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Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Anche se ora resti qui, sorridi al 95esimo, anche se di rabbia, resisti, anche se solo per un altro po'. Fiducia a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si risolvono da sole, ma ormai viviamo da separati in casa. Poi te ne andrai, come fanno tutti, prenderai le tue cose, il tuo 4-3-3, le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluterai. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro (che ha segnato 1 solo gol su azione). Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu ancora una volta il Cagliari, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. E poi rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

Turn around. Girati, guarda chi hai sotto. L’Empoli di Iachini, la Sampdoria di Defrel. Ti ritrovi a pari punti con Scozzarella e Gagliolo, Berisha e Palomino. Stai sotto a Djidji e Rincon, Correa e Wallace. Con Atalanta, Chievo, Spal, Bologna, Udinese e Cagliari la Roma ha fatto solo 3 punti su 18.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Ma, come sempre, non sarà per sempre.

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Anche se per ora l’avversario è il Torino. Forever's gonna start tonight.

Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire con lui. Lo sai non è possibile. Io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere.

Non guardarmi così, è inutile. A che serve ricordarsi? A che serve immaginare? A niente. Cosa rimane delle parole dette, delle rincorse tentate, delle notti magiche, dei secondi posti? Cosa rimane dei salti mancati, dei treni persi, delle occasioni buttate? Niente. Anche di te, alla fine cosa rimane? Numeri grigi, spenti, statistiche utili per i paragoni e i bilanci. Cosa rimane degli amori che non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano? Niente.

Allora è inutile pensarci ancora, stare qui a fantasticare sui se, sui ma, su quello che poteva essere, non è stato e non sarà.

Su Salah che resta, su Alisson che rinnova, su Pallotta che si indebita e compra il fenomeno, sulla Roma finalmente pronta per lo Scudetto. Sognare non costa nulla, ma illudersi sì. "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto". E allora basta così e non pensiamoci più. Non mi cercare e io proverò a non pensarti. Non mi fomenterò e non mi farò illusioni. Io quando ti vedo, ormai, cambio strada, mi giro dall’altra parte, spengo la televisione. Spero che, mi auguro di cuore che, non ci incontreremo mai più. Però ogni tanto capita, e ci ripensi. Quanto siete belli insieme, i palloni toccati da Icardi, la garra charrua, il terzo posto, Milano. Ma scommetto che non può dirti, tutto quello che ti dico io. Quanto stai bene in cappotto, tutto elegante, tutto tirato a lucido. A me, però, piacevi anche con la tuta.

Però.

Ora però c'è lui e allora forza Eusebio. Per quanto ancora poco. Ora, al posto di Radja, c’è Bryan, e allora forza Bryan. Ora, e chissà per quanto tempo ancora, ci sarà Cencio, e allora forza pure Cencio. E così per Kostas, Daniele, Javier, Ramon, Lorenzo, Aleksandar, Federico, Robin e gli altri. A tutti uno schiaffo e una carezza, rigorosamente in quest'ordine. Domani si vedrà.

Cosa resterà del petto gonfio dopo la notte di Stamford Bridge o delle farfalle nello stomaco dopo il Barcellona? Niente. Anche di te, cosa rimane alla fine? Un posto sullo scaffale dei bei ricordi forse, un capitolo negli almanacchi e un nome negli archivi, un centinaio di battute utili per riempire la rubrica "succede oggi", qualcosa a cui pensare ogni tanto con un sorriso amaro di rabbia, delusione e amore. Ma solo l'amare conta, non l'aver amato. E quando pure Eusebio se ne sarà andato e con lui il biondo Karsdorp, nel cassetto insieme ad Abel Xavier e Iturbe, e con lui Cengiz Under, nel cassetto della plusvalenza, conterà di nuovo solo l'amare. Un eterno presente, hic et nunc, un "che sarà sarà" senza fine. E rimarranno i sogni senza tempo, la maglia che, diceva l'Ingegnere, trattiene il sudore, rimarrà la Roma. E rimarranno quelli che, sempre e per sempre, dalla stessa parte, li troverai. Anche se di calcio non ci capiscono niente.

Ma d’amore, ci puoi giurare, d’amore sì.

 

85 palloni giocati su 329 minuti in cui è rimasto in campo. Questo il dato, sconcertante, che ieri, sul numero tre di Rudi, Valerio Albensi metteva in luce su Patrick Schick. Un giocatore isolato, dalla tecnica sopraffina e dalle qualità indubbie ma che a Roma non ha ancora trovato la giusta carica e, forse, la giusta posizione. Se il titolare Edin Dzeko gioca, tira e gestisce più palloni, 1 ogni 2 minuti e mezzo, l'ex attaccante della Sampdoria ne tocca 1 ogni 4 minuti.

Un tempo infinitamente lungo, in una partita di calcio, che può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta.

Ecco, in quei 4 minuti in cui attende di toccare un nuovo pallone, Patrick Schick cosa potrebbe fare? E, soprattutto, cosa sono riusciuti a fare, in giro per il mondo, in appena 4 minuti?

1 Ripetere il monologo di Al Pacino in Ogni Maledetta domenica

2 Preparare una coppetta di tiramisù
Per tenere occupato il difensore che lo marca, magari. Per ogni coppetta prendere tre biscotti (scegliete voi se pavesini o savoiardi), mezzo barattolo di yogurt bianco dolce, una tazza di caffè. Poi alternare biscotti, caffè e yogurt e completare con del cacao amaro in polvere. Tempo di preparazione? Bastano 3-4 minuti.

3 Guardare il video dei 26 gol di Edin Dzeko dello scorso anno 
Basta andare su youtube, aprire il link  e prendere appunti.

4 Ridisegnare le strisce al centro di una carregiata
Come ha fatto lo stradino di Sondrio, qualche anno fa. 4 minuti per una strada nuova, da segnalare a Virginia Raggi.

5 Vedere cosa è successo nell'ultima puntata di X Factor 

6 Prendere 3 gol dal Salisburgo
Come successo ai cugini della Lazio lo scorso aprile: 72' Haidara, 74' Hwang, 76' Lainer. 4-1 risultato finale.

7 Provare a battere il record di Kosmic in SuperMario.
Tale Kosmic è riusciuto a rompere il record di Darbian (4 minuti e 56 secondi) per un livello di Super Mario Bros 

8 Risolvere 53 cubi di Rubik
Seguendo il ritmo di Feliks Zemdegs, ragazzo australiano di 22 anni capace di risolverne uno in 4,5 secondi.

9 Segnare 3 gol
Come riuscì a fare Lewandowski contro il Wolfsburg oppure Anastasi in Juventus Lazio. 

10 Cantare tutta "Grazie Roma"
4 minuti di Antonello Venditti. 

Gol-Angelo

I giornali, quel 7 gennaio di ormai tre anni fa, titolarono: "Udinese Roma deciso da un gol fantasma". Un colpo di testa in area, la palla che sbatte sulla traversa, torna verso terra e supera la linea quel tanto che basta che portare in vantaggio i giallorossi. Furono tre punti, vittoria in trasferta e polemiche sull'arbitro.

Quel gol-fantasma, adesso, è un gol-angelo. Angelo come lui che l'ha realizzato. Davide Astori, che con la maglia della Roma, in 30 presenze, ha segnato solo quel gol.

È strano come di alcuni calciatori ti restino impresse nella mente tante fotografie. Di Astori, ad esempio, ricordo il messaggio che mi arrivò sul cellulare la sera che si sparse la notizia del suo arrivo a Roma: "Sabatini j'ha fregato pure questo alla Lazio". Ricordo la palla di Totti, e chi se no, per la sua zuccata ad Udine. Ricordo quel 4 marzo, giornata di urne e di elezioni, quando fuori dai seggi si iniziò a parlare della sua morte. Poi la pioggia che ha avvolto Firenze, l'ultimo approdo della sua carriera. I fumogeni viola davanti al Duomo. Giorgio Chiellini che piange tra le braccia di un ultras della Fiesole.

Ed è proprio un amico tifoso della Fiorentina a regalarmi un'ultima fotografia di Astori. Scattata nelle partite viste in Curva, quando guardando verso il campo, l'ultimo uomo a difesa della porta era Astori, capitan Astori. Condottiero di una squadra smantellata e riconvertita, pietra fondante di un nuovo progetto tecnico. Calciatore silenzioso, che quando doveva urlare preferiva parlare sottovoce.

L'immagine può contenere: 1 persona, sta praticando uno sport, testo e spazio all'aperto

Quell'immagine di Astori, solo davanti alla porta, a gridare alla squadra di salire, di alzare la linea, non l'ho mai vista dal vivo ma è come se ce l'avessi davanti agli occhi. Sarà che quel gesto chi ha giocato in difesa lo conosce bene. Sarà che quel gesto, visto dalla Curva, dalla gradinata o da dove volete voi, immaginato alla radio o visto in televisione, prende tutto un altro sapore. Sarà che essere ultimo uomo è "qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro", diceva Paul Ashworth. L'ultimo baluardo non solo davanti alla porta, ma davanti alla tifoseria stessa, davanti alle sciarpe e alle bandiere, davanti ai cuori e al portiere. Vedere l'ultimo uomo che tiene in ordine il reparto con le braccia larghe e vedere sul braccio sinistro la fascia da capitano ti dà forza, ti fa sentire sicuro, tranquillo. Ma allo stesso tempo, a quell'ultimo uomo, dà forza il soffio della Curva, il suo calore, la sua spinta. Si fa albero maestro, gonfia le vele, spinge la squadra in avanti, verso il gol e verso la vittoria.

L'esordio in giallorosso, Davide Astori, l'ha fatto proprio a Firenze. Il suo unico gol in giallorosso, Davide Astori, l'ha fatto proprio a Udine. E a Udine, Davide Astori, è morto. Morte cardiaca improvvisa seguita a fibrillazione ventricolare dovuta a una cardiomiopatia aritmogena silente, ha detto l'autopsia. Morto nel sonno, come fanno solo i sognatori. Per "seguire ogni battito del mio cuore / Per capire cosa succede dentro e cos'è che lo muove / Da dove viene ogni tanto questo strano dolore". Parole di Lucio Dalla, Le Rondini, canzone che fu scelta per risuonare in tutti campi di Serie A dopo l’interruzione per la sua scomparsa.

Oggi la Roma torna a Udine e i gol-fantasma non esistono più. Ci sono solo gol-angelo.

Tra Buenos Aires e Paranà, capoluogo della provincia argentina di Entre Rios, ci sono 455 km. Ci sono almeno sei ore di macchina o un sacco di soldi per il treno. I sogni però non se li fanno certi calcoli. Soprattutto i sogni di un bambino. Così Renzo, sei anni, tifoso del River Plate, si è messo in moto per realizzarlo: ha preso un tavolino e una sedia, li ha piazzati davanti alla porta di casa sua, ha preso un po' di suoi giocattoli e ha scritto un cartello "Vendo juguetes para poder ir al Monumental".

Renzo1

Il Monumental, lo stadio del River, dove sabato prossimo andrà in scena il ritorno di finale di Copa Libertadores tra i biancorossi e il Boca Juniors. I rivali di una vita, i protagonisti del Superclasico che si contendono la coppa più importante del Sudamerica. Come se fosse un Roma Lazio in finale di Champions League.

La foto di Renzo, mentre beve un succo di frutta e indossa la maglietta della sua squadra, diventa virale, fa il giro del mondo. Arriva in Italia, in Inghilterra, in Russia. Arriva in Spagna, arriva a Malaga. Precisamente a Calle Estado, venti minuti dalla Cattedrale dell'Incarnazione e dal Museo di Picasso. Qui ha sede la Filial River Plate Malaga, il club cittadino dei tifosi dei Millionarios. Quando vedono la foto non hanno un momento di esitazione. "Ci siamo rivolti ai nostri associati per realizzare quel sogno. Grazie all'aiuto di diverse persone e ai membri della nostra Filial siamo riusciti ad entrare in contatto con la mamma di Renzo. Le abbiamo detto che avevano tutte le spese pagate, viaggio d'andata e ritorno, pasti, qualche regalo e ingresso al Monumental".

River1

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Renzo andrà a Buenos Aires per vedere la partita contro il Gimnasia La Plata, visto che i biglietti per la finale contro il Boca erano finiti da tempo. Ma il sogno si è realizzato. "Noi della famiglia millonaria di Malaga crediamo che il River no es solo futbol, River es familia, amor y pasion, ed è per questo che non abbiamo esitato a portare avanti questa bellissima causa di solidarietà."

"Siamo stati tutti quanti bambini. E sognavamo giocattoli, libri, viaggi. Il sogno di Renzo era di conoscere il Monumental e vivere una partita dal vivo". L'altro sogno, anche dei meno piccoli, è sabato sera. Ma per scaramanzia è meglio non dire quale.

Ancora una volta, il calcio è solo un pretesto. Si tratta di un modo come gli altri per raccontare paure e sogni, solitudini e incontri. Lo sanno bene i ragazzi del Collettivo Melkanaa, autori del documentario "Fuoricampo". Nata durante la prima edizione del Master in Cinema del Reale dell’Università degli Studi Roma Tre e nelle sale dallo scorso 18 ottobre grazie a Distribuzione Indipendente, la pellicola racconta la storia della Liberi Nantes Football Club, squadra romana composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo che milita in Terza Categoria senza poter concorrere al titolo: la maggior parte dei calciatori infatti non ha i documenti necessari per il tesseramento.

Tre storie, Chijioke, Abdoulaye e Mohamed. Attaccante, centrocampista e portiere. Perse tra un passato difficile, un futuro fatto di utopie, un presente di tempi morti, di identità privata, di solitudine.

Abbiamo chiesto ai ragazzi del Collettivo Melkanaa di raccontarci com'è nato questo documentario. Ne è venuta fuori un'intervista sull'accoglienza, sul calcio, sul cinema. Sugli uomini.

 

Chiariamo innanzitutto cos'è il cinema del reale? E' giusto parlare di Fuoricampo come di un documentario?

Sotto l’etichetta di “cinema del reale” si nasconde un mondo molto vasto e altrettanto vario. Non si tratta, come si pensa normalmente, di un genere che prescinde dalla presenza e dallo sguardo del regista o che vive di totale imparzialità. Ciò che manca rispetto al cinema di finzione è sicuramente la messa in scena che normalmente si riscontra in quest’ultimo. Nel cinema del reale si lavora, invece, con personaggi che decidono volontariamente di mettere uno squarcio della loro vita al servizio della macchina da presa (la cui presenza e influenza sul soggetto inquadrato, seppur minima, non può essere negata) per un determinato periodo di tempo, e con storie che non sono né inventate né romanzate, ma il più possibile vere. La base è, appunto, la relazione che si costruisce con il personaggio. Alla luce di questo, Fuoricampo è a tutti gli effetti un documentario e ricade sotto la definizione di “cinema del reale”, purché non si ignori che questo film non si pone come oggettivo e imparziale: sarebbe impossibile, dal momento che noi registi abbiamo compiuto delle scelte precise e che la nostra posizione emerge da ciascuna di queste scelte.

Fuoricampo si divide in tre sequenze, Attacco-Centrocampo-Difesa, e tre storie diverse. Come avete scelto i tre ragazzi protagonisti?

I protagonisti non sono davvero stati scelti, almeno non nel senso comune del termine. Piuttosto si potrebbe dire che essi stessi si sono proposti, dopo una lunga fase di relazione, a noi registi. Inizialmente, infatti, ci siamo presentati a tutta la squadra, lasciando che la relazione tra noi e i giocatori si costruisse naturalmente giorno dopo giorno. Inevitabilmente con alcuni siamo riusciti a instaurare qualcosa di più profondo, che ci ha permesso poi di ricorrere - con il consenso dichiarato dei tre protagonisti - alla macchina da presa, sapendo di poter contare su un rapporto ormai saldo di fiducia reciproca. Il rapporto si è venuto a creare anche con altri ragazzi, ma abbiamo alla fine scelto i tre personaggi che vediamo nel film perché ciascuno di loro rappresenta un momento diverso e specifico del percorso di integrazione in Italia. Altri ancora, invece, hanno deciso di non prendere affatto parte al film per varie ragioni, pur avendo instaurato con noi un legame forte.

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I protagonisti mettono a nudo le loro paure, i loro sogni, le loro ansie, le loro felicità. Quanto è stato difficile raggiungere questo rapporto di tranquillità e di fiducia, sia dal punto di vista tecnico-cinematografico che da quello umano?

La costruzione del rapporto tra noi registi e i protagonisti è stata la fase principale e più delicata del nostro lavoro, nonché la più intensa: qui abbiamo gettato le basi di quello che sarebbe poi diventato un documentario a tutti gli effetti. In primo luogo, abbiamo cercato di costruire un dialogo con i ragazzi e di acquisire una certa fiducia e confidenza reciproca, prima ancora di ricorrere alla macchina da presa. Questa fase ha richiesto più tempo con alcuni, meno con altri, a seconda ovviamente del carattere personale. Una volta ottenuto questo dal punto di vita umano, è stato facile metterlo in pratica dal punto di vista più puramente tecnico, perché da lì in poi abbiamo lavorato attraverso un pedinamento quotidiano, mentre i ragazzi erano lasciati liberi di vivere normalmente la loro vita. La macchina da presa era ovviamente presente, ma il suo peso era mitigato dal fatto di aver concordato in anticipo con i personaggi lo sviluppo delle singole storie, rispettando il criterio di verità, ma anche la loro volontà di mettersi in scena.

Il sogno di questi ragazzi è quello di diventare un giorno "famosi come Totti, il re di Roma, rispettati da tutti", giocare per il Milan, il Napoli, avere successo, soldi e fama, tanto da poter dire "io lo conoscevo". Si può parlare di colonialismo culturale per questo modello "occidentale" di vita che si innesta sui protagonisti?

Di certo la produzione di valori e modelli di comportamento ha un ruolo determinante nelle pratiche di governo delle popolazioni, ma oggi appare complicato dire se sia una forma di colonialismo culturale imposto dall'occidente oppure piuttosto un’adesione attiva a modelli e stili di vita ormai globali. In fondo i protagonisti del nostro documentario non sono nient'altro che giovani ventenni cresciuti in una società globalizzata e tardocapitalista come quella attuale, in cui fama e successo risultano valori predominanti. La ricerca del successo (poco cambia se nel calcio, nella musica o nell'alta finanza) è probabilmente l'unica strada ritenuta come legittima per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza. È però vero che quello di diventare un calciatore affermato, in realtà, non è il sogno di tutti i protagonisti (nel nostro film infatti solo uno di loro ambisce a questo), né tantomeno rimane l’unico: per gli altri due ragazzi, invece, il calcio è più che altro una passione da coltivare mentre ricercano una vita semplice ma stabile. Al sogno calcistico si aggiungono ben altre aspettative. Per tornare al possibile rapporto tra colonialismo culturale e calcio, non era di certo l'intenzione di Fuoricampo raccontare questo aspetto, ma sarebbe comunque interessante capire come il calcio riesca a veicolare valori e modelli altri rispetto a quelli prettamente sportivi. Ma allora potrebbero essere prese in considerazione - tra le tante cose - le pratiche di scouting delle società calcistiche europee in Africa o ancora si potrebbe vedere cosa hanno significato e prodotto i Mondiali di calcio giocati in quel continente quasi dieci anni fa. Questi però potrebbero essere spunti per un altro documentario.

Il calcio però non è solo soldi e successo. Qual è l'immagine di questo sport che avete voluto mettere in risalto?

L’immagine del calcio legata a denaro e successo è venuta a coincidere incidentalmente solo con la storia di uno dei protagonisti, ma non era ciò che volevamo mostrare a priori. Il calcio nel nostro film è più che altro il luogo - fisico e simbolico - dove le vite dei vari protagonisti, solitamente traiettorie singole e solitarie, possono incrociarsi e condividere insieme principalmente un momento di unione e gioco di squadra, mettendo da parte per un momento i problemi quotidiani e immaginando per se stessi un’opportunità di rivalsa. Il calcio è anche una metafora della loro vita: costantemente in lotta per un qualsiasi tipo di affermazione e conquista personale, ma spesso bloccati appena prima del traguardo dalla lunga burocrazia, dalla mancata padronanza della lingua italiana, da un sistema di accoglienza miope.

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Ricorre in questi giorni l'anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, grande appassionato di calcio e ovviamente anche tra i più grandi esponenti del cinema della realtà. C'è anche lui tra i vostri modelli?

Abbiamo volutamente evitato di rifarci a dei modelli cinematografici specifici, per evitare di legarci troppo rigidamente allo stile di un regista in particolare. Inevitabilmente, però, il nostro percorso didattico e personale ci ha portato a toccare e ad approfondire il lavoro di molti artisti, tra cui ovviamente anche Pasolini, dai quali abbiamo preso in prestito molti strumenti, che ci sono stati utili in tutte le fasi del lavoro: dalla costruzione della relazione tra regista e personaggio, alla scrittura del soggetto, fino alle riprese vere e proprie.

Fuori dai corridoi asettici dei centri di accoglienza, fuori dalle file infinite delle questure, fuori dalla burocrazia labirintica, Fuoricampo fa vedere anche un mosaico di accoglienza esterno ai canali ufficiali. L'allenatore della Giardinetti, il signore che aiuta nel trasloco Abdoulaye, l'amico di Mohamed. Che percezione avete avuto di questa integrazione? Pensate sia cambiato qualcosa dall'estate 2016, quando avete girato, ad oggi?

La nostra percezione di questa integrazione parallela è che essa è vitale a garantire un’accoglienza efficace. Anzi, riteniamo che essa sia ancora più risolutiva ed importante rispetto al sistema di accoglienza istituzionale, il quale al contrario presenta numerose lacune e malfunzionamenti. Come abbiamo mostrato nel film, ci siamo imbattuti in questo numerose volte, quando, di fronte ad una impasse burocratica subentrava l’aiuto del singolo a dare un nuovo impulso alla risoluzione del problema. In questo scenario, l’attività di realtà come l’Acrobax, l’Atletico San Lorenzo e ovviamente la Liberi Nantes, come pure - al di fuori del film - il Baobab e altre ancora, sono state e sono fondamentali. Allo stato attuale delle cose, infatti, questa divergenza appare ancora maggiore rispetto al 2016 ed è ancora più importante incentivare sistemi di accoglienza collaterali rispetto al modello istituzionale.

 

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Il 2 novembre 1975 il corpo di Pier Paolo Pasolini veniva trovato, privo di vita, sulla spiaggia di Ostia. Tra i più grandi intellettuali della storia d'Italia, poeta e scrittore, regista e giornalista, fu anche un grandissimo appassionato di calcio. Tifoso del Bologna, fantasiosa ala destra, per lui questo sport era "l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro".

In questo suo saggio, pubblicato su Il Giorno, il 3 gennaio 1971, Pasolini assimila il calcio a un vero e proprio linguaggio. Ecco il testo:

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Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori 

Nel dibattito in corso sui problemi linguistici che artificialmente dividono letterati da giornalisti e giornalisti da calciatori sono stato interrogato da una gentile giornalista per l'Europeo: ma le mie risposte sul rotocalco sono risultate un po' menomate e fioche (per via delle esigenze giornalistiche!). Siccome l'argomento mi piace, vorrei ritornarci sopra con un po' di calma e con la piena responsabilità di ciò che dico. Che cos'è una lingua? "Un sistema di segni", risponde nel modo oggi più esatto, un semiologo.
Ma questo "sistema di segni" non è solo necessariamente una lingua scritto-parlata (questa qui che usiamo adesso, io scrivendo, e tu, lettore, leggendo).

I "sistemi di segni" possono essere molti. Prendiamo un caso: io e tu, lettore, ci troviamo in una stanza dove sono presenti anche Ghirelli e Brera, e tu vuoi dirmi di Ghirelli qualcosa che Brera non deve sentire. Allora non puoi parlarmi per mezzo del sistema di segni verbali: devi per forza adottare un altro sistema di segni: per esempio, quello della mimica: allora cominci a torcere gli occhi, a fare delle boccacce, ad agitare le mani, ad accennare dei gesti coi piedi ecc. ecc. Sei il "cifratore" di un discorso "mimico" che io decifro: ciò significa che possediamo in comune un codice "italiano" di un sistema di segni mimico.

Ci sono ventidue "podemi". Un altro sistema di segni non verbale è quello della pittura; o quello del cinema; o quello della moda (oggetto di studi di un gran maestro in questo campo, Roland Barthes) ecc. ecc. Il gioco del football è un "sistema di segni"; è, cioè, una lingua, sia pure non verbale. Perché faccio questo discorso (che voglio poi schematicamente proseguire)? Perché la querelle che pone uno contro l'altro il linguaggio dei letterati e quello dei giornalisti è falsa. E il problema è un altro.

Vediamo. Ogni lingua (sistema di segni scritti-parlati) possiede un codice generale. Prendiamo l'italiano: io e tu, lettore, usando questo sistema di segni, ci comprendiamo, perché l'italiano è un nostro patrimonio comune, "una moneta di scambio". Ogni lingua, però, è articolata in varie sottolingue, di cui ognuno possiede un codice: e allora gli italiani medici si comprendono fra loro - quando parlano il loro gergo specializzato - perché ognuno di essi conosce il sottocodice della lingua medica; gli italiani teologi si comprendono fra loro perché possiedono il sottocodice del gergo teologico, ecc. ecc. Anche la lingua letteraria è una lingua gergale che possiede un sottocodice (in poesia, per es., invece di dire "speranza" si può dire "speme", ma ognuno di noi non si meraviglia di questa cosa buffa, perché è a conoscenza che il sottocodice della lingua letteraria italiana richiede e ammette che in poesia si usino latinismi, arcaismi, parole tronche ecc. ecc.).

Il giornalismo non è un ramo minore della lingua letteraria: per comprenderlo noi ci valiamo di una specie di sottocodice. In parole povere, i giornalisti altro non sono che degli scrittori, che, per volgarizzare e semplificare concetti e rappresentazioni, si valgono di un codice letterario diciamo - per restare in campo sportivo - di serie B. Anche il linguaggio di Brera è di serie B rispetto al linguaggio di Carlo Emilio Gadda e di Gianfranco Contini.

E quello di Brera è forse il caso più dignitosamente qualificato del giornalismo sportivo italiano.

Non esiste dunque conflitto "reale" tra scrittura letteraria e scrittura giornalistica; è questa seconda, che, ancillare com'è sempre stata, esaltata ora dal suo impiego nella cultura di massa (che non è popolare!!), accampa pretese un po' superbe, da parvenue. Ma veniamo al football.

Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le "parole" del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta "doppia articolazione" ossia attraverso le infinite combinazioni dei "fonemi": che sono, in italiano, le 21 lettere dell'alfabeto.

I "fonemi" sono dunque le "unità minime" della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l'unità minima della lingua del calcio? Ecco: "Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone" è tale unità minima: tale "podema" (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei "podemi" formano le "parole calcistiche"; e l'insieme delle "parole calcistiche" forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.

I "podemi" sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi); le "parole calcistiche" sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei "podemi" (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella "partita", che è un vero e proprio discorso drammatico.

I migliori dribblatori del mondo. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Chi non conosce il codice del calcio non capisce il "significato" delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).

Non sono né Roalnd Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla "lingua del calcio". Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente "strumentale" rigidamente e astrattamente regolato dal codice e il suo momento "espressivo".

Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sotto lingue, in possesso ciascuna di un sottocodice.

Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere; anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un "prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un "poeta realista".

Corso gioca un calcio in poesia: ma non è un "poeta realista": è un poeta un po' maudit, extravagante.

Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da "elzeviro".

Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore: la mia è una distinzione puramente tecnica.

Tuttavia intendiamoci; la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli "elzeviri": essi sono eleganti e al limite estetizzanti; il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po' provinciale... insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un terreno comune: che è la "cultura di quel Paese: la sua attualità storica.

Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest'ultimo è il caso dell'Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.

Ci sono nel calcio dei momenti esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del "goal". Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice:ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi,. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico.

Anche il "dribbling" è di per sé poetico (anche se non "sempre" come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginate nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. È un sogno (che ho visto realizzato solo nei "Maghi del pallone" da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).

Chi sono i migliori "dribblatori" del mondo e i migliori facitori di goal? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.

Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa:esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l'annesso "goal" (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).

Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:

catenaccio --> triangolazioni --> conclusioni

Il "goal"in questo schema, è affidato alla "conclusione", possibilmente di un "poeta realistico" come Riva, ma deve derivare da una organizzazione dei gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi "geometrici" eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po' estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).

Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano: il suo schema è il seguente:

discese concentriche --> conclusioni

Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della "prosa collettiva"): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.

* Da Il giorno, 3 gennaio 1971
cit. in Il portiere caduto alla difesa. Il calcio e il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento, a cura di Folco Portinari, Manni, Lecce, 2005,

Magica Roma

 

Domenica 12 settembre 1965, Roma SPAL all'Olimpico. Losi, Da Silva e Francesconi in campo, Pugliese sulla panchina. Risultato: 0-2 per i ferraresi, reti di Muzio e Massei. Dopo quasi ventimila giorni, dopo tre fallimenti biancocelesti e una risalita dagli inferi, ecco la magia. Roma SPAL di nuovo 0-2, reti di Petagna e Bonifazi. La squadra emiliana non vinceva in trasferta con due gol di scarto da cinquantatre anni, sempre la Roma davanti.

E inutile dire che per Kevin Bonifazi, difensore reatino classe 1996, quella contro i giallorossi era anche la prima rete in assoluto in Serie A. Stessa magia riuscita neppure un mese prima a Bologna, contro una squadra fino a quel momento a secco di gol, contro un centravanti, Federico Santander, che ancora non aveva mai segnato in Italia. Come Emiliano Rigoni, 0 minuti in Serie A prima della doppietta con la maglia dell'Atalanta all'Olimpico.

Nel mezzo di questi incantesimi e sortilegi, c'è la vittoria nel derby, 3-1 contro una Lazio lanciatissima, in piena striscia di vittorie consecutive. Come se non bastasse, dopo la stregoneria della SPAL, ecco la vittoria per 3-0 contro il CSKA Mosca, in Champions League. La settima vittoria consecutiva, tra le mura amiche, in Europa, contro una squadra che nel turno prima aveva mandato a casa a mani vuote niente di meno che il Real Madrid.

La Roma bella de notte, Regina di coppe, grande con le grandi e altri mille, banalissimi, titoli. Roma magica, cenerentola e principessa senza soluzione di continuità, zucca e carrozza, protagonista e controfigura. Come Edin Dzeko, che sbaglia tutto quello che c'è da sbagliare contro la SPAL e che diventa il capocannoniere della Champions League con la doppietta contro i russi.

Cosa c’è che non va tra di noi, Roma? Perché non possiamo avere una storia tranquilla, normale come tutte le altre coppie? Guarda che belli questa Juve e questo Ronaldo, alla terza vittoria di fila in Europa, in testa alla classifica da imbattuti. Guarda quanto sono fichi l'Inter e Spalletti, la garra charrua, i palloni toccati da Icardi e i gol al novantesimo. Non possiamo essere come gli altri? Vincere quando si deve vincere, perdere quando si può anche perdere, pareggiare ogni tanto. Te la immagini una stagione normale? Senza Giuseppe Cozzolino a segnare (1 gol in Serie A, con la maglia del Lecce), senza Vlada Avramov a fare i fenomeni, senza retrocesse che vengono a fare le padrone di casa. Un anno tranquillo, senza sbalzi d'umore. With no alarms and no surprises. A forza di stare con te e provare a capirti siamo diventati allenatori e direttori sportivi, psicologi e osteopati, tatuatori e aruspici, storici e fisioterapisti. A correre dietro ai dolori di Pastore, ai sorrisi di Schick, alle parole di Di Francesco.

La squadra più bipolare del mondo. Ecco cosa sei. Capace di perdere 2-0 in casa contro la Fiorentina e dopo tre giorni farne 3 al Barcellona di Messi. Capace di fare figure barbine in giro per l'Italia per poi estrarre dal cilindro la prestazione della vita. Il marzo scorso, prima di Napoli Roma 2-4, i giallorossi le avevano prese in casa da Milan, Sampdoria e Atalanta, rischiando di perdere contro il Sassuolo e venendo raggiunti dall'Inter al 86esimo con Vecino. Poi la magia: rimonta, doppietta di Dzeko e nuovo ciclo di vittorie.

Alterna, discontinua, instabile, irregolare, mutevole, variabile, magica Roma. Trascinati, rapiti dalle montagne russe di sensazioni. Di grandi ottimismi e tristi depressioni, di tabelle per lo scudetto e scontri salvezza, di vittorie schiaccianti e sconfitte inimmaginabili.

Domenica sera, contro il Napoli, tra la normalità e la sorpresa allora è meglio non scegliere. Tanto lo sai, sarebbe inutile. Fai te.

Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

Società Polisportiva Ars et Labor

Stavolta non c'entrano licei, sale di Hotel o grandi ristoranti di lusso. Non ci sono Uffici del Vicario o Piazza Duomo e non siamo a Roma e neanche a Torino. Siamo a Ferrara, ad un oratorio, nei primi anni del Novecento. Don Pastorino, catechista del seminario di via Coperta, gestisce le attività artistiche della filodrammatica del suo circolo. Si chiama Ars et labor, ed è frequentato prevalentemente dai figli della classe operaia cittadina. Don Pietro Acerbis, direttore dell'oratorio, nel 1907 ha un’intuizione: legare la pittura e la scultura, la musica e il teatro allo sport. All'inizio furono soprattutto ginnastica e ciclismo, poi, dal 1912 anche il calcio. Nasceva così la Società Polisportiva Ars et Labor, la SPAL, rigorosamente tutto maiuscolo. Come colori sociali si scelsero il bianco e l'azzurro, gli stessi dei salesiani, gli stessi anche della dinastia degli Estensi, tranne che per una breve parentesi, quella dal 1939 al 1945, quando il regime fascista obbligò la squadra ad indossare strisce bianco-nere, gli stessi colori civici della città. Gli cambiano anche il nome: Associazione Calcio Ferrara.

Ma si tornò presto alle origini. Alla suggestione latina che tanta fortuna aveva avuto in Italia, che all'epoca della fondazione era un pullulare di Spes, Libertas, Vigor, Fortitudo, Robur e qualche Juventus. Si chiamerà SPAL anche dopo il primo fallimento del 2005 quando al timone c'era Fabiano Pagliuso, proprietario e presidente del Cosenza. Si chiamerà SPAL 1907 con la gestione Butelli durata appena quattro anni. Si chiamerà Real Spal e infine Spal 2013. Quella della cavalcata, della Serie B dopo 23 anni di attesa, della Serie A dopo 49 anni. Nel mezzo ci sono le glorie da calciatori di Fabio Capello, Edoardo Reja, Luigi Delneri, Armando Picchi. Il quinto posto nel 1960 dietro Juventus, Fiorentina, Milan e Inter, con Oscar Massei. La finale di Coppa Italia persa nel 62 contro il Napoli. Il torneo internazionale della Coppa dell'Amicizia italo-svizzera portato a casa.

Un nome, quattro parole che restano scolpite sui muri e nei cuori della città. Basta leggere le pagine dei Racconti ferraresi di Giorgio Bassani, che per andare allo stadio usava un'espressione unica: "Vado alla Spal".

"E chi vive nei pressi del campo da gioco dice: “Abito vicino alla Spal”. Così lo stadio diventa un luogo dell’anima - spiega Sergio Gessi, lo storico della squadra, ad Avvenire - riconoscibile in quanto appartenente a un’entità umanizzata della città, un valore che si tramanda di generazione in generazione".

E quella che ha vissuto l’oro degli anni 60 sembra la stessa che anima le tribune dello Stadio Paolo Mazza. Gli eroi di oggi si chiamano Antenucci, Lazzari, Vicari, Petagna e mister Semplici. L’obiettivo per ora è la salvezza, ma alla Spal ci si va solo sognando in grande.

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