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Alberto Petrosilli

Alberto Petrosilli

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Che Dio ce la mandi Pioli

Tanto tuonò che alla fine Pioli. Rielaborazione in chiave calcistica di uno dei maggiori proverbi popolari, azzeccatissima citazione per fotografare l’ennesimo e ingiustificato cambio di rotta di casa Milan.

È notizia di ieri infatti la decisione dei vertici di via Aldo Rossi di affidare la panchina del Diavolo all’ex Lazio e Inter al posto di Marco Giampaolo, allenatore convintamente scelto poco più di tre mesi fa dagli stessi dirigenti che oggi altrettanto convintamente ne avallano l’esonero. Il bilancio dell’ormai ex tecnico rossonero parla di un bilancio di 3 vittorie e 4 sconfitte in 7 partite giocate, un ruolino certamente criticabile a dispetto comunque di una classifica che vede il Milan a pochissimi punti dalle proprie avversarie dirette.

A nostro avviso dunque la scelta pare essere francamente incomprensibile, tanto più perché arrivata dopo una vittoria, seppur sofferta e fortunata come quella di Genova. Se si ingaggia un allenatore come Giampaolo, tecnico alla prima avventura in una big (o presunta tale) e con concetti di calcio difficilmente assimilabili in poco tempo, si dovrebbe mettere in preventivo l’indispensabile condizione di dover concedere tempo, concetto largamente inflazionato che però mai come in questo caso andava interpretato nel suo senso più letterale: secondi, minuti, ore, giorni, mesi. Certamente più dei 3 concessi.

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L’oggettività del ragionamento si amplia se si pensa poi al suo successore: Stefano Pioli. Quale sarebbe il senso di scegliere un allenatore dello stesso livello del precedente? Avremmo capito la scelta se a Milanello fosse piombato Luciano Spalletti, per il quale peraltro la società rossonera aveva fatto tutto il possibile e solo i cattivi rapporti tra il toscano e Marotta hanno sbarrato la strada al suo approdo sull’altra sponda del naviglio. Facciamo molta più fatica a comprendere il passaggio da Marco a Stefano, ottimo professionista per carità, ma allenatore dal curriculum abbastanza modesto. 

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Cosa cerca la società, precisamente nelle figure di Maldini e Boban, nella scelta dell’ex Fiorentina? Qualsiasi ragionamento logico ci porta a non sposarne nessuna ragione, nessun motivo, nessuna progettualità di fondo. A dispetto infatti del biennale firmato, siamo così sicuri che Stefano Pioli sia l’uomo giusto da cui ripartire anche in un’ipotetica nuova stagione di rilancio? Ci permettiamo di dire di no. La chiamata di Pioli sa tanto di traghettatore per concludere quantomeno dignitosamente la stagione corrente, stagione nella quale, ci conviene sempre precisarlo, il Milan può puntare solamente ad una onesta salvezza.

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A questo proposito il 20 ottobre prossimo, giorno del 54esimo compleanno del mister parmigiano, andrà in scena a San Siro il delicato incrocio tra Milan e Lecce, vitale scontro diretto per allontanare il più possibile i presagi di una stagione di lacrime e sangue. In un calendario che da qui alla prossima sosta di novembre prevede le sfide con Roma, Lazio e Juve, le due gare con i salentini e la Spal sanno tanto di tappe obbligate per scongiurare scenari apocalittici. Nel frattempo, mentre assistiamo inermi alla distruzione dell’impero, ci tornano in mente gli ultimi anni di Adriano Galliani come amministratore delegato del Milan.

Insultato da gran parte del tifo milanista, capro espiatorio dei primi cedimenti del Milan berlusconiano. Noi eravamo contrari, forse sentendo in cuor nostro che mai nessuno sarebbe stato come lui. Mirabelli prima e Maldini poi ci hanno dimostrato che avevamo ragione. Paolo soprattutto ha dalla sua il tempo per poter rimediare e per recitare quel necessario Mea Culpa attraverso il quale capire che nella vita non “si nasce imparati” e che il passaggio da gloria calcistica a dirigente di successo non è sempre così immediato. Ci pensi Maldini. Rifletta. E si accorga che forse forse si stava meglio quando si stava Galliani.

Bisogna avere pazienza

Esonerate Marco Giampaolo. È questo il grido che si staglia forte in questo infuocato finale di settembre, ai primordi di un campionato ancora giovane e con tantissime squadre ancora lontane dallo sbrogliare le loro intricate matasse.

Nel novero di queste compagini non fa eccezione il Milan. Sei punti in 5 partite, già 3 sconfitte stagionali, pochissimi goal fatti e tanti dubbi sulla proposta di gioco del tecnico ex Sampdoria. Eppure. Eppure noi continuiamo ad essere fiduciosi, ad intravedere in questo nuovo corso milanista la voglia di cambiare un trend di risultati e di spettacoli in campo ben al di sotto della gloriosa storia rossonera. Il nostro non sarà un atto di difesa incondizionata nei confronti del mister nè un’invettiva mossa solamente dallo sconfinato amore per questi colori.

Quella che ci apprestiamo a fare è un’analisi fredda, razionale e lucida su una situazione che ad oggi è tutto tranne che irrimediabile. A tal proposito si parta da un assunto indispensabile: l’esonero non è la panacea di tutti i mali.

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Otto allenatori negli ultimi 5 anni dovrebbero far capire a proprietà e dirigenza che il problema più grande non risiede nel manico. Manico peraltro quest’anno affidato a un allenatore metodico, pignolo, ferreo nel suo credo calcistico. Eravamo i primi, da questo timido scranno, ad elogiare l’ottimo lavoro di Rino Gattuso nel suo anno e mezzo a Milanello. Pretendevamo però maggiore sfrontatezza di gioco e di principi in determinate partite, criticavamo un eccesso di timidezza e prudenza che a volte ha limitato molto, e nell’ultimo campionato è risultata anche decisiva, le ambizioni Champions del Diavolo. Rimaniamo di questa opinione. E siccome crediamo che il pupillo di Galeone sia quello giusto per apportare i necessari cambiamenti richiesti aspettiamo con calma e con fiducia che il suo lavoro attecchisca saldo sulle menti dei calciatori milanisti. Imporre il gioco, voler dare una identità tattica basata non sul modulo avversario ma sulle proprie idee, perseguirle con forza nonostante i passi falsi, questa la griffe del Milan di quest’anno.

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Non ci preoccupano le due battute d’arresto nel derby e a Torino, eravamo decisamente meno convinti dopo le stentate vittorie con Brescia e Verona. Vittorie effimere, frutto del caso e di situazioni contingenti che pochissimo avevano a che fare col reale andamento dei match. Indirizzare la gara e non subirla, determinare episodi e non assecondarli: questo il tremendo e complicato switch mentale che Romagnoli e compagni devono mettere in atto seguendo le indicazioni del loro allenatore. Un processo mentale non semplice per una squadra abituata da troppi anni a giocare sull’avversario, ad accontentarsi di esserci senza avere la presunzione di poter incidere pesantemente.

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La trasferta di Torino ha mostrato chiari i primi vagiti di questa nuova forma mentis, con l’inserimento dei nuovi acquisti che ha certamente aiutato ad alzare qualità e trame di gioco. È proprio questo l’appunto più grande che facciamo a Marco Giampaolo: osi di più. Consegni le chiavi del centrocampo a Ismael Bennacer, calciatore che ci ha rubato gli occhi lo scorso anno a Empoli, e non si faccia offuscare da fantomatici equilibri di spogliatoio. Il calcio è materia molto semplice: i più forti devono giocare. Si affidi Giampaolo all’esuberanza tecnica del ventenne Leao, affidi la fascia sinistra alla sfrontatezza di Hernandez.

Dia seguito con le scelte a quelle che sono le sue condivisibili idee. E sia brava la società a supportarlo convintamente, a non metterlo sulla graticola alla prima sconfitta, ad assecondarne il lavoro quotidiano e quello in partita. Siano saldi Zvone e Paolo. Siano coerenti. Siano ferocemente aggrappati alla forza delle loro idee e non si trasformino nel più classico dei mangia-allenatori. Abbiano pazienza. Per non vivacchiare nel limbo. E vivere l’ennesimo anno zero.

 

Ha vinto Wanda Nara

Mauro Icardi non è più il centravanti dell’Inter. Non il suo bomber. Non il suo prolifico numero 9. E’ storia nota l’arrivo al suo posto del gigante belga Lukaku, strappato a suon di milioni da Marotta al Manchester United. Della vicenda si è detto e scritto di tutto: tentennamenti continui dell’argentino, ferreo nella sua granitica convinzione di rimanere in nerazzurro anche da separato in casa, con la certezza, malcelata agli occhi dei più, di riuscire a far ricredere Antonio Conte.

Alla fine, proprio sul gong del mercato, la resistenza che cede, il lavoro sotto traccia di Wanda Nara finalmente a buon fine, la partenza per Parigi, il parcheggio di un anno al Psg e falla momentaneamente tappata nel clan interista. Come in tutte le più complesse vicende di mercato, aldilà della mera cronaca che racconta passo passo anche i sussurri dei protagonisti, ci si diverte a chiedersi chi sia il vincitore e chi il vinto. Chi sia l’uomo ripulito al tavolo da poker e chi l’Asso (citazione che gli amanti di Celentano coglieranno) della partita. Noi abbiamo umilmente ascoltato, nel nostro cantuccio affittatoci da Walter Sabatini, i giudizi trancianti, le levate di scudi, i testimonial pro-Marotta e quelli anti-Wanda. Ci siamo dunque fatti la nostra idea, abbiamo incrociato pensieri, elaborato sentenze, abbellito giudizi. Ha vinto Wanda Nara.

L’ex di Maxi Lopez, il Mino Raiola del gentil sesso, ha cavato d’impaccio il compagno e liberato il buon Beppe dal fardello di dover tenere in casa l’ex capitano ormai ripudiato. Tre mesi a flirtare con la Juve del nemico Paratici, l’impossibilità mediatica e ambientale di condurre in porto il tanto reclamizzato scambio Icardi-Dybala, l’esigenza di mantenersi comunque aperta la porta ad un futuro a tinte bianconere.: tutto questo trova risposta nel prestito temporaneo gratuito (!) di una anno in terra d’oltralpe. Vero, diranno i più pignoli, che a favore dei parigini vige un diritto di riscatto pari a 70 milioni di euro.

Altrettanto vero però che alternarsi tra M’Bappè, Cavani e il reietto Neymar non si presenta compito agevole. E quindi come interpretare formula e vantaggi dell’operazione dal punto di vista del calciatore e del suo entourage? Osservazione quasi banale. Innanzitutto l’aspetto economico: la bionda opinionista di Tiki Taka ha fatto lievitare i compensi di Maurito da 7 a 10 milioni annui, con la possibilità, in caso di riscatto, di aumentare tale cifra grazie a cospicui e lauti bonus. Dal punto di vista prettamente calcistico e tecnico invece, la possibilità di confrontarsi con campioni di levatura internazionale e la possibilità finalmente di togliere  la casella dello zero alla voce trofei vinti. Come dire, tutto fa curriculum. Infine, ma non meno importante, evitare che la carriera di Icardi si impantanasse nelle secche di due anni di inattività come quelli che venivano prospettati dal proseguo della carriera nerazzurra. “Non era la soluzione migliore ma arrivati al 2 settembre non si poteva fare altrimenti”: abile stratega anche a parole la Nara, frettolosamente osteggiata in quanto donna in un mondo prettamente maschilista e invece capace di non sfigurare di fronte a nessuno dei suoi colleghi.

E tra 12 mesi cosa accadrà? La paura che il Psg non eserciti il riscatto, spinto magari anche dalla scarsa volontà del calciatore, aleggia vivida sulle teste che popolano Appiano Gentile. Dopo l’inquietante moda dell’estate appena trascorsa, quella Samara challenge che ha catalizzato l’attenzione di gran parte della popolazione negli ultimi mesi, il sentore dalle parti di Interello è che a giugno 2020 Maurito Icardi possa nuovamente comparire, travestito da se stesso, all’ingresso del centro sportivo interista per far ripartire una telenovela ancora lontana dal concludersi. La regia, come al solito, è in mano a lei. Wanda Nara. E voi siete pronti per l’Icardi challenge?

 

Quello che il mercato (non) ha detto

E’ finalmente terminato il calciomercato estivo 2019. Ma sarebbe artificio noioso e ripetitivo stilare il classico pagellone di fine mercato, con considerazioni trite e ritrite disseminate sempre allo stesso modo nel corso delle varie campagne acquisti. Molto più divertente raccontare quello che poteva essere e non è stato, quelle trattative saltate sul filo di lana o ad un passo dal traguardo. Quello che poteva essere e non è stato. Ritagli e retroscena di un’estate pallonara francamente troppo lunga che non ha visto collocati tutti i tasselli al proprio posto.  Bando alle ciance dunque: si parte.

Neymar: Il caso dell’anno. Guerra dichiarata al Psg con resa incondizionata nelle battute conclusive. Il classico di come spesso manchi un millimetro per fare un metro. Quel millimetro risponde al nome di Dembelè, calciatore francese del Barcellona che col suo rifiuto al trasferimento in Francia ha fatto saltare un affare da circa 200 milioni di euro fra parte cash e contropartite. Permanenza (lautamente) forzata e convivenza difficile con Cavani e M’Bappè, stelle luminose e ingombranti al pari dell’ultimo arrivato, quel Mauro Icardi che a differenza del brasiliano ha trovato a Parigi l’oasi dorata della sua tormentata estate.

Edin Dzeko: Tradimento mancato. Potrebbe essere questo il titolo perfetto dell’estate del centravanti bosniaco, tentato dal lasciare la fidata compagna giallorossa e unirsi all’affascinante progetto Inter targato Conte. Tira e molla continui, approcci, scambi di sguardi, la volontà ferrea di Petrachi di dare il via libera solo di fronte ad un partner della stessa stoffa dell’ex City. E alla fine, come nella migliore delle fiabe, il lieto fine a tinte romaniste: rinnovo fino al 2022. Nella buona e nella cattiva sorte, ti amerò fino alla morte.

Angel Correa: Inflessibili. Termine adeguato per rappresentare i pensieri della seconda punta argentina di casa Atletico di fronte all’irremovibile pugno duro del duo Boban-Maldini, mai propensi ad alzare la famosa offerta da 38 milioni più bonus per accontentare le richieste dei bianco-rossi, attestatesi fin da subito sui 50 milioni. Neanche il fitto e sottile lavoro di Jorge Mendes, potentissimo procuratore che ai rossoneri proprio sul gong ha risolto l’intricata matassa Andrè Silva, è servito a smussare gli angoli irti e spigolosi di una trattativa arenatasi abbastanza presto dopo un’iniziale e ingiustificato entusiasmo sul buon esito della stessa. La soluzione? Ante Rebic, seconda punta croata vice campione del mondo nel 2018. Il suo idolo? Chiaro, Zorro Boban. Con buona pace del delusissimo Angel.

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James Rodriguez: “James non rientra nei nostri piani per questa stagione”: sentenziava così Zinedine Zidane la sera dell’8 agosto, al termine dell’amichevole pareggiata 2-2 con la Roma. Via di uscita evidente, segnale chiaro che il calciatore fosse di nuovo pronto a cambiare aria dopo l’infruttuoso prestito al Bayern Monaco. Destinazione? Napoli, dove il pressing del suo mentore Carlo Ancelotti aveva fatto breccia piena nel cuore del colombiano. Nessuno però aveva fatto i conti con De Laurentiis, il cui cuore è notoriamente poco incline a sentimentalismi di qualsiasi genere. Niente esborsi economici, un occhio attento sempre ai conti. Prestito con diritto. Aut-aut incontrovertibile, Perez che fa orecchie da mercante, giorni che scorrono e possibilità che si assottigliano. Fino al gong finale. James resta a Madrid, Ancelotti si consola con Lozano e Llorente. Come dire, poteva andare molto peggio..

  

Abbiamo citato quattro casi emblematici, quelli che per noi meglio rappresentano l’assunto secondo cui non sempre va come si sperava inizialmente. Le vie del mercato sono infinite, tortuose, disseminate di ostacoli e scandite da un eterno tiranno che della vita è padrone: il tempo. Come sarebbe potuto essere lo scenario se solo una di queste trattative si sarebbe incastrata nel modo giusto? Non lo sapremo mai. E in fondo proprio questo è il bello. Alea iacta est, dicevano i Romani. Il dado è tratto. O forse no.

 

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Ho pianto per Roger Federer

Quando dopo quattro ore e cinquantacinque minuti Roger Federer ha steccato l’ennesimo dritto in controbalzo consegnando l’edizione 2019 di Wimbledon a Novak Djokovic, ci si è fermato il cuore. 

Un attimo. L’attimo più lungo della nostra vita. Se è vero che il tennis è unanimemente riconosciuto come lo sport del Diavolo, la finale di domenica ci ha devastato l’anima. Squassata, come quelle onde alte che nei giorni di tempesta zampillano prepotenti sugli scogli della penisola. Ho pianto per Federer. Non ce ne vergogniamo. Non me ne vergogno. Il sublimarsi delle tue passioni, delle tue ideologie sportive, convogliate in un uomo di 38 anni che da più di venti scrive la storia di questo meraviglioso sport. Ci avevamo creduto che la storia, ancora una volta, si compisse.

Su quel maledetto 40-15/ 8-7/ nel set decisivo avevamo già immaginato la scena di re Roger che da lì a poco avrebbe alzato il nono Wimbledon e il suo personalissimo ventunesimo slam. Abbiamo pregato con Mirka che il destino balordo delle finali con l’insensibile Novak girasse finalmente lo sguardo verso il re. E invece no. Il destino becero e baro ha chiuso gli occhi lasciando lo svizzero solo con le sue paure e col peso dell’angoscia di milioni di tifosi. E quando abbiamo incrociato idealmente lo sguardo di Roger dopo quel maledetto passante finito sulla riga avevamo capito che era finita. Nonostante la classe straordinaria e le stimmate del campione lo tenessero, nei vibranti game successivi, ancora in vita, sapevamo che era tutto finito. Una sorta di atarassia sportiva.

Game set and match Djokovic. Non ci volevamo credere. Facciamo fatica ancora oggi a crederci. E ho pianto. Forte. Da solo. In silenzio. Avevamo perso noi sul campo centrale. Noi con Federer. Una sorta di mistica estatica che solo chi non prova lo stesso fremito ad ogni servizio, ad ogni dritto, ad ogni stupendo rovescio ad una mano, ad ogni back non può capire. Oggi, a 48 ore dalla finale più lunga dello slam londinese e alla più bella partita di tennis a cui abbiamo personalmente assistito, ci rimane la consapevolezza di aver guardato finalmente la trasformazione in realtà della classica retorica dello scontro fra bene e male. E di aver goduto delle magie di un uomo che non è stanco, all’alba dei 40, di inseguire sogni e raggiungere vette per noi inarrivabili. Abbiamo perso, Roger, ma abbiamo incantato il mondo.

Nulla è finito. Nemmeno dopo una batosta che ammazzerebbe chiunque, ma non te. Non noi. Seguaci indefessi di un tennis che non esiste se non nella geniale mente di Roger Federer da Basilea, Abbiamo pianto. Siamo caduti, Ci rialzeremo. Con la consapevolezza di aver guardato il compiersi del genio. Soli con le nostre debolezze. Soli con le nostre paure, Ma al tuo fianco, Perchè lo sport non è SOLO sport se lo guardi con i nostri occhi. Gli occhi dello sportivo più grande della storia. Gli occhi del re del tennis. Gli occhi di Roger Federer.

 

Marco Giampaolo, l'esteta silenzionso

Marco Giampaolo è il nuovo allenatore del Milan. La comunicazione ufficiale dell’ingaggio del tecnico pescarese, avvenuta mercoledì nel tardo pomeriggio, ha dato adito ai più disparati dibattiti sul tema. Rischio eccessivo o affascinante scommessa?

Le analisi e le considerazioni spaziano dalla complicata gestione emotiva del personaggio alla convincente idea di gioco mostrata nei suoi trascorsi a Cagliari prima e soprattutto nella Samp poi. La scelta di Maldini e Boban di affidare l’ennesimo tentativo di rinascita degli ultimi sette anni dimostra che la forza delle idee può sopperire a qualche carenza strutturale che al via della stagione la rosa rossonera inevitabilmente presenterà. La capacità di valorizzare il materiale a disposizione fanno di Marco Giampaolo l’interprete perfetto dell’attuale momento storico milanista.

La sua efficacia nel rivitalizzare giocatori inespressi, l’innata capacità di adattare e di plasmare la rosa a disposizione alle sue idee calcistiche fanno di questo controverso mister uno dei più preparati interpreti del panorama nazionale. Elogiato anche da Sarri nella sua prima apparizione torinese. l’ex Brescia è però ricordato dai più per lo spiacevole episodio che lo vide coinvolto quando allenava proprio le rondinelle: sei anni fa, stagione 2013/2014, il tecnico alla vigilia dell’inizio del campionato sparisce nel nulla azzerando tutti i possibili contatti. Si rifarà vivo una settimana dopo dalla sua casa al mare rassicurando tutti sulle sue condizioni di salute.

L’aneddoto, aldilà dell’ilarità che ovviamente suscita, ci è di aiuto per approfondire quello che come abbiamo anticipato in precedenza è proprio il cavallo di battaglia degli scettici: la scarsa capacità caratteriale di reggere alle pressioni, pressioni che sono moltiplicate di N volte in un piazza calda e calcio-centrica come quella rossonera. Al netto di tutto e per completare in maniera chiara il quadro, c’è da aggiungere che lo stesso allenatore poco tempo fa, tornando sull’episodio, ha spiegato che la fuga non fu dovuta a crolli psicologici ma bensì ad una sorta di ripicca nei confronti del presidente del Brescia che non aveva accettato le sue dimissioni, di fatto così non liberandolo. In qualunque modo la si voglia mettere tuttavia, il fatto getta e getterà sempre un’ombra di inquietudine che solo i risultati del campo, l’estetica unita alla redditività del risultato, potranno definitivamente scacciare.  

La sfida si presenta dunque ardua: riportare il Milan in quel solco di bellezza stilistica caratteristica della sua storia, ripercorrere le orme di Sacchi e Ancelotti, elevare il bello a condizione indispensabile per raggiungere le vittorie sono il mantra sposato indissolubilmente da Zvone e Paolo, coppia carismatica che ha vissuto gli anni d’oro di Silvio Berlusconi dove vincere era importante quanto convincere. Il percorso non sarà certamente breve tra morsa dell’UEFA e ovvio restyling della rosa, ma l’idea di tornare ad infarcire il centrocampo milanista di piedi buoni stuzzica moltissimo la nostra fantasia: cresciuti nel segno dell’epopea magica del trio Pirlo-Seedorf-Kakà, non possiamo che accogliere con fervente trepidazione la mission di tornare a palleggiare senza paura sui campi di tutta Italia. Spregiudicatezza desiderata, voluta, rimpianta e poi fortemente ricercata: l’uomo che leggeva Sepulveda è pronto. Al Milan il grande compito di assecondarlo.

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Nel segno di Zvone Boban

Attuale vice segretario della Fifa, ex fantasista del Milan e della Croazia degli anni ‘90, un recente passato da arguto e critico commentatore Sky. Di chi stiamo parlando? Ovviamente di Zvonimir Zvone Boban.

La chiamata alle armi di Paolo Maldini, neo direttore tecnico in pectore del primo vero Milan targato Elliott dopo la supplenza forzata del primo tumultuoso anno, non ha lasciato insensibile il grande fuoriclasse croato, stimolato dall’affascinante sfida di riportare il Diavolo dove è sempre stato, nell’elite del calcio mondiale. Piccato, Zvone. Realista. Dannatamente fatalista. E’ stato questo il tratto caratteristico delle sua lunga esperienza come opinionista televisivo nell’affrontare l’argomento Milan. Troppo dura per lui accettare il ridimensionamento sia tecnico che economico di quella squadra che aveva dominato per 20 anni l’intero panorama calcistico. Famose le sue discussione accese con l’allora AD Adriano Galliani sulla piega provinciale presa dal club, accorati i consigli volti a riportare tutti sulla retta via. Per Boban, lo Zorro più famoso del contesto pallonaro, il concetto di Milan è sempre stato connesso e correlato a quella di top. Di bello. Di super. Di inarrivabile, per certi versi.

L’accettazione dell’incarico da parte sua segna in maniera intangibile la serietà della proprietà americana, minata forse un po' troppo dai toccanti e per certi versi inattesi addii di Gattuso e, soprattutto, Leonardo. Il brasiliano, abbandonando la guida della nave rossonera, aveva fatto calare una pericolosa cappa di scetticismo su tutta la tifoseria e tra gli addetti ai lavori. A rischiarare il clima e a risollevare gli entusiasmi generali, chiarendo definitivamente le intenzioni serissime dei Singer, sono arrivati prima il si di Paolo Maldini e poi, ci permettiamo di sottolinearlo senza la minima intenzione di sminuire l’eterno capitano milanista, quello del croato tutto stile, classe, e competenza.

L’ufficialità è ormai solo una formalità, l’arrivo chiuso mercoledì del centrocampista Krunic, eclettica mezz’ala dell’Empoli, porta indissolubilmente la sua firma. E qui emerge prepotentemente il secondo tratto peculiare del Profeta dell’Erzegovina: quello di scovare prima degli altri il talento altrui. Una capacità che si sposa meravigliosamente con la linea giovane presentata da Gazidis qualche settimana fa alla Gazzetta dello Sport. Ricercare il talento, valorizzarlo, consolidarlo. Una missione che Boban ha trasformato nel must di un’intera carriera, migliorarsi per raggiungere vette difficilmente preventivabili. Quali? Quelle che l’hanno portato direttamente al secondo gradino più importante del podio Uefa: collaboratore strettissimo di Gianni Infantino, frequentatore assiduo delle stanze dei bottoni più importanti del massimo organo calcistico mondiale. Zorro multiuso. Limpido come il sole, accaparrarsi uno dei più influenti manager per semplificare l’annosa trattativa Milan-Uefa sull’intricata questione del FFP. Il carisma, lo charme, il fascino e la competenza di Zorro per andare a chiudere definitivamente la vicenda e permettere finalmente al Diavolo di ripartire, In che modo? Scontato: nel segno di Zvone Zorro Boban.

Interrogativo Icardi

Quanto è difficile essere Mauro Icardi. Personaggio controverso, argentino atipico, bomber di razza con scarsa propensione al gioco di squadra. Leader designato più che naturale, malinconico ex capitano dell’Internazionale FC. Ma, soprattutto, procuratrice ingombrante. Piccoli problemi di cuore, oseremmo dire.

È proprio attorno alla sua figura e a quella di Wanda Nara, avvenente moglie e procuratrice dell’ex Sampdoria, che verte oggi il nostro approfondimento. Inutile tornare a rivangare i fatti della stagione appena terminata, un lungo esilio dall’isola interista culminato poi con un rientro forzato ma degradante sotto l’aspetto della considerazione generale, ma molto importante capire come sbrogliare l’intricata matassa che la gestione Spalletti (impeccabile da questo punto di vista) ha lasciato. Sul fronte nerazzurro spira forte il vento della rivoluzione: approdato il condottiero salentino Conte si sta dando il via, per il momento solo mediaticamente, al nuovo corso tutto regole e morigeratezza targato Antonio&Beppe. Per carità, nulla da eccepire in merito, ma come logica conseguenza di ciò viene quasi naturale pensare che Icardi e Wanda mal si sposino con questa nuova impronta “militare”. Juventinizzare l’Inter, questo lo scopo del duo, quella rigidità molto spesso cameratesca tante volte criticata dal buon Antonio Cassano in questi lunghi anni.


Mauro Icardi, 11 gol in 29 presenze nell'ultimo campionato

Precisazione doverosa: dal nostro punto di vista nulla abbiamo da criticare rispetto alla professionalità di Mauro Icardi, puntualità agli allenamenti, mai una parola fuori posto, atteggiamento impeccabile se parametrato alla delicata questione “fascia di capitano”. Aggiunta altrettanto necessaria: il pesante fardello della moglie-procuratrice complica e rovina terribilmente il quadretto del perfetto calciatore che abbiamo appena disegnato. È proprio l’incapacità di separare i due lati della vicenda, quello prettamente sportivo da quello meramente familiare, a creare quella cappa di incertezza difficile da diradare.

La volontà di Mauro Icardi di rimanere in nerazzurro, vera o presunta che sia, trova il muro invalicabile eretto dall’ex CT della nazionale, convinto che sia meglio allontanarlo dal progetto tecnico interista. Dal nostro umile scranno ci permettiamo di dare un consiglio a tutti i protagonisti della vicenda: è proprio necessario, cara Wanda, ricamare così tanto sulla questione, andando allo scontro frontale con la società? È veramente così difficile, caro Mauro, dimostrare la tua voglia di Inter, professata magnificamente sui social, con un gesto forte e clamoroso come quello di separarsi, dal punto di vista lavorativo, dalla tua compagna? Ed era infine così difficile, caro Beppe, gestire la vicenda con più tatto e più malleabilità dal punto di vista societario? Suggerimenti posti come domande retoriche, vacui ammonimenti che restano sospesi continuando ad alimentare di dubbi, ansie e incertezze le più profonde sinapsi dei tifosi del biscione. A meno che..


Il gol di Icardi nel derby contro il Milan

L’ultimo grande dubbio, l’interrogativo principe che potrebbe completamente sparigliare l’intera faccenda è quello per cui i protagonisti abbiano volutamente creato il caos mediatico e interno per portare alla fine una storia d’amore ormai definitivamente incrinata. Le minacce di Wanda Nara di parcheggiare il giocatore ad Appiano Gentile fino alla naturale scadenza del contratto (giugno 2021) cozzano con la giovane età e le ambizioni dell’argentino, puledro pronto al galoppo ma costretto ad un più mite e deprimente trotto.

D’altro canto, l’inflessibilità della società mal si sposa con la flessibilità necessaria in un mercato dove la diplomazia e il cesello la fanno ormai da padrone. Più probabile credere che all’incertezza da show televisivo faccia da contraltare un fine lavoro di mediazione dietro le quinte che porterà inevitabilmente alla separazione estiva. Roma? Napoli? Juve? Pista estera? Solo i prossimi infuocati mesi estivi ci daranno il verdetto. Con l’augurio di risolvere una volta per tutte i piccoli, ma tremendi, problemi di cuore.

 

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Conte partirò

L’FC Internazionale comunica che a partire dalla data odierna Luciano Spalletti non è più l’allenatore della prima squadra”. Con queste parole stilate mediante canonico comunicato l’Inter di Marotta annuncia la fine dell’era del toscano e da il là a quella di Antonio Conte, juventino nel midollo, professionista esemplare dalla spiccata voglia di rivalsa proprio verso quell’ambiente bianconero con cui stridono ancora in lontananza vecchie ruggini.

Il nativo di Lecce, dopo essere stato in bilico fra santi e falsi dei o per meglio dire fra Roma, Inter e quotate piste estere, ha optato definitivamente per i nerazzurri, convinto da un contratto di 12 milioni totali e dalle promesse di un forte piano di investimento estivo. Se la scelta dell’allenatore salentino potrebbe per certi versi anche essere compresa, dunque, è opportuno soffermarsi sulle dinamiche che hanno portato alla decisione da parte del board interista di affidare l’ennesima rivoluzione tecnica proprio ad un personaggio ed un allenatore come Conte.


L'irrefrenabile corsa di Antonio Conte

Il salto da Spalletti - classico allenatore da piazzamento - all’ex ct della nazionale italiana - vincente per storia e tradizione - è netto. Che sia partito definitivamente l’attacco al monopolio juventino di questi 8 lunghi anni? La risposta potrebbe essere certamente positiva se non fosse che la situazione economica dei nerazzurri mal si concilia con l’allestimento di una squadra super competitiva attraverso ingenti investimenti.

Stretta nella morsa del FPF e oberata da debiti che sfiorano i 900 milioni, facciamo davvero fatica a credere come si possa costruire una rosa pari ai desiderata di Antonio Conte. Dal punto di vista mediatico la mossa è francamente ineccepibile. Grande impatto, presenza, stile, carisma, personalità e caratteristiche che permettono all’Inter di occupare con pieno merito le prime pagine dei quotidiani e le home page dei principali siti internet. Dietro la cortina di fumo dei riflettori però si ammassano mille interrogativi molto difficili da dirimere. È veramente il parametro 0 Godin o il chilometrato Dzeko il prototipo di rinforzo proposto (e accettato) da Antonio Conte?

Ci sorprenderemmo non poco se partissimo dal presupposto che l’allenatore divenne famoso per la famosa frase dei 10 euro nel portafoglio e i ristoranti da 100 euro, metafora economico-culinaria per spiegare l’allora evidente impossibilità della Juve di rivaleggiare con i migliori top team europei. E proprio perché ci pare francamente assurdo poter insistere su questo scenario, proviamo a porre invece l’accento sull’altro lato della medaglia: l’aspetto economico. Il vanesio Antonio, l’immarcescibile condottiero senza macchia, potrebbe essere stato solamente “corrotto” e convinto dal vile denaro? Una risoluzione positiva di questo quesito sbroglierebbe di gran lunga la matassa e ci permetterebbe di comprendere come l’inseguimento ad una squadra pronta per vincere da subito sia stato immolato sull’altare del mero aspetto economico.


Antonio Conte può fare anche il vigile urbano

Scelta legittima, sia chiaro. Inattaccabile e inappuntabile dal punto di vista del benessere sociale, proprio e dei suoi familiari. Criticabilissimo però se ricolleghiamo la scelta alle parole pronunciate 20 giorni fa dallo stesso Conte, le cui apparizioni televisive e non hanno quasi collimato con quelle dei leader politici in piena bagarre per le europee. Dimenticare il passato, vivere il presente, crearsi il futuro. Potrebbe essere questo il mantra del popolo interista un momento prima di imbarcarsi sul vascello guidato dall’ex Juve. Per capire strategie e programmi e per avere risposte ci attende una traversata lunga 3 mesi, fino al gong del fatidico 2 settembre. Su navi per mari che non ho mai veduto e vissuto Con-te. Adesso si li vivrò. Conte.

 

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Caos calmo

 

Novanta minuti alla fine delle ostilità. Novanta minuti per la gloria o per la polvere. Una partita. Una sola, singola, maledetta partita. Prima dell’ennesima rivoluzione?

E’ precisamente questo lo scenario che aleggia sulle teste dei dirigenti dell’AC Milan e su quella del suo allenatore, Gennaro Gattuso. La trasferta di Ferrara in casa della Spal di domenica sera alle 20.30 segna l’ultima tappa di un campionato e di una stagione complicata, quella dell’ennesimo passaggio di proprietà e di una continua frizione fra Leonardo e lo stesso mister calabrese. A differenza degli ultimi 5 anni però, nonostante questo quadro non proprio idilliaco, i rossoneri sono ancora in piena corsa per il ritorno in Champions e proprio per questo tutte le discussioni sul futuro sono rimandate a lunedì 27 maggio.

Come è tradizione però, in questo periodo dell’anno le voci si rincorrono e non possiamo certo far finta di evitarle o credere che non esistano. La posizione che sembra più in bilico è quella di Leonardo Nascimento De Araujo, dirigente brasiliano poliglotta e affetto da una spiccata dose di maniavantismo. E’ nostra premura affermare, per amore della verità e della coerenza, che la figura dell’ex Inter ci ha sempre tremendamente affascinato. Carismatico, poliedrico, incisivo. Brillante. Tutte caratteristiche che ci avevano fatto vedere di buon occhio il suo terzo ritorno a Milano sponda rossonera. E proprio per questo ancora oggi ne caldeggiamo e ne caldeggeremmo la permanenza.

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Cosa è andato storto, verrebbe dunque da chiedersi. In quella che sembra l’ultima settimana da direttore sportivo del Diavolo, è chiaro ed evidente che un peso rilevante nella pressochè certa decisione di Paul Singer di allontanarlo dalla sua carica abbiano pesato indissolubilmente gli ormai annosi contrasti con Rino Gattuso e soprattutto una politica economica e di mercato, quella imposta da Ivan Gazidis, che mal si abbina con l’idea di calcio del brasiliano. Ma andiamo con ordine: narrano fonti accreditate che giovedì 15 marzo, alla vigilia del derby di ritorno, Leonardo si fece pizzicare da Gattuso intento a spiegare ad alcuni calciatori della rosa rossonera, tra i quali Paquetà, alcuni movimenti da eseguire poi nel rettangolo di gioco. Esautorando, di fatto, l’allenatore. Tra gli strali di Rino e l’abile ma duro lavoro di ricucitura da parte di Maldini, la stagione del Milan ha preso da quel momento quella disastrosa china che l’ha portato a perdere un terzo e poi un quarto posto consolidato ormai da 2 mesi e obbligando la truppa milanista a sperare solo nelle disavventure altrui per riconquistarlo.

Una mossa questa, ci permettiamo di dire, abbastanza dilettantesca. Ego non al servizio della causa comune ma solo al servizio di sé stesso. Forse il peggior difetto di Leo, ragionare sempre per l’io e mai per il noi. Difetto che si ripercuote poi nel secondo aspetto che sta spingendo Elliott a prendere una strada diversa: quello della strategia economica e tecnica del Milan. Ivan Gazidis, amministratore delegato profumatamente pagato, detta la linea finanziaria da seguire e all’interno di questa devono inserirsi i colpi e le strategie di mercato rossonere. Ebbene, il terzo no, dopo quelli per Ibra e Fabregas, al prossimo acquisto dell’esterno brasiliano Everton hanno incancrenito definitivamente i rapporti tra i 2, con Leonardo ingabbiato in una morsa che, secondo lui, gli impedisce di lavorare al meglio. Prove di dismissione, dunque. Nella settimana decisiva per la Champions spira ancora forte il vento della rivoluzione. Il quarto posto come panacea di tutti i mali? Chi vivrà vedrà. La resa dei conti è vicina.

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