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Antonio Moschella

Antonio Moschella

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Neymar - Coutinho, la staffetta di una samba triste

L’uno è il ritratto della felicità. L’altro è l’immagine della timidezza. Entrambi sono trequartisti che amano partire da sinistra e danno del tu al pallone. Ed entrambi sono nati nel 1992, condividendo spogliatoio in praticamente tutte le categorie della nazionale brasiliana. Neymar Jr. e Philippe Coutinho sono le due facce d'una stessa moneta, ma sono anche e soprattutto i protagonisti di una staffetta al suono di una samba triste.

couyCoutinho e Neymar, due facce della stessa moneta

Tutto ebbe inizio due estati fa, quando il paulista, infreddolito dall’ombra di Lionel Messi, aveva deciso di intraprendere una nuova sfida. La poca competitività della Ligue 1 non lo spaventò, anche perché il suo obiettivo era di fare grande il Paris Saint Germain a livello europeo. Proprio nella famosa remontada del Barcellona contro il PSG il brasiliano, protagonista assoluto, aveva avuto il primo stimolo di partenza. La copertina del giorno dopo fu per Messi, sollevato dalla folla dei tifosi, nonostante in quel match avesse fatto poco e niente. La voglia di essere l’unico leader e di portare al trionfo una squadra senza tradizione europea furono le molle di quella scelta ambiziosa. Che a posteriori gli ha dato solo problemi. Ed ha scatenato un effetto domino.

Il Barcellona, ansioso di sostituirlo, puntò tutto sul suo amico Coutinho, che nel Liverpool aveva rotto gli indugi e sembrava essere esploso definitivamente. I 160 milioni spesi dai catalani per il carioca, consigliato anche da Neymar, erano una zavorra pesante. Ma nessuno pensava che Coutinho si sarebbe trasformato in Sisifo. Un anno e mezzo dopo, il Liverpool si coronava campione d’Europa grazie proprio alla cessione del brasiliano, con i soldi della quale sono arrivati Van Dijk, Alisson e Fabinho, con i primi due quali grandi protagonisti non solo della vittoria della Champions ma soprattutto della storica rimonta in semifinale proprio contro un Barcellona nel quale Coutinho ha da molto abbassato la testa, dimostrando timidezza e scarsa trascendenza.

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Coutinho al momento della presentazione al Barcellona

Adesso, dopo l’ennesimo infortunio, toccherà a Coutinho sostituire Neymar in una Seleçao praticamente obbligata alla vittoria della Coppa America che giocherà in casa. La moneta si è rovesciata. Il timido spaesato, dotato di talento ma non di carattere, dovrà prendere gioco forza il posto della stella effervescente ma mai in grado di brillare davvero nel firmamento mondiale, vuoi per sfortuna vuoi per poca cura del suo corpo e della sua vita. Coutinho, che vive vicino alla vecchia casa di Neymar nella località catalana di Castelldefels, sentirà adesso ancora di più la pressione del suo compagno di ambizioni. Il campo dirà se riuscirà a togliersi di dosso il macigno della negatività che ha contraddistinto gli ultimi mesi suoi. E anche di Neymar, che da lontano, attonito per i tanti guai in cui si è ficcato, tiferà per il suo amico come un torcedor qualsiasi. Sperando di non dover intonare quella samba triste che nessuno vorrebbe ascoltare.

Una splendida banda di sfrontati

L’estate scorsa, durante un barbecue, un amico olandese vedeva in streaming il secondo turno preliminare di Champions League nel quale era impegnato l’Ajax contro lo Sturm Graz. Mentre sfilava il coltello tra una salsiccia e un’altra, Cris mi avvertiva sulle potenzialità dei lancieri, squadra di cui sapevo poco, memoria storica a parte. Approdare alla fase finale della Champions era il minimo per una società storica del calcio mondiale, pensai tra me e me. Nove mesi dopo, quell’accozzaglia di giovani guidata da un tecnico ignoto della quale mi ero colpevolmente preso beffa senza conoscerla è tra le prime quattro squadre d’Europa. Morsa dalla tarantola del gioco armonioso, la truppa biancorossa si è esibita in uno spettacolo pirotecnico in uno degli stadi più inespugnabili d’Europa. Giocando a un pallone che ha preso ormai i connotati di un calcio virtuoso, magari non totale come cinquant’anni fa, ma totalitario nell’imposizione del proprio gioco.

Non contenti dell’impresa di Madrid, dove hanno banchettato al tavolo di un Re decaduto e depauperato del suo miglior cavaliere, i giovani olandesi hanno riproposto un’esibizione piena di sfacciataggine, creatività, divertimento e concretezza. Non sono il bello vuoto. Non sono il riflesso sfocato nello specchio. Sono l’azzardo vincente e pulcro dell’unica proletaria seduta a un tavolo di aristocratici che non vuole alzarsi e continua a puntare i piedi. La giovane età dei suo componenti, però, non basta. Perché per uscire palla al piede in ogni situazione, cercare sempre il triangolo o riuscire ad imbeccare il compagno meglio piazzato serve la voglia di farlo. Quella mentalità che in pochi hanno in Europa, e che nessuno ha mai avuto allo Stadium, dove i ragazzi di ten Hag sono scesi in campo come se fossero stati nel parco dove si divertivano da adolescenti, senza però mai far prevalere l’egoismo sul collettivo. Con la paura giusta. Necessaria per diventare prodezza.

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La banda degli sfrontati è capitanata e impersonificata da Matthias De Ligt, con la fascia al braccio a soli 19 anni. Leader, goleador e primo pistone del gioco fluido dei lancieri, è stato lui ad affossare la Juve con un colpo di testa senza guardare ma sapendo dove arrivava il pallone. Svettando tra Rugani e Alex Sandro, il verginello con meno anni in campo ha firmato con le unghie una qualificazione storica. Non c’è da appellarsi alla poca competitività di un calcio italiano dove la Juve ha indebolito gli avversari in maniera sistematica. L’Ajax degli sbarbati ha dato una lezione di calcio all’Europa intera. In barba, in tutti i sensi, ai colpi di mercato da oltre cento milioni e ai palloni d’oro sfoggiati come medagliette sulla divisa da guerra. In campo il blasone non conta. Serve sbatterla dentro, meglio ancora se con la sfrontatezza dei ragazzini che prima ancora di lavorare si divertono. E vincono. Sorridendo. Come il mio amico che per Whatsapp mi scrive: "Te l'avevo detto".

A 37 anni si può ancora avere forza e dedizione per continuare ad essere un punto di riferimento. E se si è portiere, ancora di più. È il caso di Diego Lopez, che dopo un’esperienza in chiaroscuro al Milan, è adesso il titolare indiscusso di un Espanyol che ha sorpreso tutti ad inizio campionato e che domani affronta il Barcellona in un derby mai così ‘vicino’ come quest’anno.

 

I portieri sono una sorta di immortali del calcio. Sembra che voi abbiate sette vite, come i gatti..

È un po’ così, in effetti (ride). Somigliamo ai gatti anche per l’agilità con cui dobbiamo muoverci tra i pali. Quello del portiere è un ruolo che non prevede un eccessivo sforzo fisico, il che ci permette di stancarci meno e avere una carriera più lunga. Il calcio moderno è anche questo, gli allenamenti attuali ci aiutano a mantenerci in forma per molti anni.

 

Non è però certo semplice mantenere una certa elasticità del corpo se si è alti 1 e 96 come te...

È solo una questione di sforzo e di lavoro. Per evitare che il tuo corpo risenta troppo del passare degli anni bisogna allenarsi bene e continuamente. Il calcio è sacrificio e va vissuto 24 ore su 24, oltre a richiedere molto riposo e un’ottima alimentazione.

 

Vieni da una regione, la Galizia, conosciuta per la sua ottima cucina. Hai dovuto rinunciare anche al famoso pulpo a la gallega che preparano lì?

(Ride) Ah no, quello per fortuna è qualcosa di piuttosto sano! Ciò nonostante è vero che ho un metabolismo che mi permette di mangiare qualsiasi cosa e restare in forma, ma devo comunque fare attenzione all’alimentazione per ottenere dei buoni risultati.

 

È stato difficile non rimpinzarsi di pasta durante il tuo periodo al Milan?

Niente affatto! Quando ero al Milan mangiavo spesso con la squadra e l’alimentazione era molto controllata. E nonostante sia spagnolo posso assicurarti che amo il cibo italiano. Avrei potuto mangiare spaghetti ogni giorno, ma non potevo...

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Al Milan hai vissuto l’esplosione di Gianluigi Donnarumma, all’epoca già di una stazza imponente come la tua e adesso titolare della nazionale italiana. Ed a soli 19 anni…

Donnarumma è un predestinato. Ha debuttato con il Milan a soli 16 anni durante una stagione difficile ed è riuscito a cavarsela fin da subito. Parliamo di un grande portiere con molto potenziale davanti a sé.

 

Possiamo definirlo il successore di Gianluigi Buffon?

Assolutamente. Ma è importante che continui a lavorare per migliorarsi e crescere a livello mentale e tecnico. È giovanissimo, e sebbene da un lato abbia molti margini di miglioramento manca ancora di una certa esperienza e deve migliorare la sua tecnica. Per sua fortuna, però, stiamo parlando di un prodigio assoluto a livello fisico. Le sue qualità innate sono incredibili.

 

La storia di Donnarumma è opposta alla tua. Hai iniziato ad essere titolare nella massima serie solo a 25 anni con il  Villarreal…

Sai, sono cresciuto nel vivaio del Real Madrid, una squadra dove è difficilissimo emergere, vuoi per esigenze della società, vuoi per la concorrenza. Inoltre, di portiere ne può giocare uno solo. E sono comunque contento della carriera che ho fatto.

 

La tua seconda opportunità al Real Madrid, a 32 anni, non l’hai sprecata. Sei diventato titolare dopo l’infortunio di Iker Casillas all’inizio del 2013 e poi ti sei imposto da titolare...

In quell’occasione ho provato a dare il meglio di me. Ero un portiere più esperto, più maturo. E sapevo che era arrivato il mio momento. Sapevo anche di avere la fiducia di Mourinho e dei miei compagni di squadra. Il mio sogno era diventato realtà, ma era anche una ricompensa al mio lavoro.

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La scelta di Mourinho di schierarti titolare al posto di un idolo come Casillas provocò un dibattito gigante. Come sei riuscito a gestire tutto ciò?

Restando calmo. Ho solo fatto il mio lavoro. Mi allenavo come in ogni altra occasione per non farmi condizionare dalle voci di corridoio e dalle circostanze. Sapevo che non era facile, ma sono riuscito ad andare avanti senza farmi influenzare dalle malelingue.

 

Hai sentito molta pressione quando Mourinho confermò pubblicamente di preferiti come titolare dopo il recupero di Casillas?

 No, lui aveva fatto la sua scelta, aveva le sue idee e prendeva le sue decisoni in maniera libera. Ripeto, a calcio si può giocare solo con un portiere e lui si fidava di me. In quel frangente è stato importante mantenere una certa calma interiore e continuare a lavorare come ho sempre fatto. Le cose poi sono andate avanti in maniera naturale.

 

L’Espanyol ha iniziato alla grande la stagione, ed è attualmente settimo in classifica, a 7 punti dal Barça capolista. Domani lo affrontate in casa…

 È vero che quest’anno abbiamo dimostrato di poter far male a chiunque. Ma nonostante il Barça sia fortissimo quest’anno l’abbiamo già battuto a Cornellà…

 

Stai parlando di quella vittoria in Coppa del Re del gennaio scorso nella quale hai parato un rigore a un certo Lionel Messi...

È stata la vittoria più emozionante da quando sono qui, sebbene poi siamo stati eliminati dalla Coppa. Quel rigore parato a Messi mi dà ancora i brividi! Inoltre quella è stata la prima (e per ora unica ndr) vittoria dell’Espanyol contro il Barça nel nuovo stadio, ben 9 anni dopo la sua inaugurazione. A Messi già avevo parato un rigore quando giocavo al Villareal, ma quella notte di gennaio fu un’altra cosa...

 

Domani potrebbe essere il momento buono per la prima vittoria sul Barça in campionato. Un portiere preferisce vincere subendo pochi tiri o divertirsi a respingere i tanti attacchi avversari nonostante ciò aumenti il rischio di sconfitta?

È logico che noi portieri ci esaltiamo quando ci assalgono, ma alla fine preferisco sempre la vittoria, anche se devo lavorare o divertirmi di meno. Se è contro il Barça poi...

Il cuore e le spalle

Il morso della tarantola è secco. Unico. E non contagia. Chi ne ha il sangue impregnato va libero e guarda solamente avanti. Libero da compiti meno gratificanti, ma con la priorità di creare, Lorenzo Insigne è il tarantolato di Carlo Ancelotti, che in lui ha visto il grimaldello per rompere i forzieri delle corazzate europee, più simili a banche che a club calcistici. Il capitano in pectore di questo nuovo Napoli che torna alla ricerca del sacro Graal con l’umiltà del Parsifal ultimo rimasto tra i sognatori è lui. Napoletano, legato alla causa della sua realtà fin da sempre, ha smesso di fare troppi ed inutili giri sulla fascia per cercare più prepotentemente la porta, mettendoci sempre la sua classe innata. Anni fa sembrava fosse sempre sul punto di esplodere ma la mancanza di continuità e la monotonia di gioco gli sbarravano il passo. La rivoluzione sarriana prima e l’intuizione di Ancelotti poi hanno dato sfogo a chi adesso rappresenta la squadra azzurra dentro e fuori dal campo. I bambini di ogni angolo del mondo esclamano il suo nome quando sentono parlare di Napoli. Lo sostengono il cuore del tifoso e le spalle del campione che resiste alle cariche avversarie.

Non si tratta solo di gol. I dati e le statistiche spiegano, parlano, ma non rendono del tutto l’idea dell’impatto del singolo sulla squadra. Nel suo nuovo ruolo da rifinitore - centravanti Insigne riesce ad esprimere il suo meglio, e quando si annoia si rifugia di nuovo largo a sinistra, ma solo per un attimo. Giusto il tempo di creare e tornare al centro, per dare aria alla squadra ed aprire gli esterni, che seguono in sintonia i suoi traccianti. Perché è lui il nuovo regista del Napoli, sebbene non giochi in mezzo al campo. Attorno a lui scorrono la maggior parte dei palloni, come degli affluenti verso il grande fiume. Ed è a lui che il San Paolo chiede un altro guizzo stasera. L’urlo in gola di Parigi brama vendetta. Rivincita. Dal colpo da maestro a pallonetto del Parco dei Principi Lorenzo è sembrato in parte ovattato, non al 100%. Come se avesse voluto rodare il motore prima di farlo esplodere per la corsa più importante. Quella di una notte di Champions dove avrà il sostegno ma anche la pressione di sessantamila spettatori. Il tarantolato, che deve sudare costantemente per non soccombere al veleno, dovrà sudare il triplo per via della forza dell’avversario.

Parigi di notte

Le vibrazioni nevrotiche estive dei tifosi napoletani che palpitavano per il ritorno di Edinson Cavani sotto il Vesuvio hanno avuto l’effetto contrario. Un boomerang irriverente e maligno ha prodotto il ritorno meno sperato dell’attaccante uruguayano: quello da rivale. Prima, però, il primatista di gol in azzurro per media realizzativa sfiderà il suo vecchio (e forse eterno) amore lontano dal luogo dell’esplosione della passione. Come nel più teatrale e tetro racconto ambientato nella romantica e al contempo sinistra capitale francese, il rendez vous tra l’attaccante uruguaiano e il Napoli avverrà proprio alle falde della Tour Eiffel. In una città di sogni e incubi, le speranze degli azzurri di andare oltre un durissimo girone di Champions faranno da contrappeso alle voglie di una realtà prepotente che cerca il trionfo in Europa da troppo tempo senza mai aver avuto un premio. E come punta dell’attacco locale ci sarà colui che ha fatto gridare di gioia i napoletani ben 104 volte in tre stagioni. I ritorni concentrici del calcio, beffardo e ammaliante che sghignazza forte quando le notti europee si avvicinano.

Il primo freddo dell’anno e una minima di 5 gradi accoglieranno gli azzurri e il loro seguito nella Ville Lumière, dove chiunque vi è stato almeno una volta nella vita ed ha vissuto un sogno. Il compito di Carlo Ancelotti, che qui ha trascorso un’anno intero, sarà quello di far sognare ma non troppo i suoi uomini, che dovranno tenere i piedi per terra per contrarrestare la forza d’urto di un esercito di calciatori che, sebbene ancora non abbiano raggiunto la maturità assoluta a livello europeo, spaventano solo a leggerne i nomi. Arrivato a Napoli per gestire situazioni simili a questa, il tecnico emiliano tornerà in uno stadio dove cinque anni e mezzo fa riuscì a portare il PSG ai quarti di finale della Champions per la prima volta, venendo sconfitto dal Barcellona senza perdere nessuno dei due confronti diretti. La rivincita con i parigini non è mai arrivata, dato che Carletto scelse di sposare il progetto Real Madrid. Ma il ritorno al Parco dei Principi, che solo dal nome si oppone al rustico e trasandato San Paolo, rappresenta non solo un ritorno ma ha anche i connotati della sfida impossibile da lanciare all’avversario più potente.

Parigi di notte è l’ebbrezza di una sfida al potere, dal basso verso l’alto. Parigi di notte per il Napoli è lo stimolo del pugile smilzo che prova a fare lo scherzo al peso massimo. Parigi di notte è il viatico per sognare. E per far diventare azzurro un cielo che si annuncia troppo scuro.

Sempre ci resterà Cavani

Gli scherzi, o meglio i giri del destino percorrono un eterno circolo vizioso che in un loop accecante condiziona i cuori. La suggestione estiva di un ritorno di Edinson Cavani a Napoli, tornata a bussare alla porta dei sogni per la seconda volta dopo l’addio del Matador nel luglio 2013, fa parte di questi giri diabolici impossibili da controllare. Nei giorni caldi dello scorso mercato, vivendo un déjà - vu di due estati prima, in tanti avevano sognato che il rientro dell’uruguaiano dalle vacanze avvenisse a Capodichino e non a Charles de Gaulle. Le intenzioni del calciatore c’erano, ma a mancare era la base di uno stipendio improponibile per le casse azzurre. Per cui, oltre all’assenza di un importante coup de théâtre le emotive corde vocali dei tifosi azzurri scioglievano lentamente in gola l’euforia di un fuoco che avrebbe avvampato il San Paolo e i dintorni. Perché il miglior bomber per percentuale realizzativa della storia del Napoli resterà tale per molto tempo. Perché le sue dichiarazioni d’amore verso la città e la squadra riecheggiano tutt’oggi fino alla cima del Vesuvio. Perché un sudamericano come lui sul Golfo si sente più a casa che nelle borghesi periferie parigine.

Eppure, le bizze del destino si sono adoperate per far sì che il ritorno del Matador a Napoli diventasse realtà. E lo hanno fatto sotto forma del più classico degli eventi diretti dalla fortuna: un sorteggio. Cavani potrà così approfittare del quarto incontro del girone di Champions League previsto per il 6 novembre prossimo per far visita ai suoi due figli partenopei Lucas e Bautista, che forse per la prima volta non sapranno per chi tifare sugli spalti del San Paolo. Il ritrovo tra lo stadio di Fuorigrotta e l’uruguaiano era avvenuto già nell’estate 2014, e nonostante la poca intensità che sprigionava l’amichevole estiva del momento una parte dei tifosi non lesinarono fischi al Matador, che non rispose e tenne botta. La prossima volta sarà diverso. Cavani guarderà negli occhi lo stadio dove è iniziata la sua trasformazione in attaccante completo, quell’assemblamento tra killer d'area di rigore e il podista che lo ha proiettato nel gotha dei bomber mondiali. E in quella serata non ci sarà spazio per il ricordo, né tantomeno per l’indulgenza. Il San Paolo vorrà vincere, e Cavani anche.

A Napoli, terra dove si guarda spesso al passato e dove non esistono le mezze misure, quella sera i tifosi saranno combattuti. Perché anche se ora è lontano, i cuori azzurri palpitano dicendo: “Sempre ci resterà Cavani”.

Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un motivo. In realtà agli albori della storia azzurra, si trattò di un declassamento del cavallino sul primo scudo della SSC Napoli, in seguito a una serie di stagioni poco fortunate. Il peccato originale del vittimismo e dell’autolesionismo vive, dunque, in ogni tifoso della società partenopea, un popolo da sempre orfano di Re e ancora troppo nostalgico dei pochi anni in cui Diego Maradona prese il potere surclassando San Gennaro e Masaniello.

L’estate nella quale l’addio di Sarri, Reina e Jorginho, in contemporanea all’arrivo di Ancelotti, ha smosso le tettoniche presenti alle falde del Vesuvio, è quella tipica scossa di assestamento necessaria per raggiungere un nuovo equilibrio. Via il virtuosismo e lo specchiarsi nel bel gioco e benvenuti alla mentalità vincente e alla concretezza. O almeno così dovrebbe essere dopo la decisione di puntare su uno degli allenatori più titolati della storia. Eppure, a molti non va bene niente. L’Apocalisse (rigorosamente in maiuscolo) sembra essere approdata al San Paolo per stravolgere tutto. Fino ad ora è vero che i soliti cerotti applicati dal comune su una struttura vetusta e (de)cadente non depongono bene. È anche vero che il Napoli ha perso due fonti di gioco e che è un cantiere aperto. È verissimo che di acquisti di campioni affermati o di Deux Ex (il gioco di parole è voluto) Machina come Cavani non si è registrato. Eppure, il pessimismo cosmico sembra avvolgere totalmente l’ambiente, anche a causa delle sconfitte per 5 a 0 contro il Liverpool e per 3 a 1 contro il Wolfsburg.

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Siamo a Napoli, capitale mondiale della sceneggiata, degli strepiti e dell’insoddisfazione. Dove il grigio non esiste se non quando piove. E tutto è nero o è bianco, ma mai insieme. Il campionato deve ancora iniziare e gli scenari più disperati sono già stati messi in conto. In molti hanno già indossato il paracadute prima di iniziare il decollo, rischiando di restare asfissiati dal gonfiore dello stesso. Quel che non è ancora chiaro nella piazza è che occorrerà avere pazienza. Il jogo bonito sarriano è finito. O meglio, si è trasferito a Londra. Al San Paolo, o quel che ne resta, è arrivato Ancelotti. E grazie a lui sono rimasti quasi tutti i migliori. I bilanci, societari a parte, meglio farli a maggio.

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