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Riccardo Saponara, il funambolo

Sabato 8 dicembre 2018. Allo Stadio Olimpico di Roma va in scena la quindicesima giornata di Serie A tra Lazio e Sampdoria. Un Saturday night di grande intensità con i blucerchiati andati in vantaggio con la zampata del solito Fabio Quagliarella e poi raggiunti e superati prima da Acerbi e poi da un dubbio e discutibile rigore realizzato da Ciro Immobile al minuto 96. Il recupero viene prolungato fino al minuto 99 e all'ultima azione accade l'impensabile. Lancio disperato di Murru, uno di quei lanci tesi e forti tipici dei finali di gara che di solito vanno a spegnersi sul fondo e azzerano le ultime speranze della squadra che è in svantaggio. Ma qui la storia ha un finale diverso. Kownacki riesce a toccarla di testa quel tanto che basta per farla arrivare in area. Ci sono Acerbi, Lulic e Strakosha, la palla sembra destinata a diventare preda dei biancocelesti. Ma il funambolo con la maglia numero 5 doriana si inventa un capolavoro. Colpisce il pallone nell'unico modo possibile per far terminare il pallone in fondo alla rete. Come in un film di Bruce Lee, il funambolo colpisce la sfera con l'esterno destro mentre è in volo e fa sì, che questa, dopo aver baciato la parte inferiore della traversa, varchi la linea di porta. Goal, 2-2, a undici secondi dallo scoccare del 99'. Quel funambolo è Riccardo Saponara.

Nel settore ospiti dopo quel goal succede il finimondo. Delirio collettivo, orgasmo di gruppo. Saponara si denuda letteralmente. Prima si toglie la maglietta, poi la canottiera. L'amico e compagno Tonelli tenta addirittura di far mostrare le sue natiche in mondovisione. Questo goal sembra la definitiva rinascita di uno dei più interessanti e discontinui talenti che il calcio italiano sulla trequarti ha avuto negli ultimi anni. Riccardo sembra metaforicamente togliersi di dosso tutti quei pesi con quella corsa liberatoria e catartica. Sembra davvero essere il trampolino di lancio verso un Saponara finalmente costante e decisivo. Sembra davvero una sliding door per la sua carriera. Sembra, appunto.


Il gol, e la sobria esultanza, di Saponara all'Olimpico

Riccardo Saponara può essere senza dubbio definito un funambolo. Questo vocabolo è di origine latina, composto da funis (fune) e ambulare (camminare), e indica un equilibrista, sempre vicinissimo a impressionare tutti con i suoi numeri circensi, ma allo stesso tempo vicinissimo a cadere nel vuoto come un saltimbanco nietzschiano. Funambolica è stata la stagione del forlivese alla Sampdoria. Giunto in prestito con diritto di riscatto all'ultimo giorno di mercato dalla Fiorentina, si presenta con un primo tempo sublime nella vittoria interna contro il Napoli per 3-0. In una serata in cui il colpo di tacco volante di Fabio Quagliarella abbacina tutti per la sua bellezza Riccardo Saponara fornisce un delizioso assist a Defrel in occasione del contropiede che porta all'1-0 blucerchiato. Purtroppo, ecco subito palesarsi uno dei grandi nemici di Saponara: la fragilità del suo fisico. Un infortunio al bicipite femorale lo tiene fuori per circa cinquanta giorni.

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Dopo uno scampolo di gara con il Sassuolo, il nostro ritorna da titolare a S.Siro contro il Milan. E lo fa splendidamente. In un primo tempo in cui la Sampdoria gioca forse il suo miglior calcio stagionale Saponara segna e fornisce un assist. Prima riceve una palla da Quagliarella in prossimità del vertice sinistro dell'area di rigore, elude la marcatura di Calabria con una finta e scarica il pallone sul palo lontano dove il lungagnone Donnarumma non ci può arrivare. 1-1. Poi, ricevuta palla da Murru, si gira e pennella un arcobaleno che va a ricadere proprio dove sta arrivando di gran carriera il 27 napoletano che la butta dentro. 1-2. Da quel 28 ottobre iniziano tre mesi di grazia per Saponara, e coincidono con il miglior momento stagionale di una Sampdoria che si affaccia in classifica alla zona Uefa e comincia a sognare. Riccardo è determinante soprattutto a partita in corso, diventando un vero e proprio valore aggiunto, e la piazza invoca un minutaggio più consistente per lui.

Dicembre è il suo mese migliore, infatti oltre al capolavoro capitolino abbiamo:

1) un cross al bacio per la testa di Kownacki, che approfittando di un'uscita a vuoto del portiere spallino Milinkovic-Savic, regala al Doria gli ottavi di Coppa Italia;

2) una fantastica azione nel finale del match contro il Parma nella quale riceve palla sulla propria trequarti  e dopo aver percorso 50 metri di campo maltrattando gli avversari scaglia un gran destro su cui il miglior Sepe evita il boato dell'intero Ferraris

3) un delizioso appoggio di esterno destro (colpendo la palla quasi come all'Olimpico) per Caprari, che, anche con la complicità di Provedel, regala tre punti importanti alla Samp

4) un goal, e che goal, annullato contro la Juve.

Quest'ultimo episodio merita un'analisi più attenta: siamo in pieno recupero, Perin sbaglia il rinvio, c'è un rimpallo tra Defrel e Alex Sandro, il pallone finisce a Saponara che triangola proprio con il francese ex Sassuolo e poi, con un meraviglioso sinistro a giro, toglie le ragnatele dal sette alla destra del portiere bianconero. Sembra un dèjà vu. Ancora il gol del 2-2, ancora un punto insperato per i blucerchiati in una trasferta proibitiva che Saponara ha agguantato con una sua magia, ancora un'ammonizione da accogliere dolcemente come fosse miele per essersi tolto la maglia. Ma come abbiamo già capito, questa non è una storia a lieto fine. L'arbitro viene richiamato dal Var. Goal annullato, tra mille polemiche e dopo una lunga consultazione.


Il clamoroso gol di Saponara, poi annullato, contro la Juventus

Arriva il 2019, e la stagione di Saponara prende una piega che non piacerebbe a Neil Young, che nel suo brano "Hey Hey, My My (Into the Black)" canta "It's better to burn out than to fade away". È meglio bruciare che spegnersi lentamente, frase tristemente nota soprattutto per essere stata citata da Kurt Cobain nella sua ultima lettera prima di suicidarsi. Il girone di ritorno di Saponara è uno spettacolo circense in cui non si diverte più nessuno, o quasi. Dopo un'illusoria prestazione con l'Udinese (imbucata per il 3-0 di Linetty e lancio filtrante per Quagliarella che poi regalerà a Gabbiadini il 4-0) Riccardo progressivamente diventa sempre meno importante per la squadra. E paradossalmente lo fa in un periodo in cui l'infortunio di Caprari lo priva di uno dei suoi due concorrenti per il posto da trequartista. Saponara diventa un giocatore abulico, ridondante, a tratti irritante. Non si ha più la percezione che possa risolvere la partita da un momento all'altro. In un girone di ritorno in cui la Sampdoria per lunghi tratti coltiva ancora ambizioni europee è spesso titolare quando conta (in casa con Frosinone, Atalanta e Roma, a San Siro con l'Inter) ma mai decisivo. Negli ultimi due mesi di campionato la fiducia nei suoi confronti da parte di Mister Giampaolo si è praticamente esaurita. Gioca 31 minuti a Bologna, nella gara che certifica l'addio alle ultime speranze europee per i blucerchiati. E poi cinque malinconiche panchine fino a fine stagione. Il funambolo è caduto. Un'altra volta. E in questo caso Mister Giampaolo non è riuscito a curargli le ferite, come fece a Empoli nel 2015-2016, quando Saponara rinacque completamente dopo diciotto mesi difficili al Milan, giocando il suo campionato probabilmente migliore di sempre in A, l'unico da titolare fisso. Saponara non sarà riscattato dalla Sampdoria, e a quasi 28 anni non ha più molti treni da prendere per poter finalmente spiccare il volo pienamente. Ce lo auguriamo, perchè il suo talento è cristallino e il ragazzo è umanamente di spessore.

In un intervista di inizio febbraio a Dazn Saponara afferma che nella sua vita c'è stato un cambio di marcia nella sua vita, in campo e fuori. Sembra. Perchè purtroppo il funambolo perde l'equilibrio quando meno se lo aspetta, come ogni artista che si rispetti.

 

di Alessandro Marcante

 

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Don’t touch my Sarri

Dobbiamo raccontare una storia caratterizzata da una premessa fondamentale. Ci aiuta a descrivere tale antefatto, insolitamente, visto l’ambito sportivo che trattiamo, una famosa definizione contenuta in un’opera che è una pietra miliare della cultura italiana. La nostra introduzione consiste nel ricordare la filosofia del Sarrismo, neologismo inserito appositamente nella famosa Enciclopedia Treccani per illustrare “la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo.”

Bene, ritorniamo ora con la mente a pochi giorni fa. Siamo in Azerbaigian e non è una data come le altre questo 29 maggio. Si è appena svolta la finale di Europa League, vinta 4 a 1 dal Chelsea contro l’Arsenal, dopo una gara dominata dai Blues soprattutto nel secondo tempo. C’è un signore che si aggira pensieroso ed emozionato sul campo dello stadio Olimpico di Baku, rigirandosi tra le mani una medaglia, consegnatagli a seguito della già avvenuta premiazione per sancire la conquista della seconda coppa europea più prestigiosa a livello continentale. Parliamo di Maurizio Sarri, proprio lui, il mister che è entrato nel cuore della gente, ricevendo a Napoli numerosi strali di amore e di odio che solo chi conta davvero può attirare, essendo invece principalmente poi, una volta sbarcato in UK, disprezzato dai tifosi londinesi e dai tabloid britannici, noti nel globo per mandare a quel paese chiunque abbia il sudato merito di stare semplicemente al mondo.


In un istante che ha commosso il web, il momento in cui Sarri dà forma
al motto social "date una medaglia a quest'uomo"

Questo Maestro dalla tuta mitica e caratterizzato dalla voglia di fumarsi un bel sigaro, prima di unirsi definitivamente ai festeggiamenti intensi dei suoi giocatori, solo un po’ particolari per l’assenza surreale di coriandoli all’atto dell’alzata del trofeo, è stato colto in un attimo di forte impatto emotivo, seppure della durata di qualche secondo. Ci concentriamo su un singolo istante appena precedente il delirio, l’isterismo e il suo sollevare la Coppa con un attaccamento morboso, conoscendo forse il piano dei propri calciatori di farne un uso improprio, versandoci dentro il contenuto di almeno un centinaio di bottiglie di champagne immortalate nello spogliatoio. 

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Il buon Maurizio è stato sorpreso in solitudine ad osservare quella medaglia e possiamo chiederci, curiosi, quali siano stati i suoi mille pensieri balenati in quel frame. Avrà forse ricordato i suoi esordi nello Stia nel 1990 in Seconda Categoria; probabilmente avrà avuto in mente il doppio salto fino in Promozione con la Faellese e le sue prime imprese maturate nel portare in Eccellenza il Cavriglia e l’Antella; sicuramente avrà masticato una dolce nostalgia anche per il Sansovino, squadra presa dopo aver lasciato il lavoro in banca nel 1999 e trascinata dall’Eccellenza in C2 in 3 anni fino al 2002-2003, azione leggendaria che gli ha consentito l’esordio l’anno seguente tra i professionisti alla guida della Sangiovannese. Certamente sarà stato memore anche della successiva promozione in C1 e, avendo cambiato di nuovo il club, questa volta della salvezza in B con il Pescara. Avrà riflettuto compiutamente sull’ignara inconsapevolezza dell’epoca circa il significato insito nel sostituire Antonio Conte all’Arezzo sempre nella serie cadetta e avrà avuto miserevolmente un tuffo al cuore circa la trafila posteriore di squadre che ha dovuto allenare, ripiombando stabilmente in quella che è conosciuta ormai come la Prima Divisione di Lega Pro, la cui organizzazione e i cui gironi hanno ispirato l’Inferno dantesco.

sarri sansovino
Sarri alza al cielo la Coppa Italia di Serie D. Era il 2003 e allenava il Sansovino

Indiscutibilmente avrà pensato al magico triennio con l’Empoli dal gioco sfavillante che è valso l’ingresso trionfale in A prima e la salvezza l’anno dopo con 4 giornate di anticipo. Inevitabilmente infine avrà ripercorso le gioie e i dolori passati al Napoli, ancora un triennio volto a scandire un pezzo della sua vita. Parliamo però degli anni del Sarrismo vero consacrato a grandi livelli, del calcio spettacolare che hanno spinto a Sacchi a fare paragoni un po’ azzardati, delle corse a piazzamenti altissimi nella nostra serie A, delle gioie irrefrenabili, dei tentativi folli e oltre misura in Champions, delle amarezze nelle coppe e del campionato fantastico targato 2017-2018, perso in modo rocambolesco contro la Super Juve di Allegri.

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Da una parte Maurizio Sarri alza in cielo l'Europa League, dall'altra Massimiliano Allegri spiega il "circo" perdente del collega

Sarri avrà quindi pensato molto a tutto questo. O forse no. Di certo avrà considerato i visi dei suoi ragazzi al Chelsea con cui ha vissuto momenti da film, a tratti horror, a tratti kolossal dall’epico epilogo, passando dal disastroso 6 a 0 subito dal City di Guardiola nella Premier a un terzo posto di grande caratura in un campionato così difficile, che ha sancito l’ingresso in Champions League della squadra londinese. E soprattutto arrivando a vincere un’Europa League, nonostante la precedente bruciatura della nuova sconfitta maturata con i Citizens in finale di English Cup.

Ma si può ritenere, per concludere, che alla fine Sarri abbia cessato di avere queste eventuali rimembranze flash per dar vita a una sonora risata dedicata al Profeta della Vittoria, Max Allegri, quello che sosteneva in tutte le TV che nel calcio conta solo vincere, anche con un gioco pessimo, prendendo in giro il Sarrismo bollato come un circo. Mi dispiace Max, perché in Europa ha vinto solo uno dei due e costui non sei tu, pur allenando corazzate ininterrottamente dal 2012. Sarri invece è ancora lì a Baku. A ridere incessantemente dal 29 maggio.  

 

Federico Cavallari

 

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1. Piotr Zielinski
di Gianluca Di Mario

Tra i lasciti di Maurizio Sarri per Ancelotti lo scorso anno al Napoli c’era un piccolo centrocampista polacco che si era portato con lui da Empoli e a cui aveva affidato fin da subito una maglia da titolare. Piotr Zielinski è un jolly del centrocampo, nasce come trequartista ma può giocare anche più arretrato, dove nonostante la statura riesce comunque a far sentire la sua presenza. Il baricentro basso gli ha donato una tecnica sopra la media, un’accelerazione palla al piede degna dei migliori centometristi e un’ottima capacità di dribbling.

Le sue doti più sorprendenti però le mostra quando deve concludere l’azione che sia con un tiro o con un assist. Riesce ad alternare filtranti alti o bassi, di destro o di sinistro, passaggi tesi o parabole a scavalcare la difesa, riuscendo quasi sempre ad anticipare le mosse dell’avversario e a prevedere quelle del compagno; quando parte un suo cross, la maggior parte delle volte l’azione finisce con l’abbraccio tra lui e Insigne o Mertens. Un esempio su tutti, l’assist per il gol di Mertens nel 4 a 1 contro la Lazio al San Paolo lo scorso campionato: doppia finta per ubriacare il difensore e passaggio filtrante in avanti per Mertens che arrivava di corsa ed era ancora 30 metri dietro rispetto al pallone.


Il pazzesco gol di Zielinski contro l'Inter

Piotr si può definire un vero e proprio uomo assist, ma non disdegna qualche gol, viaggia su una media di 5 gol a campionato di cui nemmeno uno banale. L’ultimo gol che ha segnato contro l’Inter è una dimostrazione di potenza tecnica straordinaria, in pochi riescono a calciare da 40 metri direttamente all’incrocio e quasi senza una rincorsa. Altro gol da tramandare è quello segnato all’inizio della scorsa stagione contro l’Atalanta: gli arriva la palla dopo un rimpallo da calcio d’angolo, controllo di petto e tiro al volo da fuori area che non lascia scampo al portiere.

Zielinski è un centrocampista completo ed imprevedibile, quando prende la palla ci si può aspettare di tutto: accelera, dribbla, passa, tira, esulta.

Tra i tifosi del Napoli l’addio di Hamsik è una ferita ancora aperta, ma per fortuna al suo posto c’è un piccolo centrocampista polacco che è riuscito pian piano in tre anni, prima ad affiancarsi al maestro e poi a raccoglierne la pesante eredità, fino a non far sentire la sua assenza.

 

2. Gary Mackay-Steven 
di Daniele Furii

 

Sulle rive del fiume di Thor, a Thurso (Scozia), nasce nel 1990 Gary, un ragazzo che vuole giocare a calcio con un solo scopo: dribblare. Passa, nella sua carriera, per grandi squadre, come le giovanili del Liverpool o il Celtic di Glasgow, ma è nei contesti più piccoli dove si esalta e riesce a fare la differenza. Incide nelle partite scatenando il caos, alimentando le transizioni offensive con delle grandi accelerazioni palla al piede e aggiungendo quell’insana voglia di superare qualsiasi avversario gli si ponga di fronte. Non è un giocatore che potrebbe avere un ruolo chiave in una grande squadra, proprio per via di questa sua folle ossessione, ma, per uno spettatore casuale, si tratta di un calciatore estremamente divertente da guardare. 

 


Top 5 moments of Mackay Steven 

Sulla fascia del Dundee United si è fatto conoscere grazie alle sue incredibili giocate, le stesse che gli hanno permesso di essere uno dei giocatori più utilizzati anche nei videogiochi. La sua fantasia gli ha permesso di essere innovativo nel dribbling in ogni partita, in ogni circostanza e in ogni singola area del campo anche oggi con la maglia dell’Aberdeen. La velocità di pensiero gli permette di saltare in corsa più avversari con più finte e questo fa da collante tra lo spettatore e lo schermo della televisione. Il suo modo di giocare si distacca completamente dal pragmatismo che gli allenatori ossessionati dalla vittoria vogliono dai loro undici titolari, ma entra a far parte di quell’area del calcio dedicata esclusivamente all’intrattenimento. Mackay-Steven potrebbe essere un giocatore perfetto per qualsiasi spot televisivo collegato al calcio, perché riuscirebbe a stupire anche chi, con questo sport, non vuole averci nulla a che fare. I suoi innumerevoli e diversissimi dribbling sono perfetti per qualsiasi tipologia di compilation perché tagliano le gambe ai suoi avversari e lascia chi lo guarda a bocca aperta.

Non si tratta di un grande finalizzatore, ma di un giocatore che in chiave tattica può essere fondamentale negli ultimi minuti di gioco, quelli in cui è necessario avere in campo qualcuno in grado di risalirlo con la sua stessa sicurezza. Chi lo ha allenato ha sempre deciso di lasciargli libero arbitrio, evitando di vincolarlo in qualsiasi modo. Senz’altro, si potrebbe ipotizzare che con qualche suggerimento in più e una scuola di pensiero più ancorata al concretizzare le manovre di gioco, la sua crescita avrebbe percorso strade differenti, non diventando però il giocatore che ci intrattiene oggi. Rocambolesco, esagerato e sempre pronto a far divertire: questo è Gary Mackay-Steven. 

 

3. Georgino Wijnaldum
di Lamberto Rinaldi

 

È vero, ieri sera, nella finale di Champions League tra Tottenham e Liverpool, Georgino Wijnaldum non ha brillato. “Scricchiola un po’” ha scritto il Corriere della Sera nelle sue pagelle. Ma è un giudizio per forza influenzato da quello che abbiamo visto fino ad oggi di questo calciatore.

Ieri sera, con i Reds in vantaggio sin dal 20esimo secondo di partita dopo il rigore di Momo Salah, la forza irruenta e barbara della squadra di Klopp si è fermata. Procedeva a fiammate, con la fretta di chi voleva subito ammazzare la partita e la confusione di chi si sentiva già al sicuro. Wijnaldum, in questo discorso, ha svolto il ruolo del normalizzatore. Quando la palla finiva tra i suoi piedi, calmava le acque, gestiva, aveva sempre il passaggio pronto. E infatti non ne ha sbagliato neanche uno: 100% di realizzazione di passaggi, ieri sera al Wanda Metropolitano, ovviamente il migliore di tutto il match, più di Firmino (75%) e l’avversario Rose (87.5%).Ma non è qui che risiede la virtù divertente di Georgino Wijnaldum. La vera forza dell’olandese sta nella sua capacità di girarsi (ne avevamo già parlato qui). È il centrocampista perfetto, in questo senso, per il gioco di Klopp, in grado di fare legna grazie ad un fisico compatto (non è altissimo, 175 cm) e di ripartire subito con l’azione offensiva. Dove fa apprezzare tutte le sue doti: tiro, passaggio filtrante, dribbling, velocità.


Il clamoroso pezzaccio di Wijnaldum contro il Barcellona

Retaggio degli anni del Feyenoord e del PSV Eindhoven soprattutto, dove in quattro anni, da trequartista, riuscì a mettere a segno qualcosa come 56 reti in 154 partite. Oggi Klopp lo usa prevalentemente sul centrosinistra, facendolo spingere in avanti ad aggredire l’avversario. Ed è qui che tutta la forza di Wijnaldum si manifesta: sradica il pallone dai piedi degli avversari, con le spalle alla porta, poi si rigira in un secondo, mentre la squadra avversaria sta risalendo, e spalanca praterie per le tre cavallette impazzite dell’attacco del Liverpool.

Un Giano bifronte prestato alla mediana, un rotatore automatico, un trequartista fortissimo diventato una mezzala assurda grazie alle mani di Klopp. Che può permettersi il lusso di tenerlo in panchina. E inserirlo quando gli pare. Proprio come contro il Barcellona.

 

4. Matteo Politano
di Francesco Di Rosa

 

Arrivato in una big a 25 anni, Matteo Politano si è guadagnato il riscatto sul campo. Dopo anni di gavetta non si è fatto spaventare da uno stadio come San Siro, che di solito non è clemente con i giovani talenti, e Matteo magari non è più giovanissimo, ma sicuramente è un talento. Negli ultimi anni l’Inter è avara di giocatori tecnici come l’esterno romano, visto che Ausilio e Co. hanno preferito costruire rose incentrate principalmente sulla forza fisica, a discapito della fantasia. Inizialmente doveva fare staffetta con Candreva, ma si è reso fin dall’inizio fondamentale tanto da non uscire più dal campo.


Politano con la maglia del Sassuolo

 

Esterno mancino, veloce, tecnico e generoso ha portato fantasia nell’attacco della squadra nerazzura. L’unico aspetto negativo della sua prima stagione in una big è senza dubbio il numero di reti segnate: 5 gol per un attaccante di una squadra arrivata quarta in classifica non sono molti. Questo, però, non gli ha precluso l’affetto dei nuovi supporter: stregati dalla sua costanza e dalla sua tenacia, i tifosi si sono affezionati fin da inizio stagione. Ha tutto il tempo per migliorare in fase realizzativa, ma senza dubbio Matteo Politano è, già da adesso, un giocatore divertente da vedere.

 

5. Jeremie Boga
di Alberto Petrosilli

 

Jeremie Boga mi ha stregato fin dal suo esordio in Serie A con la maglia del Sassuolo, subentrato al minuto 76 della sfida con l’Inter al posto di Di Francesco. Prelevato in estate dal Chelsea per la modica cifra di 3.5 milioni di euro, ha firmato con i neroverdi un contratto quadriennale, sul quale è però pendente il diritto di recompra a favore degli inglesi.

Evidentemente la perspicace Marina Granovskaia ha intravisto nel promettente ivoriano quelle qualità che hanno colpito anche me. Ala mancina di piede destro, il buon Jeremie fa dell’uno contro uno e dello scatto bruciante nel breve le sue peculiarità migliori, unite poi ad una inventiva sorprendente da trovare in un esterno. Volendo azzardare un paragone, e lo azzardiamo, Boga mi ricorda Walcott, esterno inglese che ha fatto le fortune dell’Arsenal fino a poco tempo fa e che condivide col neroverde quella clamorosa imprevedibilità che manda costantemente al manicomio il malcapitato terzino di turno.

Su youtube sono forti tutti no? Boga lo è anche in campo

Al centro già di tantissime voci di mercato, il presidente Squinzi spera di poter resistere alle sirene mercatare e di potersi gustare ancora per qualche anno le giocate dello sfrontato ex Chelsea. Giocatore atipico nella sua versatilità, può certamente migliorare in zona goal (sono 3 le reti segnate al termine della stagione 2018-2019) ma il classe ‘97 possiede tutte le doti che gli potranno permettere di consacrarsi a livello europeo. Dovessimo dare consigli ai fantallenatori del futuro non esiteremmo a fare il suo nome, talento e gioventù al servizio della qualità. Quella che non manca proprio a lui: Jeremie Boga.

 

6. Antonio Mirante
di Federico Cavallari 

 

Mi viene un dubbio. Non è che a volte mi affeziono troppo ad alcuni giocatori? No, assolutamente. Lo nego con forza. Come si può anche solo sospettare una cosa del genere? Bene, avendo ribadito doverosamente la mia serenità di giudizio in stile anglosassone, fornite le dovute precisazioni, è arrivata l’ora di parlare di Mirante il Grande.

Questo giocatore mi riporta freneticamente a quando ero un indomito bambino sognatore. Avevo degli idoli tra i portieri non proprio usuali nel mondo calcistico. Invece di un Buffon nella sua prima versione juventina o di un Peruzzi mito laziale o di un Abbiati nel suo fulgore milanista, io preferivo concentrarmi su altro. Fare degli eroi di tutti anche i miei è sempre stato difficile per me. Ho questo ricordo, scolpito nella mente, di vere e proprie leggende dalla lunga carriera, la quale veniva elencata, per ognuno di loro, in almeno 2 pagine dell’album dei calciatori Panini. Parliamo di personaggi eletti nel mio Pantheon personale come Massimo Taibi, Andrea Mazzantini, Luigi Turci, Sebastian Frey, Marco Ballotta e Gianluca Pagliuca. Portieri affidabili, granitici, validi per tutte le stagioni, alcuni dal passato glorioso, altri dalla gavetta incredibile risalente fino all’alba dei tempi.

Cattura
Ognuno ha gli eroi che si merita. Il nostro Fred, ad esempio, aveva Taibi

Erano esempi di onestà e colonne portanti della loro squadra, indipendentemente dal nome altisonante che diversi tra costoro magari non avevano. Taibi ho capito che esisteva davvero e che non era il frutto dei miei sogni nel concepire il portiere perfetto solo nel 2002. Mirante mi ricorda questa schiera di Avengers, che poco fa ho elencato con somma devozione, motori di un calcio che sta sparendo. E’ un portiere veterano che vanta la sicurezza che solo 398 presenze in serie A possono garantire. Una carriera vissuta intensamente da Re della provincia italiana tra il Parma, la Sampdoria e il Bologna.


Mirante para. E nella stagione della Roma è una grande notizia

Umile nelle dichiarazioni, fortemente dedito al lavoro, quest’anno ha avuto la sua occasione a 35 anni di misurarsi con una grande piazza come quella giallorossa, attendendo paziente l’autodistruzione di Olsen, che, con il vizio di prendere 3 gol a gara, ha travolto la certezza di andare in Champions di una squadra che si era abituata ormai a trovarsi in certi palcoscenici prestigiosi, nonostante certi allenatori dalla indiscussa fama rilascino interviste in cui mostrano preferire altre realtà peggiori, spacciandole per paradisi terrestri, almeno per quanto costruito in questi ultimi anni. Diciamoci la verità, a Mirante è stato concesso il posto da titolare troppo tardi, così come Ranieri troppo tardi è stato chiamato sulla panchina della Roma. L’estremo difensore in questione unisce grande agilità, doti fisiche di buon livello, ottime capacità di coordinamento del quartetto difensivo che lo precede, essenzialità negli interventi, spettacolarità solo in certi momenti clou delle gare, solidità e sicurezza in quantità industriali. Dateci un Mirante titolare pure la prossima stagione, sempre lì, pronto a giocarsi le sue carte. In modo tale che anche un ragazzino di questa generazione possa dubitare un giorno della sua esistenza così come accadde a me con Massimo Taibi.       

Fantacalcio, la carriera di De Rossi

 

Tifosi romanisti, preparate nuovamente i fazzoletti perché ci sarà un nuovo pianto. Nel giorno del ritiro di Totti, l’Olimpico è stata una valle di lacrime e alla fine di questa stagione si è ripetuto lo stesso copione per salutare Daniele De Rossi che lascerà la Roma dopo 19 anni.

Il capitano giallorosso si aspettava un addio diverso, più rispettoso e con meno frizioni visto il cuore, la grinta e il sudore che ha speso per onorare al meglio la gloriosa maglia capitolina ma l’indifferenza di Pallotta e il contratto a gettone che sa di irriconoscenza, offerto dopo la conferenza stampa d’addio, sono 2 terribili pugnalate.

Cosa riserverà il futuro a De Rossi? Esperienza in America? In Cina? Oppure in Argentina al Boca Juniors? Ancora nessuno lo sa però il popolo romanista non dimenticherà il passato e anche il presente dove, nonostante gli infortuni, l’apporto del “core de Roma” non è mai mancato.

Ripercorreremo alcune tappe della sua carriera e anche il suo andamento al Fantacalcio dove è stato per molti anni un punto fermo per tanti fantallenatori. Ripercorreremo gli inizi, la stagione in cui è arrivata la consapevolezza dei propri mezzi con il conseguente passaggio dalla primavera alla prima squadra. Passeremo poi all’affermazione: le prove da grande combattente, il Mondiale vinto nel 2006 e gli scudetti sfiorati fino ad arrivare all’inesorabile declino che tocca a qualsiasi giocatore professionista.

CONSAPEVOLEZZA

A Daniele De Rossi non è servito fare la gavetta per entrare in prima squadra. Già con Mauro Bencivenga e poi nella Primavera, guidata dal padre Alberto, si notava che aveva qualcosa in più rispetto agli altri pari età: c’era la voglia di emergere, una rabbia agonistica fuori dal comune.

Fabio Capello è stato il primo a credere in lui convocandolo in alcune partite di Champions fino al giorno dell’esordio, a 18 anni, contro l’Anderlecht il 30 ottobre 2001.

Con Spalletti, invece, ha iniziato realmente ad esprimere tutto il suo potenziale: con l’allenatore di Certaldo, è scattato subito il feeling diventando un punto fermo del centrocampo giallorosso. Sono arrivate le prime reti, la convocazione in Nazionale raggiungendo un altro sogno che il calciatore giallorosso cullava da sempre.

Anche al Fantacalcio, comincia ad essere preso in considerazione e a comparire in tutti i consigli fantacalcio. Le statistiche infatti parlano per lui: inizialmente poteva essere considerato come alternativa dei titolari ma dopo qualche stagione di rodaggio finisce col prendere le redini della mediana nella stagione 2004/05 dove De Rossi realizzò 2 gol in 30 presenze.

Il campionato della consacrazione fu quello successivo: nel 2005/06 raggiunge la piena consapevolezza dei propri mezzi tecnici e le 6 reti, più 1 assist, in 34 partite sono le prove tangibili. Il Fantacalcio ha ufficialmente trovato un nuovo protagonista, un giocatore su cui puntare ciecamente nonostante la sua irruenza e qualche cartellino di troppo.

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L’AFFERMAZIONE

Con l’indimenticabile Mondiale vinto nel 2006, De Rossi inizia ad essere considerato un giocatore affermato. A soli 23 anni, ha già quella maturità tale da affrontare ogni sfida con la maglia della Roma e della Nazionale. Nonostante le giornate di squalifica per la gomitata rifilata ad O’Brien, durante Italia-Usa, il CT Lippi lo gettò nella mischia nella finale contro la Francia. Sembrava una mossa azzardata e, invece, fu geniale con la coppa che dalla Germania, paese ospitante, si trasferì nel Bel Paese per la felicità di un’intera Nazione.

Bello vincere un Mondiale, certo, ma il grande obiettivo di De Rossi è sempre stato lo scudetto! Emulare l’impresa della Roma 2000/01 di Totti, Batistuta, Montella e tanti altri protagonisti di quella grande e storica cavalcata.

Il primo assalto avvenne nella stagione 2008/09 con i giallorossi che hanno accarezzato il sogno di soffiare il primo posto all’Inter ma i nerazzurri si sono rivelati più forti rendendo vano l’apporto del mediano capitolino che totalizzò 3 gol e 3 assist in 33 presenze. La fantamedia non fu entusiasmante, poco sopra la sufficienza (6,20) per via dei cartellini, tra cui 2 rossi che iniziarono a scatenare i primi attacchi di ira dei fantallenatori.

Nel 2009/10, la Roma fu vicinissima a cucirsi il Tricolore sul petto: l’Inter di Mourinho iniziava a perdere colpi e De Rossi fu il grande trascinatore di quella formazione guidata magistralmente in panchina da Ranieri: i 7 gol e 2 assist in 33 presenze (fantamedia 6,71) con voti Fantacalcio da vero top fantasy player, portarono i fantallenatori a seppellire l’ascia di guerra nei suoi confronti e a ricominciare di coprirlo di elogi. Chi lo aveva al fantacalcio in quell’annata, avrà sicuramente ottenuto grandi risultati ma per i colori giallorossi, l’epilogo non fu felice: la Sampdoria di Pazzini e Cassano rovinarono la festa nella penultima e i nerazzurri balzarono al comando per poi conquistare il tanto sospirato “Triplete”. La delusione è tanta e ne arriveranno altre portando De Rossi a non realizzare il suo grande sogno ma potrà consolarsi pensando alle 2 Coppe Italia vinte più la Supercoppa.

Con l’avanzare dell’età, giungono i primi fastidiosi infortuni che porteranno in picchiata il suo rendimento: salvo nel 2013/14 dove la fantamedia viaggia abbondantemente sopra la sufficienza (6,37), si assiste al declino del simbolo giallorosso con i bonus che scarseggiano e i malus che aumentano a dismisura.

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IL DECLINO

La sua avventura con la Roma sta per arrivare ai titoli di coda. I tanti acciacchi hanno portato De Rossi ad essere solo saltuariamente il capitano (o per meglio dire, “er capitano”), il punto fermo della formazione giallorossa. Al Fantacalcio, da certezza assoluta è passato a comprimario, a giocatore da acquistare addirittura come settimo-ottavo centrocampista.

Con la diminuzione delle presenze, aumenta l’irriconoscenza della dirigenza capitolina che culmina con il mancato rinnovo e la conseguente conferenza stampa dove De Rossi manifesta tutto il suo disappunto e, allo stesso momento, tutto l’amore nei confronti della Roma.

“Ho un solo rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera.”

Queste parole farebbero sciogliere persino ai supporter delle squadre rivali, figuratevi a quelli giallorossi che perderanno un condottiero in piena regola, un’autentica roccia. I fazzoletti non basteranno per asciugare tutte le lacrime che scenderanno per un altro “core de Roma” che appenderà la maglia giallorossa al chiodo ma non ancora gli scarpini perché De Rossi ha ancora voglia di lottare.

A cura della redazione di FantaMaster

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19 maggio 1999. A Birmingham la Lazio vince la prima coppa europea della storia. Lo fa battendo il Mallorca in finale di Coppa delle Coppe, grazie alle reti di Christian Vieri e Pavel Nedved. Una squadra fantastica, che poteva vantare anche giocatori come Alessandro Nesta, Dejan Stankovic, Sergio Conceiçao. E Giuseppe Pancaro, difensore simbolo della Lazio degli anni 2000.

Lo abbiamo contatto per parlare insieme di quella squadra, per ricordare il passato ma anche per provare a capire qualcosa di più del futuro della Lazio.

Ecco le sue parole in esclusiva per il Catenaccio.

 

Vent’anni fa la Lazio vinceva la Coppa delle Coppe. Che ricordi ha di quella finale?

Fu il coronamento di un processo di crescita ma allo stesso tempo un nuovo inizio. Era infatti il primo trofeo europeo che riuscimmo a vincere, l’ultima Coppa delle Coppe della storia. L’anno prima ci eravamo prima ci eravamo andati vicino, perdendo solo in finale contro l’Inter di Ronaldo. Avevamo vinto la Coppa Italia, in Italia stavamo crescendo. La finale contro il Mallorca fu la certificazione di un ciclo sia in Italia che in Europa.

A leggere la formazione della Lazio viene quasi la pelle d’oca: Vieri, Nedved, Stankovic, Mancini, Salas, Nesta. Una squadra di campioni, che aria si respirava in quello spogliatoio?

Io sono arrivato a Roma nel 1997, da una piccola realtà come Cagliari. Ricordo ancora la prima sensazione al primo allenamento, alla prima partita. Ero consapevole di essere arrivato in un’ambiente fatto di grandissimi calciatori.

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Alessandro Nesta fu il compagno che più impressionò Pancaro

Tra questi, chi l’ha colpita di più?

Ti dico senza dubbio Alessandro Nesta. Sin dal primo giorno mi aveva stupito piacevolmente, anzi mi aveva letteralmente impressionato perché non avevo mai visto e mai giocato con un difensore così forte, così carismatico, insuperabile nel 1 contro 1. Fu bellissimo giocarci insieme.

Questa per la Lazio è stata una settimana bellissima, dopo la vittoria della Coppa Italia contro l’Atalanta. Si tornerà mai ai livelli degli anni 2000?

È molto difficile perché questa Lazio sta sopperendo al gap con altre squadre, soprattutto quelle che possono spendere di più come la Juventus, grazie alla competenza e alle idee. Io penso che, purtroppo, le idee ti premino fino ad un certo punto, ma se vuoi competere per vincere allora subentra anche la forza economica che hai. Le idee non bastano. Ance se la Lazio, come l’Atalanta d’altronde, è una società da prendere come modello, che mantiene il passo delle più ricche, molto spesso superandole.

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Pancaro in copertura

C’è qualche giocatore della Lazio di oggi che giocherebbe anche in quella squadra di Eriksson?

Secondo me ce ne sono diversi che avrebbero potuto far parte di quel gruppo. Faccio tre nomi. Il primo è Milinkovic Savic, decisivo in finale, poi Correa, che da settembre ad oggi ha avuto una crescita e dei miglioramenti straordinari e infine Lucas Levia.

Ha giocato, quegli anni, anche con mister Inzaghi. Pensava potesse fare una carriera simile da allenatore?

Simone sta bruciando le tappe, sta facendo cose straordinarie e sono contentissimo, visto che sono suo amico. Alla base del suo successo c’è una virtù: l’intelligenza. Questo lo rende uno dei migliori allenatori italiani, nonostante siano solo tre gli anni da cui allena. Da tifoso della Lazio spero che possa rimanere a Formello.

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

Mentre guardavo la conferenza di De Rossi non riuscivo a trattenere le lacrime, ho avuto un flash di tutta la nostra storia insieme, gli allenamenti, le parole, le risate”. Quando Mauro Bencivenga parla del numero 16 della Roma le corde del cuore tremano, la voce quasi si spezza. “Forse sono romantico o forse è perché mi sto invecchiando”.

Daniele De Rossi parla di lui come di un secondo padre. Allenatore delle giovanili della Roma per più di 10 anni, una vita passata tra cinesini e palloni, tra giovani promesse e grandi giocatori, Bencivenga più che un mister è stato un artigiano, di uomini e calciatori.

E oggi che il “suo cavallo”, come Fabio Capello definì De Rossi, lascia la Roma, il mister riavvolge il nastro dei ricordi. E noi de ilCatenaccio abbiamo avuto il piacere di sentirlo raccontare.

 

 

Mister, quando c’è stata la scintilla? In che momento ha capito che De Rossi sarebbe diventato un grande giocatore?

Non c’è stato un momento preciso. Daniele è sempre andato per gradi, con miglioramenti graduali. Tra gli allievi e la primavera non giocava. Perché, guarda che non era un fuoriclasse eh. Io mi sforzavo a capire il ruolo che gli dovevo dare: giocava in attacco ma non andava bene, esterno neanche, allora lo inventai centrocampista. Quando giocavo in Serie B e in Serie C mi piaceva tantissimo il mediano basso, pensavo di metterlo in pratica quando sarei diventato allenatore.

Da qui nasce l’idea del cambio di ruolo?

L’ho portato davanti alla difesa, noi giocavamo con il 3-5-2, volevo un vertice basso, che giocasse soprattutto in orizzontale, a formare un triangolo con gli altri due centrali, di destra e di sinistra, sia per far partire il gioco che per aiutare la retroguardia. Dopo il cambio di ruolo, ha iniziato a giocare sempre meglio.

roma primavera
La Roma Primavera del 2000-2001, con mister Bencivenga in prima fila e dietro di lui Daniele De Rossi. Foto Stefano Martines

 

Lo spirito da leader si vedeva già?

No, secondo me no. È nato dopo, quando è diventato mediano è diventato leader. Come è successo a me, quando ero centrale difensivo e, dovendo guidare la linea, divenni leader. E poi come in tutte le cose la vita ti modella col tempo, ti riempie, ti fa crescere. E guarda come è cresciuto. Ha fatto una carriera incredibile: campione del mondo, tutti quei gol in nazionali. Se ripenso agli allenamenti fatti con me, le risate, le parole…

Che tipo di rapporto c’era con il giovane De Rossi?

Gliene dicevo di tutti i colori, mi arrabbiavo tantissimo. Lo facevo con tutti ma con lui di più, me lo potevo permettere, perché ero amico con Alberto, che allenava le categorie dei più piccoli. Un giorno gli dissi delle cose bruttissime. Così, anni dopo, ci ripensai e mi venne l’istinto di mandargli un messaggio: “Daniè, io ti chiedo scusa, ho ripensato a quello che ti avevo detto quel giorno al campo…”. E lui mi ha risposto: “A mister, ma che stai a scherzà?! Se non era per lei io manco all'Ostia Mare potevo giocà..". Daniele era un tipo gioviale, gli dicevo le peggio cose e non se la prendeva mai, stava sempre col sorriso.

bencivenga 2Un giovanissimo De Rossi, ai tempi dell'Ostia Mare, in prima fila

Lo stesso sorriso che abbiamo visto anche durante la conferenza d’addio a Trigoria. Che impressione le ha fatto?

L’ho vista insieme a mia figlia e, sarà che sto invecchiando, non riuscivo a trattenere le lacrime. Ho avuto un flash: tutta la mia storia con lui, i tre anni insieme. Ad un certo punto non ce la facevo più. Lui è stato di una freddezza unica, bravissimo nella comunicazione, era glaciale. Era bello, ma mi ha messo anche paura: io, al posto suo, sarei crollato.

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Il vulcano Bencivenga, a sinistra

E il mister Mauro Bencivenga, che allenatore era?

Io volevo che tutti i miei ragazzi primeggiassero, senza distinzioni. Mi fermavo tre, quattro ore dopo gli allenamenti, con il buio, quando andava via anche Bruno Conti. Io dicevo sempre a tutti i miei giovani: "Sogno di venire all'Olimpico, un giorno, mettermi seduto e vedere davanti a me uno di voi". E questo sogno con De Rossi si è avverato. E con lui Blasi, De Vezze, Ferri, Bovo, anche chi ha fatto la Serie B, Sansovini, Martinetti. Il fine settimana, davanti a La Domenica Sportiva a guardare i miei ragazzi ero come un bambino con il lecca lecca in mano davanti ai cartoni animati. Furono 12 anni di Roma, intensi, bellissimi.

 

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Poi Fabio Capello la vuole collaboratore tecnico, nel 1999, per la Roma dei grandi.

I giocatori di prima squadra mi guardavano con occhi diversi, dicevano "Guarda Mauro, che persona calma, non parla quasi mai". Da allenatore invece lanciavo certi strilli che un giorno Mazzone mi mandò a chiamare, per farmi abbassare la voce. Sono stato sempre un vulcano. I giocatori allora non ci credevano, e De Rossi gli diceva: "Voi non avete conosciuto il vero Mauro Bencivenga". C'era Leandro Cufrè che mi guardava con gli occhi sbarrati, D’Agostino gli aveva messo paura su di me. Mi piaceva lavorare sul campo, mettere i cinesini, preparare l'allenamento. Un giorno andavo al campo con la sacca dei palloni dietro la schiena, passa Daniele e mi fa: "Mister glieli posso porta’ io sti palloni?".

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Fabio Capello fece esordire De Rossi in Champions League il 30 Ottobre 2011, contro l'Anderlecht

Che rapporto aveva con Don Fabio?

Io parlavo sempre bene dei giovani cresciuti nel vivaio, e allora Capello mi sfotteva sempre: "Sono bravi solo i tuoi eh". Così un giovedì, Capello arriva, con quel suo sorriso sornione, e mi fa: "Domenica ti faccio esordire da titolare il tuo cavallo". Era il 10 maggio 2003, quando esordì anche Aquilani.

 

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E adesso, dopo una vita alla Roma, il numero 16 non smetterà di giocare. Che consiglio si sente di dare a De Rossi?

Ci ho parlato, un po’ di tempo fa, e lui mi diceva: “Mister, voglio giocare un altro anno”. Allora gli ho risposto: “Se lo fai, devi farlo con dignità, se stai bene fisicamente. Sapendo di dover triplicare il lavoro”. Erano le stesse cose che mi diceva Mario Facco, mio allenatore a Frosinone, giocatore della Lazio di Maestrelli. Io ero pigro nella parte atletica e allora il mister mi diceva: “Mauro, sei vecchio, quindi devi lavorare di più”. Le stesse cose che ho detto a De Rossi.

 

Lo vede più allenatore o più dirigente?

Te lo dico con sincerità, non ho nessuna certezza. Certo a sentirlo parlare l'altro giorno, così bello, così freddo, me lo sono immaginato dirigente. Ma anche da allenatore lo vedo bene, ha giocato tutta la carriera in un ruolo di comando, di controllo, che aiuta alla panchina. Di certo ha il carattere per fare l'allenatore, perché quando si fissa un obiettivo lo raggiunge.

 

 

A cura di 

Daniele Furii

Lamberto Rinaldi

1. Agnese Bonfantini

di Daniele Furii

Arriva alla Roma dall’Inter nell’estate del 2018, nasce nel luglio 1999 e indossa la maglia numero 22. No, non parlo di Nicolò Zaniolo, ma di Agnese Bonfantini, una calciatrice divertente da guardare che nella sua prima stagione in Serie A, con l’esordiente AS Roma Femminile, ha confermato di avere le qualità che l’avevano messa in luce nell’annata precedente con la maglia nerazzurra. In campionato, Betty Bavagnoli l’ha schierata da attaccante esterno, dove è riuscita ad aiutare la squadra nella manovra offensiva e nel recupero palla.

 

Bonfantini scende nella propria metà campo, ruba palla e salta l’avversario con una rouleta.

Bonfantini è divertente da guardare perché sa mettersi a disposizione delle proprie compagne di squadra e lo fa sempre con quella qualità nel controllo palla che la contraddistingue in mezzo al campo. Sa sacrificarsi e il suo apporto nelle transizioni difensive è evidente anche per via delle sue doti fisiche. Si tratta di una giocatrice con un’inventiva singolare, che esce fuori nelle circostanze più inaspettate. Nel dribbling ci mette eleganza e dinamismo, quelle caratteristiche che danno una marcia in più alla manovra giallorossa. In più nelle gambe e nella testa ha sempre in mente come finalizzare a rete. Nei suoi gol si può notare come sia capace di percepire con un leggero anticipo dove arriverà il pallone e, una volta tra i suoi piedi, come capitalizzarlo nel migliore dei modi: un destro secco all’angolino basso, un piattone al volo oppure un incredibile gol di tacco.

 

Agnese segna di tacco come Aaron Ramsey.

Il 2019 di Agnese Bonfantini è stato un anno incredibile, come del resto lo è stato per tutto il calcio femminile italiano. Potrebbe diventare ancora più bello se dovesse arrivare la chiamata in Nazionale dalla CT Bertolini per i Mondiali di calcio femminile che si svolgeranno in Francia. La sua creatività, unita alla mai banale lucidità sotto porta, potrebbero portare imprevedibilità e pericolosità alle azzurre. Con la sua fascetta in testa, utilizzata come il suo idolo Alex Morgan, potrebbe diventare la Baby Horse del calcio italiano.

 

2. Gervinho

di Lamberto Rinaldi

Agosto 2018, temperatura effettiva 25°, temperatura percepita 40°. Anche di sera, anche di notte, anche dentro una casa con due ventilatori e un condizionatore. Sono le tre di notte e l’asta di fantacalcio ancora non finisce. Fa caldo, anche perché rimango con 10 crediti e 4 postazioni da chiudere in attacco.

Ho solo una regola per costruire la mia rosa: non prendere mai un giocatore della Roma. Sono troppo coinvolto sentimentalmente, non riuscirei a gestire una doppia sconfitta e non voglio bruciare nessuno. Sempre per l’eccessiva carica di significato di cui rivesto tutti i calciatori giallorossi, mi ritrovo ad offrire cifre assurde per gli ex. Così per anni mi sono ritrovato in squadra i Pizarro, i Mexes, i Toni, ma mai i Romagnoli, i Pjanic e i Benatia. Così quest’anno mi ritrovo con Uçan e Viviani in rosa, Okaka acquistato a Gennaio, e quasi 70 crediti spesi in estate Kouassi Gervais Yao detto Gervinho.

L’azzardo era forte perché la crisi mistica (“Dio mi ha detto di andare in Cina”) e il calo fisico (solo 4 gol in 29 presenze) faceva temere il peggio. Ma l’ivoriano con la maglia del Parma ha fatto faville, tornando a raggiungere la doppia cifra in campionato dopo 8 anni. Era al Lilla, 15 gol in 25 giornate di Ligue 1, con la Roma arrivò a 12 in 37 ma di mezzo ci fu anche la Coppa Italia e gol simili.

Il gol di Gervinho alla Juventus nella Coppa Italia 2013-14

Proprio questa rete nasconde la magia e l’inconsapevole bellezza del modo di giocare di Gervinho. Sembra infatti un colpo di arti marziali, una mossa di judo, che guarda caso, come il calcio, è uno sport di gamba. Scriveva Vladimir Dimitrijevic: “Se osserviamo con attenzione il judo ci accorgiamo che in realtà è football senza pallone. Se il judoka, anziché su un avversario, indirizzasse i suoi colpi su un pallone, gli imprimerebbe un movimento particolare, una traiettoria che è poi quella del tiro a effetto”. La gamba di Gervinho, come quella di Jackie Chan, è una minaccia, un pericolo per l’avversario. Ma l’ex Arsenal non la usa come un’arma, come un fucile o una pistola, perché Gervinho non è un cacciatore umano, è un predatore animale. Agisce per istinto di sopravvivenza e, come la gazzella del famoso racconto, sa che deve correre più forte dei difensori per fare gol.

Il coast to coast di Gervinho nel 2 a 0 del Parma sul Cagliari

Agli ultimi mondiali giocati, quelli del Brasile, la Fifa registrò la velocità di picco in 32.2km/h. Oggi quella frequenza è diventata la sua età e Gervinho corre meno forte e corre anche meno: 9.3 km in media a partita (3 in meno del suo compagno di squadra Antonio Barillà) ed è 260esimo nella classifica dello spazio percorso. Corre meno ma corre meglio. E lo dimostra la lucidità con cui arriva sotto porta.

Il gol contro la Juventus, a tempo scaduto

47 tiri totali, 10 gol, quasi il 30% di tutte le reti stagionali del Parma. Ma non sono i numeri a divertirci, quanto lo stile di gioco di Gervinho. Quella finta, il rientrare sul destro, la rapidità degli scatti, i cambi di direzione improvvisa, la totale assenza di qualsiasi razionalità nelle giocate, il caos dei dribbling, i piedi che si muovono sull’erba come se fossero sui carboni ardenti. Gervinho quando gioca fa caciara. E quando prende palla, che sia a centrocampo, al limite dell’area o nella propria trequarti, fa alzare tutti in piedi.

 

3. Donny van Beek

di Francesco Di Rosa

Mattatore della Juventus in Champions League e decisivo nell'andata della semifinale Tottenham Ajax finita per 0 a 1, Donny van de Beek non è il giocatore più “sponsorizzato” dai media tra i tanti talentosi che formano la rosa bianco rossa. Classe 1997, nato a Nijkerkerveen, è un giocatore atipico.

Il carisma di un leader

Gioca trequartista ma non ha l’agilità caratteristica del ruolo, e neanche la tecnica sopraffina richiesta solitamente. È alto 1.84 e pesa 76kg, il suo gioco è molto fisico e infatti la sua carriera inizia in mediana, viene spostato qualche metro in avanti grazie all’intuizione di Erik ten Hag, e rende divinamente bene in quel ruolo. Interpreta il ruolo come un Perrotta e un Nainggolan, per questo è il profilo di giocatore che può piacere ad un tecnico come Spalletti. Negli ultimi due anni è riuscito ad essere anche molto prolifico con 13 gol nella stagione 2017-18, accompagnati da 6 assist, e 11 gol nella stagione in corso di svolgimento, conditi da 9 assist.

Colpi assurdi quelli di van de Beek

Quello che impressiona maggiormente, però, è la personalità che ha mostrato il giovane centrocampista. Nel doppio confronto di Champions League non si è fatto intimorire dai fuoriclasse della Juventus e ha sfoderato due prestazioni mostruose, con annesso il gol che ha cambiato l’inerzia della sfida di Torino. Non spicca come i suoi compagni perché non esegue giocate di fino e più che allo spettacolo è un giocatore che pensa alle cose pratiche ma non per questo lo possiamo considerare un giocatore scarso tecnicamente, anzi. Essendo cresciuto nella prestigiosa Academy dell’Ajax, sa trattare anche molto bene il pallone. Nell’entusiasmo generale che si sta creando intorno ai ragazzi terribili della squadra olandese, il fatto che non si faccia troppo spesso il nome di van de Beek lo rende anche un’ottima occasione in ottica di mercato riuscendo a strapparlo ad un prezzo tutto sommato onesto. Quello che vi consiglio, se vi capita di vedere una partita dei lancieri, è di buttare più di un occhio su quel ragazzo biondo che gioca sulla trequarti.

 

4. Joaquin Correa

di Gianluca Di Mario

A Joaquin Correa è toccato un ruolo difficilissimo: sostituire Felipe Anderson nel cuore dei tifosi laziali. E per adesso non si può ancora dire che ci sia riuscito a pieno ma di certo la Lazio non ha perso molto nel cambio. Non avrà la continuità dei grandi campioni ma quando è in giornata e ha la palla tra i piedi riuscire a togliergliela è impresa quasi impossibile.

El tucu Correa

La cosa più bella da vedere di Correa è la sua capacità di partire improvvisamente da fermo in un dribbling estenuante, non si accontenta finché non ha superato tutti gli ostacoli, come ha fatto con il Milan in campionato, dopo pochi minuti dall’inizio, partendo da centrocampo, ha accelerato all’improvviso, ha saltato come birilli tutti i giocatori avversari e poi assist al bacio per Immobile che non lo ha sfruttato a dovere. Una cosa che lo differenzia da altri giocatori di questo tipo però, è che il suo dribbling non è mai fine a sé stesso, non è una mera dimostrazione di bravura tecnica, ma ha sempre un fine che sia il tiro da posizione sicura o un assist al compagno.

È così che ha segnato il suo primo gol con la maglia biancoceleste in Serie A, contro l’Udinese: prende la palla in area, salta uno, salta in secondo, palla a giro e portiere battuto. La vera pecca è che ne fa ancora troppo poche di giocate così, sono lampi di talento che accendono la partita e a volte la risolvono, come il gol da fuori area in girata fatto all’ultimo minuto ancora una volta contro il Milan ma nella partita d’andata.

Le giocate di Correa nella semifinale vinta con il Milan

E proprio contro i rossoneri, è arrivata l’ennesima rete decisiva dell’argentino: un contropiede fenomenale orchestrato da Immobile, la palla che arriva a Correa che con un guizzo brucia il portiere della squadra di Gattuso. Sesto gol in stagione, con altrettanti assist, in 40 presenze per una Lazio lanciata verso l'ennesima finale di Coppa Italia. Un bottino ancora magro, ma al tempo stesso decisivo. Giocate veloci, rapide. E una volta che quei lampi diventeranno fulmini non c’è ne sarà per nessuno.

 

 

5. Stephan El Shaarawy

di Federico Cavallari

Coloro che mi conoscono bene sono abituati ai miei momenti di stranezza. Fate attenzione perché sarete testimoni anche voi di uno di questi attimi travolgenti. Dirò una frase forte. El Shaarawy dovrebbe essere il calciatore più apprezzato da ognuno di noi. E questo non dal punto di vista meramente calcistico, ma dal punto di vista culturale e anti-antropolocentrico.

Tale giocatore sa di essere il simbolo di un qualcosa di più grande, ma allo stesso tempo rappresenta la quotidianità propria di ciascuna persona. Facendo un discorso empatico, in fondo chi è che non cammina nello stesso modo spento, affranto, scuro in volto per buona parte della sua vita in attesa di qualche scintilla di grandezza come il nostro El Shaarawy si aggira per i campi di calcio in maniera anonima, aspettando la sua occasione? Il Faraone, normalmente dedito ai suoi compiti di ordinaria amministrazione, nascosto nell’ombra, pensieroso, attende. Ed ecco che la partita della svolta arriva ciclicamente in modo alternato, ma ad intervalli piuttosto regolari. La gara in cui nessuno si pente del suo acquisto. El Shaarawy incarna la vera anima della Roma, cioè la propria follia. Non te lo aspetti e il Faraone ti regala la doppietta della vita come nel celebre Roma-Chelsea 3 a 0 dello scorso anno.


La rete di El Shaarawy contro il Chelsea lo scorso anno

Rifletti sui misteri imperscrutabili dell’universo, guardando la tua squadra del cuore, e ti ritrovi improvvisamente gioielli di fattura pregiata come il suo ultimo capolavoro contro l’Inter, che gli ha consentito di centrare la doppia cifra in campionato dopo molto tempo. Nel mezzo sono passati 3 anni e mezzo, 104 presenze con la maglia della Roma, conditi da 33 gol. Reti spesso di grande caratura estetica e segnature numericamente accettabili per un esterno d’attacco. Quest’anno è il miglior cannoniere della Roma in serie A. Parliamo di un giocatore che se è in giornata di grazia lo si comprende già dai primi minuti di un match. Il Faraone esce dalla routine dell’uomo qualunque e si prende la scena a suon di gol e di vincenti uno contro uno in cui umilia l’avversario, sfoderando la sua tecnica eccellente.

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Dzeko ed El Shaarawy, pace fatta dopo Ferrara

La velocità non è il suo forte, ma nel corso della partita diventa comunque inafferrabile come una saponetta vista la capacità di spezzare il gioco. L’eleganza nel tenere palla e la maestria nelle giocate gli consentono di trasmettere fiducia alla squadra e di partecipare molto alle manovre collettive. Da non sottovalutare le numerose occasioni che si crea spesso individualmente quando il resto della Roma si rifugia in letarghi profondi. In solitudine nel momento del bisogno lui c’è. Non molla. Si carica la moltitudine sulle spalle e le decisioni sul da farsi le sa prendere. Proprio come un vero Faraone. 

 

6. Josep Ilicic

di Alberto Petrosilli

Il giocatore di cui vi voglio parlare viene comunemente e scherzosamente chiamato “nonna”. “Come stai oggi, nonna?” Sembrerà uno scherzo ma non lo è. Josip Ilicic, trequartista tuttofare della splendida Atalanta di Giampiero Gasperini, è conosciuto da tutti gli addetti ai lavori come un simpaticissimo brontolone, stancamente falcidiato dalle sue continue noie muscolari. Eppure..


C'è anche il marchio di fabbrica di Ilicic in questa Atalanta formato Champions

Nonostante il ritratto iniziale sia quello di un giocatore avviato alla pensione calcistica, lo sloveno è invece nel pieno della sua maturità sportiva. Ennesimo colpo dell’epopea Zamparini a Palermo, adolescenza calcistica alla Fiorentina, esplosione definitiva in terra bergamasca, il buon Josip riesce in ogni sua giocata a rapirmi clamorosamente gli occhi.

Classe infinita abbinata a quella sregolatezza tipica dei geni, incarna perfettamente la figura del perfetto trequartista moderno, piedi educati abbinati ad una straripante forza atletica. Mancino terribile, ha fatto la fortuna di tutti gli attaccanti con cui ha avuto l’onore e l’onere di fare coppia, da ultimo quel Duvan Zapata che grazie all’assistenza del classe ‘88 sta vivendo la sua migliore stagione della carriera.


Ilicic potrebbe fare concorrenza alla Swiffer: leva ragnatele e polvere (dagli incroci) meglio di chiunque altro

Nasce esterno ma ben presto accentra prepotentemente il suo gioco per sfruttare la fantastica balistica di cui è dotato, balistica con la quale ha tolto e continua a togliere ragnatele da quasi tutti gli incroci delle porte del campionato di Serie A. Un calciatore con solo pregi, direte voi. Chiaramente impossibile, continuerete con aria sostenuta. Ovviamente no, vi rispondo io. Josip Ilicic fa rima con indolenza, quella noia calcistica che spesso lo porta ad estraniarsi stancamente dal gioco. Acciaccato e sofferente, ma pregiato. Chi vi ricorda? Belli de nonna...

Provate a chiedere alla gente una formazione della Lazio rimasta nel cuore. Partiranno da Pulici, senza dubbio”. C’è orgoglio e nostalgia nelle parole di Giuseppe Wilson, storico capitano della Lazio campione d’Italia nel 1974. Quasi 400 presenze con la maglia biancoceleste, con in mezzo una veloce esperienza nei New York Cosmos dove fino all’anno prima aveva giocato Pelè. Classe 1945, giocava da libero, divenne capitano per precisa volontà di Maestrelli. “A lui dobbiamo tutto, era la persona che ci sapeva ricompattare”.

Pino Wilson racconta in esclusiva a il Catenaccio perché, al margine della conferenza “Pallone Bucato – il Fallimento del calcio italiano”, organizzato da FARE a Campagnano di Roma. Con uno sguardo al presente, all’Europa, ai nostri settori giovanili.

 

La sfida per la Champions League diventa sempre più agguerrita, ma la Lazio deve pensare anche alla Coppa Italia. Se dovesse scegliere, quale si porterebbe a casa?

Sono filosofie di pensiero, io per esempio preferisco vincere la Coppa Italia e non qualificarmi per la Champions. Perché è sempre un trofeo che tu acquisisci, ti dà la possibilità di andare in Europa League di diritto e di giocarti anche la Supercoppa. Andare in Champions, inoltre, significa fare grandi sacrifici e non fare brutta figura.

La sua Lazio la Coppa Italia non la vinse, ma alzò al cielo qualcosa di più importante: lo scudetto. Che squadra era?

Detta da me che sono di parte è facile e non posso che dire tutto il bene possibile di quella squadra. Del resto parlano i fatti, a distanza di 45 anni siamo ancora nel cuore della gente: se chiedi una formazione della Lazio degli ultimi 60-70 anni ti dicono Pulici, Wilson, Petrelli, Oddi e via dicendo. Siamo stati veramente una bella squadra, un po’ atipica però allo stesso tempo innovativa, capace di far cambiare il volto del tifo a Roma.

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Pino Wilson insieme a Tommaso Maestrelli e Giorgio Chinaglia

Di quella squadra si parla sempre delle spaccature, delle divisioni che c’erano nello spogliatoio. Si è romanzato troppo?

Forse si è romanzato, è vero, ma la verità era quella. È anche vero che la domenica eravamo un gruppo ricompattato perché avevamo a guidarci una persona di un altro livello, di un altro spessore come Tommaso Maestrelli, al quale tutti noi, nessuno escluso, dobbiamo tanto. Tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per merito suo ma soprattutto abbiamo giocato per lui che è una cosa fondamentale.

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Un Wilson amarcord

 

Sappiamo che il 10 maggio ci sarà una nuova edizione di “Di padre in figlio”, quali ospiti ci saranno?

La facciamo al teatro del Massimo all’Eur, un teatro molto piccolo ma bellissimo, di 700 persone, molto elegante. Ci saremo ovviamente noi del 74, abbiamo invitato anche il presidente Lotito e ci saranno tanti artisti vicini a noi come Toni Malco, Velia Donati, Gianfranco Butinar, alias Califano (ride ndr) e il chitarrista Anelino e il comico Er Modifica.

Torniamo al presente, c’è un giocatore della Lazio di oggi in cui si rivede Pino Wilson?

Dico Luiz Felipe, anche se mi auguro che lui abbia un futuro migliore del mio, e ha tutti i presupposti per farlo.

 luizfelipe

Il centrale brasiliano, classe 1997, Luiz Felipe è il calciatore in cui si rivede Pino Wilson

Durante la conferenza, c’è spazio per le analisi sulle gestioni economiche delle squadre di calcio. Con una grande differenza rispetto al passato:

Lo stadio di proprietà garantische un’entrata notevole per il bilancio di una società, lo dimostra il caso della Juventus. Io ho vissuto un calcio completamente diverso da quello attuale, noi avevamo a che fare con dei presidenti che hanno perso quasi tutto o tutto pur di mandare avanti una società di calcio. Noi venivamo pagati a giugno con 6-7 cambiali a 7-8 mesi, anche se devo dire che nella fattispecie il presidente Lenzini ha sempre onorato i contratti. Erano altri tempi però, sono passati 50 anni.

Nodo della questione è lo stato di salute dei settori giovanili italiani.

Abbiamo sempre avuto un bacino importante di giovani a cui attingere, ma questa non è più l’epoca di giocare negli oratori o per strada, come avevo fatto io, però nel modo di intendere il settore giovanile qualcosa è cambiato. Gli ultimi dati rivelano che c’è un giro d’affari di 110 milioni di euro per le squadre primavera della massima serie, cifra che ovviamente include stipendi dello staff, ammodernamenti delle strutture. I club non di prima fascia hanno capito che l’Accademy può essere una soluzione e non a caso Udinese, Sampdoria, Parma e quest’anno il Bologna si sono affacciate sulle scuole calcio della capitale e sembrano aver speso per il settore giovanile cifre che erano impensabili prima.

wilson figurina

Pino Wilson con la fascia da capitano

 

Investire nei settori giovanili però non è una mossa esclusiva delle medio-piccole, anzi.

Il Milan investe circa 5milioni l’anno e i risultati portano i nomi di Donnarumma, Calabria, Cutrone. Due sono le società che investono maggiormente: Roma e Juventus con circa 10 milioni a bilancio. In totale, ci indicano gli ultimi dati, il movimento indotto dai settori giovanili della serie include circa 290 squadre attive dai primi calci fino alla primavera con quasi 6mila atleti legati ai club della massima serie italiana.

E proprio la Juventus ha sentito sulla propria pelle quanto un settore giovanile sano, florido e competitivo come quello dell’Ajax possa aiutare al raggiungimento di determinati risultati sportivi.

Gli olandesi sono una società che nel DNA ha avuto sempre lo sviluppo di giocatori da rilanciare in prima squadra. Secondo l’Istituto di Neuchâtel, gli olandesi rimasti nella società per almeno tre anni tra 15 e i 18 ai 21 anni di età sono 77, seguono in questa graduatoria la Dinamo Kiev e il Partizan di Belgrado con 69, la Dinamo di Zagabria a 66, la Stessa Rossa a 61. Passando alle maggiori leghe europee troviamo il Real Madrid con 36 e l’Olympique Lione a 35, la prima squadra italiana è soltanto decima ed è l’Inter con 10 giocatori formati.

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al solito arriva puntuale l’ennesimo scudetto juventino in questo momento della stagione calcistica. Un periodo pasquale che, ogni 12 mesi, di regola tra marzo e aprile, da ben 8 anni consegna, al posto della colomba, il tricolore nelle sole mani della squadra bianconera.

Una vera e propria epoca storica in cui sono si sono succeduti almeno 5 presidenti del Consiglio, 2 papi e 3 guerre. Nel frattempo la Juve ha dominato la nostra serie a e gli altri trofei nazionali, vincendo 8 scudetti di fila, 4 coppe Italia e 4 supercoppe italiane.  Un ciclo iniziato nel 2011-2012 e guidato a quel tempo dal genio di Antonio Conte, gran costruttore di sogni impossibili. All’epoca la rincorsa al Milan di Ibra, Nesta e Thiago Silva fu il frutto del sacrificio di un collettivo combattivo basato sulla sicurezza di Buffon tra i pali e sul nascente mito della BBC, ossia la triade formata da Barzagli, Bonucci e Chiellini. Ma non solo. La genialità di Pirlo, la forza di Vidal, la presenza di Marchisio, la spinta di Pepe, le reti di Vucinic e di Matri, assieme a uno dei gol non dati più famosi della storia del nostro calcio, resero possibile un’impresa difficilissima.

muntari

La Juve quella stagione l’aveva aperta l’8 settembre 2011, con l’inaugurazione dello Stadium, teatro leggendario di tanti successi futuri, e l’aveva proseguita stabilendo svariati record come quello di imbattibilità in campionato (38 partite, di cui 23 vittorie e 15 pareggi) e quello di maggior striscia di risultati utili consecutivi in competizioni ufficiali in una sola annata calcistica in Italia (42 gare). Da quella squadra originaria, formata da un nucleo di campioni veri e da tanti operai dediti ai loro compiti tattici, è nato un team che ha visto militare al proprio interno nel frattempo giocatori straordinari come Pogba, Tevez e Higuain, solo per citare i più iconici. Fino a questa stagione sono stati inanellati ulteriori primati che hanno definitivamente distrutto la competitività del calcio italiano: nella serie a 2013-2014 si è stabilito il record nel nostro Paese di ben 102 punti in un solo campionato; con Allegri successivamente in panca, i bianconeri hanno realizzato 100 punti in 33 gare nel solo 2016; tra le stagioni 2015-2016 e 2016-2017 abbiamo il record delle vittorie consecutive in casa in serie a, ossia 33. Quest’anno il mega acquisto di Cristiano Ronaldo, operazione complessiva da almeno 340 milioni in 4 anni tra ingaggio e cartellino, ha trascinato i bianconeri nel vincere un nuovo titolo italiano, oltre che una supercoppa, insieme a compagni veterani come Bonucci e Chiellini, quest’ultimo unico superstite della Juve di inizio ciclo assieme a Barzagli.

tevez

In questa stagione 2018-2019 costoro, affiancati da Mandzukic, castigatore delle avversarie negli scontri determinanti, dal giovanissimo ed esuberante Kean, dal solido Emre Can, dal decisivo Bernardeschi e dall’imprendibile Cancelo, nulla hanno potuto in Champions, dopo aver conquistato lo scudetto di fatto al termine del girone d’andata, chiuso con l’ennesimo punteggio record di 53 punti, mai realizzato prima in serie A. E qui c’è il primo grande riferimento al disastro di cui accennavamo nel titolo: farsi umiliare dai ragazzi imberbi dell’Ajax non rientra di certo nei piani di un club che ha una delle rose più forti del Continente europeo. E neanche nei piani di un mister come Allegri che vanta al suo attivo 2 finali di Champions. Ma di certo tale squadra, che in ambito domestico ha annientato ogni concorrenza, ha un problema enorme che la porta ad aver vinto negli ultimi 23 anni meno trofei in Europa del Bologna. Ma forse è proprio questo il tema: tale monopolio sul campo, e non solo, ha cancellato ogni tentativo delle nostre squadre di migliorarsi, di dare il meglio di loro e di provare a battere l’impossibile. Le squadre italiane coltivano il loro orticello, usano mille astuzie per racimolare i punti che le servono, stanno ferme, prigioniere di un tatticismo che sarebbe sembrato eccessivo pure ai tempi del Trap, sono inserite in un patetico gioco spezzettato, che si blocca appena si tende a sfiorare l’avversario.

A cosa serve loro sfidare la Juve allo Stadium? A niente. Ma ciò non serve neanche alla Juve per vincere la Champions.

 

di Federico Cavallari

È un Claudio Lotito show quello che va di scena a Campagnano di Roma, nell’ambito dell’iniziativa “Il Pallone Bucato – il Fallimento del calcio italiano”, organizzato dall’Associazione Fare, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola.

Un intervento di quasi un’ora, dove tra bilanci e gestione economica, il numero uno della Lazio si è lasciato andare agli aneddoti e ai ricordi, al racconto delle mosse fatte per risanare la squadra, alle scelte prese. Da Bielsa a Tare, dai fratelli Filippini a Inzaghi, passando per retroscena nascosti, le frecciate a Napoli e Roma, i 160 milioni rifiutati per un calciatore.

Abbiamo raccolto le sue parole in esclusiva.

 

Quando sono entrato in questo mondo, nel 2004, c’era una concezione del presidente come padrone: “Lotito caccia li sordi” mi dicevano. Io ho trovato un bilancio con 84 milioni di ricavi, 86 milioni di perdite e 550 milioni di debiti. Tutti consideravano risanare la Lazio una missione possibile. C’era una cattiva gestione, prima compravano le società con le fidejussioni in banca, i presidenti duravano 3-4 anni. La Lazio ha avuto tantissimi presidenti e se oggi esiste ancora è grazie gente che ha dato tutto. Io sono il proprietario, è vero, ma ho l’obbligo di preservare un patrimonio simbolico e affettivo che è di tutti, quindi economicamente devo salvaguardare questo patrimonio. Non posso fare la politica della cicala.

lotito conferenza

Claudio Lotito a Campagnano, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola 

 

La gestione di una squadra, nella visione di Lotito, deve essere quella di un padre di famiglia. “Una cosa che non esiste più” risponde Riccardo Viola, figlio del presidente romanista Dino, seduto allo stesso tavolo. Gestione ed identità, secondo il patron della Lazio, è il mix vincente:

Si deve creare senso di appartenenza, di lazialità. Io vedo che questa Lazio ha una storia di sofferenza che risale al 1900, agli ideali di chi l’ha fondata, ovvero il superamento di steccati culturali, economici, razziali. I colori sono quelli olimpici, lo sport è al di sopra di tutto.

Sono 15 anni che faccio il presidente e non ho mai preso un euro! Significa che ho interpretato il mio ruolo con un ideale olimpico. L’anno scorso la Lazio ha chiuso il bilancio con 38 milioni di utili, è una società fortissima, ha un patrimonio immobiliare di 200 milioni e un patrimonio di giocatori di 600 milioni, è proiettata verso grandi prospettive. Dopo la Juventus, l’Inter e il Milan, la Lazio è quella che ha vinto più di tutte, partendo da meno 550 milioni. Ci sono alcuni club, come il Napoli, che non ha nemmeno centro sportivo. Io invece ho investito a Formello diversi milioni di euro per ammodernarlo. Prima c’erano le panche di legno, ora i monitor interattivi con la faccia dei giocatori! Gli spogliatoi dei nostri giovanissimi sono meglio di quelli di San Siro!

 

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Non si può parlare di gestione e di crescita dei club, senza passare per forza di cose attraverso la questione degli stadi.

Avevamo fatto una legge perfetta, che includeva la legge di compensazione: se investo 100mln ne devo avere indietro 100. Ora è tutto più lento. Bisogna creare un sistema polifunzionale nel calcio. Il business non è legato all’evento sportivo ma all’indotto, si deve creare una struttura aperta h24, 365 giorni all’anno, con attività che possano creare risorse al club. Guarda il Real Madrid, hanno il cimitero, fanno i matrimoni…

Oggi la Lazio è struttura forte, ha 126 mln di patrimonio netto positivo. E ci sono alcune squadre (e dà un pizzico sulla guancia dell’on. Barbaro, tifoso romanista, ndr) che hanno 126 mln di patrimonio netto negativo. Io la squadra la lascerò mio figlio non perché voglio fare occupazione ma perché voglio dare continuità, perché la Lazio non ha mai avuto un padrone, una figura che si assumesse la responsabilità di decisioni e scelte. Manzini m’ha raccontato che li hanno buttati fuori dall’albergo del ritiro, alcuni presidenti non avevano i soldi per pagare le bollette. Questo perché manca la gestione.

Gestione che passa anche attraverso le decisioni prese dall’alto, negli uffici federali ad esempio. Dove Lotito ha sempre fatto la voce grossa.

Quando sono diventato consigliere di Lega ho iniziato alcune battaglie. Innanzitutto ho imposto che per iscriversi al campionato dovevi aver pagato gli stipendi, prima si pagavano con le cabriolet, gli assegni post-datati. Poi ho combattuto per l’Iva, che quando sono arrivato io non era dato sensibile per l’iscrizione al campionato. Galliani voleva approvare tutto senza l’Iva, io mi opposi. “Se non sei d’accordo mettiamo ai voti” disse. Va bene, ma facciamo con dichiarazione di voto, così voglio vedere se i miei colleghi hanno coraggio di dire che l’Iva non serve, che l’Irpef non serve e così via. E infatti abbiamo approvato la legge.

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Claudio Lotito e Adriano Galliani

Parlando di economia e di bilanci, si passa necessariamente nel terreno del calciomercato. Terra di scontro, a volte, per Lotito.

Oggi tutto è in mano ai procuratori. Chiedono 2-3 mln di percentuali. Ma che lavoro fa il procuratore? L’avvocato. Quanto ci mette un avvocato a fare 3 milioni? Quando sono arrivato alla Lazio, c’era Mendieta, costato 90 miliardi. Arriva il procuratore e voleva una percentuale. Allora ho dovuto fare di necessità virtù: quando compri una cosa prima la usi e vedi se funziona, se no la dai indietro. Così ho inventato il prestito con diritto di riscatto. Quando presi la Lazio comprai 9 giocatori in un giorno, tutti i prestito con diritto di riscatto, tra cui i gemelli Filippini, la gente rideva e diceva “ma che te sei portato i servitori?”. Coi fratelli Filippini abbiamo vinto il derby 3 a 1.

Si torna sull’attualità, con un aneddoto legato all’ultimo derby, vinto 3 a 0 dalla Lazio.

Stavo nella pancia dello stadio a vedere le trasmissioni. Sullo schermo ecco De Rossi che, in modo encomiabile, dice una cosa: “Questa non è più la Lazio dei Filippini, la Lazio è più forte di noi sia individualmente che collettivamente”. Sono uscito, ho incontrato De Rossi che stava uscendo dagli spogliatoi e gli ho detto: “Daniele ti devo fare i complimenti. Le tue parole sono indice di sportività”. “Presidè è la verità”. Il calcio è così, si è avversari sul campo, non si è nemici. Bisogna collaborare per migliorare questo sport, invece qui è homo homini lupus diceva Hobbes.

Ma a tenere banco sono anche le polemiche arbitrali, con la Var al centro della questione.

Abbiamo inventato la goal technology e poi, insieme a Carlo Tavecchio, contro tutti, abbiamo impostato il sistema Var. Che va ancora migliorata, va gestita come situazione terza, ovvero deve avere una gestione svincolata a quella del campo. Se io oggi arbitro e domani vado a fare il Var, significa fare il controllore e il controllato, c’è sempre situazione che non funziona. Con una persona terza, come il giudice, funzionerà meglio.

Lotito e Tare

"Io ho investito anche nelle persone". Così Lotito su Igli Tare

 

La gestione di una squadra, però, passa anche sulle scelte e sugli investimenti. Anche quelli sulle persone. Come il caso di Igli Tare.

Dicevano che era venuto col gommone, lo prendevano in giro. Invece ho fatto una grande scelta. Avevamo preso impegno di prolungargli il contratto. Viene all’incontro con il procuratore e gli dico: “Guarda, io non ti rinnovo”. “Ma come lei aveva detto così, aveva dato la parola… lei non è corretto, non è serio” dice lui. “Senti - gli ho detto - ho pensato di farti fare il direttore sportivo”. “Ma come non ho neanche il patentino”. “Non ti preoccupare, quello lo prendi. Pensaci, ti do mezzora”. Mezz’ora dopo, torna e mi dice di sì. La prima telefonata che ricevo è quella di Delio Rossi che mi chiede se avessi scelto il direttore, gli dico di sì e lui mi fa: “Mica avrà scelto Tare”. “E invece proprio Tare ho scelto”. “A lei lo fa apposta, perché sa che lui è contro di me”. Allora sbottai: “Come si permette a parlarmi così, moderi i toni: lei è un dipendente, faccia il dipendente e comunque tra due mesi mi ringrazierà”. Dopo un po’ di tempo andiamo a Siena e perdiamo (2-0, terza sconfitta consecutiva ndr). Delio Rossi dice a Tare: “Dica al presidente che mi esonerasse io non controllo più la squadra”. Tare viene, mi racconta tutto e mi fa: “presidente io lo difenderei”. “Hai ragione lo difendiamo”. Quel anno abbiamo vinto la Coppa Italia.

 Bielsa

El loco Bielsa

Investimento come quello su Simone Inzaghi, dove il fantasma di Bielsa è “tutto un film”.

Quando mi sono insediato chiamavo i giocatori per rinegoziare i contratti. Si presenta Simone Inzaghi con Tullio Tinti e gli propongo 5.3 milioni per 5 anni. Il procuratore è soddisfatto, dice per noi va bene. “Avete capito bene - gli faccio - 5.3 milioni in 5 anni”. “All’anno dice lui”. “No in totale”. “A ma lei è matto presidè!”. Allora, non lo dimenticherò mai, Inzaghi mi fa: “posso parlare da solo con lei presidente?”. E gli dico: “Che vuoi fare dopo?”, “L’allenatore”, “Ti faccio fare l’allenatore”.  Quel periodo era veramente drammatico, dormivo un’ora a notte, ma ho fatto cose che rimarranno nella storia dell’Italia e del fisco italiano. Insomma Inzaghi va a Genova, alla Sampdoria, passa un momento difficile dal punto di vista familiare, e quando non giocava più Walter Sabatini, un altro inventato da me, mi dice “licenziamolo”. Io gli dico di no, poi è andato a Bergamo. L’ho chiamato e gli ho detto: “Simò la carriera tua me pare che è finita, ti offro di fare l’allenatore degli Allievi Regionali”. Vince il campionato Allievi Nazionali, poi Bollini va con Reja a Bergamo e allora prendo Simone e lo metto alla Primavera, dove fa bene. Poi sarebbe andato alla Salernitana, ma siccome la piazza borbottava, ho lanciato la storia di Bielsa.

Bielsa l’ho cacciato io. Quando stavo in Francia Tare mi chiamava e mi diceva che aveva comprato dei giocatori che voleva l’allenatore e dopo 3 minuti non andavano più bene. Torno a Formello, con Tare chiamiamo l’allenatore e inizia una situazione di un certo tipo. Tare gli parlava, lui rispondeva come se fosse uno scienziato, a un certo punto mi sono sentito mortificato per Igli, ho preso il telefono, gliel’ho strappato dalle mani, ho detto: “Senta mister, lei se ne deve andare affanculo”. Tare era pallido.

Lotito e inzaghi

Lotito e un'altra sua creatura: Simone Inzaghi.

 

La chiosa finale è ancora sui fatturati, con uno sguardo al mercato.

Il Milan ha 130 milioni di perdite, l’Inter 70, la Juventus 20, il Napoli 7. La Lazio sta a +38mln. E non ho venduto giocatori. Anzi, ho rifiutato 160 milioni per un calciatore, te deve regge la pompa eh…

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

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