichevole contro il Kaiserslautern, senza punti in palio, né trofei.

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Lutz Eigendorf in azione

Nato a Brandeburgo, classe 1956, è uno di quei calciatori che la palla la sa trattare bene. Lo scoprono subito, ad appena 15 anni, quando era già un fenomeno e gli scout della Dinamo Berlino, la principale squadra della Germania Est, mettono le mani su di lui. Non si tratta di un club qualsiasi: il presidente è Erich Mielke, il Ministro della Sicurezza e Capo della Stasi.

Erano gli anni della Guerra Fredda, il Muro di Berlino che divideva in due la Germania, divideva in due anche il calcio.

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Lutz Eigendorf con la maglia della DDR, la nazionale della Germania Est

Lutz Eigendorf è il fiore all’occhiello della rosa. A 18 anni è già stabilmente in prima squadra, diventa una colonna portante, con quella maglia giocherà 100 partite nella DDR-Oberliga fino ad arrivare al campionato 78-79, quello della vittoria. L’ultimo di Eigendorf con la Dinamo Berlino.

Perché se in campo il centrocampista è una bandiera, un simbolo, fuori è diverso. Non condivide la politica della Federazione, vede la Germania Est al collasso, vive nel timore della Stasi, di fatto il suo datore di lavoro. Manca solo una manciata di partite, in quel 1979, prima della festa per lo scudetto. Lutz Eigendorf non ne prenderà mai parte perché quando arriva a Gießen, decide di mettere la libertà davanti alla gloria.

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Lutz Eigendorf

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La squadra della Dinamo Berlino oltrepassa il muro, ovviamente controllata e sotto scorta. I giocatori sono stati istruiti a dovere: potranno girare per la città, divertirsi e fare compere, ma nessuno di loro potrà isolarsi, nessuno di loro potrà lasciare il gruppo.

Quella mattina del 19 marzo 1979, Lutz Eigendorf sale per ultimo sul pullman della squadra. Sono le 6.30 di una giornata gelata, la partita è in programma nel pomeriggio. Quando arrivano allo stadio, scende ancora una volta per ultimo. Approfitta della confusione, della gente che affolla il piazzale. Si perde nella folla, senza correre, senza dare nell’occhio. Sale sul primo taxi che trova e gli chiede di andare il più lontano possibile.

Per la Dinamo Berlino, ma soprattutto per la Stasi, è uno scandalo. Gli agenti segreti partono alla ricerca, mettono sotto torchio la moglie Gabrielle e la figlia Sandy, rimaste a Berlino Est. Il centrocampista, intanto, si mette d’accordo in segreto proprio con la squadra del Kaiserlautern: firma un contratto, diventa calciatore della Germania Ovest, anche se viene squalificato per un anno.

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Eigendorf con la maglia del Kaiserlautern

Due stagioni, condite di 7 gol, prima della cessione all’Eintracht Braunschweig. Lutz Eigendorf è convinto che la questione della sua fuga sia ormai roba passata. La moglie si è risposata, è stata costretta a farlo, con un agente della Stasi. Lo stesso calciatore si è ricreato una vita. Il 21 febbraio 1983 l’ex bandiera della Dinamo Berlino rilascia addirittura un’intervista, proprio davanti al Muro di Berlino. Parla, finalmente felice, della sua esperienza, di come sia differente la vita nella Germania Ovest, invita altri atleti dell’Est a fare la stessa cosa. Quelle parole sono la sua condanna a morte.

È di nuovo marzo, stavolta del 1983, quando Lutz Eigendorf è a bordo della sua Alfa Romeo Alfetta GTV. Sulla strada Braunschweig-Querum c’è una curva molto pericolosa, specialmente quando l’asfalto è ghiacciato. Il calciatore perde il controllo dell’auto e si schianta contro un albero. Nel suo sangue vengono trovate grandi quantità di alcol: è una semplice morte per guida in stato di ubriachezza.

lutz macchinaL'Alfa Romeo a bordo di cui Lutz Eigendorf perse la vita

È solo dopo la caduta del Muro di Berlino che vengono resi noti alcuni documenti riservati, che il giornalista Heribert Schwan mostrerà nella sua inchiesta “Tod der Verrater”, Morte al traditore. Sono le prove che gli agenti di sicurezza, su precisa volontà di Erich Mielke, hanno agito su Eigendorf. Prima bloccando l’auto del calciatore, poi obbligandolo a ingerire sostanze chimiche e allucinogene, per annebbiarne la vista e spingerlo verso l’incidente.

Eigendorf muore così. A ventisette anni, nel pieno della sua carriera. Sei anni dopo, quel Muro che voleva oltrepassare, sarebbe finalmente caduto. Oggi, il muro della falsità, dell’ingiustizia e del mistero che separa la sua vicenda dalla verità, è ancora troppo alto.

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