0

Quanto sta crescendo il Cagliari?

Ci sono già due record per il Cagliari in questa ...
0

Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ...
0

Franco Armani, l'arquero estrella

"Ponelo a Armani, si quieres salir campeon". Così ...
0

4 cose belle (e nuove) che sono successe questa ...

Qualcosa si muove nel calcio per quanto riguarda ...
0

È successo proprio a noi

Consigli per la lettura. Mettere in sottofondo: ...
Lamberto Rinaldi

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
Vuoi collaborare con ilCatenaccio? https://www.ilcatenaccio.it/contattaci oppure manda un messaggio alla nostra pagina Facebook
 
 

Quanto sta crescendo il Cagliari?

Ci sono già due record per il Cagliari in questa calda estate. Entrambi vengono dal calciomercato. Il primo è quello della cessione più ricca e porta il nome di Niccolò Barella. Classe 1996, il centrocampista del futuro di cui si sono innamorati Antonio Conte e Roberto Mancini è costato 45 milioni (record anche per l’Inter, fino all'acquisto di Lukaku, che così tanto aveva pagato solo Bobo Vieri, 90 miliardi di lire).

Un talento cresciuto e coccolato nell’isola, che dopo tredici anni prende il volo. E fa ricchi i gialloblu più di quanto fecero Jonathan Zebina e Radja Nainggolan alla Roma, Alessandro Matri alla Juventus e Roberto Muzzi all’Udinese. Così i sardi sono stati capaci di mettere sul piatto del Boca Juniors 18 milioni per Nahitan Nandez, l’acquisto più costoso della loro storia.

CAGLIARI

Fonte: Transfermarkt

Guardando le statistiche di Transfermarkt, della top10 storica dei giocatori più onerosi in entrata ben 7 sono stati acquistati negli ultimi tre anni: Bradaric, Oliva, Romagna, Cerri, Pavoletti e Rog, quest’ultimo arrivato proprio questa estate dal Napoli. Numeri che parlano chiaro e che sanciscono una crescita netta, costante, della squadra di Tommaso Giulini, in campo e fuori. Il valore della rosa a disposizione di Rolando Maran, ad oggi, è di 144 milioni, in crescita del 40% rispetto a quella dello scorso anno. Il dato, però, diventa addirittura più importante se si guarda lo storico degli ultimi tre anni: a settembre 2016 la rosa del Cagliari valeva 48 milioni, a settembre 2018 ne valeva 101, con una crescita rispetto all’anno precedente del 139%.

LEGGI ANCHE: 4 COSE BELLE (E NUOVE) CHE SONO SUCCESSE QUESTA ESTATE PER IL CALCIO

Investimenti mirati, focus sul vivaio e sui giovani, il Cagliari è riuscito a fecondare quel binomio tanto osannato del mix tra esperienza e nuove leve. Nelle ultime stagioni si sono incrociati in Sardegna giovani come Romagna e Pellegrini (che potrebbe tornare), Cragno e Barella, insieme a giocatori navigati come Storari e Borriello, Castan e Srna. E in occasione del centenario, Giulini ha deciso di fare le cose in grande riportando in Sardegna il Ninja Nainggolan, accolto da una folla oceanica all’aeroporto.

cagliari4
Calciomercato estate 2019. Fonte: Transfermarkt

Gli altri numeri da studiare sono infatti quelli dei tifosi. Poche settimane fa il Cagliari annunciava la chiusura della campagna abbonamenti (si sta riaprendo in questi giorni), dichiarando di aver superato 9.000 tessere, di cui 4.000 in prelazione. Altro record, visto che l’anno scorso si era arrivati ad una quota di 8.460 abbonati e una media spettatori di 14.685 (il massimo contro Juventus e Atalanta: 16.233). Ovviamente numeri in crescita, che hanno permesso di passare dai 4.059 abbonati del 2014-2015, l’anno di Zeman, Zola e retrocessione, ai 6.915 del ritorno in A nel 2016.

Cagliari2

Fonte: Social Media Soccer

E in un contesto in cui la comunicazione e l’immagine è sempre più importante, il Cagliari si dimostra all’avanguardia anche in questo senso. La top10 delle squadre più seguite sui social in Serie A si conclude proprio con la squadra sarda, che vanta 934 mila seguaci divisi tra Youtube, Instagram, Follower e Facebook. Nel mirino c’è il Torino, che la precede con 1 milione e 110 mila seguaci, e il Bologna, a 1.33 milioni. E che l’attenzione al mondo social sia sempre più alta ce lo dice anche la qualità e la quantità di ciò che si condivide. Prendiamo come campione solo Facebook: negli ultimi 28 giorni sono stati pubblicati 147 post, di cui 73 immagini e 44 video (tra cui quelli bellissimi per presentare Nainggolan e Nandez), con una frequenza di 6 post al giorno, che generano una media di 140 mila mi piace.

 

Un aspetto che sembra marginale, ma che entra fattivamente nella fortuna del club: come immagine, come merchandising, come sentimento. L’ultima parola, ovviamente, spetterà al campo. Ma il Cagliari è cresciuto e crescerà ancora. E magari lo farò con uno tra Defrel, Younas e Simeone. Intanto i tifosi sono sicuri: “Vogliamo essere la nuova Atalanta”.

cag

Franco Armani, l'arquero estrella

"Ponelo a Armani, si quieres salir campeon". Così cantavano i 45 mila tifosi del Monumental, prima dei Mondiali di Russia del 2018. Se vuoi diventare campione, metti in porta Armani. "Para Armani, la Seleccion". Quasi una litania, un ritornello laico, pronunciato dal momento dell'ingresso in campo delle due squadre.

Ma quella dei tifosi del River Plate non è la sola preghiera di questa storia. Perchè la favola di Franco Armani, l'arquero-estrella del fútbol argentino, sembra uscita dalla penna di Gabriel Garcia Marquez e mette insieme vivi e morti, angeli e fantasmi, lacrime e profezie.

Nato a Casilda, nella provincia di Santa Fe, Armani inizia a giocare con l’Estudiantes de la Plata e con il Ferro Carril Oeste, squadra del barrio Caballito di Buenos Aires. Poi il passaggio al Deportivo Merlo, sempre in Primera B Nacional, e la decisione di lasciare l'Argentina per cercare fortuna in Colombia. Cuore e guantoni in fuga, verso l'Atletico Nacional. Ma anche qui le cose non vanno benissimo. Davanti a lui c'è un mostro sacro, Gaston Pezzutti, un altro argentino. Armani accetta il ruolo di gregario, di suplente, si accomoda in panchina e aspetta il suo momento. Sembra essere quello il suo destino: all’Estudiantes il titolare era Mariano Andujar, al Ferro giocò appena tre partite. "Non avevo soldi né per l'affitto né per comprare un’auto".

fra

Il suo momento arriva nel 2012. È il 18 luglio quando Armani comunica al suo allenatore, Juan Osorio, la decisione di tornare in Argentina, al Deportivo Merlo. Troppa panchina, troppe delusioni. “Sembravo un turista”. La notte del 19 luglio è la notte dove tutto cambia: nella partita contro il Junior de Barranquilla, Gaston Pezzutti si spezza il ginocchio. Armani entra all'11esimo del primo tempo, passano appena venti minuti e si rompe il legamento crociato.

LEGGI ANCHE: 4 COSE BELLE (E NUOVE) CHE SONO SUCCESSE QUESTA ESTATE PER IL CALCIO


Il coro dedicato a Franco Armani

Sembra la fine perchè il portiere non si muove più, non ha la forza di fare fisioterapia, non vuole guarire. Il calcio sembra dargli più preoccupazioni e dolori che gioie. Franco inizia a pensare di smettere e più che al campo di allenamento inizia ad andare in chiesa. Sulle sue ginocchia, insieme alle cicatrici dell’operazione ci sono i calli di chi ha pregato tanto e nun ha mai avuto. Qui trova il suo rifugio, il suo luogo sicuro, finché un giorno qualcuno gli suggerisce di andare a Medellin, a fare visita ad una sensitiva, una canalizadora de angeles. La voce con cui gli parlerà, durante quell'incontro, era la stessa di sua nonna, morta poco tempo prima: "Franco, sta cambiando tutto per te nel calcio. A 28-29 anni troverai la gloria".

Dal 2013 diventa il titolare dell'Atletico Nacional, 11 titoli vinti, che lo rendono il calciatore de los verdolagas più vincente di sempre, con tanto di Copa Libertadores nel 2016 e Recopa Sudamericana l'anno successivo. Un simbolo, una bandiera del Gigante della Montagna. Così nel gennaio 2018, quando prese la decisione di tornare in patria per raccogliere la chiamata del River, migliaia di tifosi hanno riempito lo stadio Atanasio Girardot per tributare il loro ringraziamento. Quel giorno, sotto la scritta a caratteri cubitali “Il più grande di tutti”, c'era un altro pezzo di storia del Nacional, Renè Higuita: "Ho sempre visto in te umiltà, buone maniere, carisma. Avevi uno scudo biancoverde nel cuore. Sei una persona integra, Franco, un esempio da seguire e mia nonna ha detto bene: alla gente buona succedono cose buone".

Il giorno dell'addio all'Atletico Nacional

Dopo le lacrime, la gioia: la maglia dei millionarios, la squadra che tifava da bambino. Appena arrivato chiude la porta in 12 delle 20 partite giocate. “È un mostro, quando lo guardi negli occhi sai già che non riuscirai a segnarli" dice il centrocampista del San Lorenzo, Gabril Gudino. Gli stessi occhi che hanno stregato i compagni di squadra, di cui è diventato un punto di riferimento in appena cinque mesi. Gli stessi occhi che hanno rifiutato le proposte di Josè Pekerman, ct della Colombia che aveva provato a naturalizzarlo, e degli intermediari della Juventus, che lo avevano tentato con un’avventura europea.

fra3

"Perché sono portiere? - si chiedeva Armani qualche mese fa – Perché solo i portieri sono la combinazione perfetta tra calcolo, abilità e aggressività". E delle tante preghiere fatte, anche quella del Monumental è stata esaudita. Perché la profezia parlava chiaro: “Franco, per te sta cambiando tutto”. E allora Jorge Sampaoli, dopo Caballero e Romero, lo porta in nazionale per i Mondiali di Russia ha chiamato lui, che di presenze con l’Argentina ne aveva zero.

La spedizione iridata, lo sappiamo, va male per Messi e compagni. Ma Armani torna in patria ancora più forte, ancora più simbolo. Anche grazie ad un’abilità clamorosa nel parare i rigori: dei 30 che gli hanno tirato in carriera, lui ne ha parati un terzo. Gli ultimi due contro il Cruzeiro in Copa Libertadores, dove ha ipnotizzato Henrique e David. Tra qualche giorno sfiderà il Boca Juniors di Daniele De Rossi nel primo Superclasico dell’ex romanista. E proverà ad ipnotizzare anche lui.

Qualcosa si muove nel calcio per quanto riguarda diritti, equità e giustizia. E lo si deve soprattutto alla bolla mediatica del Mondiale Femmile di Francia, ma non solo. Qualcosa, infatti, sta cambiando negli approcci e nelle sensazioni, nelle parole e nelle scelte. 

Lo dimostrano queste 4 notizie che abbiamo selezionato in questa estate. Eccole. 

 

 

LA SVOLTA DELL’AJAX: EQUITÀ TRA CALCIATORI E CALCIATRICI

ajax

Il calcio non passa mai solo per i piedi di chi gioca. Passa soprattutto per la testa. E in questo ad Amsterdam sono sempre stati avanti. Lo hanno dimostrato ancora all’Ajax, la squadra che ci ha incantato nell’ultima edizione di Champions League. È di fine luglio infatti l’accordo di equiparazione contrattuale dei propri tesserati, uomini e donne. A firmarlo sono stati Edwin van der Sar, direttore generale dell’Ajax, e da Ko Andriessen, direttore del sindacato ProProf.

Per ora non si parla di stessi stipendi, ma i passi avanti sono notevoli: il patto siglato prevede identiche condizioni sul salario minimo, sui giorni di vacanza, sull'assicurazione sanitaria e sul mantenimento dello stipendio in caso di gravi infortuni.

Con questo accordo collettivo possiamo fare un altro passo in avanti verso il professionismo – ha detto Daphne Koster, responsabile della sezione femminile dell’Ajax - Spero che altri club seguano il nostro esempio. Finora potevamo firmare soltanto contratti della durata massima di due anni e una tesserata poteva andarsene anche a metà stagione. Questo accordo cambia completamente le cose”.

A giugno, proprio in concomitanza del Mondiale Femminile in Francia, la KNVB, ovvero la Federcalcio Olandese, ha annunciato che lo stipendio delle calciatrici sarebbe aumentato progressivamente fino a “raggiungere il livello della nazionale maschile nel periodo 2012-2023” per diminuire una differenza e “realizzare la parità tra uomini e donne”.

ALBIN EKDAL E IL SILENZIO SULL’OMOFOBIA

ekdal

Se c’è un grande tabù nel mondo del calcio non è quello legato alle Champions della Juventus o al Benfica e la maledizione di Bela Guttmann. Il grande tabù è quello legato ai calciatori gay e all’omofobia.

Per fortuna se ne parla sempre di più e Albin Ekdal, centrocampista della Sampdoria e della nazionale della Svezia, rompe il silenzio: “Dicono che non ci sono calciatori omosessuali. Come si fa a trarre questa conclusione? Ho giocato a calcio nei due maggiori campionati al mondo, partecipando a coppe europee e anche alla Coppa del Mondo. Non sono mai stato in campo con un calciatore che fosse dichiaratamente omosessuale. Il problema non potrebbe essere più chiaro. Il calcio professionistico allontana gli omosessuali, mette pressioni sui ragazzi a non esternare chi amano. Dobbiamo aiutare chi pensa di mollare per non essere deriso, che potrebbe aver sentito la parola “fro*io” utilizzata come un insulto negli spogliatoi.”

Albin Ekdal è sposato e ha una figlia, ha giocato per Juventus, Siena, Bologna e Cagliari. E si espone in prima persona per una questione che è di tutti, come la responsabilità, “che non è solo del singolo, ma mia, nostra, di tutti fare in modo che non debba richiedere coraggio osare. Dovrebbe essere facile dire a qualcuno di essere innamorati. Io non posso fare altro che dare il benvenuto a tutti nel mondo del calcio e tu non puoi fare altrimenti. Se lo facciamo tutti assieme in ogni occasione possibile, ad ogni viaggio in bus, in trasferta, in qualsiasi spogliatoio, non ci sarà più questo problema in futuro”.

LEGGI ANCHE: 3 STORIE DI POLITICA E DIRITTI DAL MONDIALE FEMMINILE

UN ABRITRO DONNA PER LA FINALE DI SUPERCOPPA

arbitro

Sarà Stéphanie Frappart ad arbitrare, tra meno di due settimane, la finale di Supercoppa Uefa tra Liverpool e Chelsea. Il 14 agosto sarà quindi la prima volta che una donna dirigerà una finale maschile. Un passo storico, una scelta epocale, con protagonista il direttore di gara francese, classe 1983, con in curriculum la finale di Mondiale Femminile vinta dalla Stati Uniti contro l’Olanda, appena due mesi fa.

“In molte occasioni ho detto che il calcio femminile non ha limiti e sono lieto che Stephanie Frappart sia stata nominata arbitro della finale di Supercoppa Europea - ha spiegato il presidente dell'Uefa Aleksander Ceferin -. Come organizzazione diamo la massima importanza allo sviluppo del movimento femminile in tutti i settori. Spero che l'abilità e la devozione che Stephanie ha mostrato in tutta la sua carriera per arrivare a questo livello sia di ispirazione a milioni di ragazze e donne in Europa e mostri che non ci dovrebbero essere barriere per raggiungere il proprio sogno”.

SOLO UN’ITALIANA AI BEST FIFA 2019

ber

Non ci sono né Maurizio Sarri, vincitore dell’Europa League con il Chelseas, né Massimiliano Allegri, arrivato ai quarti di finale di Champions League con la sua Juventus, in lizza per i The Best FIFA Football Awards. Stiamo parlando dei premi dedicati al miglior tecnico dell’anno, che saranno riconosciuti a Milano il prossimo 23 settembre.

C’è solo un’italiana ed è il commissario tecnico dell’Italia Femminile: Milena Bertolini, che abbiamo imparato ad amare e iniziato a conoscere proprio durante il Mondiale in Francia. Che ha commentato così la notizia di un arbitro donna in Supercoppa Uefa: “Per me è una notizia meravigliosa. Quest'anno si stanno abbattendo diversi muri e mi fa molto piacere che sia stato proprio un italiano come Roberto Rosetti ad avere fatto questa scelta. A prescindere da tutto per le scelte si deve guardare solo al merito, alle competenze, e quella di designare Frappart è naturale. La seguo e conosco le sue capacità, sono felice per lei. Di sicuro le cose più belle sono quelle naturali e non quelle straordinarie. Al Mondiale di Francia le ragazze della Nazionale hanno cominciato a rompere il muro del pregiudizio sul calcio femminile e ora Rosetti aiuta a rompere il muro della diffidenza verso le arbitre. Con dirigenti lungimiranti si possono ottenere grandi cose. Inoltre, al Mondiale si è visto che un calcio diverso è possibile, dove l'arbitro non è il nemico, ma fa parte del gioco. Credo e spero che questo diventi la normalità”.

È successo proprio a noi

Consigli per la lettura. Mettere in sottofondo:

 https://m.youtube.com/watch?v=LSCWkdZS8aE

 

Se c'è una parte di te, che mi fa stare bene, quella di certo sono gli occhi. Te l'ho già detto no? Te lo ripeto. Più dei piedi, dei gomiti e delle ginocchia. Ti ho visto gli occhi felici, ti ho visto gli occhi brillare. Se me l'avessero detto qualche anno fa, però, che sarebbe successo così anche a noi, proprio a noi, ti giuro non ci avrei mai creduto. E invece.

Di certo mi capirai, che non potrei, non potrei mai dimenticarmi di te. Però mi maledico perchè continuo a pensarti. Da quelle parti potranno pure dirti quello che ti pare, la locura, el campeón, la emoción. Ma nessun mai t'amerà più di me. Mi fa un po' impressione vederti così. In fondo ti ho sempre visto in giallo e rosso, ti ho sempre visto al mio fianco. E non ho mai pensato che quegli occhi tuoi potessero guardare qualcos'altro. Chi ce l'avrebbe mai detto, io e te, qui, a parlare di come siamo lontani adesso.

Vorrei sapere perchè, mi dici che stai bene. E mi dici che sei felice, che era proprio quello di cui avevi bisogno, che ti trovi un sacco bene. Certo Roma è Roma, però pure Buenos Aires, dici, è bellissima. L'Olimpico è casa tua, ma la Bombonera è pazzesca, altro che Tor di Valle. E poi i tifosi, sono incredibili, passionali, matti scocciati. Sì, sì non possono essere come Roma, Roma è diverso, lo so. Ma non ripetermelo, mi fa male e basta.

Mi dici che te ne vai, e poi lo fai davvero. Mi ti sono immaginato con altre maglie, avevo una paura matta potessi indossare quella nerazzurra, mi avrebbe dato fastidio anche quella viola, figuriamoci quella blucerchiata. Mi ti sono immaginato a Manchester, a fianco del Pep, ma pure lì stonavi. Mi sono fatto il film di come sarebbe stato quel momento in cui ti avrei visto in campo con un'altra, di quanto avrei rosicato a vedere le prime foto, di quanta paura avrei avuto. Meno male che Instagram non ce l’hai. E su Facebook quando vedo che pubblicano i video tuoi, scrollo in fretta la pagina. Sei stato proprio tu a dirmelo: "Guarda, ho un contratto con il Boca Juniors, a fine luglio me ne vado". Bum. Affondato. Non sapevo come comportarmi, non sapevo cosa dire, non sapevo come reagire. A chi me lo chiedeva, dicevo di saperlo, facevo finta di saperlo, di immaginarlo. Ma una cosa la so: non lo avrei mai pensato davvero.

Non potrei, non potrei mai vederti solo con lei. Come può farmi stare? Anche se sei lontano migliaia di chilometri e in mezzo c'è un oceano. Sento che c'è ancora qualcosa che mi lega a te e non lo taglierà di certo Burdisso. Poi oggi ecco le foto ufficiali. La prima è stata una coltellata al cuore, dritta dritta, para para, quella sensazione che non è di farfalle nello stomaco, è di branco di gnu che corre giù per la scarpata del Re Leone. Poi, lo ammetto, un po’ ho sorriso. Vederti felice mi piace, vederti sorridere, poi, che te lo dico a fare. E vorrei essere felice io, davvero, per questa avventura nuova, per questa scelta che solo te potevi fare. Ma il tuo posto è qui e le chiacchiere stanno a zero. Quel sorriso ce lo dovevi avere solo con me e solo per me. Quegli occhi tuoi, azzurri come il cielo sopra Roma, dovevano guardare solo me. Sono egoista? No, sono geloso. E sarò pure cresciuto ma ad essere così grande non ci riesco. Non so essere felice e basta per la felicità tua. Rosico, Daniè. Non sai quanto.

Non ci sei più, e in fondo forse è meglio adesso. Sei cambiato te e sono cambiato io. Te l'ho detto che non mi faccio più fregare da queste cose qui. Però le amichevoli le guardo lo stesso, solo perchè quest'anno al mare non ci vado. Faccio come la Roma, che è rimasta a Trigoria. Hai visto Pastore mediano quant'è forte? E Antonucci, l'hai visto Antonucci? Poi sono arrivati pure Diawara e Veretout. Figurati che ho guardato anche la coppia di centrocampo Santon-Nzonzi. Poi dici perchè ti penso ancora. Mi guardo intorno e non so dove aggrapparmi. Eri il mare di Roma, Buenos Aires c’ha l’oceano e io mi sento Robinson Crusoe.

C’è un naufrago nel mare da salvare. E sono io. E tanti come me. Quindi vedi che puoi fa. ‘Sta scappatella te la perdono perché non è stata solo colpa tua. Anzi, non è stata colpa tua e basta. E io starò pure male per te ma sai che basta un attimo. Torna presto, quando arrivi manda un messaggio. Quant’è il fuso con l’Argentina? Ti aspetto sveglio.

"San Gennaro mio, non ti crucciare, lo sai che ti voglio bene. Ma na finta 'e Maradona scioglie 'o sanghe dind''e vene... E chest'è!". Sembra la frase di una canzone di Pino Daniele. Invece è Luciano De Crescenzo, che in "Così parlò Bellavista", da napoletano, non riusciì a non tessere gli elogi di Diego Armando Maradona. Scrittore e regista, ma anche attore, filosofo, condutture, ingegnere, è scomparso pochi giorni fa, il 18 luglio 2019.
Renzo Arbore racconta che il ricordo più bello della sua amicizia con lui è "Lo scudetto del Napoli. Era un grande tifoso e non si parlava quando c'era una partita". De Crescenzo della sua città amava tutto, anche la squadra di calcio. E la guardava con occhi filtrati di mitologia e pensiero, storia e filosofia.

A questo proposito, ecco un estratto dell'intervista fatta a Luciano De Crescenzo da Il Mattino nel novembre 2017.

 

-----------

 

Ora che tutti parlano di filosofia sarriana, possiamo dire che Maurizio Sarri è un erede del professor Bellavista? E se sì, dove si incontrano i due?

Non so se possa definirsi in senso stretto un erede del professor Bellavista, di sicuro però i due hanno alcuni punti in comune, sono entrambi napoletani, particolare che non è da sottovalutare, ed hanno una notevole capacità di trasmettere e insegnare le proprie teorie filosofiche e di gioco

Che differenza c’è tra quel Napoli che le ha regalato uno dei giorni più belli della sua vita vincendo lo scudetto e questo che rischia di vincerlo?

Non sono del tutto sicuro che oggi un singolo campione basterebbe per vincere un campionato. Nel calcio moderno il rendimento di una squadra è dato per metà dalle qualità tecniche dei giocatori e per metà dalla grinta e compattezza con cui la squadra affronta la partita. Ora però, per ottenere questa determinazione è necessario che tutti i giocatori sentano di appartenere a un unico complesso

Lei preferisce questo Napoli catalano-olandese dove tutti hanno una funzione o quello Maradoniano con l’eroe solitario?

Maradona è il genio assoluto, un condottiero, un Achille dei nostri giorni, con il suo coraggio e i suoi punti deboli. La squadra di Sarri invece, è una perfetta macchina da guerra, ogni giocatore sa esattamente qual è il suo ruolo. Ovviamente sono di parte, ma penso che il gioco del Napoli sia in questo momento tra i più belli d’Europa, non ci si annoia mai.

Sa che al Napoli si rimprovera un eccesso di bellezza senza il realismo della vittoria, non è che stiamo sopravvalutando i vincitori? Torniamo sempre alla storia di Tonino Capone, quello che avendo guadagnato abbastanza andava al mare chiudendo il negozio, senza mai diventare Pirelli.

Il realismo della vittoria è di sicuro importante, ma senza l’estetica del bel gioco si corre il rischio di annoiarsi

E non siamo uomini di noia. Cosa avrebbe detto a Nietzsche se l’avesse conosciuto? (Non dimentichiamo che il momento del suo collasso mentale avviene a Torino). 

Nietzsche sosteneva che la rovina dell’uomo è nella sua razionalità. Ecco, forse se invece di trattenersi a Torino fosse venuto a Napoli, probabilmente per lui le cose sarebbero andate diversamente

Che cosa è mancato nella lunga e bella vita di De Crescenzo?

Tirando le somme, non mi posso lamentare, anche se, detto tra noi, c’è stato un momento della vita in cui avrei voluto fare il cantante e non ero nemmeno così stonato. Forse avrei preferito qualche acciacco in meno, ma posso ritenermi di sicuro fortunato. Del resto, sono nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia e le prime cose che ho visto, sono state il mare e il Vesuvio. Se non è fortuna questa!

Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

LEGGI ANCHE: TORNARE A PARLARE DI CALCIO

Scrivere di sport non è un mestiere inferiore”. Così rispondeva Manuel Vazquez Montalban alla giornalista di Repubblica, Emanuela Audisio. L’occasione di quella chiacchierata era una finale di Champions League tutta italiana: Milan Juventus, nel 2003.

Lo scrittore catalano sarebbe morto nell’ottobre dello stesso anno, stroncato da un infarto nell’aeroporto di Bangkok. Oggi avrebbe compiuto 80 anni. Era nato, infatti, il 14 luglio 1939, in quella Barcellona in cui si aggirava il suo Pepe Carvalho, detective dal fiuto sopraffino e dalla bocca raffinata. Per capire gli intrecci tra letteratura e calcio, ma anche politica e società, proponiamo la versione integrale di quella, fantastica, intervista.

monta

-----

Montalban: Spagna mia, quante star inutili

Si starà consolando con un bianco del Penedes. Nella sua casa sopra Barcellona, con una cucina funzionale, ma vecchio stile. Seduto nel salotto, mentre fuori nel giardino i suoi due cani abbaiano. E sulle pagine, il suo personaggio più famoso, Pepe Carvalho, è in fuga per il mondo. Due italiane, protagoniste per l'Europa. E la Spagna, ricacciata nel ruolo di guardona.

Allora Manuel Vasquez Montalban, è una finale dura da digerire?

Per la Spagna che non ci è arrivata, lo è, eccome. Si era tanto parlato di Real e di Barcellona, di nuovo calcio iberico, antagonista a quello italiano. E invece stiamo a guardare. Abbiamo le star: Ronaldo, Zidane, Raul, abbiamo campioni capaci di risolvere da soli la partita, ma quando non ci riescono?

Cos' è, si lamenta del calcio che punta allo spettacolo, al numero da esibizione?

Mi lamento di un calcio spagnolo che rispetto a quello italiano non ha avuto gioco collettivo. I suoi campioni non sono riusciti ad andare in gol, il resto della squadra nemmeno. Non sarà un caso che in questo momento la formazione leader nel campionato spagnolo, con un punto di vantaggio sul Real, non è una squadra di ricconi, ma il quasi sconosciuto Real Sociedad.

Quella che ha il turco Nihat e come attaccante Kovacevic?

Sì e il tecnico francese Denoueix in panchina. Almeno loro un'idea di gioco ce l'hanno, Real e Barcellona invece puntano sulla pura individualità. Ma se il trapezista ha il mal di testa chi fa il salto mortale? Comunque la Juve contro il Real mi ha impressionato, mai vista così tanta attenzione e concentrazione. Per me è stata una sorpresa. Quando vedi un gruppo di uomini stare così attaccati alla loro idea, alla loro preda, non puoi non complimentarti per la determinazione.

monta2

Anche lei dirà che tra Agnelli e Berlusconi è una finale tra un vecchio e nuovo padrone.

La trovo una finale straordinaria. Così come trovo straordinario studiare l'origine politica del calcio. Togliatti, capo del partito comunista, tifava Juve. Berlusconi che è un leader mediatico usa e vende il Milan come propaganda. Agnelli con la Juve si è costruito un consenso popolare. Il nostro stesso premier Aznar, che ha una predisposizione per l'ideologia imperiale, è vicino al Real. Ma la cosa più importante è che il cliente del calcio se ne frega di tutto questo. Anzi è piuttosto schizofrenico. Vota un partito e tifa in maniera sfegatata per la squadra che appartiene al nemico politico. Io ormai il calcio lo chiamo la comunione dei santi. E' un'offerta all' interno del mercato della religione, nemmeno dello spettacolo. E' come andare a messa, con il calciatore al posto del sacerdote, con un certo rito da osservare. C'è l'attesa, la speranza, la consolazione, l'identità, la soddisfazione, c'è la costruzione di un immaginario. Che va oltre il capo del governo e di un'azienda. Si è del Milan o della Juve a prescindere dai presidenti delle squadre. Sa cosa mi ha riferito un grande giocatore come Jorge Valdano?

Le ha confessato un segreto da spogliatoio?

Mi ha detto che tutta la memoria del calcio dipende da attimi magici. Che il mondo si ricorda di Pelè, di Maradona, di Di Stefano perché nella mente ha un'immagine, un'azione, un gol. E per tutta la vita il calcio sarà quel momento. E così che si costruisce una fede, è così che da ragazzi si comincia ad appartenere ad una squadra e non si smette mai.

monta4

Lei per chi tifa?

Trovo il Milan una buona squadra, in tutti i reparti. Maldini è insostituibile, come il Papa. Anche se non capisco quello che sta capitando a Rivaldo. E' un problema di rapporto con la cultura nazionale, si vede che la soffre. Anche altri, come Kluivert, si sono trovati male in Italia. Nella Juve la genialità è di Del Piero, ma l'organizzazione, l'intelligenza e la strategia sono di Nedved, che non ci sarà. La Juve mi pare più laica, più fredda, vedi che sa vincere e che ha sempre voglia di farlo.

LEGGI ANCHE: VITTORIO ZUCCONI E QUELLA LETTERA AL SERGENTE DI BIAGIO

Perché in Spagna e in Sudamerica molti scrittori scrivono di calcio e in Italia no?

Perché tradizionalmente in questi paesi per la mia generazione scrivere di calcio voleva dire poter criticare la dittatura e gente come Franco, perché la destra ha sempre usato il pallone e su di esso è stata capace di costruire e di mobilitare un potere politico, sociale, culturale. O forse perché in Italia gli scrittori credono che il calcio sia un tema troppo basso da trattare. Da noi a parte me e Javier Marìas c' è anche il signor Racioneo. E' il capo della biblioteca nazionale di Spagna ed anche è il commentatore sportivo del Mundo Deportivo, giornale della Catalogna. Noi non pensiamo che scrivere di sport sia un mestiere inferiore.

Risultati immagini per manuel vazquez montalban

Farà bene all'Italia questa finale un po' da incesto?

Certo. Risolleverà l'immagine del paese. Porterà un po' di prestigio. Sarà un ottimo spot, anche se non riguarda una supremazia in campo economico o quello in una strategia militare. Soprattutto un anno dopo i mondiali, quando il calcio italiano tornò a casa a mani vuote, sconfitto da sé stesso e dagli altri. Perché la nazionale azzurra che ha una grande tradizione, rispetto a quella assai modesta della Spagna, ha anche il difetto di congelare tutto il nuovo e il buono che viene dal campionato. Più che esaltare i giocatori, li deprime. Con un tatticismo che imprigiona e paralizza.

Pepe Carvalho per chi terrebbe?

Magari per l'Arcigola o per lo Slowfood. Per un paese dove a parte saper giocare, si è ancora capaci di mangiare.

 

Dall'archivio de La Repubblica, 28 maggio 2003

Amico mio, la vita è cambiata. Adesso sono ricco”. Diego Pablo Simeone sorride mentre brinda con Antonio Scuglia, giornalista de Il Tirreno. Siamo a Pisa, primi anni Novanta, sul tavolo un po’ di foto, qualche dolce secco e una bottiglia di buon rosso toscano.

90 milioni di lire all’anno, questo il contratto che Romeo Anconetani ha cucito per lui. “Stavolta lo straniero mi è costato davvero. L’ho pagato un miliardo e mezzo – si lamentava il presidente – quello che i grandi club danno solo d’ingaggio ai giocatori migliori”. Il presidentissimo era un mago del calciomercato. Guardava all’estero, scovava talenti nascosti e li portava all’ombra della Torre Pendente quando lo scouting, il fairplay finanziario e le plusvalenze ancora non erano state inventate. Così dopo la Scarpa d’oro Wim Kieft, dopo Klaus Berggreen, dopo Dunga, ecco Simeone. Sull’argentino c’era da tempo l’Hellas Verona, poi la retrocessione in B fece saltare tutti i piani. Sembrava fatta per l’approdo alla Fiorentina, che lo aveva fatto seguire da Roberto Pruzzo, invece, alla fine, a spuntarla è stato il Pisa.

sim
L'arrivo di Simeone

Ricco, in verità, Simeone lo era sempre stato. Classe 1970, è nato sotto il segno del Toro e cresciuto nel quartiere Palermo, tra i più belli e anche i più raffinati di Buenos Aires. Santa Fe Avenue, Villa Freud, il Planetario Galileo Galilei, la Casa Rosada a due passi. Papà Carlos dirige una fabbrica di utensili e prova a farlo studiare, ma non c’è verso. “La prima parola che ha pronunciato fu gol, da quel momento capii subito. Un giorno gli regalarono un gioco molto grande, un terreno fatto di soldati e di indios. Lui lo trasformò in un campo da calcio”.

LEGGI ANCHE: VITTORIO ZUCCONI E QUELLA LETTERA AL SERGENTE DI BIAGIO

La prima maglia che indossa è quella del Club Atletico Velez Sarsfield. Gioca da centrocampista, mettendo in campo tutta la sua grinta e la sua cattiveria. Per questo Victorio Spinetto, allenatore delle giovanili, lo inizia a chiamare Cholo, lo stesso soprannome di Carmelo Simeone, difensore di Velez e Boca Juniors negli anni Cinquanta-Sessanta. La parola viene dall’antico azteco “Xoloitzcuintli” e significa meticcio, incrocio di razze. Il giovane Pablo ha un repertorio di grinta e intensità, di furbizia e voglia di vincere. Come quella volta a el Fortin, lo stadio del Velez nel barrio de Liners, quando a 11 anni faceva il raccattapalle e fu espulso. “Si giocava contro il Boca Juniors, ad un certo punto il portiere, el Loco Gatti, era distratto. Io lanciai un pallone qualche metro più avanti, mentre Mario Vanemerack arrivava di gran carriera. Alla fine c’erano due palloni in campo e quasi facemmo gol”. L’arbitro Juan Carlos Loustau, però, vede tutto, va verso il ragazzino diabolico e lo caccia dal campo.

simeone2
La figurina di Simeone al Pisa

Con la prima squadra del Velez Simeone gioca tre anni. Disciplinato, tattico, emotivo, aggressivo, carismatico. Un rapporto privilegiato con la porta avversaria, con 14 reti, nonostante il suo compito principale fosse quello di difendere la propria. Diventa, a neanche venti anni, un punto di riferimento per tutti i suoi compagni. Finchè Romeo Anconetani decide di portarlo in Italia, sfruttando la crisi economica argentina. “Nessuno è come me a comprare stranieri. Ora punto molto sullo svezzamento di Larsen e Simeone che ho ingaggiato perchè rispondevano a due requisiti essenziali per il Pisa: sono giovani e costavano poco”. In Toscana fa appena in tempo a conoscere Mircea Lucescu, al Pisa fino al marzo 1991, a cui bastano pochi mesi per capire che il ragazzino “diventerà uno dei più forti centrocampisti d’Europa”.

LEGGI ANCHE: MUSCOLI, PROSCIUTTI E SVASTICHE. BREVE STORIA DELLE PIÙ BRUTTE MAGLIE DI CALCIO

Intanto, in quel Pisa, Simeone affianca Henrik Larsen e David Fiorentini, Aldo Dolcetti e Mario Been, Lamberto Piovanelli e Josè Chamot, detto el Flaco. E proprio con quest’ultimo, un altro argentino scovato da Anconetani nel Rosario Central, el Cholo lega più di tutti. Il presidentissimo li aveva scelti nello stesso momento, lo stesso giorno, l’ultimo del calcio mercato estivo 1990. Il Pisa non aveva ancora chiuso la Rosa, dall’Argentina arriva un fax con una lista di nomi. Un elenco, fatto di foto, ruolo, altezza e peso. Lo ha raccontato Marco Malvaldi, scrittore pisano autore dei Delitti del BarLume: “Romeo, dopo aver esaminato il fax, disse con piglio deciso: «Quetto qui e quetto qua. Soprattutto quetto qua. Mi garba, ha la faccia decisa». «Quetto qui» e «quetto qua» erano José Antonio Chamot e soprattutto Diego Pablo Simeone”.

anconetani
Romeo Anconetani mentre sparge il sale prima di una partita

El flaco ed el cholo hanno solo un anno di differenza, uno gioca in difesa e l’altro a centrocampo. “Stavano sempre insieme – racconta Luca Giannini, che affiancava Lucescu in panchina – arrivavano sempre, ogni giorno, 40 minuti prima degli altri. Iniziavano a scaldarsi, a palleggiare, a fare batti muro. Poi, ad allenamento finito, restavano in campo per fare addominali e flessioni. Erano un esempio per tutti”.

Sulla carta d’identità c’era scritto 20 anni, in campo però, e soprattutto nella testa, ce n’erano almeno 30. Giocava con rabbia, ma anche con intelligenza, in campo come negli allenamenti, dove qualche senatore chiedeva al mister di placare i tackle del ragazzino. “L’unico sudamericano che migliora alla distanza” scriveva il Corriere. Non aveva paura di nessuno. Nemmeno di quelli più forti e più grandi di lui, come Tony Adams, quasi 2 metri di difensore inglese, che sfidò in un’amichevole con l’Argentina. “Tornò con una gamba completamente nera – racconta ancora Antonio Scuglia - Gli dissi di farsi visitare. Mi rispose: ma sei scemo? Il presidente già non voleva che andassi, figurati se gli dico che sono infortunato”. Pisa lo accolse e lo coccolò per due anni. Abitava in pieno centro, in Borgo, dietro Ponte di Mezzo. Tutte le domeniche mattina in chiesa, i litri di mate, l’amore per la famiglia. Con il padre che quando veniva a trovarlo si ritrovava a giocare a calcio, fuori città, con tifosi e giornalisti.

simeone3
Altra figurina di Simeone

Simeone indossò la maglia nerazzurra 62 volte, mettendo a segno 6 reti. Le sue più grandi sfortune furono due. La prima esere capitato in una Serie A pazzesca, fatta di Zico, Platini, Baggio, van Basten. La seconda, la retrocessione del Pisa, nel 1992, e l’obbligo, da regolamento, di ridurre il numero di stranieri in rosa.

Il ballottaggio era tra Simeone e Henrik Larsen, che per uno strano scherzo del destino si ritrovò a giocare, e a vincere, gli Europei 92: la sua Danimarca fu ripescata in seguito all’esclusione della Jugoslavia. Il biondo centrocampista segnò tre reti e alzò la coppa in cielo. Così Anconetani decise di privarsi del suo gioiello argentino. Lo voleva il Siviglia, Carlos Billardo si era innamorato di lui e riuscì a pagarlo solo 160 milioni. Il resto è storia nota, con le vittorie all’Inter e alla Lazio, i trofei in campo e in panchina all’Atletico Madrid. Che, forse, non ci sarebbero mai stati senza gli anni di Pisa.

 

Si ringrazia Antonio Scuglia, de Il Tirreno, per le preziose notizie e informazioni.

 LEGGI ANCHE: GIOCATORI DIVERTENTI DA VEDERE | NUMERO 3

La storia di cui parla Giuseppe Culicchia nel suo “Superga 1949” parla del grande Torino ma inizia al sud, precisamente in Sicilia. “Inizia da mio padre, arrivato in Piemonte nel Dopoguerra, ma innamorato di quella squadra come tanti altri bambini siciliani che immaginavano di essere calciatori granata senza averli mai visti, ma solo sentiti alla radio, immaginati dietro una telecronaca”.

Uscito quest’anno per l’editore Solferino, il libro ha come sottotitolo “Il destino del Grande Torino. Ultima epopea dell’Italia unita”. Perché la squadra di Mazzola, di Ossola, di Ballarin, di Grezar, non era solo l’armata calcistica capace di vincere in casa quasi cento partite di fila (88 per la precisione), né la macchina da gol che aveva abituato i suoi tifosi a goleade fantascientifiche (10 a 0 all’Alessandria, altro record) o che mise a segno 125 reti in una stagione (di nuovo record). Il grande Torino è un mito, una tradizione popolare, un’eredità che si tramanda. “Se oggi i bambini vanno allo stadio con la maglietta di Belotti, è perché probabilmente hanno un papà o un nonno che gli ha spiegato quanto era grande Mazzola”.


La copertina del libro di Giuseppe Culicchia "Superga 1949"

Giuseppe Culicchia, torinese classe 1965, scrittore e traduttore, parte dai numeri per spiegare la grandezza di quella squadra: “Torino, all’epoca della strage, aveva 500 mila abitanti. Ai funerali andarono 600 mila persone”. I granata erano una squadra che univa, era simbolo della riscossa del dopoguerra, la voglia di riscoprirsi di nuovo uniti: la stessa nazionale italiana, in campo, metteva 10 giocatori del Torino, più il portiere della Juventus.

LEGGI ANCHE: SUPERGA, NON SOLO GRANDE TORINO. I TRE GIORNALISTI CAVALLERO, CASALBORE E TOSATTI

Il libro si snoda attraverso racconti e figure, personaggi simbolo di quel Torino. Dall’allenatore, l’ungherese Leslie Lievesley, tecnico modernissimo, il primo a curare anche l’alimentazione dei suoi atleti, al presidente Ferruccio Novo, che aveva costruito la squadra pezzo per pezzo, soprattutto comprando Loik e Mazzola dal Venezia. “Una delle storie più struggenti – ha raccontato l’autore durante la presentazione al Festival Caffeina – è quella di uno dei pochi sopravvissuti: Sauro Tomà. Difensore, non era stato convocato per la trasferta per un infortunio al menisco. Quel 4 maggio era andato regolarmente ad allenarsi al Filadalefia, quando sentì il boato. Tornò a casa, fu bloccato dal barista: “Non lo sai, ma è successa una strage”. Prese la bicicletta, arrivò al colle di Superga e solo il segretario del Torino riuscì a prenderlo per la giacca: “Fermati, non puoi vedere i tuoi compagni ridotti così”. Mi ha raccontato di averlo ringraziato per tutta la vita”.


Il Grande Torino

C’è spazio ovviamente per il capitano Mazzola, per il magico Stadio Filadelfia, per le cronache della tragedia dell’inviato del Corriere della Sera, Dino Buzzati. C’è spazio, ovviamente, per una riflessione sul presente. “Essere del Torino oggi è difficile. È una rivalità diversa da quella tra Roma e Lazio, tra Inter e Milan, dove l’equilibrio è sostanzialmente lo stesso. Fortunatamente, però, la città continua ad essere granata”. Cambiano le squadre, i calciatori, cambia il calcio: “Oggi non c’è più magia perché puoi vedere tutto, non devi immaginare niente: si gioca ogni giorno, ad ogni orario, con le telecamere entri fino negli spogliatoi. Ma il calcio continua ad essere metafora della vita, per quella capacità di prendere vie sempre diverse, inaspettate”. Come quella del Grande Torino. Che non è morto, è solo in trasferta.

Paolo Bargiggia e Altaforte, storia di un amore

Era il 30 maggio, 25 anni dalla morte di Agostino Di Bartolomei, quando cercando libri e materiale sullo storico capitano della Roma mi ritrovai sul sito di Altaforte, la casa editrice vicina a Casapound finita sotto i riflettori in occasione della polemica, e successivamente dell’esclusione, dal Salone del Libro di Torino.

Guidaci ancora Ago” di Pietro Nardiello, questo il titolo sullo schermo. Era l’occasione giusta per curiosare meglio nel catalogo dell’editore, che vanta pubblicazioni su geopolitica e globalizzazione, su D’Annunzio e Salvini, sugli ZetaZeroAlfa, band di alternative rock vicina a CasaPound, e su Mario Piazzesi, autore di “Diario di uno squadrista toscano”. È girando tra le pagine del catalogo che mi imbattei nella prossima uscita di Altaforte: “I segreti del calciomercato”, opera prima di Paolo Bargiggia.

Bargiggia2

Paolo Bargiggia ad un'iniziativa di CasaPound

Giornalista di Sport Mediaset, 57 anni, una laurea in scienze politiche e un passato nella redazione milanese del Corriere dello Sport. Dal 2017 lo troviamo su Il Primato Nazionale, testata giornalistica di CasaPound, dove cura la rubrica sportiva “Il martedì di Bargiggia”, continuando ad essere opinionista ed esperto della rete berlusconiana per quanto riguarda trasferimenti calcistici ed esclusive. E proprio nella sua Pavia, dove è nato e vive, ha presentato al pubblico il suo volume, alla presenza del neoassessore leghista Pietro Trivi e del direttore di SportItalia e Tuttomercatoweb, Michele Criscitiello. “Questo libro sul mondo del Calciomercato – ha spiegato Altaforte in una nota - evidenzia l’allargamento del nostro spettro di offerta culturale ed è motivo di soddisfazione che un professionista del calibro di Paolo Bargiggia abbia scelto di pubblicare il suo primo libro per noi. Non solo politica, inchieste e saggi storici e di attualità, ma anche costume e società nel nostro catalogo”.

Al tavolo, lo scorso giovedì, per la casa editrice c’era Francesca Pini e non Francesco Polacchi, numero uno di Altaforte e fondatore del marchio di abbigliamento Pivert. 33 anni, è dirigente del partito di Simone Di Stefano e prima ancora della sua versione giovanile, Blocco Studentesco. Ha la fama del picchiatore, si dichiara orgogliosamente fascista, parla dell’antifascismo come del “vero male italiano”.

Bargiggia3Paolo Bargiggia ringrazia chi gli dà del fascista

Idea che forse condivide con il nuovo autore del suo arsenale. Di cui troviamo traccia sui suoi profili social. È il 1 giugno 2015 quando Paolo Bargiggia, rispondendo ad un follower, scriveva su Twitter: “Per te è meglio la cultura rom e le porcate che fanno della cultura fascista che fece anche buone cose per la gente”. Era passato appena un mese da un altro tweet emblematico, dedicato al “Primo maggio, festa ipocrita e anacronistica”. L’orizzonte in cui collocare il giornalista di Mediaset appare facile, scontato e intuitivo. Ma è ancora lui stesso a confermarlo, in un altro tweet di giugno 2015: “Piano piano ho deciso di bloccare i fan di zingari, cultura gay, immigrazione selvaggia e anti Italiani”, per tornare a confermarlo alla vigilia della finale di Coppa del Mondo, lo scorso luglio 2018, quando decise di schierarsi per la Croazia, “una nazionale completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista” da opporre ad una Franciamelting pop di razze e religioni, dove il concetto di nazione e Patria è piuttosto relativo”. A chi gli diceva “Bargiggia sei il mio duce”, il giornalista rispondeva: “Per sistemare sto letamaio di Italia non ne basterebbe uno”. A chi gli chiedeva cosa ne pensasse dell’omicidio Matteotti e delle Leggi Razziali, rispondeva: “E tu delle guerre puniche?”. A chi lo accusava di essere fascista, rispondeva: “Non dovevi disturbarti per farmi un complimento”.

Tessere sparse di un mosaico complessivo, che trova nell’individuazione di un nemico comune, nel calcio come nell’economia, in campo come in politica, la chiave del suo successo. Nel silenzio assordante del mondo del giornalismo, da Mediaset a Criscitiello, fino a Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport e autore della prefazione del libro, che permette, anzi, facilita la trasmissione di idee estreme, violente, di odio. Idee fasciste, a cui ci siamo tutti abituati.

Pagina 1 di 9

Internazionale

Altri sport

Interviste

Amarcord

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!