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Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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La mattina del 19 marzo del 1979 a Gießen, cittadina della Germania Ovest, nella regione di Assia, la temperatura sfiora gli zero gradi. I calciatori della Dinamo Berlino, fuori dall’hotel che li ospita, si sfregano le mani, nuvole bianche di vapore escono dalle loro bocche. Ridono, sono contenti di essere stati invitati dall’altra parte del Muro, quella ricca, quella moderna, per una partita di calcio. Solo uno di loro mantiene la sua serietà. È Lutz Eigendorf, il centrocampista. Lui sa che quella è la partita più importante della sua carriera, anche se si tratta di una semplice amichevole contro il Kaiserslautern, senza punti in palio, né trofei.

Lutz Copertina
Lutz Eigendorf in azione

Nato a Brandeburgo, classe 1956, è uno di quei calciatori che la palla la sa trattare bene. Lo scoprono subito, ad appena 15 anni, quando era già un fenomeno e gli scout della Dinamo Berlino, la principale squadra della Germania Est, mettono le mani su di lui. Non si tratta di un club qualsiasi: il presidente è Erich Mielke, il Ministro della Sicurezza e Capo della Stasi.

Erano gli anni della Guerra Fredda, il Muro di Berlino che divideva in due la Germania, divideva in due anche il calcio.

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Lutz Eigendorf con la maglia della DDR, la nazionale della Germania Est

Lutz Eigendorf è il fiore all’occhiello della rosa. A 18 anni è già stabilmente in prima squadra, diventa una colonna portante, con quella maglia giocherà 100 partite nella DDR-Oberliga fino ad arrivare al campionato 78-79, quello della vittoria. L’ultimo di Eigendorf con la Dinamo Berlino.

Perché se in campo il centrocampista è una bandiera, un simbolo, fuori è diverso. Non condivide la politica della Federazione, vede la Germania Est al collasso, vive nel timore della Stasi, di fatto il suo datore di lavoro. Manca solo una manciata di partite, in quel 1979, prima della festa per lo scudetto. Lutz Eigendorf non ne prenderà mai parte perché quando arriva a Gießen, decide di mettere la libertà davanti alla gloria.

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Lutz Eigendorf

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La squadra della Dinamo Berlino oltrepassa il muro, ovviamente controllata e sotto scorta. I giocatori sono stati istruiti a dovere: potranno girare per la città, divertirsi e fare compere, ma nessuno di loro potrà isolarsi, nessuno di loro potrà lasciare il gruppo.

Quella mattina del 19 marzo 1979, Lutz Eigendorf sale per ultimo sul pullman della squadra. Sono le 6.30 di una giornata gelata, la partita è in programma nel pomeriggio. Quando arrivano allo stadio, scende ancora una volta per ultimo. Approfitta della confusione, della gente che affolla il piazzale. Si perde nella folla, senza correre, senza dare nell’occhio. Sale sul primo taxi che trova e gli chiede di andare il più lontano possibile.

Per la Dinamo Berlino, ma soprattutto per la Stasi, è uno scandalo. Gli agenti segreti partono alla ricerca, mettono sotto torchio la moglie Gabrielle e la figlia Sandy, rimaste a Berlino Est. Il centrocampista, intanto, si mette d’accordo in segreto proprio con la squadra del Kaiserlautern: firma un contratto, diventa calciatore della Germania Ovest, anche se viene squalificato per un anno.

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Eigendorf con la maglia del Kaiserlautern

Due stagioni, condite di 7 gol, prima della cessione all’Eintracht Braunschweig. Lutz Eigendorf è convinto che la questione della sua fuga sia ormai roba passata. La moglie si è risposata, è stata costretta a farlo, con un agente della Stasi. Lo stesso calciatore si è ricreato una vita. Il 21 febbraio 1983 l’ex bandiera della Dinamo Berlino rilascia addirittura un’intervista, proprio davanti al Muro di Berlino. Parla, finalmente felice, della sua esperienza, di come sia differente la vita nella Germania Ovest, invita altri atleti dell’Est a fare la stessa cosa. Quelle parole sono la sua condanna a morte.

È di nuovo marzo, stavolta del 1983, quando Lutz Eigendorf è a bordo della sua Alfa Romeo Alfetta GTV. Sulla strada Braunschweig-Querum c’è una curva molto pericolosa, specialmente quando l’asfalto è ghiacciato. Il calciatore perde il controllo dell’auto e si schianta contro un albero. Nel suo sangue vengono trovate grandi quantità di alcol: è una semplice morte per guida in stato di ubriachezza.

lutz macchinaL'Alfa Romeo a bordo di cui Lutz Eigendorf perse la vita

È solo dopo la caduta del Muro di Berlino che vengono resi noti alcuni documenti riservati, che il giornalista Heribert Schwan mostrerà nella sua inchiesta “Tod der Verrater”, Morte al traditore. Sono le prove che gli agenti di sicurezza, su precisa volontà di Erich Mielke, hanno agito su Eigendorf. Prima bloccando l’auto del calciatore, poi obbligandolo a ingerire sostanze chimiche e allucinogene, per annebbiarne la vista e spingerlo verso l’incidente.

Eigendorf muore così. A ventisette anni, nel pieno della sua carriera. Sei anni dopo, quel Muro che voleva oltrepassare, sarebbe finalmente caduto. Oggi, il muro della falsità, dell’ingiustizia e del mistero che separa la sua vicenda dalla verità, è ancora troppo alto.

Not in my name

È il terzo giorno di offensiva turca contro i curdi e l’operazione “prosegue con successo secondo i piani”, stando agli annunci del ministro della difesa di Ankara. 5 mila i soldati delle forze speciali d’assalto, 3 milioni i profughi previsti, già 400 le vittime. Terroristi secondo il governo di Erdogan, miliziani indipendentisti per il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan.

L’operazione in Siria si chiama “Primavera di pace” e viene descritta come una “missione volta a prevenire corridoi del terrore lungo il confine meridionale della Turchia”. “Pace in casa, pace nel mondo” è la scritta che campeggia sopra la foto scelta da Merih Demiral, difensore turco della Juventus, e pubblicata sui suoi profili social. Più esplicita e diretta dello scatto del romanista Cengiz Under, che ha deciso di postare la foto della sua esultanza, con la maglia della Roma, mentre sfoggia il più ufficiale dei saluti militari, sotto tre bandiere anatoliche.

 

Non è la prima volta che accade per l’esterno della squadra di Fonseca. La stessa cosa era successa a febbraio dello scorso anno, dopo una doppietta al Benevento. Erano i giorni di un’altra offensiva militare, quella contro il distretto di Afrin, in Siria settentrionale, capitale dell’autoproclamata regione autonoma di Rojava. Un popolo senza stato, quasi 40 milioni sparpagliate tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, la cui storia è ben descritta in questo pezzo. 5 mila sfollati, oltre 100 morti tra i civili, decine di città distrutte. Questo il bilancio dell’operazione che, per continuare l’assurdità dei nomi, venne denominata “Ramoscello d’ulivo”.  

Un’esultanza particolare, per i gol ma non solo. Anche per i successi di quel Recep Tayyip Erdogan tra i principali sostenitori dell’Istanbul Basaksehir, squadra turca dove Under è cresciuto, nonché avversaria della Roma nei gironi di Europa League.

LEGGI ANCHE: COMBATTERE IL RAZZISMO CON UNA POESIA

Calcio e politica si intersecano e si fondono. È impossibile che non avvenga, così come calcio e cultura, calcio e società, calcio e arte. E quindi qual è il problema?

Il problema è che Cengiz Under esulta per quella che secondo lui è pace ma secondo altri è guerra, per quella che secondo lui è libertà e giustizia, per altri è dittatura e oppressione. Il problema è che festeggia per la morte di qualcuno con la maglia della Roma addosso. Una maglia che al contrario vuol dire Amor. Under non esulta in mio nome. E se proprio deve farlo vorrei che non lo facesse con i miei colori addosso.

E dopo il pugno di ferro usato dalla società contro il razzista che ha insultato Juan Jesus, “sarebbe quantomeno ridicolo se rimanesse inerme nei confronti di un suo tesserato che, indossando la maglia di una squadra che è del popolo e non ha nessun colore politico, si permette determinate libertà. Non è la prima volta che il signor Under sfrutta il nostro palcoscenico, la nostra casa, per palesare le sue simpatie nei confronti di Erdogan” ha scritto sulla sua pagina Facebook Simone Meloni, giornalista di Sport People.

Si prenda come modello quanto fatto dal St. Pauli, squadra tedesca che milita in Zwite Liga, la serie b di Germania. Dopo le esternazioni del suo calciatore Cenk Sahin, che su Instagram aveva pubblicato un post a favore dell’offensiva turca in Siria, la società ha diramato un comunicato ufficiale in cui prende “le distanze dal post e dal suo contenuto, essendo incompatibile con i valori del club”.

 

Che la Roma, e la Juventus, si facciano sentire allora. Come ha fatto Claudio Marchisio, che ancora una volta su Twitter è andato controcorrente: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini...”, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in #Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima". 


Combattere il razzismo con una poesia

I migliaia di abbonati e di tifosi del Cagliari, al momento di occupare i propri posti alla Sardegna Arena per la sfida (vinta) contro il Genoa, hanno trovato una piccola sorpresa sul proprio seggiolini. Un volantino, ideato dalla società, con sopra scritta una poesia di Grazia Deledda.

Prima donna italiana a ricevere il Nobel per la letteratura nel 1926, nata a Nuoro nel 1871, aveva la Sardegna impressa sul corpo, nelle vene, nel cuore. Tanto che la stessa motivazione diramata dalla giuria del Premio recitava: "Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano".

volantino cagliari

Per questo motivo il Cagliari ha deciso di usare le sue parole per combattere il razzismo. Poche settimane fa i buu razzisti avevano sommerso l'attaccante dell'Inter, Romelu Lukaku, che su Instagram aveva replicato: "Il calcio è un gioco amato da tutti e non dovremmo accettare alcuna forma di discriminazione che possa provocare vergogna nel nostro sport. Noi calciatori dobbiamo essere uniti e prendere una posizione, per far sì che il calcio resti un gioco pulito e divertente per tutti". Nel giro di poche settimane i casi si sono triplicati e l'ultima vittima, ma solo in ordine di tempo, è stata Dalbert della Fiorentina, nella sfida contro l'Atalanta sul neutro di Parma.

Al fianco del loro attaccante si erano schierati gli Ultras dell'Inter, che attraverso un comunicato, da più parti definito delirante e privo di senso, avevano pregato il calciatore belga "di vivere questo atteggiamento come una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli non perché sono razzisti. Quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi".

lukaku dentro

La sagra delle dichiarazioni è passata per la bocca del presidente Fifa Gianni Infantino ("In Italia il razzismo è un problema molto grave") e per quella del ct della nazionale Roberto Mancini ("Il nostro non è un paese razzista"). Zero soluzioni, zero proposte. Parole al vento.

E forse lo saranno anche quelle di Grazia Deledda, ma è stupendo e soprattutto utile vedere la lotta al razzismo sotto questo aspetto, ovvero come la lotta del bello contro il brutto, della civiltà contro la barbarie, della libertà contro la paura. Della poesia contro gli insulti. Il resto, poi, va fatto a scuola, in casa, per strada. Va fatto nei campi di calcio, con pene più severe e misure certe.

Intanto, per chi volesse, ecco il testo della poesia di Grazia Deledda scelto dalla società del Cagliari:

Noi siamo Sardi

Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

 

Risultati immagini per grazia deledda

Stesi

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

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E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Cent'anni fa nasceva Gianni Brera. Era l'8 settembre del 1919, giorno di festa per papà Carlo, sarto e barbiere di San Zenone al Po, neanche mille anime in provincia di Pavia. "Cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti. Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po".

Cent'anni dopo, è immensa l'eredità che Gianni Brera ha lasciato al giornalismo, non solo sportivo, e alla lingua italiana. In questi giorni di ricordi, di elogi e di retrospettive, ricordiamo Gioannbrera con uno dei suoi pezzi più belli e più poetici: quello scritto in occasione della finale di Coppa Intercontinentale del 1962, tra Benfica e Santos. In campo, un certo Pelè. Per descriverlo Brera prese in prestito i versi de La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi.

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Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché

«Ben, gli dico, quast chì l’è anca pegg dal sciròk parché ’l porta la spussa ch’ho sentì a Giacarta gnand indré d’l’Australia; ch’la spussa d’romantich e d’muffa che Pierre Loti l’disia ch’l’era ’l profum di tròpich, e chissà parché s’at taca la majetta a la pell e t’vorissat faà la doccia tutt i moment

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«Nao, nao ch’l’è nao sciròk» insistevano i portoghesi, e qualche volta erano di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo: così ho comperato le Lusiadi in edi­zione di lusso e la regalo al mio amico Rico Banderal, che sicuramente non ha mai immaginato di poter leggere Camoens in lingua.

Pelé mi incanta come non ha mai potuto nei giorni più splendidi. Capisco perché i brasiliani prendano cappello alla sola idea di vederlo emigrare; perché gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé; perché chiedano sogghignando un miliardo. Sono onesti. Se per Morbello sono stati chiesti e ottenuti novanta milioni, per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi.

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È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile.

È un vero classico. Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo.

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Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol.

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Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

Sono tutti a guardarlo allibiti. E la quarta rete del Santos e fa quattro a zero. I lusitani, benché abbiano pagato il biglietto, scoppiano in singhiozzanti applausi.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito «dolce chiara è la nottesenzavento» non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.

 

da Gianni Brera, Il principe della zolla, Il saggiatore, 1994

L'attesa di Patrik Schick non è essa stessa Patrik Schick

La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

Gianni Brera, addio miserabile estate

Se oggi parliamo di contropiede, goleador e centrocampista, lo dobbiamo a Gianni Brera. Lo stesso nome di questo sito, il catenaccio, è stato inventato da lui. Giornalista gigante, romanziere dello sport, paroliere, sceneggiattore, novelliere. Sapeva dipingere quello che vedeva, non si limitava a raccontarlo. Il suo era un stile "straordinariamente inventivo e funambolico", dove si fondevano le sue conoscenze classiche e le sue radici popolari, la filosofia e la letteratura, la geometria e la cucina. 

Il brano che vi proponiamo qui sotto è tratto dalla rubrica L'Arcimatto del 7 settembre 1964, sul Guerin Sportivo, testata in cui entrò a soli 17 anni per occuparsi di Serie C. Con queste parole salutava l'estate e dava il bentornato al calcio. 

La Serie A riparte. E noi ripartiamo così, a quindici giorni dal centenario della sua nascita.

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Addio, mirabile estate. Dolori lancinanti mi colgono fra un Pommard 1959 e l'ultima terrine maison consumata in Savoia. Scopro di aver fatto un calcolo, il solo di tutta la mia vita. Oppo mi aveva parlato di una sbarra rovente immersa nel rene, di invidia per partorienti femmine minimamente afflitte dal dolore fisico, bensì esaltate dalla gloria della futura maternità. Procedo immediatamente all'autodiagnosi sentendomi offeso con tutti i santi ereditati da mia madre.

Mi riporta a casa Carlino Mo, conturbato da problemi di illuminazione moderna sulla facciata torron-cremonese e alquanto libidinosa della nostra Gratiarum Chartusia. Vi eseguiranno musiche sacre al primo ondeggiare della nebbia natia. Un brivido lungo la schiena inguainata da scandale. Un fremito appena sopra la pancia. Prima digestio fit in ore. Sogno di pernici antiche beccottanti clitoridi in risaia. La musica si arrampica su per lesene truccate da sculture maligne. Pare una lisciva celeste. Nelle sciabolate dei riflettori volteggiano gufi santificati al tempio della Controriforma. All'ultima finestra si affaccia un certosino il cui padre commerciava con Amsterdam. Le rendite sono state tempestivamente stornate sul banco Belcredi e Brambilla. Ora aspirava al paradiso e teme di amar troppo la pesca. Una vasca 120 metri per 50, simile a una piscina imperatoria, ospita carpe sulla decina di chili. La musica sacra si avvinghia al certosino come una biscia facilmente debellabile. La polenta è già stata amalgamata (oh, improprietade chimica) con il gorgonzola. Getterà l'esca silenziosissima avendo a ruffiana la luna.

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Gianni Brera in redazione

Noi tutti ci chiamiamo Lacoonte e vediamo emergere terribili mostri del mare. Il cavallo di Ulisse incombe sul nostro misero capo. L'avvoltoio di Prometeo 1960 può non essere uccello e mordergli il fegato on the rocks. Chiunque abbia possibilità di acquisto può dare significati mitologici all’Ancestor che per me è il whisky migliore. L'ho scoperto a Corteolona cacciando con i Moratti.

***

Riecco il calcio, maledizione. Si annuncia, approssima insinua impone. Lady Real porgete mi la mano sottile gravata da zaffiri imponenti vi lascio mordere la mia gota esangue e maledire gli scribi contrari. Camminatemi sul filo della schiena avendo cura di evitare la depressione del rene sinistro. Vi stanno eseguendo un calcolo i componenti chimici del povero giannbréra. A Carlino Mo sono saltate tre volte le valvole. Il chiostro maggiore è emerso magico dalla nebbia esibendo terre cotte come certe fanciulle i seni nel plenilunio. Desiderio Maggioni si è aggrappato a una colonna ed ha spasimato al Mantegazza, a Pavia, all'ultimo regno lombardo. Ettore Fasani è rientrato dall’ispezione all'ultimo creditore. Desidera la Juventus per San Siro o anche per il giorno della vittoria. Esaudiscilo, Remo, o parlerò a Lady Real e sarà la fine di un feudo innaturale.

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Gianni Brera prova la sciabolata 

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Addio, miserabile estate. Hanno distrutto intere province servendosi dei podisti armati da Carlino Beretta. Mi hanno strappato alla vanga in riva al mio lago. Dita fatte smorbie dai calli cercano i tasti con polpastrelli impacciati. Ben presto su tutte le bancarelle il mio calcio e geometria. Prefazione entusiasta di Cesare Bonacossa, rientrato in giuria per amore di sport. Oh tutti voi strappati alla vanga, calzate racchette punture di bulloni. La vostra neve è lojetto selezionato dagli inglesi in 200 anni di giardinaggio lascivo. Pattinate i vostri ghirigori sapienti, espettorato i grumi ingialliti dal tabacco, scegliete le articolazioni avvelenate dalle pigri invasioni talamiche. Bisogna rieleggere Gian Franco Crespi e Piero Bassetti. Pro memoria et fide, seguo pensoso Cesare Zavattini verso San Giovanni. Una marea di folla capace di esaltare l’Horine. Sotto la traiettoria, pur breve, secoli di stronzaggine rilucente di miti. Oh Csare, tu sei storione fra i pesci della Padania. Ed io, cobite fossile, ti solletico le placche dorsali.

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Gianni Brera e l'abatino Rivera

datemi gocce per dilatare l’uretere sinistro. Il prof. levati va a pesca con il frate certosino e attende il punto il calcolo umilierebbe qualsiasi macchina elettronica punto non è grande quanto un chicco di riso cinese. E per esso si strugge il Joanna. Alla tua tavola, amici fidente, come al capezzale di una giovinezza perduta. Consoliamoci a cavaturaccioli in resta. Soffriggi la cipolla, o Dioniso. Al cantiniere Nietzsche, un goccio di 61 senza etichetta, selezionato dal Togn. Andreuzzo Galli fornisce alla moglie l’idea di trasformare la penaggia di Montalto in portombrelli. Forse la usava la moglie del brindisino che vendette Casteggio ad Annibale. Mi rifiuto. Il socio Boniardi vanta eccezioni farmaceutiche del 1700 per la distillazione dell’alcole. Alambicco arrugginito sul tetto del cesso di Terenzio. Lo scala Carmine esaltando Fossati, il Pell-e-oss. Voglia di Cassinari, e se sont chiocch portem a cà. Niente da fare. Un quadro di Secomandi, informale di Vercurago, un quadro sperimentale di Gunta Concato, con una donna impiccata all’arma d’una sedia liberty e un cielo di Prussia dietro la chioma biondastra. Ecco la pittura della quale mi pasco, o Bruno da Piacenza. E debbo andarmene a Lecco, abitandone io il contado, con l’Anguiletto e l’Ambroeus furenti di odio-amore gallico.

 

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La rivoluzione azzurra della Roma

Credo che questo sia un anno zero per la Roma. Come mi hanno spiegato, il progetto prevede tanti giocatori italiani e giovani. Questo è un punto di partenza”. Con queste parole si era presentato a stampa e tifosi il primo acquisto dell’era Petrachi, Leonardo Spinazzola.

Un colpo programmatico, che doveva rappresentare la nuova gestione oculata e attenta dopo le sbornie dell’era Monchi. Una squadra giovane, italiana, pronta. Stesse parole che si ritrovano nella conferenza di benvenuto dell’ultimo acquisto, per adesso, della squadra giallorossa. Un altro italiano, un altro giocatore pronto: Davide Zappacosta. “Nella Roma si sta creando un blocco di italiani e penso che sia una cosa molto importante per il calcio italiano. È bello quando si parla di uno zoccolo duro formato da calciatori così, anche in vista dell’Europeo è bene che i giovani riescano a trovare spazio in squadre importanti”.

Una Roma che si tinge di azzurro, che perde tre nazionali come El Shaarawy, De Rossi e Luca Pellegrini ma acquista Spinazzola, Zappacosta e Mancini con in mezzo i corteggiamenti sfrenati verso Barella e quelli ancora non tramontati per Rugani. Dando per sicuro partente Santon e come membri se non attivi quanto meno coinvolti Antonucci e Riccardi, la prossima stagione romanista dovrà vedere protagonisti 10 italiani.

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Spinazzola, primo acquisto di Petrachi alla Roma

Non un record, visto che è la stessa cifra dello scorso anno, ma comunque un dato importante soprattutto per quanto riguarda i giocatori nel giro della nazionale maggiore e nel parco titolari della squadra. Contando anche i giocatori con una sola presenza i 10 italiani in rosa è il miglior risultato degli ultimi 5 anni. Erano 8 nella stagione 2017-2018, quando Antonucci e Capradossi collezionarono 2 presenze a testa ed Emerson Palmieri 1 sola. Erano 6 nella stagione 2016-2017, il dato più basso degli ultimi dieci anni: oltre ai “soliti” De Rossi, El Shaarawy, Emerson Palmieri, Florenzi e Totti ecco il difensore Marchizza, che riuscì a strappare qualche manciata di minuti in Europa League.

Il dato più alto è invece quello della stagione 2011-2012, con 16 italiani, la prima della gestione americana, quella della revolucion di Luis Enrique. In rosa c’erano allora Curci, Cassetti, Rosi, De Rossi, Perrotta, Greco, Viviani, Osvaldo, Totti, Borini, Caprari, Borriello e i fanalini di coda Verre, Piscitella, Brighi e Okaka.

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Ma la particolarità del prossimo anno, per la Roma, sarà la presenza di italiani nell’undici iniziale. Aspettando il pieno inserimento di Mancini e prospettando un utilizzo di Florenzi anche nella linea della trequarti, non sarà una rarità vedere i giallorossi in campo con 6 azzurri. I campioni d’Italia della Juventus con l’arrivo di De Ligt vedranno in campo solo Chiellini, il Napoli può vantare al massimo Meret, Di Lorenzo e Insigne. A Milano anche la sostanza non cambia, con al massimo Donnarumma, Calabria e Romagnoli considerati titolari così come Barella e Sensi per l’Inter di Antonio Conte.

pelleLorenzo Pellegrini, investito da Totti come futuro leader della Roma

E della rivoluzione azzurra della Roma sarà contento Roberto Mancini, contro cui proprio Gianluca Petrachi, allora direttore sportivo del Torino, si era scagliato un anno fa: “Non giocava neanche un italiano con lui all’Inter, poteva pensarci prima. Dovremmo ricordarci cosa è successo in passato”. E a Roma il passato, per lo meno quello recente, era fatto di milioni spesi guardando all’estero. Adesso qualcosa sembra cambiato. Il campo dirà se in meglio o in peggio.

 

Quanto sta crescendo il Cagliari?

Ci sono già due record per il Cagliari in questa calda estate. Entrambi vengono dal calciomercato. Il primo è quello della cessione più ricca e porta il nome di Niccolò Barella. Classe 1996, il centrocampista del futuro di cui si sono innamorati Antonio Conte e Roberto Mancini è costato 45 milioni (record anche per l’Inter, fino all'acquisto di Lukaku, che così tanto aveva pagato solo Bobo Vieri, 90 miliardi di lire).

Un talento cresciuto e coccolato nell’isola, che dopo tredici anni prende il volo. E fa ricchi i gialloblu più di quanto fecero Jonathan Zebina e Radja Nainggolan alla Roma, Alessandro Matri alla Juventus e Roberto Muzzi all’Udinese. Così i sardi sono stati capaci di mettere sul piatto del Boca Juniors 18 milioni per Nahitan Nandez, l’acquisto più costoso della loro storia.

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Fonte: Transfermarkt

Guardando le statistiche di Transfermarkt, della top10 storica dei giocatori più onerosi in entrata ben 7 sono stati acquistati negli ultimi tre anni: Bradaric, Oliva, Romagna, Cerri, Pavoletti e Rog, quest’ultimo arrivato proprio questa estate dal Napoli. Numeri che parlano chiaro e che sanciscono una crescita netta, costante, della squadra di Tommaso Giulini, in campo e fuori. Il valore della rosa a disposizione di Rolando Maran, ad oggi, è di 144 milioni, in crescita del 40% rispetto a quella dello scorso anno. Il dato, però, diventa addirittura più importante se si guarda lo storico degli ultimi tre anni: a settembre 2016 la rosa del Cagliari valeva 48 milioni, a settembre 2018 ne valeva 101, con una crescita rispetto all’anno precedente del 139%.

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Investimenti mirati, focus sul vivaio e sui giovani, il Cagliari è riuscito a fecondare quel binomio tanto osannato del mix tra esperienza e nuove leve. Nelle ultime stagioni si sono incrociati in Sardegna giovani come Romagna e Pellegrini (che potrebbe tornare), Cragno e Barella, insieme a giocatori navigati come Storari e Borriello, Castan e Srna. E in occasione del centenario, Giulini ha deciso di fare le cose in grande riportando in Sardegna il Ninja Nainggolan, accolto da una folla oceanica all’aeroporto.

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Calciomercato estate 2019. Fonte: Transfermarkt

Gli altri numeri da studiare sono infatti quelli dei tifosi. Poche settimane fa il Cagliari annunciava la chiusura della campagna abbonamenti (si sta riaprendo in questi giorni), dichiarando di aver superato 9.000 tessere, di cui 4.000 in prelazione. Altro record, visto che l’anno scorso si era arrivati ad una quota di 8.460 abbonati e una media spettatori di 14.685 (il massimo contro Juventus e Atalanta: 16.233). Ovviamente numeri in crescita, che hanno permesso di passare dai 4.059 abbonati del 2014-2015, l’anno di Zeman, Zola e retrocessione, ai 6.915 del ritorno in A nel 2016.

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Fonte: Social Media Soccer

E in un contesto in cui la comunicazione e l’immagine è sempre più importante, il Cagliari si dimostra all’avanguardia anche in questo senso. La top10 delle squadre più seguite sui social in Serie A si conclude proprio con la squadra sarda, che vanta 934 mila seguaci divisi tra Youtube, Instagram, Follower e Facebook. Nel mirino c’è il Torino, che la precede con 1 milione e 110 mila seguaci, e il Bologna, a 1.33 milioni. E che l’attenzione al mondo social sia sempre più alta ce lo dice anche la qualità e la quantità di ciò che si condivide. Prendiamo come campione solo Facebook: negli ultimi 28 giorni sono stati pubblicati 147 post, di cui 73 immagini e 44 video (tra cui quelli bellissimi per presentare Nainggolan e Nandez), con una frequenza di 6 post al giorno, che generano una media di 140 mila mi piace.

 

Un aspetto che sembra marginale, ma che entra fattivamente nella fortuna del club: come immagine, come merchandising, come sentimento. L’ultima parola, ovviamente, spetterà al campo. Ma il Cagliari è cresciuto e crescerà ancora. E magari lo farò con uno tra Defrel, Younas e Simeone. Intanto i tifosi sono sicuri: “Vogliamo essere la nuova Atalanta”.

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Franco Armani, l'arquero estrella

"Ponelo a Armani, si quieres salir campeon". Così cantavano i 45 mila tifosi del Monumental, prima dei Mondiali di Russia del 2018. Se vuoi diventare campione, metti in porta Armani. "Para Armani, la Seleccion". Quasi una litania, un ritornello laico, pronunciato dal momento dell'ingresso in campo delle due squadre.

Ma quella dei tifosi del River Plate non è la sola preghiera di questa storia. Perchè la favola di Franco Armani, l'arquero-estrella del fútbol argentino, sembra uscita dalla penna di Gabriel Garcia Marquez e mette insieme vivi e morti, angeli e fantasmi, lacrime e profezie.

Nato a Casilda, nella provincia di Santa Fe, Armani inizia a giocare con l’Estudiantes de la Plata e con il Ferro Carril Oeste, squadra del barrio Caballito di Buenos Aires. Poi il passaggio al Deportivo Merlo, sempre in Primera B Nacional, e la decisione di lasciare l'Argentina per cercare fortuna in Colombia. Cuore e guantoni in fuga, verso l'Atletico Nacional. Ma anche qui le cose non vanno benissimo. Davanti a lui c'è un mostro sacro, Gaston Pezzutti, un altro argentino. Armani accetta il ruolo di gregario, di suplente, si accomoda in panchina e aspetta il suo momento. Sembra essere quello il suo destino: all’Estudiantes il titolare era Mariano Andujar, al Ferro giocò appena tre partite. "Non avevo soldi né per l'affitto né per comprare un’auto".

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Il suo momento arriva nel 2012. È il 18 luglio quando Armani comunica al suo allenatore, Juan Osorio, la decisione di tornare in Argentina, al Deportivo Merlo. Troppa panchina, troppe delusioni. “Sembravo un turista”. La notte del 19 luglio è la notte dove tutto cambia: nella partita contro il Junior de Barranquilla, Gaston Pezzutti si spezza il ginocchio. Armani entra all'11esimo del primo tempo, passano appena venti minuti e si rompe il legamento crociato.

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Il coro dedicato a Franco Armani

Sembra la fine perchè il portiere non si muove più, non ha la forza di fare fisioterapia, non vuole guarire. Il calcio sembra dargli più preoccupazioni e dolori che gioie. Franco inizia a pensare di smettere e più che al campo di allenamento inizia ad andare in chiesa. Sulle sue ginocchia, insieme alle cicatrici dell’operazione ci sono i calli di chi ha pregato tanto e nun ha mai avuto. Qui trova il suo rifugio, il suo luogo sicuro, finché un giorno qualcuno gli suggerisce di andare a Medellin, a fare visita ad una sensitiva, una canalizadora de angeles. La voce con cui gli parlerà, durante quell'incontro, era la stessa di sua nonna, morta poco tempo prima: "Franco, sta cambiando tutto per te nel calcio. A 28-29 anni troverai la gloria".

Dal 2013 diventa il titolare dell'Atletico Nacional, 11 titoli vinti, che lo rendono il calciatore de los verdolagas più vincente di sempre, con tanto di Copa Libertadores nel 2016 e Recopa Sudamericana l'anno successivo. Un simbolo, una bandiera del Gigante della Montagna. Così nel gennaio 2018, quando prese la decisione di tornare in patria per raccogliere la chiamata del River, migliaia di tifosi hanno riempito lo stadio Atanasio Girardot per tributare il loro ringraziamento. Quel giorno, sotto la scritta a caratteri cubitali “Il più grande di tutti”, c'era un altro pezzo di storia del Nacional, Renè Higuita: "Ho sempre visto in te umiltà, buone maniere, carisma. Avevi uno scudo biancoverde nel cuore. Sei una persona integra, Franco, un esempio da seguire e mia nonna ha detto bene: alla gente buona succedono cose buone".

Il giorno dell'addio all'Atletico Nacional

Dopo le lacrime, la gioia: la maglia dei millionarios, la squadra che tifava da bambino. Appena arrivato chiude la porta in 12 delle 20 partite giocate. “È un mostro, quando lo guardi negli occhi sai già che non riuscirai a segnarli" dice il centrocampista del San Lorenzo, Gabril Gudino. Gli stessi occhi che hanno stregato i compagni di squadra, di cui è diventato un punto di riferimento in appena cinque mesi. Gli stessi occhi che hanno rifiutato le proposte di Josè Pekerman, ct della Colombia che aveva provato a naturalizzarlo, e degli intermediari della Juventus, che lo avevano tentato con un’avventura europea.

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"Perché sono portiere? - si chiedeva Armani qualche mese fa – Perché solo i portieri sono la combinazione perfetta tra calcolo, abilità e aggressività". E delle tante preghiere fatte, anche quella del Monumental è stata esaudita. Perché la profezia parlava chiaro: “Franco, per te sta cambiando tutto”. E allora Jorge Sampaoli, dopo Caballero e Romero, lo porta in nazionale per i Mondiali di Russia ha chiamato lui, che di presenze con l’Argentina ne aveva zero.

La spedizione iridata, lo sappiamo, va male per Messi e compagni. Ma Armani torna in patria ancora più forte, ancora più simbolo. Anche grazie ad un’abilità clamorosa nel parare i rigori: dei 30 che gli hanno tirato in carriera, lui ne ha parati un terzo. Gli ultimi due contro il Cruzeiro in Copa Libertadores, dove ha ipnotizzato Henrique e David. Tra qualche giorno sfiderà il Boca Juniors di Daniele De Rossi nel primo Superclasico dell’ex romanista. E proverà ad ipnotizzare anche lui.

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