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La lettera di protesta delle calciatrici italiane

Alla vigilia della decisione sulla eventuale ...
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Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo ...
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La lettera di protesta delle calciatrici italiane

Alla vigilia della decisione sulla eventuale ripresa della Serie A Femminile di calcio, teniamo molto a chiarire quello che è il nostro stato d’animo attuale e quelli che sono i pensieri che abbiamo maturato.

Siamo sempre state unite in questi mesi attendendo con pazienza che ci venisse comunicata una decisione rispetto al nostro futuro. Abbiamo compreso che dovevamo aspettare, perché c’erano priorità da affrontare e molte cose da capire rispetto ad una situazione di emergenza che ha colpito profondamente il nostro Paese e che giustamente richiedeva riflessioni ponderate per fare ripartire tutte le attività della nostra vita con una adeguata sicurezza.
Quando è arrivato il nostro momento ci è stato detto che c’era la volontà di provare a farci proseguire per non guastare il bel percorso che il calcio femminile stava facendo nel nostro Paese. Aperte ad ogni soluzione ci siamo messe a disposizione per capire se ci fossero le adeguate condizioni per continuare.

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Mentre attendevamo e lavoravamo ad una ripresa, però, è anche emersa la vera realtà del nostro sport oggi. L’emergenza ha di fatto messo in luce tutte le fragilità di un sistema ancora acerbo ma promettente che stava crescendo in questi anni e che ha dovuto affrontare una fulminea e gravosissima situazione.
Le calciatrici oggi sono molto confuse. Non abbiamo paura ad ammetterlo. Non lo eravamo, eravamo unite in un unico pensiero in questi mesi, ora non lo siamo. E questo perché l’attesa genera dubbi, soprattutto per come è stata vissuta.

Nonostante quanto riconosciuto, nonostante le perplessità, i dubbi, la confusione che questa attesa lunga tre mesi ha generato, ancora una volta siamo qui, a parlare con una voce comune, perché pur nelle diversità ormai più che lecite di opinione, ci siamo rese conto che invece ci sono cose che abbiamo ben chiare e su cui ci troviamo unite come e più di sempre. E allora vogliamo parlare di quello che ci unisce e di quello che alla fine riteniamo davvero importante.
A tutt’oggi, dopo molti mesi di inattività, permangono irrisolte criticità di carattere sanitario ed organizzativo e siamo quasi a ridosso dell’inizio di una nuova stagione. Mentre discutiamo della ripartenza, non possiamo farle tutte dallo stesso punto di vista. Molte calciatrici tutt’oggi non sono state convocate per gli allenamenti. Non sono messe nelle condizioni di praticare il loro sport e sono deluse dal fatto di non avere questa possibilità. Anche l’attesa di una decisione sarebbe stata differente avendo tutte rivisto l’erba di un campo da gioco, ma oggi non è così.

Apprendiamo della proposta di terminare il campionato con una formula ridotta di play off e play out che coinvolgerebbero sei delle dodici squadre del nostro campionato. Non la condividiamo, perché non vediamo come possa essere tutelato il merito sportivo con una modalità di gioco che a nostro avviso non garantirebbe la vera equità. Le calciatrici pensano questo: o scendiamo tutte in campo o non ci scende nessuna. Tutte devono essere in grado di lottare per i propri obiettivi, oppure devono tutte mettere un punto su questa stagione e prepararsi per la prossima partendo dalle stesse condizioni.

Quello che appare in sintesi ai nostri occhi è che il nostro sistema va riformato. È tempo di decidere quale direzione dobbiamo prendere perché situazioni simili non sussistano più. Siamo le calciatrici della Serie A Femminile, si parla di noi e delle imprese della Nazionale di cui alcune di noi fanno parte e che sentiamo nostra. Ma è ora di garantire le giuste tutele a tutte quante, uno status da professioniste e condizioni reali di professionismo.

Come sempre fatto, non ci esprimiamo in merito alla prosecuzione o meno di questa stagione. Siamo consapevoli che potrebbe essere per noi un’opportunità riprendere, ma crediamo anche che l’opportunità vera emersa in questi mesi, o forse una necessità non più procrastinabile, sia quella di spingere verso l’alto questo sistema, facendolo crescere e mettendo le giuste basi per elevarci come calciatrici, assieme ai nostri club e alla nostra federazione, per dare sostanza e risorse vere a questo pezzo di calcio che già a livello d’immagine è nel cuore di molti.

Le calciatrici italiane

Agostino Di Bartolomei, il Garrone della Roma

Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei si sparava un colpo al cuore. Non alla testa, al cuore. Erano passati dieci anni esatti dalla finale persa dalla sua Roma contro il Liverpool. Fu un caso? Fu una coincidenza? Non lo sappiamo. Non lo sanno i tifosi della Roma, gli appassionati di calcio, i suoi amici. Non lo sa il figlio Luca, che oggi scrive: "‪Viviamo fra dolori anonimi ed indivisi contro cui sbattiamo più o meno cinicamente ogni giorno mentre dovremmo prenderci più cura gli uni delle ferite degli altri.‬ ‪La vita è un cross sporco, sbagliare non è una colpa". 

Per ricordarlo scegliamo le parole di Gianni Mura, in questo articolo pubblicato su La Repubblica il giorno dopo la sua morte. 

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BRAVO E SILENZIOSO, IL GARRONE DELLA ROMA 

ADDIO, capitano. Arriva la notizia e si cerca di capire ed è stupido ma inevitabile avere questa reazione. Forse non c' è niente da capire, come in quella canzone che ti piaceva tanto, a te che non hai mai avuto paura di tirare un calcio di rigore, neanche quella sera col Liverpool. Ti ripenso a fronte bassa e ti chiedo scusa se il mio mestiere è parlare. Meriteresti, capitano, il silenzio che si riserva a chi ha deciso di aprire, da solo, l' ultima porta. E quando ha deciso la spalanca e va di là. Quasi tutti si sparano alla testa, non al cuore, e mi sto chiedendo se non fosse questo il tuo messaggio. Perché è difficile capire, immaginarti sul terrazzo fiorito, il bel paesaggio intorno, con una pistola in mano.

Perché doveva essere immensa la voglia di aprire la porta, e meditata a lungo (sei sempre stato un tipo riflessivo e lontanissimo dai cosiddetti gesti inconsulti) e preferirei non saperne l' origine, per rispetto alla tua storia, alla tua vita, al tuo cuore. I ricordi dei compagni ti disegnano bene. Bruno Conti, uno dei più vicini a te, pur così diverso, ha detto che eri bravissimo a prenderti in spalla i problemi dello spogliatoio e a difenderli davanti al presidente. In effetti, questa era l' immagine tua: bravo ma lento in campo, una specie di capoclasse fuori. Garrone. Mi veniva spontaneo il confronto, anche perché parlavi volentieri dei problemi dei ragazzini, della scuola, della violenza. Facevi proposte, anche: sette-otto anni fa, quella di rendere obbligatorio dalle elementari l' insegnamento della storia dello sport. Dello sport, non solo del calcio, perché capissero qualche valore in più, perché avessero la mentalità giusta. A te le sceneggiate non erano mai piaciute nemmeno in campo. Coltivavi la serietà con attenzione, non diventasse musoneria. Ma niente caciare, niente pacche sulle spalle. E adesso, a pensarci, credo non ti piacesse nemmeno essere chiamato Ago oppure Diba (Di Bartolomei troppo lungo per i titoli, Agostino fuori moda in un calcio di Christian e Gianluca). Agostino Di Bartolomei lo scrivo adesso per esteso e c' è quasi il profumo del pane d' una volta.

Agostino cresciuto sui campetti di Tor Marancia e capitano della Roma scudetto, Agostino che leggeva, cercava sempre di migliorarsi, andava a teatro, e lamentava, lui bravo ma lento, la velocità dei giudizi, la frenesia, la videodipendenza, e rivendicava il diritto alla ponderatezza, alla calma non fredda ma civile, lui adesso s' è sparato al cuore e l' ha ritrovato sul terrazzo il figlio che tornava da scuola, lui aveva già deciso di tirarsi fuori dal mondo, a nemmeno quarant' anni. E' tutto vero e amaro, non è un brutto scherzo, capitano. E quando mai ne hai fatti di scherzi? Impossibile solo immaginarti partecipare a un gavettone, e anche da giovane avevi l' aria da anziano, con una faccia sempre identica, mai modificata con baffi o basette, i capelli neri brillanti con riga sulla sinistra e un colorito scuro, quasi mediorientale.

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Solo tu, negli anni del grande odio, potevi permetterti di dire di aver sempre ammirato lo stile-Juve. Che poi per te era soprattutto continuità di gestione, la stessa di Inter e Milan con Moratti e Rizzoli (quando parlavamo di queste cose, Berlusconi non era ancora entrato nel calcio). Il ciclo della Roma dipendeva da Viola, dicevi, e aggiungevi che per tutto il sud, da Napoli a Bari a Palermo, l' efficienza delle squadre del nord non doveva essere un bersaglio di sfottò ma un obiettivo. Si parlava a casa tua, oltre la Laurentina, che (me l' aspettavo) non sembrava la casa di un calciatore. Molti libri, molti dischi, molti quadri, ricordo quelli dei due figli, firmati da Guttuso. Nemmeno una maglia, una coppa, una fotografia in divisa da calciatore. Dicevi, già allora, che la velocità del gioco era un mito imperfetto, e bisognava tornare a insegnare la tecnica. Avevi seguito Liedholm al Milan, ci eravamo visti qualche volta in ristoranti del Varesotto, si sceglieva una volta per uno e devo dire che ne capivi (me l' aspettavo, tornava nel quadro). E poi avevi aperto una scuola di calcio e ultimamente avevi voglia di rientrare (cosa più difficile, per chi è serio) e probabilmente sotto questo profilo non ti ha giovato l' isolamento a San Marco di Castellabate (un nome più lungo del tuo). Ma lì stava la tua famiglia e lì stavi tu.

Da uomo, da marito, da padre responsabile, con un innato senso del dovere, della dignità, della lealtà. Così ti vedevo e continuerò a vederti, Agostino Di Bartolomei, oltre il buio che hai scelto. Capitani non si nasce. Si diventa e si muore. E adesso silenzio, davvero.

 

da La Repubblica, 31 maggio 1994. 

Vado in Curva Sud, mà

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillano gli occhi. Gli stessi occhi di quel bambino con i capelli biondi, a caschetto, e la maglia Barilla. Gli stessi occhi miei, tuoi, nostri. Lo sapevamo ieri, oggi ne siamo convinti ancora di più.

La domenica del derby Capitan Futuro era allo stadio, insieme a Valerio Mastandrea. Magari era seduto proprio vicino a te. Lo hanno provato video e foto, circolati sui social e diventati subito virali. Trucco, parrucca, naso finto e via a sostenere la sua squadra. "Non escludo che mi vedranno intrufolato sugli spalti con un panino e una birra a tifare i miei amici" aveva detto alla conferenza d'addio. Daniele De Rossi, quando parla della Roma, usa le stesse parole mie, tue, nostre. Di un tifoso qualunque. "Vado in Curva Sud, mà". Cinque parole che, per lo meno per chi scrive, sono un cazzotto emotivo e allo stesso tempo una carezza.

Perchè "vado in Curva Sud, mà" l'ho detto anche io, quando avevo quattordici anni e andavo allo stadio di nascosto. Papà non voleva e non doveva sapere, ma certe cose a mamma non si possono nascondere. Il cellulare senza WhatsApp, la sciarpetta nascosta dentro il motorino, le scuse più assurde. "Com'è stai senza voce?", "Ho preso freddo in giro". Gli anni della tessera del tifoso, dei cori contro Maroni sulle note di Furore, la voglia di stringersi un po'. L'ora e mezza di attesa prima del riscaldamento, birra e chipster per passare il tempo, l'odore acre dei fumogeni annusati per la prima volta.

"Vado in Curva Sud, mà", confessione e rifugio, sincerità e orgoglio. L'extraurbano fino a Piazzale Flaminio, poi il 2 fino a Piazza Mancini. La fila ai tornelli, gli occhi del bambino che guardano gli ultras, i gruppi, gli stendardi, le bandiere, le vetrate scavalcate. Le scalette e il cuore in gola. Le file di seggiolini volate ad ogni gol, gli abbracci agli sconosciuti, ai fratelli. Le lacrime e il sudore, ansia e corde vocali. L'attesa della domenica, le seghe a scuola per andare a prendere i biglietti o finire a Trigoria, i cori imparati a memoria dopo appena due minuti.

"Vado in Curva Sud, mà" e poi, verso le undici, "Sto tornando, mà". Perchè dall'altra parte del telefono, è sempre così, si sta in pensiero. Non solo per lo stadio, per la strada, per gli scontri. Si sta in pensiero soprattutto per la partita. E si soffre davanti a televideo, incollati a Quelli che il calcio o dietro una radio. "Vado in Curva Sud, mà" e magari accanto a mi trovo Daniele De Rossi, con una parrucca e un cappello per non farsi riconoscere. Magari trovo Francesco Totti, a sventolare con un ginocchio a pezzi. Magari trovo Francesco Rocca, zoppo de Roma al pari di Zaniolo, soffrire e piangere insieme a me davanti a una finale persa. Questo è il mio vanto che non potrai mai avere, queste sono le cose che "non puoi capire se non ci sei dentro". Questo è il friccicolio di quando ti arriva il messaggio giusto, quello che aspettavi da un po': "Giovedì tutti allo stadio. Ma non per loro, per noi". Anche, e soprattutto, in momenti così. Queste sono le sensazioni che può capire nessuno. Anzi, una persona sì.

La stessa che ogni volta che esci di casa per vedere la Roma ti dice, sicura, "dai che oggi vince". Anche se non sa la formazione e neanche l'avversario, poteva essere il Cittadella o il Real Madrid. Lei lo sa, oggi vince. E se dovesse andar male, e se dovessi far tardi, e se dovessi tornare a casa incazzato e arrabbiato e deluso e spento, sotto un piatto coperto ad arte, lascia mezza fettina panata avanzata dalla cena. Essere della Roma è anche questo. È quotidianità, è cibo (Gianni Mura paragonava Agostino Di Bartolomei all'odore del pane appena fatto al mattino), è famiglia. E Daniele ce lo ha ricordato in cinque parole. L'altro giorno, in un tema, un ragazzo ha scritto: "Il tifoso romanista è colui che non vince ma ci crede fino in fondo. Penso che le sconfitte più pesanti da sopportare siano state quelle di Manchester, con il Barcellona, con la Fiorentina. Però dopo tutto questo ci siamo saputi rialzare". E lo faremo anche domani, anche quando passeranno gli anni, cambieranno i giocatori e anche i presidenti. Ma noi saremo qua. Con un panino avanzato, sopra gli spalti o dietro a un tavolo.

"Vado in Curva Sud, mà". Mi passa a prende De Rossi.

Bagarre scudetto, arriva la Lazio

Il campionato regala sorprese e dimostra di essere vivo in modo inaspettato. Dapprima la Juve schianta la modesta Udinese 3 a 1 grazie alla doppietta del Ronaldo dei tempi belli e al gol di Bonucci, chiudendo la gara già alla fine del primo tempo, mentre l’Inter urla a Firenze tra la disperazione di Conte e gli abbracci di sollievo tra Montella e Vlahovic, autore all’ultimo istante di un 1 a 1 imprevisto ed emozionante.

Dopodiché la Juve inaugura la 17esima giornata di serie A, vincendo 1 a 2 in casa della Sampdoria con un Dybala smagliante capace di realizzare una rete spettacolare con un sinistro al volo su assist millimetrico di Alex Sandro e con raddoppio di CR7, raggiunto da un cross telecomandato del già citato terzino brasiliano in vena di prodezze in questa serata magica. A proposito di prodezze. Proprio parlando di questo secondo gol. Fa notizia in tutto il mondo la sopraelevazione del 5 volte pallone d’oro portoghese fino a colpire di testa un pallone bestiale all’altezza di 2 metri e 56 centimetri tanto da costringere le compagnie aeree ad allarmare le autorità competenti per invasione dei cieli da parte di un UFO dall’ingaggio mica male.

caicedo
La Lazio ha finalmente trovato il suo vice Immobile: Caicedo

Il campionato si infiamma e i bianconeri si portano provvisoriamente, con una gara giocata in più, a +3 sull’Inter e a +6 sulla Lazio. Si, sulla Lazio. Eppure non siamo in piena era Cragnotti tra la fine degli anni 90 e gli inizi degli anni 2000. Nonostante ciò, i biancocelesti non sono esclusivamente terzi da soli con prenotazione di un posto Champions, ma anche in lizza per il titolo. Lo prova la straordinaria mentalità dimostrata nella partita disputata contro il Cagliari finita 1 a 2 con gol di Luis Alberto al 92esimo e di Caicedo al 97esimo minuto alla Sardegna Arena contro una ostica concorrente per accedere alla competizione europea più prestigiosa. Un finale thrilling, un match infuocato pieno di emozioni.  Il Cagliari ha corso per tutta la gara dispiegando la forza del suo ventaglio di centrocampisti e attaccanti caricati a molla e dotati di una tecnica mostruosa quali Cigarini, Nainggolan, Nandez, Joao Pedro e Ionita per non parlare di un buon Simeone particolarmente irrefrenabile.

Ma la Lazio ha mostrato qualcosa in più, qualcosa di diverso. Il secondo tempo è stato frutto di una grinta incredibile con una prestazione comunque più sofferente del solito visto l’equilibrio esistente tra le 2 squadre. Tuttavia, nonostante un Immobile e un Correa non al top almeno in questa gara ovviamente, l’equilibrio fornito da Acerbi nelle retrovie, le corse di Lazzari sulla destra, la solidità di Milinkovic nel mezzo, la fantasia di Luis Alberto, di solito superbo dispensatore di assist (ne ha realizzati 11 in questa stagione), invece autore contro i rossoblù di un gol memorabile nel finale, per non parlare soprattutto dell’impatto devastante di Caicedo nell’ultimo quarto d’ora del match con una rete siglata ancora nel recupero che lo lascerà negli annali di questa stagione hanno ribaltato le sorti di questo scontro epico, regalando alla Lazio l’ottava vittoria di fila in serie A e la visione celeste della paradisiaca zona scudetto.

alberto
Luis Alberto è il fantasista di questa Lazio

La Lazio con una spallata si è portata a ridosso di Inter e Juve. Cosa a quanto pare ignota ai media occupati a focalizzarsi sulle dichiarazioni di Conte piene di lirico pathos nonché leggermente inquietanti (sempre che le faccia non annullando le conferenze stampa; difatti anche il suo silenzio viene approfondito da giornali e TV. Una specie di novello Celentano. Scusaci, Adriano per il paragone). Inzaghi è sembrato finalmente dare un’impostazione volta a mantenere la concentrazione nei momenti clou. Come contro la Juve battuta all’Olimpico per 3 a 1 dopo 16 anni di digiuno in campionato nelle gare giocate contro i bianconeri o come contro il Milan sconfitto a San Siro per 1 a 2 con i rossoneri che erano rimasti imbattuti in serie A da avversari dei biancocelesti dal 1989. Seppur tenuto conto che il Diavolo ormai è condannato a rimanere non a caso in un ambiente infernale, la distruzione di 2 record negativi di carattere ancestrale e dalle origini decisamente perse nel tempo e nella memoria vuol dire aver fatto uno step formidabile in avanti per quanto concerne lo starci con la testa nelle occasioni importanti. Almeno in campionato.

Intanto l’Europa League qualcuno l’ha dimenticata a casa, sacrificata all’altare con certezza per sogni di gloria luminosi, ma solo possibili.  

 

di Federico Cavallari

Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma

E’ incredibile. La Roma ce l’ha fatta. Ha trovato i suoi perni, i suoi elementi essenziali, quelli che potrebbero addirittura far iniziare un ciclo che, si spera, possa essere vincente. Smalling e Mancini. Due nomi due garanzie. Tra campionato ed Europa League in ben 5 gare in cui si è formata questa coppia ben assortita la Roma ha subito un solo gol e ciò contro il Cagliari, peraltro su rigore. 5 partite sembrano poche per tirare le somme? Verissimo. Ma ricordiamo quanto negli scorsi incontri la presenza di almeno uno dei due giocatori o di entrambi, anche se in questo caso in ruoli diversi, sia pesata nei risultati della squadra giallorossa.

Che, per essere precisi, è quarta in classifica insieme proprio al suindicato Cagliari, avendo 6 punti in più in Serie A rispetto allo scorso anno in tale momento della stagione. Smalling vanta 1080 minuti giocati finora, 10 gare disputate tutte di fila, 2 gol fatti e, rimanendo nei confini italiani, una media voto pari a 6,33 tra le più alte nel nostro campionato finora tra i difensori, dando già da solo una stabilità inedita al reparto arretrato ed essendo in grado di aver al proprio fianco calciatori dal timoroso talento come Cetin o dalla comprovata esperienza sì, ma dalla crisi irreversibile come Fazio. Smalling soprattutto fornisce prestazioni d’eccellenza, è rapido, gioca d’anticipo, leggendo le mosse degli avversari, è bravo in marcatura e rende decenti le prestazioni imbarazzanti dei suoi compagni di reparto, diversi da Mancini è chiaro, anche quando sono palesemente in difficoltà. In base alla Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato un’offerta iniziale di 12 milioni di euro da parte della Roma, il Manchester United ne pretende 20 per cedere a titolo definitivo il cartellino del giocatore arrivato in prestito oneroso con corrispettivo fisso di 3 milioni, prestito che è rimasto secco e non con diritto o obbligo di riscatto per mancanza di tempo, essendo stato concluso l’affare nella fase finale della sessione estiva di calciomercato appena trascorsa.

L’accordo si dovrebbe trovare a 15 milioni di euro più 3 di bonus con il patto già delineato nella sostanza dalle parti a che il club capitolino versi 3 milioni annui di ingaggio al difensore inglese fino al 2022: si spera che il tutto vada in porto per la gloria dei colori giallorossi. Il buon Mancini invece è già di fatto della Roma che ha saputo brillantemente investire in un talento assai luminoso dal presente e dal futuro assicurato: è arrivato alla Roma nel luglio di quest’anno con un prestito oneroso a 2 milioni di euro da rendere subito all’Atalanta assieme a un obbligo di riscatto pari 13 milioni più 8 di bonus da pagare a fine stagione ai bergamaschi. Il ragazzo ha soli 23 anni, ha fisico, ha carattere, ha piedi d’oro, sa organizzare il gioco facendolo partire da dietro e, dopo le primissime disastrose gare, per carburare per la prima volta in una realtà allo stesso tempo traumatica, ma anche di livello come quella romana, è migliorato accanto a Smalling e, successivamente prima di essere ricollocato al momento opportuno accanto al Saggio inglese proveniente da Greenwich, è stato piazzato dal genio portoghese di Fonseca sulla mediana affianco al prodigioso Veretout per poter esplodere, entrando in una spirale magica alla Desailly per svariate partite decisive per la Roma in ottica Champions.

Certo, in quest’ultima scelta hanno inciso gli infortuni di massa, i dolori trasfiguranti di giocatori caduti in aree verdi di cemento fatte passare per campi di allenamento, i segreti mistici di una chiesa non sconsacrata in tempo per una dimenticanza usata come ripostiglio a Trigoria e sparizioni misteriose di calciatori romanisti inghiottiti nei lazzaretti e nelle cliniche tra la fiorente vegetazione del centro sportivo. Ad ogni modo Mancini è essenziale per la Roma. E la sua posizione naturale deve essere quella vicino a Smalling. Uno deve essere accanto all’altro. Un maestro che corregge l’allievo nei momenti duri e un allievo che rende migliore la prontezza del suo insegnante e più elastico il suo pensare. Separarli ormai diventa complesso. Uno anticipa, l’altro recupera; uno imposta, l’altro difende con più solerzia; entrambi, se si proiettano in avanti sulle palle inattive, costringono gli avversari a mostrare alle tv gli sguardi pietosi e le urla imploranti di chi non sa come diamine deve reagire. Un malinconico addio va a Manolas che abbiamo lasciato il 30 di giugno alla ricerca di trofei e che ora ha trovato al massimo un record di multe e un dubbioso, ma severo sguardo può posarsi su di lui, sul suo Napoli vincente e su alcuni tifosi giallorossi in preda alle isterie collettive per l’assenza di un campione che chiedeva gli aumenti in presenza di 50 gol subiti a stagione dalla difesa da lui diretta nei suoi 5 anni passati a Roma.   

 

 

di Federico Cavallari

Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione di Fred, nuova rubrica dal sapore vagamente egocentrico, affrontando la situazione del Milan alla luce di queste prime gare di campionato.

Lo facciamo col dolore nel cuore, piangendo la gloria perduta di una squadra che ha fatto la storia non solo del calcio, ma anche dello sport mondiale. Fermo restando l’insensatezza di indugiare sulla classifica dopo sole 5 partite di Serie A, dobbiamo fare un’analisi complessiva molto più ampia, dando particolare peso alle prestazioni in base alle quali sono maturate le 2 vittorie e le 3 sconfitte che costituiscono, per il momento, il bottino disastroso di questo inizio di stagione. Fino al derby con l’Inter di Conte (compreso) e quindi prima della sconfitta con il Torino sulla quale catalizzeremo la nostra attenzione, il Milan è stato un autentico flop sotto il profilo del gioco e della produttività offensiva poiché Giampaolo ha cercato, con enorme sforzo e senza riuscirci affatto, di imporre lo sviluppo di manovre d’attacco basate su tagli, inserimenti continui e sovrapposizioni costanti con centrocampisti assolutamente inadeguati per tale scopo e con attaccanti in perspicace dormiveglia come le guardie della Regina che fingono di sorvegliare Buckingham Palace per farsi il pisolo quotidiano seppur con la scomodità dello stare in piedi. Ad eccezione del buon Suso.

Il tutto ha portato la fase di possesso dei rossoneri ad essere sterile, orizzontale e con scarso senso della profondità a causa di una mancanza di qualità in avanti assolutamente spaventosa e a causa di una mentalità certamente da squadra provinciale, non degna quindi della tradizione di questo club storico. Storico ormai nel vero senso della parola. Parliamo di una squadra che appartiene solo al suo passato: più da museo che proiettata nel futuro dei top club europei. Un team tramutato in una nobile società decaduta in quanto da 6 anni non riesce ad azzeccare una stagione decente, eccezion fatta per la miracolosa Supercoppa Italiana agguantata contro la Juve nel 2016, con un allenatore peraltro che forse non vince una gara, non solo un trofeo, più o meno da allora. Siamo ironici, in qualche altra partita i 3 punti li avrà centrati sicuramente. O no? Non approfondiamo per il bene di Montella. Hanno potuto Suso, Calhanoglu, Kessie, Biglia svolazzare giocando di prima? No.

Hanno potuto costoro, senza l’apporto di nuovi giocatori provenienti dal mercato, creare una manovra avvolgente e dinamica in grado di frastornare gli avversari? No. Chissà perché. Con un centrocampo, identico allo scorso anno, costretto a fare questo folle e vano tentativo di poter essere in grado di realizzare triangolazioni veloci e verticalizzazioni, con il piano di aprire, nei propri sogni più remoti e vanesi, gli spazi in avanti come un ventaglio impazzito animato da corse, rapidità e tecnica senza essere minimamente veloci, rapidi e tecnici (ma questi sono dettagli), il Milan è rimasto bloccato nei catenacci serrati delle difese avversarie, manifestando di tutto tranne la possibilità anche solo di tirare in porta, ed è stato obbligato a giocate individuali senza un’organizzazione tattica ben oliata per un motivo  semplice. Senza i nuovi acquisti del Milan in grado di ingranare a pieno regime, nei quali giocatori riponiamo una certa fiducia, provare queste ricette, senza di loro o con una loro mera comparsata una tantum, è stata una forzatura per Giampaolo. Ciò è dimostrato, oltre che da quanto detto, da una sola palla scaraventata in rete su azione nelle prime cinque partite di campionato, cosa mai accaduta prima. Questo miracolo è avvenuto solo in Milan-Brescia 1 a 0 gol di Calhanoglu.

Allora intendiamoci. Cosa è accaduto in Torino-Milan 2 a 1? I rossoneri non hanno evitato la terza sconfitta stagionale e hanno segnato solo con Piatek su rigore, tuttavia l’apporto dei nuovi giocatori del Diavolo come Bennacer, padrone del gioco a centrocampo tanto da svegliare Kessiè e Calhanoglu alle spalle di un Suso in spolvero, e Theo Hernandez sulla fascia sinistra ha determinato un cambio di rotta visibile, resuscitando dalle zone desertiche un attacco finalmente rivitalizzato formato da un Piatek redivivo e da un Leao, che, in linea con le altre novità di mercato, ha mostrato finalmente una gran prova di sé. Le numerose occasioni create non sono bastate a scongiurare l’ennesima sconfitta stagionale in queste prime gare e occorre rimettersi in carreggiata il più presto possibile. Per far tornare il Milan non di certo al suo antico splendore, ma almeno a livelli più che dignitosi.

L’intenzione di questo articolo era inizialmente di essere molto più duri con Giampaolo, allenatore da apprezzare, ma che rappresenta un enigma sul suo essere in grado di gestire un club così prestigioso nella sua storia. Poi sono intervenute a farci dare maggiore fiducia al mister sia la bella prestazione dei rossoneri col Toro a causa dell’inserimento dei nuovi acquisti sia le parole critiche contro di lui pronunciate dall’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. In quest’ultimo caso vi è proprio la garanzia che Giampaolo sia l’uomo giusto a guidare il Milan.  

 

di Federico Cavallari

Roma, forse ti sei svegliata?

La Roma è uno stato d’animo, non una squadra. Un’emozione di quelle potenti che può distruggere i cardini della logica nell’analizzare la situazione di un club in un certo momento della stagione. Occorre essere sinceri. Non si farà qui una noiosa cronaca dell’ultima partita europea o di campionato dei giallorossi in quanto a riprodurre in modo sterile e asciutto i tabellini delle partite è già delegato un circuito mediatico ben più attento a dettagli di cui francamente si può ignorare l’esistenza. Faremo ben altro.

Considereremo a che punto si trova la Roma nel suo complesso dopo queste primissime gare. Inizieremo proprio ora il discorso con una riflessione senza ipocrisie. La Roma gioca all’inglese ed è la big che si trova culturalmente più all’avanguardia sotto il profilo tattico rispetto alle altre. Sembra più avanti nel lavoro in questa specifica prospettiva di bianconeri, azzurri e neroazzurri. Apprezzabilissimi infatti sono i tentativi di Juve, Napoli e Inter di dar vita anch’essi a un cambio di mentalità nel nostro campionato vecchio, catenacciaro e spezzettato da così tante pause, dovute al fischio di falli inutili, che Celentano potrebbe ambientare i suoi Rock Economy in serie A insieme ai suoi proverbiali silenzi.

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Purtroppo la Roma nell’osare così tanto in avanti corre dei rischi notevoli in difesa. E chiariamolo a tutti coloro che rievocano il fantasma di Zeman appena la Roma inizia a giocare decentemente creando numerose occasioni da gol. Il problema della Roma non è tattico, ma tecnico. Tanto che in Roma-Sassuolo 4 a 2 si sono visti diversi miglioramenti rispetto alla gara col Genoa alla prima di campionato e al derby giocato alla seconda già solo con gli ingressi in campo di Veretout come mediano e di Mkhitaryan come esterno offensivo a sinistra. Il tutto condito da un Pellegrini restituito alla posizione naturale di trequartista alle spalle di uno Dzeko tornato ai livelli precrisi. Ma la difesa sembra mantenere una fragilità lignea come una casa costosa costruita all’americana, dotata cioè di travi come fondamenta destinate a consumarsi e a sfasciarsi per il cattivo clima e per le tarme.

A ogni lancio avversario in area la difesa entra in un corto circuito tale da generare il timore di poter subire da un momento all’altro la rete degli avversari, pur modesti. A chi attribuire il demerito di tale situazione così come emersa in queste prime gare? A Fonseca? Già pericolosamente accostato al boemo come se fosse un insulto poi? Per onor di cronaca la Roma con Zeman tra il 1997 e il 1999 ottenne i migliori risultati che i giallorossi possano ricordare negli anni 90 avendo una rosa dalla qualità combattiva, ma tecnicamente deludente. Unica eccezione il 1991 di Ottavio Bianchi. E’ vero peraltro che Zeman fece una pessima stagione nel 2012-2013 alla guida della compagine capitolina, ma il famoso derby di Coppa è stato perso in virtù dell’atteggiamento super catenacciaro di Andreazzoli. Ricordiamolo. Aperta e chiusa la parentesi sul boemo, comunque sia il paragone con Fonseca non regge. Proprio in base al principio che chi gioca un calcio piacevole non necessariamente equivale a Zeman. Piuttosto la difesa orripilante della Roma ha precedenti consolidatisi in questi ultimi anni in modo netto. Parliamo dell’ultimo anno e mezzo di Garcia, dei gol subiti nelle coppe dal Spalletti bis, delle valanghe che hanno travolto Di Francesco nell’ultimo campionato con la bellissima media di 3 gol subiti a gara addirittura col totem Manolas in campo, ancora rimpianto dalle vedove romaniste in quanto baluardo storico di una difesa che veniva bucata a ogni folata offensiva degli avversari. Questi allenatori cosa hanno in comune con Zeman? Poco, nulla o qualcosa. Il tema è che Fonseca sa bene di non avere problemi di costruzione dell’impianto difensivo a livello tattico, ma di avere a disposizione giocatori con limiti tecnici evidenti come Fazio e Juan Jesus.

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Per ora anche Mancini sta deludendo nelle prestazioni, ma ci riproponiamo di tornare a occuparci di questo giovane che ha un indubbio talento. In attesa di vedere all’opera Smalling affinché possa innalzare il tasso tecnico della coppia difensiva, non scordiamoci di Florenzi. Poniamo la questione. Questa sì che stavolta è tattica. Florenzi è fondamentale nelle azioni offensive della Roma, ma in difesa si posiziona in maniera imbarazzante quando si tratta di far scattare la trappola del fuorigioco, quando si tratta di coordinarsi col centrale destro per evitare le imbucate nel mezzo, quando si tratta di marcare l’avversario. Al neonato governo giallorosso chiediamo due cose: evitare l’aumento dell’IVA e togliere a Florenzi il ruolo di terzino per avanzarlo più avanti visto l’infortunio di Under. Capitolo infortuni. Mamma mia, ne parleremo in un altro articolo che è meglio. Oggi siamo di buon umore, preserviamo intatto il sentimento di fiducia che ci anima. Un’ultima nota invece sul debutto giallorosso stagionale in Europa League fresco di ieri sera. La Roma, dopo un primo tempo soporifero contro i turchi dell’Istanbul Basaksehir, pur in vantaggio 1 a 0 con gol di Spinazzola, vince facendo 4 gol addirittura senza rischiare pressochè nulla in difesa con la coppia Jesus-Fazio che, dopo diverso tempo, non ha fatto venire le vertigini e i collassi verticali ai tifosi ansimanti anche grazie all’ottimo lavoro di Cristante e in piccola parte dell’enigmatico Diawara.

Il collettivo comunque è stato protagonista esaltato dalle mille corse nel secondo tempo di Zaniolo e Kluivert a supporto di uno Dzeko sempre più al centro della sua squadra. Pure Pastore ha mostrato di essere ancora vivo. E questi sono segni che inducono a sperare.    

 

di Federico Cavallari

Fabio Quagliarella e il lieto fine

Un lieto fine dipende da dove interrompete la vostra storia”. Questa meravigliosa frase di stampo relativista è di Orson Welles, una delle figure più importanti del mondo del cinema del XX secolo, ed è esemplificativa per capire la storia di Fabio Quagliarella. Interrompiamo la storia del fromboliere campano in questa precisa estate 2019, e ci rendiamo conto di poter applicare davvero quel lieto fine che, dicono le malelingue, esiste solo nelle favole. Fabio Quagliarella è arrivato a 36 anni suonati a vincere il titolo di capocannoniere della Serie A con 26 goal (mai nessuno come lui a questa età), nella stagione in cui in Italia è arrivato un alieno da Funchal cinque volte vincitore del Pallone d’Oro, e lo ha fatto dopo avere segnato per undici gare consecutive, raggiungendo Gabriel Omar Batistuta in vetta a questa speciale classifica. È diventato il giocatore più anziano di sempre a segnare in quella Nazionale che ha riconquistato dopo parecchi anni e che lo ha visto tornare tra i suoi protagonisti dopo una chiamata che è stata più un plebiscito popolare che una convocazione del ct Mancini.

In questo anno magico ci sono state alcune tappe particolarmente significative che hanno avvicinato il Nostro al (temporaneo) lieto fine. La prima tappa rilevante di questo percorso è stata sicuramente la splendida marcatura di tacco realizzata contro il Napoli alla terza giornata. Quagliarella ci ha abituato in carriera a una serie di prodezze balistiche di notevole caratura, ma il goal contro i partenopei dell’ultimo torneo è stato sicuramente uno dei più belli in assoluto. Sul cross di Bereszynski Quagliarella si avventa con la voglia di far vedere che ormai si è lasciato definitivamente alle spalle tutti quei problemi, più o meno gravi, più o meno personali, che lo hanno limitato per anni e timbra così il suo primo centro stagionale. È il gol della redenzione. Una frase di un suo illustre corregionale, Giambattista Marino, spiega perfettamente quello che lo stabiese suscita in tutti i tifosi blucerchiati (e non solo): “È del poeta il fin la meraviglia”. Una meraviglia che durerà 38 partite, anche se pochi se lo aspettano. Uno tra i pochissimi che probabilmente ci credono è proprio lo stesso Fabio e il suo sguardo a Ospina dopo il goal sembra voler dire: “Non ci posso far niente se questo potrebbe essere il mio anno”.


Il gol di Quagliarella, di tacco, contro il Napoli

Repetita iuvant, dicevano i latini. 26/12/2018. È un insolito Santo Stefano per molti italiani, seduti sul divano o sugli spalti a vedere le gare della Serie A. A Marassi si gioca Sampdoria-Chievo, diciottesima giornata. Quagliarella è già in doppia cifra prima del giro di boa del torneo. A inizio ripresa, su una punizione di Ramirez dalla trequarti, Quagliarella decide di segnare un altro goal fantasmagorico discretamente simile a quello realizzato contro gli azzurri a settembre. Scaraventa il pallone in porta, con il tacco, in mezzo a una vera e propria tonnara di gambe, con la stessa naturalezza con cui ci leviamo la sabbia bagnata dai polpacci, quando usciamo dall’acqua, in spiaggia. Ancora una prodezza sotto la Sud, e l’annessa esultanza che mima il saluto militare per mostrare tutta la propria convinzione; anche il pubblico si sta abituando a queste medie realizzative. È il goal della consapevolezza, la seconda tappa del percorso di avvicinamento al lieto fine. Come ha detto JungNon c’è presa di coscienza senza dolore”, e la sofferenza che Quagliarella ha avuto come compagna di vita per parecchi anni lo rende cosciente di sentirsi in forma come mai accaduto prima d’ora in carriera. Fabio va a segno per l’ottava gara consecutiva, è consapevole di potersi giocare le sue carte per lottare per un posto in cima alla classifica cannonieri fino alla fine.


Ancora Quagliarella, ancora di tacco

Un mese dopo la prodezza contro il Chievo arriva il giorno del record. Contro l’Udinese al minuto 32 Fabio si presenta sul dischetto. La Samp si è appena guadagnata un rigore per fallo di Behrami su Defrel. “La palla pesava come fosse una palla medica”, dirà Quagliarella nel post-partita.  Il capitano blucerchiato angola il pallone alla destra di Musso. Una rasoiata affilata, decisa, secca. Goal. Undicesima partita consecutiva con il campano nel tabellino dei marcatori. Quindici in campionato. È il goal della certezza. Fabio è certo che ormai questo sarà il suo anno. Per qualche secondo il tempo sembra quasi fermarsi: Quagliarella manda baci al pubblico. Il suo sguardo è tremendamente serio, come a tutti noi accade quando ci rendiamo conto di aver realizzato qualcosa che sembrava anche soltanto impensabile. Le più grandi gioie sono quelle che gustiamo dentro noi stessi, e Quagliarella lo sa molto bene. È un tardo pomeriggio invernale di grandi soddisfazioni, nel secondo tempo arrivano anche la doppietta e l’assist per il 4-0 di Gabbiadini. Il lieto fine comincia a intravedersi: Fabio è in testa alla corsa dopo lo scollinamento al Gran Premio della Montagna, ma adesso viene la discesa, che si sa, può essere foriera di insidie.


"Pesava come una palla medica"

Quarto capitolo dell’epopea del numero 27. Mapei Stadium, 16 marzo. Ventottesimo turno, ultimo prima della pausa per la Nazionale. Nazionale che Quagliarella sta per riabbracciare. L’ultimo ct che lo ha chiamato è stato Antonio Conte, l’ultimo che lo fece giocare fu Cesare Prandelli. Romania-Italia 1-1, 17 novembre 2010. Otto anni e mezzo sono trascorsi. Un’era geologica, nella carriera di un calciatore. Fabio era arrivato da alcuni mesi alla Juve, dal Napoli, trasferimento molto discusso e che lo etichettò agli occhi dei napoletani come un traditore. Non si sapeva nulla, di quel maledetto stalker che aveva già iniziato a rovinargli la vita e che sarebbe stato condannato alla fine di un lungo processo soltanto nel febbraio del 2017. Fabio in quell’amichevole in Romania segnò, tanto per cambiare. E anche al Mapei segna. Per la ventunesima volta in questo torneo. Lo fa in un pomeriggio in cui la Samp di Giampaolo gioca una delle sue migliori gare stagionali e annienta il Sassuolo per 5-3. Al minuto 36 sfrutta un errore in chiusura di Demiral, e dal limite dell’area scaglia un destro a giro su cui Consigli non ci può arrivare. È un pomeriggio in cui il Sole la fa da padrone, in cui l’inverno prepara le valigie e la primavera attende di poter avere le chiavi dell’appartamento chiamato emisfero boreale per i successivi tre mesi. Quello di Fabio si può definire in questo caso “goal della rifioritura. Rifiorisce l’entusiasmo dell’Italia calcistica per questo “ragazzino” che, a 36 anni suonati, il 26 marzo, timbra due volte su rigore nel match valido per le Qualificazioni ad Euro 2020 contro il Liechtenstein. Una doppietta in azzurro che arriva a quasi dodici anni dalla prima, firmata in Lituania nel 2007, durante la sua prima vita in maglia blucerchiata. Quando tutto doveva ancora essere.

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A 36 anni, Quaglia in gol con la nazionale

Quinto capitolo. Domenica 14 aprile è un giorno diverso dagli altri a Genova. Uno di quei due giorni in cui tutto si ferma in ogni angolo della città, e l’entropia della Superba si concentra all’interno dello Stadio Ferraris. Derby di ritorno. Una Sampdoria più forte e cinica sconfigge i cugini rossoblù per 2-0. Come all’andata, non può mancare il timbro di Fabio Quagliarella, che mette a segno il suo settimo rigore stagionale, a inizio ripresa, sotto la Sud. La solita frustata, precisa, tesa, di collo pieno, che spiazza Radu. Come diceva De Gregori, un giocatore lo si valuta dal coraggio (e il campano lo ha sempre avuto, andando avanti nonostante il macigno extracalcistico che lo ha tormentato per anni), dall’altruismo (in stagione i suoi assist saranno sette alla fine) e dalla fantasia (e in questo caso basta tornare ai capitoli uno e due della nostra storia, alle magie contro Napoli e Chievo). Non se sbaglia un calcio di rigore. Anche se Fabio non li sbaglia quasi mai, soltanto Sirigu in questo campionato lo ha neutralizzato. Questo goal che chiude il derby della Lanterna è il gol dell’affermazione. Quagliarella è ormai il favorito per vincere la classifica marcatori, a sei giornate dal termine.

Uomo derby

Si arriva al 26 maggio. Ultima giornata. Si gioca Sampdoria-Juventus a Marassi. La gara ha poco da dire (vince il Doria 2-0) e la giornata segna il passo d’addio di Giampaolo e Allegri dalle rispettive panchine. Ma soprattutto è la passerella di Fabio Quagliarella, il giorno del trionfo. Trionfo che arriva dopo un’annata in cui le tappe decisive sono state spesso scandite da partite speciali per lui: prima il tacco contro il Napoli, la sua squadra del cuore, poi il giorno del record contro l’Udinese, la squadra che lo ha definitivamente lanciato nel panorama nazionale come una delle punte migliori del nostro calcio, e infine questa celebrazione nel match contro quella Juve che gli ha permesso di vincere qualcosa (anche se complessivamente poco, rispetto a quanto avrebbe meritato). Lo stabiese ha vinto la classifica marcatori. Sono ventisei le reti finali. Una in meno di quel numero di maglia adottato nel lontano 2001 in onore dell’amico Nicolò Galli, prematuramente scomparso in un incidente stradale. La ventisettesima rete, la più bella, è proprio questa. Nel prepartita la Gradinata srotola uno striscione che recita: “Uomo leale, professionista esemplare. Grazie Capitano, la Sud ti rende omaggio.” Fabio si commuove, dichiara in zona mista che quello striscione vale più di 100 gol e che lo avrà negli occhi per tutta la vita. In quel momento, anche chi ha scritto questo pezzo si è commosso. Forse in questo caso non si può usare il classico “e vissero felici e contenti”, ma il lieto fine può davvero esserci anche nella vita reale, e la stagione 2018-19 di Fabio Quagliarella ce lo ha dimostrato.

 

 

di Alessandro Marcante

1 Kai Havertz
di Daniele Furii

 

Rudi Völler lo ha definito “un talento che nasce solo una volta ogni 100 anni”. I suoi compagni di squadra lo descrivono come una persona affamata di vittorie che non conosce la paura. Il suo nome è Kai Havertz e ha concluso la stagione 2018/19 con 20 gol e 6 assist a soli 20 anni. Grazie alla sua possente struttura fisica (83 kg per 188 cm) e a un viso da spaccone, è comprensibile perché i giocatori del Bayer Leverkusen lo definiscano così. Il suo stile di gioco non fa altro che sottolineare questo aspetto che potrebbe renderlo antipatico agli occhi di chi lo guarda, ma quell’invidia non può che trasformarsi in ammirazione nei confronti di un giocatore che fa dell’eleganza e della raffinatezza un suo dogma. 

  

Kai Havertz è un trequartista con un evidente vizio del gol. Man mano che si avvicina verso l’area di rigore aumenta esponenzialmente il senso del pericolo nelle gambe degli avversari. Con il suo piede sinistro è in grado di cambiare direzione in modo fulmineo, di lanciare tra le linee un compagno di squadra o di calciare con violenza e precisione da qualsiasi angolazione. Il suo talento è evidente anche nelle situazioni di gioco distanti dalla porta, dove con un dribbling secco o con un controllo orientato è in grado di favorire la transizione offensiva e di portare superiorità numerica durante la manovra. Nonostante l’altezza, riesce a scattare in profondità con grande rapidità, cogliendo spesso alla sprovvista la linea difensiva avversaria. Gioca senza catene, muovendosi orizzontalmente e verticalmente per tutto il campo, lasciando pochi punti di riferimento e un grande stato di confusione nella mente di chi lo marca. Le sue lunghe leve gli permettono di risolvere situazioni scomode anche nel gioco aereo.

  

A tutte queste caratteristiche, impressionanti per un classe 1999, Havertz aggiunge una sofisticata ricercatezza del bel gesto tecnico. Busto alto, sguardo sempre pronto a cercare il movimento di un compagno e braccia a mezz’altezza durante le pause in campo. Movimenti plastici, sempre eleganti anche durante gli scatti, che restituiscono contemporaneamente un senso di grazia e brutalità. Questa passione smodata per il bel gioco lo rende un giocatore affascinante oltre che pieno di aspettative. La prossima stagione avrà tutti gli occhi puntati su di lui. Occhi che saranno ammaliati da questo giovane tedesco con la maglia numero 29. 

 

2 Manuel Lazzari
di Gianluca Di Mario

La storia di Manuel Lazzari dimostra che nella vita non bisogna mai arrendersi perché talento, determinazione e sacrificio ti aiutano a realizzare i tuoi sogni. La carriera di Lazzari parte da lontano, da una decisione, quanto mai poco lungimirante del Vicenza, che a 16 anni lo scartò dalle giovanili, Manuel meditò di mollare tutto, studiava meccanica a scuola e aveva fatto qualche stage in aziende del settore. Furono i genitori ad incoraggiarlo a continuare, fiduciosi nelle capacità del figlio.

Così ripartì dalla Serie D, dal Montecchio, che lo ingaggiò per gli allievi, ma dopo poche partite fu chiaro che il posto per lui era in prima squadra e a soli 17 anni diventò titolare. Da lì la scalata è stata continua e inarrestabile, prima il Delta Porto Tolle, poi la Giacomense, che nel 2013 dopo una fusione diventò SPAL. La scalata di Lazzari quindi è coincisa con quella della squadra di Ferrara, insieme sono arrivati dalla seconda divisione alla serie A in soli cinque anni; Manuel Lazzari, era una costante in mezzo al campo, sempre titolare e determinante in ogni categoria. Arrivato in serie A non si è fatto intimorire, il gioco delle SPAL continuava a passare per i suoi piedi tanto che le sue doti hanno attirato le attenzioni del c.t. Roberto Mancini. Il 10 settembre 2018, è arrivata il coronamento di un sogno, l’esordio da titolare con la maglia azzurra nella gara di Nations League contro i campioni d’Europa del Portogallo. Ora sta per fare il salto di qualità definitivo, grazie all’arrivo sempre più probabile a Roma per vestire un’altra maglia biancoceleste dopo quella della SPAL.


Lazzari, probabile nuovo acquisto della Lazio

Lazzari è l’uomo ideale per il 3-5-2 di Simone Inzaghi, in questi anni a Ferrara grazie a mister Semplici è riuscito a diventare decisivo sulla fascia, non a caso la maggior parte delle azioni passano dai suoi piedi, è un finalizzatore, un vero e proprio uomo assist. La specialità di casa sono i cross, che siano alti o bassi, da fondo campo o dalla trequarti, quando la palla arriva sulla fascia destra presidiata da Manuel, ha solo due possibili mete finali: la testa o i piedi del compagno meglio piazzato in campo. Questa sua abilità deriva da anni e anni di pratica, all’inizio della carriera era un po’ timido in campo come nella vita e questo si rifletteva anche nelle sue prestazioni, anno dopo anno però è riuscito a limare questo difetto grazie anche alle varie promozioni ottenute con la SPAL che gli hanno dato sempre più fiducia nei propri mezzi. Adesso la fiducia è tanta da risultare decisiva per il suo gioco e può permettersi persino di fare un tutorial su YouTube per insegnare agli altri come eseguire un cross perfetto, un cross alla Lazzari.

3 Niccolò Barella
di Francesco Di Rosa


Barella, conteso da Roma e Inter

Nicolò Barella ha stregato l’Inter e la Roma, che stanno facendo l’impossibile per portarselo a casa. È un centrale di centrocampo che può giocare in tutti i ruoli del centrocampo: mezzala, mediano, trequartista. Oltre ad una buona tecnica di base, la sua caratteristica principale è la cattiveria agonistica. Non molla mai, neanche un centimetro, e l’ha dimostrato ampiamente nelle sue 5 stagioni disputate a Cagliari, di cui è diventato capitano giovanissimo.

Gioca come un veterano pur essendo nato nel 1997. In questa stagione con il Cagliari ha segnato solo 1 rete, ma ha dispensato anche 3 assist, mentre con la nazionale maggiore è andato in rete contro la Bosnia e in Under 21 ha segnato al Belgio. L’impressione generale è che, una volta fatto il passo in una grande squadra, i suoi numeri sotto rete miglioreranno ulteriormente. Sicuramente Nicolò Barella è un giocatore da tenere sott’occhio e divertente da vedere.

 

4 Manuela Giugliano
di Lamberto Rinaldi

La chiamano Nuvola Rossa, come il capo indiano dei Teton Oglala, ma lei preferisce Gian Burrasca. “La somiglianza c’è, è vero” ammette con un sorriso in conferenza. Ma se Rita Pavone, e il protagonista del libro di Luigi Bertelli, erano indisciplinati e irrequieti, violenti e agitati, Manuela Giugliano, in mezzo al campo è l’esatto contrario. Ha solo 22 anni, tra l’altro neanche compiuti. Una cifra in meno rispetto al 23 che indossa sulle spalle della sua casacca azzurra. L’Italia femminile che ha stupito e fatto innamorare gli appassionati (e non solo) ha anche il suo volto. E il suo piede.

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L'assist di Giugliano per Galli

Perché quello che stupisce di Giugliano è un’intelligenza tattica fuori dal comune, una capacità di fare sempre la scelta giusta con la sfera, una lucidità e una precisione unica. Stesse caratteristiche del suo idolo, Andrea Pirlo. “Mi ci rivedo molto in lui, ad oggi, nel ruolo che sto facendo. Mi rivedo in lui soprattutto nell’ultimo passaggio che ha fatto”. Ovvero quello che ha spalancato la porta della Giamaica a Galli. Siamo già sul 4 a 0 per l’Italia quando Giugliano fa partire un passaggio filtrante clamoroso, “a terrific ball” come la definisce il commentatore di Fifa.tv. Un assist che sembra il segno del coltello che scava la superficie di una Nutella appena aperta. Delicato, affamato. E poi spietato.

Manuela Giugliano, appena 160 cm per neanche 50kg, è un concentrato di idee e di potenza, di illuminazione e tecnica. Pochi minuti prima, sempre con la Giamaica, aveva messo a segno un altro assist. Mase dopo sceglierà la via rasoterra, stavolta sceglie quella area. Fallo laterale azzurro nei pressi dell’area gialloverde, la palla arriva alla centrocampista del Milan che impiega una frazione di secondo per calciare la palla in area, disegnando una traiettoria impossibile. Troppo strana per essere letta dai difensori, troppo alta per essere presa dal portiere, troppo precisa per non essere mandata in rete da Giarelli.

Highlights della gara dell'Italia Femminile. Per chi ha commesso l'errore madornale di non vederla

Era solo questione di centimetri. Gli stessi che, contro l’Australia, non hanno permesso a Sabatino di continuare la sua esultanza. Lo sguardo, e il piede, creatore erano ancora quelli di Giugliano. 82esimo minuto, ancora 1 a 1, palla sulla trequarti, il numero 23 vede uno spazio alle spalle della linea australiana. E’ un invito a nozze. La palla schizza, Sabatino si getta, prende il palo e poi segna, ma per l’arbitro è fuorigioco.

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Ennesimo assist di Giugliano

Poco importa, perché poco dopo Bonansea metterà le cose apposto. E poco importa anche se con l’Olanda è arrivata l’eliminazione dal Mondiale Femminile. In Italia è esploso il calcio femminile. E anche Giugliano ha acceso la miccia.

5 Luis Muriel
di Alberto Petrosilli

La prima volta che lo vidi rimasi folgorato.

Osservando quelle gambe guizzare come trottole e quegli scatti in allungo ho pensato immediatamente fosse il nuovo Ronaldo. E non quello fake, il Cristiano pomatato della Juventus, ma quello vero: Luiz Nazario. Avevo rivisto in questo giovane colombiano di belle speranze, baricentro basso e quadricipiti forti, il barlume di classe purissima mista ad una forza devastante che tutti riconoscevamo all’ex Real Madrid. Luis Muriel. Questo il nome dell’imberbe seconda punta che mi fece innamorare quando si impose all’attenzione mediatica sportiva con la maglia del Lecce.


Lo scatto di Muriel

 

Craque potenziale, divenne in poco tempo un giramondo del pallone: Lecce appunto dopo una breve parentesi all’Udinese, esplosione alla Sampdoria, cessione al Siviglia, breve gita a Firenze ed ennesimo ed ultimo trasferimento all’Atalanta. Potremmo racchiuderla tutta qui l’indolenza del colombiano, talmente più bravo degli altri da credere di poter girare il mondo senza curare più di tanto il suo peso forma. Altra similitudine con Ronaldo: la scarsa cura della forma fisica. Negli anni, parlando di questo straordinario talento, mi sono convinto sempre più che finché Luis Muriel non scopre le migliori pasticcerie delle città in cui milita, può letteralmente vincere da solo le partite. Capire il gioco prima degli altri, inventarsi soluzioni balistiche che di normale e scontato poco hanno, inebetire i diretti avversari con finte inarrivabili per la mente di noi comuni mortali.

Alla soglia dei 30 anni, Luis ha scelto Bergamo e il panorama della Champion’s per cercare di abbandonare definitivamente la figura del fanciullo immaturo e abbracciare quella del fuoriclasse a tempo pieno. Ci riuscirà? Io me lo auguro. A Gasperini e ai posteri l’ardua sentenza.

 

Riccardo Saponara, il funambolo

Sabato 8 dicembre 2018. Allo Stadio Olimpico di Roma va in scena la quindicesima giornata di Serie A tra Lazio e Sampdoria. Un Saturday night di grande intensità con i blucerchiati andati in vantaggio con la zampata del solito Fabio Quagliarella e poi raggiunti e superati prima da Acerbi e poi da un dubbio e discutibile rigore realizzato da Ciro Immobile al minuto 96. Il recupero viene prolungato fino al minuto 99 e all'ultima azione accade l'impensabile. Lancio disperato di Murru, uno di quei lanci tesi e forti tipici dei finali di gara che di solito vanno a spegnersi sul fondo e azzerano le ultime speranze della squadra che è in svantaggio. Ma qui la storia ha un finale diverso. Kownacki riesce a toccarla di testa quel tanto che basta per farla arrivare in area. Ci sono Acerbi, Lulic e Strakosha, la palla sembra destinata a diventare preda dei biancocelesti. Ma il funambolo con la maglia numero 5 doriana si inventa un capolavoro. Colpisce il pallone nell'unico modo possibile per far terminare il pallone in fondo alla rete. Come in un film di Bruce Lee, il funambolo colpisce la sfera con l'esterno destro mentre è in volo e fa sì, che questa, dopo aver baciato la parte inferiore della traversa, varchi la linea di porta. Goal, 2-2, a undici secondi dallo scoccare del 99'. Quel funambolo è Riccardo Saponara.

Nel settore ospiti dopo quel goal succede il finimondo. Delirio collettivo, orgasmo di gruppo. Saponara si denuda letteralmente. Prima si toglie la maglietta, poi la canottiera. L'amico e compagno Tonelli tenta addirittura di far mostrare le sue natiche in mondovisione. Questo goal sembra la definitiva rinascita di uno dei più interessanti e discontinui talenti che il calcio italiano sulla trequarti ha avuto negli ultimi anni. Riccardo sembra metaforicamente togliersi di dosso tutti quei pesi con quella corsa liberatoria e catartica. Sembra davvero essere il trampolino di lancio verso un Saponara finalmente costante e decisivo. Sembra davvero una sliding door per la sua carriera. Sembra, appunto.


Il gol, e la sobria esultanza, di Saponara all'Olimpico

Riccardo Saponara può essere senza dubbio definito un funambolo. Questo vocabolo è di origine latina, composto da funis (fune) e ambulare (camminare), e indica un equilibrista, sempre vicinissimo a impressionare tutti con i suoi numeri circensi, ma allo stesso tempo vicinissimo a cadere nel vuoto come un saltimbanco nietzschiano. Funambolica è stata la stagione del forlivese alla Sampdoria. Giunto in prestito con diritto di riscatto all'ultimo giorno di mercato dalla Fiorentina, si presenta con un primo tempo sublime nella vittoria interna contro il Napoli per 3-0. In una serata in cui il colpo di tacco volante di Fabio Quagliarella abbacina tutti per la sua bellezza Riccardo Saponara fornisce un delizioso assist a Defrel in occasione del contropiede che porta all'1-0 blucerchiato. Purtroppo, ecco subito palesarsi uno dei grandi nemici di Saponara: la fragilità del suo fisico. Un infortunio al bicipite femorale lo tiene fuori per circa cinquanta giorni.

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Dopo uno scampolo di gara con il Sassuolo, il nostro ritorna da titolare a S.Siro contro il Milan. E lo fa splendidamente. In un primo tempo in cui la Sampdoria gioca forse il suo miglior calcio stagionale Saponara segna e fornisce un assist. Prima riceve una palla da Quagliarella in prossimità del vertice sinistro dell'area di rigore, elude la marcatura di Calabria con una finta e scarica il pallone sul palo lontano dove il lungagnone Donnarumma non ci può arrivare. 1-1. Poi, ricevuta palla da Murru, si gira e pennella un arcobaleno che va a ricadere proprio dove sta arrivando di gran carriera il 27 napoletano che la butta dentro. 1-2. Da quel 28 ottobre iniziano tre mesi di grazia per Saponara, e coincidono con il miglior momento stagionale di una Sampdoria che si affaccia in classifica alla zona Uefa e comincia a sognare. Riccardo è determinante soprattutto a partita in corso, diventando un vero e proprio valore aggiunto, e la piazza invoca un minutaggio più consistente per lui.

Dicembre è il suo mese migliore, infatti oltre al capolavoro capitolino abbiamo:

1) un cross al bacio per la testa di Kownacki, che approfittando di un'uscita a vuoto del portiere spallino Milinkovic-Savic, regala al Doria gli ottavi di Coppa Italia;

2) una fantastica azione nel finale del match contro il Parma nella quale riceve palla sulla propria trequarti  e dopo aver percorso 50 metri di campo maltrattando gli avversari scaglia un gran destro su cui il miglior Sepe evita il boato dell'intero Ferraris

3) un delizioso appoggio di esterno destro (colpendo la palla quasi come all'Olimpico) per Caprari, che, anche con la complicità di Provedel, regala tre punti importanti alla Samp

4) un goal, e che goal, annullato contro la Juve.

Quest'ultimo episodio merita un'analisi più attenta: siamo in pieno recupero, Perin sbaglia il rinvio, c'è un rimpallo tra Defrel e Alex Sandro, il pallone finisce a Saponara che triangola proprio con il francese ex Sassuolo e poi, con un meraviglioso sinistro a giro, toglie le ragnatele dal sette alla destra del portiere bianconero. Sembra un dèjà vu. Ancora il gol del 2-2, ancora un punto insperato per i blucerchiati in una trasferta proibitiva che Saponara ha agguantato con una sua magia, ancora un'ammonizione da accogliere dolcemente come fosse miele per essersi tolto la maglia. Ma come abbiamo già capito, questa non è una storia a lieto fine. L'arbitro viene richiamato dal Var. Goal annullato, tra mille polemiche e dopo una lunga consultazione.


Il clamoroso gol di Saponara, poi annullato, contro la Juventus

Arriva il 2019, e la stagione di Saponara prende una piega che non piacerebbe a Neil Young, che nel suo brano "Hey Hey, My My (Into the Black)" canta "It's better to burn out than to fade away". È meglio bruciare che spegnersi lentamente, frase tristemente nota soprattutto per essere stata citata da Kurt Cobain nella sua ultima lettera prima di suicidarsi. Il girone di ritorno di Saponara è uno spettacolo circense in cui non si diverte più nessuno, o quasi. Dopo un'illusoria prestazione con l'Udinese (imbucata per il 3-0 di Linetty e lancio filtrante per Quagliarella che poi regalerà a Gabbiadini il 4-0) Riccardo progressivamente diventa sempre meno importante per la squadra. E paradossalmente lo fa in un periodo in cui l'infortunio di Caprari lo priva di uno dei suoi due concorrenti per il posto da trequartista. Saponara diventa un giocatore abulico, ridondante, a tratti irritante. Non si ha più la percezione che possa risolvere la partita da un momento all'altro. In un girone di ritorno in cui la Sampdoria per lunghi tratti coltiva ancora ambizioni europee è spesso titolare quando conta (in casa con Frosinone, Atalanta e Roma, a San Siro con l'Inter) ma mai decisivo. Negli ultimi due mesi di campionato la fiducia nei suoi confronti da parte di Mister Giampaolo si è praticamente esaurita. Gioca 31 minuti a Bologna, nella gara che certifica l'addio alle ultime speranze europee per i blucerchiati. E poi cinque malinconiche panchine fino a fine stagione. Il funambolo è caduto. Un'altra volta. E in questo caso Mister Giampaolo non è riuscito a curargli le ferite, come fece a Empoli nel 2015-2016, quando Saponara rinacque completamente dopo diciotto mesi difficili al Milan, giocando il suo campionato probabilmente migliore di sempre in A, l'unico da titolare fisso. Saponara non sarà riscattato dalla Sampdoria, e a quasi 28 anni non ha più molti treni da prendere per poter finalmente spiccare il volo pienamente. Ce lo auguriamo, perchè il suo talento è cristallino e il ragazzo è umanamente di spessore.

In un intervista di inizio febbraio a Dazn Saponara afferma che nella sua vita c'è stato un cambio di marcia nella sua vita, in campo e fuori. Sembra. Perchè purtroppo il funambolo perde l'equilibrio quando meno se lo aspetta, come ogni artista che si rispetti.

 

di Alessandro Marcante

 

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