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Daniele Furii

Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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Andre Agassi, odiare un amore

La biografia di uno sportivo è una tipologia di narrazione che affascina da sempre. Gli atleti più interessanti finiscono sui giornali, sui libri e al cinema con costanza, con delle produzioni alle spalle che cercano nuovi spunti per rendere singolari e più affascinanti il racconto.

Una carriera di per sé interessante può impattare con più facilità agli occhi del pubblico e della critica, ma dopo anni di eroismi applicati allo sport e di sportivi arrivati al top partiti dal basso, il rischio di produrre l’effetto contrario desiderato è dietro l’angolo. Perché raccontare la vita di un atleta - nonostante alcune volte in cui basterebbero i risultati sportivi raggiunti da loro stessi - diventa sempre più complesso in un momento in cui chiunque ha la possibilità di raccontarsi con dei mezzi di comunicazione a portata di mano. Risultare banali e noiosi è semplice, ma in questo caso non è andata così, perché la biografia di Andre Agassi si è distinta ed è riuscita a raccontare la carriera di un tennista fantastico, che ancora oggi ha un peso specifico all’interno di questo sport. “Open” è quasi un romanzo che gira attorno al tennis, uno sport che rende divinità i più grandi, ma che sa sbatterti da una parte all’altra come una pallina. Gli scossoni a volte lasciano più segni a seconda della quantità d’amore che il giocatore ha nei confronti di quella racchetta. 

 


Saper osservare gli attimi. Saperli raccontare. 

 

«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore. Eppure continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta.... Continuo ad implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita...».

 

La lotta interna di Agassi accompagna il lettore per tutto il libro e Andre per tutta la vita. La sua carriera passa attraverso il racconto delle sue relazioni sociali, dei suoi risultati sul campo, ma soprattutto attraverso queste sensazioni che caratterizzano il suo modo di giocare e di vivere il suo sport. Con questa biografia, Agassi ha reso speciale la sua carriera da tennista, che di per sé aveva già un valore inestimabile. Così facendo ha reso ancor di più memorabile la sua prima vittoria a Wimbledon, il suo primo Slam, che ha sempre detestato con tutto se stesso per la città che lo ospitava e per gli aspetti culturali che lo circondavano.

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Così facendo ha reso inquietante la sua costruzione da tennista, partendo dall’infanzia contro “il drago” lancia palline costruito da suo padre per renderlo il migliore del mondo, arrivando fino alla ribellione sociale di un ragazzo che tentava ogni strada solo per farsi notare, per avere un’identità sua e non costruita da altri. “Open” entra di diritto nella carriera di Agassi con la stessa importanza di un Grande Slam. Con questo libro si è raccontato e si è fatto amare anche da chi non ha avuto la fortuna di vederlo giocare. Ogni singolo aneddoto viene raccontato con la giusta lucidità e con l’occhio critico di uno sportivo che ha dato e ricevuto tanto da questo sport, nonostante quell’odio a volte incomprensibile agli occhi di chiunque, anche di se stesso, perché vicinissimo a un’ossessione simile all’amore. Lo disse William Shakespeare, lo ha ripetuto il tennis ad Agassi: 

 

“Amami o odiami, entrambi sono a mio favore. Se mi ami, sarò sempre nel tuo cuore… se mi odi, sarò sempre nella tua mente”.

Giannelli Imbula, un acquisto inosservato

Pochi giorni fa è stato ufficializzato un acquisto in Serie A che è passato inosservato. I motivi possono essere molteplici: il minore impatto mediatico che ha la sua nuova squadra o un arrivo in concomitanza con altri grandi nomi. Il giocatore però è conosciuto in Italia, perché negli anni passati è stato affiancato a molte big del campionato come Inter e Roma. Il suo nome è Giannelli Imbula ed è il nuovo centrocampista del Lecce

L’arrivo nella penisola salentina è stato accolto con grande affetto dai suoi nuovi tifosi, che avevano oramai captato la volontà della società di acquistare un nome che potesse infiammare la piazza. Imbula ha un passato calcistico particolare perché a soli 26 anni ha già avuto esperienze in 4 campionati differenti (la Serie A sarà il quinto) e in Champions League. Per una neopromossa le premesse sono ottime, nonostante le sue ultime stagioni per niente positive. Ma oltre al suo passato, ciò che ha convinto la dirigenza del Lecce ad aprire la trattativa con lo Stoke City è stato naturalmente il suo modo di giocare. Il congolese è un mancino dal fisico possente (186 cm) e con buone qualità tecniche. La sua visione di gioco gli permette di aprire la manovra e di trovare facilmente il compagno tra gli spazi, ma a volte può favorire la transizione offensiva della squadra con delle ottime incursioni personali per vie centrali. Si tratta di un calciatore con una mentalità elastica, che gli consente di entrare a far parte di più meccanismi di gioco differenti che schierino la formazione con un centrocampo a tre o a quattro. Questa caratteristica lo ha fatto diventare un giocatore fondamentale nel Marsiglia di Bielsa, allenatore che lo ha reso noto in tutta Europa. Non è un centrocampista con il vizio del gol, ma è in grado di finalizzare a rete con potenza e dalla distanza. 

 


11 gol in carriera, tra cui altri simili a questo. 

 

Nel 2015, dopo due ottime stagioni con il club francese, passa al Porto. Quell’anno finì al centro di tantissime trattative di calciomercato, tra cui quella che lo vide vicinissimo all’Inter di Mancini perché considerato “il nuovo Yaya Tourè”. I nerazzurri poi scelsero Kondogbia - un profilo simile a Imbula nonostante il probabile minor atletismo - facendo disperare i propri tifosi due volte. In Portogallo, però, non riuscì a confermare ciò che aveva messo in mostra con la squadra di Bielsa e così, da Oporto, iniziò un lento declino che lo ha allontanato dai grandi club d’Europa. Uno dei motivi che lo ha messo in crisi durante gli anni è stato il suo difetto principale: la difficoltà nell’applicare il proprio calcio con il diminuire degli spazi lasciati in campo dagli avversari. Imbula è un giocatore che esprime il suo miglior calcio nelle larghezze, che in Italia tendenzialmente non sono molte. Ma le circostanze cambiano in base agli avversari, che oggi hanno allenatori nuovi e che non sempre applicano un pressing asfissiante in stile Liverpool. Soprattutto in alcune partite, quindi, il congolese potrebbe ritrovare la forma ideale che non gli ha permesso di affermarsi successivamente con le maglie dello Stoke City, Rayo Vallecano e Tolosa. 

 

 

 Quando Imbula sceglie di avanzare con un’iniziativa personale a centrocampo.

 

Nel Lecce di Liverani ci sono tutti i presupposti per rilanciarsi. La squadra ha già dimostrato di voler affrontare la Serie A a visto aperto, applicando dei meccanismi che si basano sulla tecnica degli undici in campo per favorire il palleggio per vie centrali. In questo sistema Imbula potrebbe giocare davanti alla difesa o come mezzala. La sua visione di gioco, la sua struttura fisica e la sua intraprendenza si incastrano bene nelle ideologie del tecnico, che potrebbe trovare nella sue giocate e nella sua discreta agilità un buon punto di riferimento per impostare l’azione. Il congolese trova un contesto ideale al suo calcio, dove può sfruttare la sua forza fisica per la riconquista del pallone con un pressing aggressivo. Può soffrire gli avversari che si schierano con un modulo atto a schiacciare il portatore di palla, ma ha tutte le carte in regola per ritrovare la forma ideale che gli permetterebbe di aiutare il Lecce a trovare la salvezza divertendosi e divertendo chi li guarda.

 

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Franck Ribery, il calcio agli Uffizi

Nuovo campionato, nuovi calciatori. La stagione 2019/20 inizia oggi e - come lo scorso anno - ha perso e guadagnato campioni contemporaneamente. I campi della nuova Serie A non saranno calcati da tanti giocatori che l’hanno riportata a essere una lega più divertente e apprezzabile all’estero. Alcuni di questi erano dei veterani, come il nuovo idolo degli argentini De Rossi, “El Tano”. Altri - come Kean e Cutrone - erano davvero giovani e carichi di aspettative, ma se li godranno gli inglesi.

In Italia, però, quest’anno avremo la fortuna di osservare - e a Firenze di tifare - un calciatore che per ogni singolo appassionato di calcio è una vera gioia per gli occhi: Franck Ribéry. Il suo curriculum è noto a tutti ma, incomprensibilmente, il suo arrivo ha fatto storcere il naso a qualcuno. In più, l’età avanzata e qualche acciacco fisico nelle ultime stagioni potrebbero dar ragione a chi non lo apprezza. Ciò che però, probabilmente, non è chiaro è che il francese non è noto per essere un giocatore che spacca le partite, uno di quelli in grado di far guadagnare i tre punti della giornata da solo. Il suo modo di giocare è molto particolare e incide sulla produzione di occasioni offensive. La sua sola presenza in campo funziona da moltiplicatore di pericolosità in attacco. Con il Bayern ha funzionato così dal 2007. Ribéry va preso e apprezzato per la sua delicatezza del tocco e per la sua sfrontatezza in campo. Il suo gioco accende i tifosi e rende le partite esteticamente migliori.

 

 

L’ultimo gol con la maglia del Bayern dimostra quanto bene può fare ancora nel calcio.

 

Il coraggio di non smettere a 36 anni e di continuare a giocare nel calcio che conta, quello realmente competitivo. «Per essere Ribéry devi avere fame». Lui di fame sembra averne ancora. Appena ha messo piede sul suolo fiorentino, con un semplice gesto, ha fatto capire le sue intenzioni. Una sorta di presentazione: infila la maglia viola e tira su il colletto. Un’azione involontaria, probabile.

Ma fa tornare alla mente un altro francese che con il pallone ci sapeva fare parecchio. Un ragazzo di Marsiglia che come Franck ha combinato qualche guaio fuori dal campo. Lui, però, era anche uno di quelli che quando toccava la palla li faceva dimenticare tutti, immergendo chi era presente allo stadio in uno stato onirico. Ribéry non è però Cantona, non ha bisogno di essere paragonato a qualcuno. Lui è uno che offre un calcio basato sul senso estetico. Il dribbling, la sua arte, potrebbe finire nella Galleria degli Uffizi.

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La presentazione di Ribery alla Fiorentina

 

Per restare in tema, potremmo dire che è come Brunelleschi: si è allontanato da uno stile lineare, geometrico, per passare poi a qualcosa di più scultoreo e ritmico. Si tratta di un piccolo uomo fisicamente che è stato in grado di diventare un gigante nel calcio. In questo momento è arrivato all’ultima curva di una corsa invidiabile e lo farà portando a spasso tutta Firenze. Il colpo di Rocco Commisso può dare speranza a una città che lo scorso anno è andata vicina al baratro. Un incubo che sembrava potesse diventare realtà. Con la nuova proprietà i tifosi viola camminano fiduciosi verso un futuro apparentemente più roseo e lo faranno tenendo per mano un fantastico giocatore arrivato al tramonto della sua carriera. Senza dimenticare che si tratta dell’ora più bella del giorno.

 

 

 
 
 
 
 

Tornare a parlare di calcio

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Il Mondiale di calcio femminile 2019 sta facendo divertire tante persone, a cominciare da quella fetta di tifosi che per la prima volta si è avvicinata a questo sport. Tutte le squadre di ogni girone sono scese in campo almeno una volta, mettendo in mostra le loro identità tattiche e le migliori calciatrici a disposizione. Tra queste c’è stata anche la nostra Italia, che ha vinto contro l’Australia grazie a una buona prova collettiva della squadra. In 90 minuti le calciatrici della CT Bertolini non hanno solamente corso, sofferto, combattuto e vinto. In questa stagione, il calcio femminile italiano ha raggiunto livelli di apprezzamento storici, ma la percezione del paese era ancora lontana da quella che si sta raggiungendo in queste calde giornate di giugno. Il gol di Bonansea al 95’ ha contribuito al compimento di una narrazione romanzesca, quella che culmina con la vittoria in rimonta all’ultimo minuto della squadra sfavorita. Un percorso perfetto che, forse, potrebbe rappresentare metaforicamente il cammino del calcio femminile italiano. 

 

 

Australia - Italia ha messo in mostra molte qualità delle azzurre, a cominciare dalla vincitrice del premo “migliore in campo” Barbara Bonansea. La sua partita ha evidenziato quanto sia brava nei movimenti a palla lontana: nel primo tempo le viene annullato un gol per un fuorigioco millimetrico che avviene dopo una corsa orizzontale per allinearsi all’ultimo difensore dell’Australia, utile poi scattare in verticale verso il gol. La sua prima rete arriva sfruttando un’imprecisione della difesa avversaria e grazie al suo posizionamento ottimale (in quella situazione anche il cinismo che le ha permesso di andare sull’esterno per poi calciare in porta ha giocato un ruolo fondamentale).

Infine, il gol del 2-1 arriva liberandosi, in un’area di rigore densa di donne fisicamente più grandi di tutte le calciatrici dell’Italia, per quello che il New York Times ha definito uno “stunning header”. Un’altra grande protagonista della partita è stata Laura Giuliani che ha rassicurato la linea difensiva dell’Italia con delle grandi parate - tra cui lo sfortunato calcio di rigore - e delle uscite alte in mezzo all’area di rigore. Manuela Giugliano, invece, ha deliziato gli spettatori con il suo delicato tocco del pallone e con la sua intelligenza tattica. Entrambi i gol annullati delle azzurre arrivano da due suoi lampi di luce: prima una verticalizzazione a premiare il bellissimo movimento di Bonansea, poi a memoria cerca con un lancio di prima l’inserimento in area di rigore di Sabatino. 

 
La partita dell'Italia femminile contro l'Australia 

La partita contro la Giamaica potrebbe scrivere un’altra pagina di questo piccolo romanzo, dove le azzurre scenderanno in campo per cercare di agguantare una qualificazione importantissima. Le loro avversarie hanno trovato molte difficolta contro il Brasile, che è stato trascinato da un’incontrollabile Cristiane, una di quelle calciatrici complete sotto ogni aspetto offensivo. Nel primo gol ha dimostrato di avere una grande forza nelle gambe, che le ha permesso di elevarsi e di colpire il pallone con un colpo di testa e con una torsione del corpo nella direzione del secondo palo.

Il gioco delle brasiliane ha reso passivo quello delle giamaicane che sono arrivate poche volte in porta e, quasi sempre, lo hanno fatto con dei tiri da fuori area. Schneider, il loro portiere, si è dimostrata all’altezza di un Mondiale di calcio, parando un rigore al Brasile e compiendo più di un intervento decisivo che ha evitato un parziale troppo pesante. La partita è alla portata di questa Italia, che contro l’Australia ha dimostrato di saper leggere bene le situazioni di gioco e di saper anche soffrire nelle transizioni difensive (nel secondo tempo è stato decisivo l’ingresso di Bartoli a coprire la fascia sinistra). Le difficoltà maggiori delle azzurre sono arrivate attaccando una linea difensiva avversaria ben strutturata, attenta a rimanere sempre allineata e a far andare in fuorigioco le attaccanti (8 volte in 90 minuti). Kennedy e Polkinghorne hanno creato molti più pericoli in entrambe le fasi di gioco rispetto a tutte le altre compagne di squadra, ma sono state limitate bene nel secondo tempo da Linari e Gama (63% di contrasti aerei riusciti), che ha trovato il riscatto personale dopo l’errore che ha portato alla trasformazione del rigore di Kerr. La squadra di Bertolini ha dimostrato di essere una squadra molto attenta, che è riuscita a ribaltare il risultato mantenendo la calma e continuando a sfruttare le incertezze di un’Australia che si è sgretolata piano piano. Questo stesso atteggiamento, unito alle qualità delle singole giocatrici, potrebbe portare quei tre punti che significherebbero qualificazione.

L’edizione 2018/19 della UEFA Champions League è terminata da poco. La finale disputata al Wanda Metropolitano di Madrid, tra Tottenham e Liverpool, ha fatto discutere per via della sua scarsa spettacolarità. C’era chi si aspettava 90 minuti a ritmi completamente folli, con delle continue incursioni a velocità incalcolabili di Salah e Manè, ma c’era anche chi sospettava di poter assistere a una partita equilibrata sotto ogni aspetto tattico ed emotivo. Nonostante le varie polemiche, che fanno oramai parte della quotidianità della narrazione calcistica, questa finale ha spostato gli equilibri per l’assegnazione di un altro importantissimo trofeo: il Pallone d’Oro. Ogni anno, l’ultima partita della competizione più importante d’Europa riesce a consolidarsi come uno dei tasselli fondamentali per il miglior giocatore dell’anno, come l’evento che dà il permesso a chiunque di poter cominciare a ipotizzare chi potrebbe essere il vincitore del trofeo assegnato da France Football. Sulle basi dei risultati raggiunti nelle stagioni appena terminate e con un’analisi delle statistiche dei singoli atleti, si potrebbe presupporre che i seguenti giocatori possano essere i maggiori indicati per la vittoria finale del premio. 

 

 

  1. Virgil van Dijk 

 

 

Il numero 4 del Liverpool è sicuramente il giocatore che oggi si avvicina di più alla vittoria del Pallone d’Oro. Protagonista assoluto di una stagione che ha visto i Reds arrivare secondi in Premier League con 97 punti e solo 22 gol subiti, detentore del disumano record di “non dribblato” in tutte le 64 partite disputate tra il 2018 e il 2019, (Serge Gnabry, marcato da lui in nazionale, è riuscito a calciare in porta senza però saltarlo in dribbling) e idolo assoluto della sua tifoseria. Virgil van Dijk ha chiuso la sua stagione alzando quella Champions League che lo scorso anno aveva visto sfumare davanti ai suoi occhi, giocando meglio e risultando impeccabile contro la rosa di Pochettino. La sua solidità in fase difensiva, unita a un ordinato controllo del pallone e a un ottima visibilità di gioco, lo rendono il difensore indispensabile per una qualsiasi squadra allenata da Klopp. Il Liverpool si è ritrovato spesso a ripartire in velocità grazie a un suo duello aereo vinto (5 di media a partita) che porta a termine contemporaneamente con violenza ed eleganza.

La naturalezza con cui trova e serve il compagno in movimento ha convinto il suo allenatore ad affidargli gran parte della costruzione della manovra offensiva, portandolo a toccare una media di 80.7 palloni a partita. Per capire la straordinarietà di questa statistica basterebbe pensare che il Messi di Valverde ne tocca in media 20 di meno. A tutto ciò aggiunge quella fame agonistica e quelle spiccate doti da leader che lo aiutano a costruirsi una facciata da giocatore forte, conscio delle sue abilità e degli obiettivi raggiungibili: “Il migliore resta Messi, ma se dovesse arrivare il Pallone d’oro me lo prenderò”. 

 

 

  1. Lionel Messi

 

Il suo nome in una lista del genere non può mai mancare. Si tratta del giocatore di cui si continuano a coniare termini e concetti per descriverlo, nonostante di lui si sia scritto e raccontato di tutto. Il suo calcio lo rende unico e, stagione dopo stagione, costringe chiunque abbia mai pensato all’arrivo di un suo possibile calo di rendimento a doversi ricredere. Il Barcellona ha di nuovo subito una rimonta drammatica che ha sotterrato la gioia di un campionato vinto ma, nonostante ciò, la luce della Pulga ha continuato a brillare. Il suo talento è malleabile e si riesce ad adattare a ogni richiesta del suo tecnico ed esplode quando, anarchicamente, decide di prendere quell’iniziativa personale in grado di capovolgere una partita intera. Raccontare Messi, anche se in una singola stagione, è sempre difficile.

A volte, basterebbe osservare una serie di sue statistiche per comprendere quell’aura di misticità che lo circonda in mezzo al campo. In questa edizione della Champions League ha mantenuto una media di 5 tiri a partita, con 12 gol realizzati (i numeri più alti di tutta la competizione). In tutte le partite ha segnato con una media dell’1.1 di gol e ha creato 3 occasioni a partita, completando 18 assist. La sua imprevedibilità si può leggere attraverso i 4.4 dribbling riusciti a partita sui 7.2 tentati. Con l’aiuto della Copa América potrebbe riportare in Argentina un trofeo che manca dal 1993, quello che per lui diventerebbe il primo, agoniatissimo, titolo in Albiceleste. Una vittoria che potrebbe garantirgli il Pallone d’Oro, forse quello con il significato più romantico di tutta la sua carriera. 

 

 

  1. Mohamed Salah 

 

Salah è senza ombra di dubbio il giocatore simbolo delle ultime due stagioni del Liverpool. Il suo percorso sportivo si potrà raccontare attraverso la fase “pre Klopp” e “post Klopp”. Il tecnico tedesco ha preso l’egiziano, dando ordine e organizzazione al caos delle sue accelerazioni. In Premier League, inoltre, si è trasformato in un giocatore incredibilmente lucido sotto porta e, automaticamente, fatale per i suoi avversari (3.8 tiri a partita con 27 gol realizzati). In questa stagione, nonostante ci siano dei numeri differenti, ha confermato l’incredibile rendimento dello scorso anno, vincendo la classifica capocannonieri del campionato inglese e, naturalmente, segnando un gol pesantissimo nella finale di Madrid.

Il suo 2019 potrebbe prendere una piega ancora migliore in base ai risultati dell’Egitto nella Coppa delle Nazioni Africane, che si terrà proprio nel suo paese natale. Le sue improvvise accelerazioni e la sua velocità nel lungo periodo potrebbero aiutare la sua squadra a superare il girone composto anche dalla RD del Congo, lo Zimbabwe l’Uganda. Un suo percorso nella competizione da protagonista aumenterebbe esponenzialmente le sue chance di vincere il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Eden Hazard

 

 

Hazard ha concluso nel migliore dei modi quella che, con molta probabilità, sarà la sua ultima stagione con la maglia del Chelsea. Il percorso affrontato con Sarri, soprattutto in Europa League, ha confermato il suo rendimento dei Mondiali 2018. La sua presenza in campo sposta gli equilibri della partita, grazie alla sua unicità nel controllo e nella difesa del pallone. Il suo baricentro basso gli permette di restare ancorato a terra e contemporaneamente di girarsi e muoversi sul posto con una straordinaria fluidità, dando l’impressione di poter giocare con il sistema gravitazionale a suo piacimento.

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Con una doppietta, un assist e 5 occasioni da gol create, Hazard ha vinto il premio come miglior giocatore nella finale di Baku contro l’Arsenal, ribadendo quanto sia importante la sua presenza in campo nelle partite di un certo spessore e trascinando letteralmente il Chelsea a capitalizzare al meglio ogni transizione offensiva. I suoi numeri sono impressionanti: 18 gol e 19 assist in stagione, 4.8 dribbling riusciti su 6.9 tentati (percentuale di riuscita altissima). Numeri da Real Madrid, quella squadra che potrebbe risollevare per cercare di agguantare il Pallone d’Oro. 

 

 

  1. Alisson Becker

 

 

Altro giocatore e protagonista del Liverpool. Alisson, in questo momento, è probabilmente il miglior portiere al mondo. La sua sicurezza tra i pali, nelle uscite e nella gestione del pallone ha reso la difesa dei Reds una fortezza insuperabile, riuscendo a creare immediatamente quella contrapposizione tra la sua squadra e quella di Karius. Si, perché lui la Champions League l’ha alzata da protagonista in positivo e l’ha protetta tra le sue mani per tutta la festa dopo la partita. Il suo rendimento contro il Tottenham gli è valsa la nomina come migliore in campo secondo i dati di WhoScored, che hanno evidenziato le sue importanti parate e la sua efficacia nel palleggio: è stato il terzo giocatore del Liverpool per palloni toccati, completando anche 27 passaggi.

Questi numeri, che sono incredibili per un semplice portiere ma non per uno sweeper-keeper, sono il segno evidente di come la rosa di Klopp funzioni come un complicatissimo ingranaggio che prende in pieno tutti gli undici giocatori in campo. La sua stagione è stata sempre positiva, sopratutto in Champions League, ma la Copa América segnerà un momento fondamentale per il suo possibile, seppur più difficile rispetto ad altri, assalto alla vittoria di un Pallone d’Oro che non passa tra le mani di un numero 1 dal 1963, quando a vincerlo fu Lev Yashin.

 

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Sunderland 'Til I Die ci ha illusi

 

 

La narrazione all’interno del calcio permette di viverlo con più empatia ed emozione. Da anni, i libri hanno abituato i lettori ad apprezzare diverse sfaccettature di alcune squadre o di specifiche partite, proprio grazie alle informazioni raccolte dagli scrittori all’interno delle loro pagine. Con l’avvento della transmedialità, il consumatore si è abituato a trovare contenuti di questo genere, legati allo sport, con molta più semplicità e su più piattaforme. Netflix propone al pubblico un vasto catalogo di documentari o serie tv legate a questo contesto e, tra questi, uno ha riscosso un particolare successo: “Sunderland ‘til I Die”. Questa produzione, affidata direttamente al famosissimo distributore, pochi giorni fa ha deluso per vie laterali tutti i suoi fan. 

 

 

 Giovane tifoso oramai abituato a ogni tipo di sofferenza.

 

Per chi non la dovesse conoscere, “Sunderland ‘Til I Die” è una docu-serie distribuita da Netflix il 14 dicembre 2018. Dopo dieci stagioni di fila in Premier League, la massima serie calcistica inglese, il Sunderland si ritrova a dover fronteggiare una retrocessione avvenuta dopo un’annata piuttosto disastrosa. Nel corso degli 8 episodi disponibili sarà possibile vedere dall’interno tutte le mosse attuate dalla società per fronteggiare la nuova stagione, che come obiettivo principale ha quello di tornare tra le grandi squadre del Regno Unito. Il nuovo campionato non inizia nel migliore dei modi e i problemi finanziari affliggono la squadra, portando la propria tifoseria a vivere poche gioie, seppur intense, e una serie infinita di dolorose delusioni.

“Sunderland ‘Til I Die” ha un punto di forza che altri prodotti focalizzati sul calcio non sono riusciti a trasmettere: far comprendere allo spettatore a quale punto possa arrivare l’amore da parte di una città intera per la propria squadra. Una passione che spesso può condizionare la vita dei cittadini, caratterizzandola con molteplici malumori o con una positività degna di nota. La produzione apre una finestra su una città in cui stadio e chiesa raccolgono la stessa comunità: fede calcistica e religiosa si intrecciano nello stesso luogo, amplificando la spiritualità attribuita allo sport. 

 

Il momento in cui il Sunderland è tornato in Championship 

 

Tutta la docu-serie si pone un obiettivo fondamentale: far affezionare lo spettatore mostrando tutte le fragilità di una squadra e di una tifoseria follemente innamorata. Ci riesce, ma la delude nel momento in cui il Sunderland perde per 2-1 nella finale dei play-off contro il Charlton, mancando la promozione in Championship. La rosa dello scorso anno è cambiata, ma ha mantenuto alcuni di quei giocatori che hanno fatto sognare il pubblico a casa, come Honeyman o l’instancabile Aiden McGeady. In più, l’acquisto di Will Grigg in questa stagione (quello del coro “Will Grigg’s on fire” per intenderci), come se fosse una mossa di marketing, ha ingrandito quella fetta di persone che hanno scelto il Sunderland come seconda squadra da tifare. Partick Bauer, con un clamoroso errore, regala una speranza estemporanea ai Black Cats, che però tramonta con la rimonta degli avversari completata al ‘94 dopo una partita condotta in modo più aggressivo e propositivo. Lo spettatore si trasferisce dal divano allo Stadium of Light. La delusione dei tifosi del Sunderland, che nonostante la drammatica stagione 2017/2018, avevano rinnovato l’abbonamento con un sorriso incomprensibile, è diventata anche quella dei suoi fan arrivati da Netflix, che per la prima volta hanno compreso e provato in diretta l’illusione e lo psico-dramma che ha coinvolto il club nelle ultime tre stagioni. 

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De Rossi e la resilienza romanista

 
 
 

Dire addio è difficilissimo. Da questo gesto, infatti, sono nate le più grandi opere letterarie e cinematografiche, che attraggono lettori e pubblico perché pone chi deve salutare in una situazione di forte contrasto emotivo. L’essere umano, però, ha una grande dote psicologica, che gli permette di trasformare un contesto di malessere in un punto di forza: la resilienza. A Roma, di persone con questa caratteristica ce ne sono molte e sono quelle che hanno superato, seppur con qualche disagio ancora visibile, il 28 maggio 2017, un giorno che, prima di esso, ha sempre messo paura ai tifosi giallorossi. Quel Roma - Genoa ha segnato profondamente la storia della Roma e dei romanisti, che non dimenticheranno facilmente le lacrime versate e gli istanti vissuti dopo il fischio finale. Un saluto amaro e talmente ingombrante che, per diversi anni, ha nascosto il pensiero di un addio altrettanto spaventoso, che in questa stagione aveva sfiorato solo lateralmente la maggior parte di quei tifosi che ora verranno di nuovo messi a dura prova. 

 

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L’addio al calcio giocato di Francesco Totti ha letteralmente lacerato l’animo di tutti gli appassionati del calcio. Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo, dando vita a quel tipo di immagini che fanno avvicinare allo sport anche chi non riesce a concepire come sia possibile ammalarsi di undici sconosciuti che inseguono un pallone dentro a un campo. Il discorso che riguarda Daniele De Rossi è invece differente, perché permette a chiunque tifi la Roma di immedesimarsi nel calciatore che dopo 18 anni lascia la sua squadra del cuore. Ogni tifoso che sarà presente sugli spalti dello Stadio Olimpico, il 26 maggio 2019, potrà comprendere cosa significa dover abbandonare i propri amici, perché lui, da capitano o “capitan futuro”, ha sempre rappresentato in tutto ognuno di loro. L’affetto per quei colori lo hanno messo in condizioni che nessun altro giocatore ha mai vissuto. Il suo stile in campo lo puoi avere solo se vuoi vincere per amore, non per la gloria. La sua grinta con cui contrasta l’avversario la puoi avere solo se moriresti per quei colori, non per facciata. Questo atto di fede ha permesso a tutte quelle persone che si preparano a questo nuovo e inevitabile addio di potersi vantare per molteplici motivazioni, che non riguardano tanto il calcio giocato, di cui è stato senz’altro protagonista assoluto, ma che si focalizzano sulla persona che effettivamente è De Rossi. Il 21 marzo 2006 Repubblica titolavaDe Rossi, un gol al calcio sleale” e raccontava di un Roma - Messina in cui segnò e non esultò. La sua lealtà nei confronti della Roma ha forgiato il suo onore, ammise di aver toccato il pallone con la mano e poi, con un’espressione simile a chi ha capito di essere un uomo prima che un calciatore, si rivolse verso l’arbitro dicendogli “si l’ho toccata di mano, però mo nun m’ammoni’”. Gli avversari vanno ringraziati e trattati sempre con rispetto, anche quando si sbaglia. Le scorrettezze, che naturalmente ci sono state, sono figlie di un affetto a volte troppo insano, che non ti permette di vedere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. A mente fredda, però, la lucidità delle sue parole hanno sempre cancellato tutto. Nel bene e nel male, con la maglia numero 4 o numero 16, la Roma, i romanisti e Daniele hanno sempre gioito e sofferto insieme. Per questo i suoi tifosi si sentono rappresentati da lui. Per la fede, per il fuoco, per l’intelligenza emotiva. Si è trattata di una scelta semplice e democratica: De Rossi ha scelto la Roma e i romanisti hanno scelto De Rossi. 

 

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Friedrich Nietzsche ha insegnato che ciò che non uccide, fortifica. Dopo il fischio finale di Roma - Parma terminerà una stagione che ha sottoposto il romanismo a una delle stagioni più folli e sconfortanti sotto il piano tattico e dei risultati raggiunti. La notizia dell’addio di De Rossi, arrivata improvvisamente e con una freddezza alla pari delle prime giornate di maggio, ha contraddistinto un appuntamento che segnerà il rafforzamento o la fine della resilienza romanista. Qualsiasi ipotetica futura delusione, senza Francesco e Daniele, potrebbe assumere un peso maggiore o minore a seconda della caratterizzazione del tifoso. Questa dicotomia, però, verrà a formarsi fuori dallo stadio, probabilmente dopo mesi o addirittura anni. Al termine della partita, nell’imminente, i romanisti saluteranno De Rossi come Elliot fece con E.T. nell’omonimo famosissimo film di Steven Spielberg del 1982. Il capitano della Roma partirà per un posto oggi ancora sconosciuto, dove però porterà con se il romanismo e quel cuore grande che si è formato in questi lunghi 18 anni di Roma.  

 

Raccontare e descrivere la passione che si prova per la propria squadra del cuore non è semplice.

C’è chi lo fa vivendo lo stadio ogni domenica e chi, come Nick Hornby, lo fa scrivendo un libro che sottolinea le sfumature più complesse e tragicomiche dell’essere tifoso. Con Febbre a 90’ si può comprendere quanto possa essere folle l’amore per il calcio e come questo potrebbe condizionare la vita di molte persone, a volte aiutandole, altre volte lasciandole cadere in un baratro senza fondo.

Essere tifoso dell’Arsenal ha provocato molti scossoni alla vita di Hornby, che forse oggi, in attesa della finale di Europa League di stasera, sta vivendo delle sensazioni che potrebbero allungare di qualche pagina il suo libro. In questa ultima fase della stagione 2018/2019 i Gunners hanno evitato in tutti i modi il quarto posto, mancando la qualificazione in Champions League e non riuscendo a superare il Tottenham che non ha mai vinto nelle ultime quattro giornate di campionato. Il gioco che Unai Emery ha portato ad Highbury non ha sempre brillato, ma è servito per raggiungere una finale di una coppa europea che potrebbe finalmente riportare a festeggiare una tifoseria isolata, che ha sempre avuto tutti contro e che è stata spesso vittima del suo stesso calcio controproducente.

 

“Qualsiasi tifoso dell'Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e quest'antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi”

 

 L’Europa League dell’Arsenal ha messo in mostra il loro potenziale nelle verticalizzazioni. 

 

L’Arsenal di Emery ha fatto passi in avanti rispetto alle ultime stagioni di Wenger, soprattutto nelle transizioni offensive, dove nelle sue verticalizzazioni, specialmente per vie esterne, ha causato vari problemi alle difese avversarie.

Tra i giocatori che hanno sorpreso di più ci sono i due centrocampisti Matteo Guendouzi e Lucas Torreira, ma i numeri fanno automaticamente comprendere che ci si dovrebbe soffermare un po’ di più sulla stagione di Aubameyang e Lacazette. Il gabonese ha segnato 22 gol in Premier League, vincendo la Scarpa d’oro nella sua prima stagione inglese insieme a Salah e Manè. Il suo apporto nella manovra offensiva è essenziale negli ultimi metri, dove è riuscito ad andare in gol in molteplici modi differenti. Il suo punto di forza, oltre a un grande fiuto per il gol, sta nella prestanza fisica unita all’incredibile velocità (durante gli anni trascorsi a Dortmund riuscì a coprire 30 metri di distanza in 3,7 secondi: 8 decimi in meno rispetto a Usain Bolt).

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Il francese è stato meno prolifico, ma il suo sostegno è stato essenziale in moltissime circostanze. La stagione di Alexandre Lacazette è stato un crescendo e si è materializzata con la doppia cifra sia per gli assist che per i gol (19 gol e 11 assist). L’Europa League dell’Arsenal è stato un continuo di alti e bassi: ottima la fase a gironi, ma estremamente pericolosi i sedicesimi e gli ottavi di finale. Contro il Napoli ai quarti di finale e nelle semifinali con il Valencia, invece, ha ritrovato quella quadratura che l’ha portato a poter disputare il derby nella finale di Baku. La partita contro il Chelsea li metterà di fronte a una squadra che, come loro, si è ricostruita con un nuovo allenatore in questa stagione. Due squadre con una nuova identità di gioco e con qualche difetto che a volte le rende vulnerabili. Una finale che potrebbe non regalare lo stesso spettacolo di quella della Champions League, tutta inglese anche lei, ma che, in qualche modo, aiuterà sicuramente a crescere i due club sotto alcuni aspetti. Una finale totalmente irrazionale, come l’Arsenal durante la vita di Nick Hornby.

 

“E per quanto riguarda quelli dell'Arsenal... (i tifosi ndr.) È impossibile pensare di non essere stati influenzati dal fatto di amare ciò che il resto del mondo considera fondamentalmente indegno di amore"

 

 

 Una delle migliori coppie d’attacco del 2019. 

 

Naturalmente, ogni impresa dell’Arsenal è riconducibile a Febbre a 90’, ma questa finale lo fa con più convinzione. Nel suo libro Hornby descrive la costante insofferenza che lo ha accompagnato nel corso della sua vita, quando ha dovuto affrontare (come se fosse un giocatore o un allenatore) gli 0-0 delle piovose domeniche inglesi. I Gunners di questa stagione non hanno certo brillato con costanza, ma potrebbero, in modo inaspettato, portare a casa un trofeo di grande prestigio. La delusione che li accompagnerebbe in caso di sconfitta potrebbe essere, quindi, estremamente difficile da sopportare, perché l’amarezza va espulsa nel tempo come una tossina, soprattutto quando le vittorie importanti non arrivano da tanti anni.

Hornby ha sempre associato un periodo positivo della sua vita a un momento in cui l’Arsenal gioca bene, ma questo è accaduto anche al contrario. Si tratta di un tifoso ammalato, come ce ne sono molti, ma che ha utilizzato questa malattia per sconfiggerne un’altra ben più grave: la depressione. Un 2-1 in rimonta a White Hart Lane nel 1986 la spazzò via e, da quel giorno in poi, quella bestia che ti può trascinare lentamente in un baratro senza uscita non si presentò più. Una vittoria della propria squadra del cuore può stravolgere la vita di un tifoso. Sembra follia (e probabilmente lo è), ma accade molto più spesso di quanto si possa immaginare.

Una vittoria dell’Arsenal nella finale di Europa League di stasera contro il Chelsea potrebbe riportare colore a una tifoseria che negli anni si è ingrigita e che sta dimenticando come si festeggiano i successi più importanti. Questa coppa potrebbe regalare una delle gioie più belle che un uomo inglese di Higbury possa provare, perché la miglior felicità è quella che si presenta in modo inaspettato, non quella che con certezza arriverà.

 

“Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchino di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”

 

Aprile è terminato da poco ed è stato, senza ombra di dubbio, il mese dell’Ajax. Per voler essere precisi, a prescindere da come andrà a finire il loro cammino in Champions League e in Eredivise, questa è la stagione dell’Ajax: 160 gol fatti tra coppe e campionato in cui Dušan Tadić, da solo, ha fatto 34 gol e 21 assist. Sono numeri che permetterebbero anche a un alieno di comprendere la straordinarietà di questa squadra nel contesto calcistico europeo. La rosa di Ten Hag ha una serie di giocatori che la rendono peculiare agli occhi di tutti e che in quest’ultimo periodo hanno dato sfogo alla loro creatività per farci innamorare un po’ di più di quei colori che dai tempi di Cruijff emozionano adulti e bambini. Prendendo solo le partite giocate ad aprile, i “Lancieri” (un modo di chiamarli tutto italiano, dovuto a una pubblicità di Carosello) hanno dimostrato di essere degni del loro vero soprannome “Figli degli dei”, perché hanno messo insieme una serie di azioni e giocate che potrebbero riempire interi video di YouTube con il titolo “Ajax 2018-19 Best Goals and Skills”. Tra queste, quattro sono quelle che meriterebbero di più un posto nella compilation. 

 

L’azione contro il Tottenham nella semifinale di andata

 

 

Poco dopo il gol del vantaggio, firmato Donny van de Beek, l’Ajax costruisce un’azione che mette in evidenza le caratteristiche migliori del marcatore e l’importanza del terzino nelle loro meccaniche di gioco. Infatti, Tagliafico riceve palla in posizione molto avanzata dall’altro lato del campo rispetto al pallone, che si trovava tra i piedi di Ziyech. Passa poi la palla a van de Beek, che con una finta la fa scorrere fino a Tadić e nel frattempo si inserisce in area di rigore mettendo Alderweireld fuori dai giochi. A quel punto il serbo gli restituisce la palla e lui, ingolosito dalla possibile doppietta, tira in porta evitando l’assist per Neres. Sarebbe stato un bellissimo gol, che avrebbe premiato la capacità di van de Beek di creare linee di passaggio e spazi che favoriscono il gioco di Ten Hag.

 

La risalita del campo contro la Juventus nei quarti di finale

 

 

Questa è quella che ha girato di più sui social network. Prima di far arrivare Ziyech alla conclusione, l’Ajax passa la palla 13 volte con 8 giocatori differenti in soli 23 secondi, riuscendo a risalire l’intero campo partendo da Onana. Frenkie de Jong fa la cosa più bella: con l’esterno del piede, spalle all’avversario, passa la palla a Schøne ed evita la pressione di Matuidi. Avanzando sempre sulla fascia destra, Ziyech prende l’iniziativa e sposta l’azione verso il centro del campo, portando la pericolosità della squadra verso la porta. L’apporto di Tadić e il tacco di Neres amplificano negli occhi dello spettatore quella sensazione di confusione orchestrata, di caos organizzato. In quel momento il compito dell’Ajax è compiuto. 

 

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L’uscita dalla pressione avversaria di Frenkie de Jong

 

 

L’Ajax è una delle migliori squadre d’Europa nell’uscita palla al piede dal pressing avversario. La chiave tattica che glielo permette ha un nome: Frenkie de Jong. La sua capacità di giocare spalle all’avversario, di abbassarsi sulla linea difensiva mentre i centrali si allargano e la freddezza con cui riesce a girarsi e a cercare la linea di passaggio ottimale, sono le armi in più che hanno affascinato il Barcellona di Valverde. In questa occasione, in Eredivise, compie un errore gravissimo, non riuscendo a confondere l’avversario con una finta di corpo. Capisce che non può scegliere nessun lato e cade a terra, dove però non cede il possesso del pallone mettendosi con il corpo tra questo e l’attaccante. Con un gesto atletico complicatissimo, ma soprattutto rischioso per la sua squadra, riesce ad alzarsi e a portare a termine il suo obiettivo: far risalire la squadra palla al piede. Ci riesce ed è proprio lui a condurre l’azione fino alla fine, sovrapponendosi a Tagliafico dopo una corsa a tutto campo. 

Il movimento da giocatore di football di Hakim Ziyech

 

 

Hakim Ziyech ci ha abituato a delle invenzioni pazzesche palla al piede. In questo caso, però, ha messo in mostra tutto ciò che dovrebbe fare un attaccante centrale quando la palla arriva dall’esterno del campo, esagerando anche un po’. L’Ajax arriva in porta con tanti giocatori differenti e questo ha indotto ogni componente della rosa, soprattutto quelli offensivi, a imparare a gestire ogni zona del campo con le qualità giuste nel momento giusto. In questo caso Ziyech entra dentro l’area di rigore del Vitesse e fa un movimento da MVP di NFL, ruotando attorno al difensore avversario che inevitabilmente manca l’appoggio e cade a terra. Indovina tutte le tempistiche, calcola il momento in cui il pallone sarebbe arrivato nella sua zona e mette in porta un fantastico gol. 

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