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Francesco Di Rosa

Francesco Di Rosa

Da quando è piccolo si barcamena tra la passione per i videogiochi e la passione, smodata, per il calcio. Capisce di essere affetto dalla malattia Inter fin dalla prima, sofferta, partita guardata. Ha fatto cronache e seguito il calcio regionale, quello più vero insomma. Ora scrive per le sue due passioni, se ne scusa.
 
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La rinascita nerazzurra

L’estate 2019 per Suning doveva essere la prova del 9 per dimostrare al popolo interista di voler puntare a qualcosa di importante, e così è stato. Steven Zhang si è voluto affidare al dirigente che ha reso di nuovo grande la Juventus, Giuseppe Marotta, e gli ha lasciato carta bianca. I tifosi, che negli ultimi anni hanno sentito nominare più il “FPF” ed il “Settlement Agreement” che il nome di nuovi giocatori, si aspettavano una svolta decisa sul mercato e le premesse, a partire dall’annuncio del nuovo amministratore delegato avvenuto il 13 dicembre 2018, erano positive.

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Giuseppe Marotta è entrato nel mondo Inter come entrerebbe un elefante in una gioielleria: pronti-via e subito Nainggolan viene sospeso per due partite in seguito a dei ritardi in allenamento (e a discutibili audio mandati su Whatsapp, ma questo la società non lo confermerà mai). Passano esattamente 2 mesi e arriva la bomba delle bombe, su Twitter il 13 febbraio viene annunciato che “Il nuovo capitano della squadra è Samir Handanovic”. La decisione arriva come un fulmine a ciel sereno ma è l’inizio della rivoluzione che Marotta aveva in mente, con un leit motiv abbastanza evidente: via i problemi e benvenuta serenità.

beppe

Una rivoluzione, si sa, non è mai silenziosa, e infatti l’Inter conclude in modo travagliato la stagione, strappando il pass per la Champions League nei minuti finali dell’ultima partita contro l’Empoli, con Luciano Spalletti che vedeva chiaramente l’ombra del suo successore: Antonio Conte. Se il nome di Marotta non bastava ai tifosi nerazzurri per stare tranquilli sulle intenzioni della società, l’annuncio del tecnico leccese ha convinto quasi tutti della bontà del progetto di Suning. L’annuncio di Conte arriva alle 6.00 di mattina del 31 maggio, e gli interisti dovranno abituarsi a questo orario perché nel corso dell’estate saranno tanti gli annunci fatti all’alba, per strizzare gli occhi al mercato asiatico.

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Conte e Marotta hanno le idee chiare su come sistemare l’Inter, e la prima cosa che fanno è dichiarare fuori dal progetto sia l’acquisto principe della precedente stagione, Radja Nainggolan, sia l’ex capitano, Mauro Icardi. Giugno sarà un mese di transizione, ma verranno poste le basi per costruire la nuova rosa, vengono infatti completati gli acquisti di Valentino Lazaro, Stefano Sensi e Nicolo Barella, oltre al 2002 Lucien Agoume (del quale sentiremo parlare molto in futuro). Il primo luglio alle 6.00 arriva l’ufficializzazione dell’acquisto di Diego Godin, e si apre il mese più duro dell’estate nerazzurra. Marotta, infatti, incontra i primi reali problemi: Nainggolan non porta soldi ma viene ceduto semplicemente in prestito e Icardi sembra intenzionato allo scontro e non vuole muoversi da Milano.

La difficoltà nel cedere porta al rallentamento dell’operazione considerata più importante da Antonio Conte, l’acquisto di Romelu Lukaku. Il giocatore belga è da sempre un pallino del tecnico, e a sua volta freme dalla voglia di trasferirsi all’Inter. Si intromette la Juve, e gli interisti temono di non vedere mai la punta in nerazzurro, ma l’8 agosto Lukaku è un nuovo giocatore della beneamata. Marotta strappa il pagamento quinquennale dei 65 milioni richiesti dal Manchester United e consegna il gigante a Conte. Sfuma però l’altro obiettivo per l’attacco, Edin Dzeko, ma l’Inter ha pronto un piano B di tutto rispetto, il cileno Alexis Sanchez. Arriverà anche Biraghi a completare la rosa, con Dalbert spedito a Firenze.

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L’ultimo scoglio del mercato è rappresentato proprio da Icardi, che non vuole muoversi e addirittura arriva a fare causa alla società. Con un colpo di coda finale, Marotta riesce a piazzare l’ex capitano al Psg, in prestito con diritto di riscatto per 70 milioni, e a completare un mercato difficile ma nel quale l’Inter è riuscita a fare tutto quello che aveva in mente. La vera novità, infatti, è che dal mercato per la prima volta in tanti anni sono arrivate le prime scelte e non i ripieghi. Lukaku era obbiettivo dichiarato, ed è stato preso (tra mille difficoltà, ma conta soltanto il risultato finale). I problemi sono stati allontanati, e tra questi inseriamo anche Ivan Perisic che, anche se non era stato messo fuori dal progetto, ha avuto diversi mal di pancia nel corso della sua esperienza meneghina.

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Ora la parola spetta al campo, e Antonio Conte non vede l’ora di dimostrare con i fatti di essere il migliore sulla piazza. Comunque vada la stagione, è chiaro che Suning non bluffa: ha investito molto in questi 3 anni, ha rimesso in ordine i conti e ha puntato su dirigente e allenatore top. Dopo anni duri, i tifosi nerazzurri possono rivedere la luce e stare tranquilli: l’Inter vuole rinascere e questa estate ha posto le basi per farlo.

 

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Un’estate tutta italiana. L’anno scorso di questi tempi era appena iniziato il mondiale russo, dove l’Italia non figurava tra i partecipanti. La cocente delusione di quella competizione ci ha svegliato quel fuoco dentro. Quella voglia di calcio. Fatto sta che, l’estate successiva al disastro mondiale, ci ritroviamo a tifare numerose nazionali azzurre. Mondiale U20, Mondiale Femminile, qualificazioni per l’Europeo e ora Europeo U21.

I ragazzi di coach Paolo Nicolato hanno aperto le danze di una delle estati più azzurre degli ultimi anni. La cavalcata di Pinamonti e compagni ha fatto venire una voglia di Italia non indifferente ai tifosi. Il quarto posto finale sa di beffa, ma i complimenti per i giovani azzurri sono stati tanti e meritati. Alla fine i ragazzi sono stati eliminati per l’eurogol di Scamacca annullato dal Var nel recupero della partita contro l’Ucraina, poi laureatasi campione del mondo. A testa alta!

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Il cucchiaio di Pinamonti con l'Italia U20

Durante il Mondiale U20 si giocavano anche due partite valevoli per la qualificazione al prossimo Europeo. L’Italia di Roberto Mancini, rinvigorita in questo anno di gestione magistrale, sta facendo piano piano dimenticare la delusione del mondiale 2018. Il 3-0 netto contro la Grecia e la vittoria più sofferta, per 2-1, contro la Bosnia-Erzegovina, hanno fatto intendere che l’uscita dal tunnel nel quale si è infilata la nazionale maggiore sta per avvenire. Mancini è risuscito nell’intento di dare motivazioni ai suoi ragazzi e speranza ai tifosi, non è poco.

Ma non giocano solo gli uomini a pallone. Il 7 giugno è iniziato il Mondiale Femminile più importante della storia. Il primo a cui si sta ridando il giusto risalto. E anche il primo, dopo quasi vent’anni, al quale partecipa anche la nazionale italiana. Le calciatrici italiane stanno appassionando il pubblico, la vittoria contro la ben più quotata Australia ha aperto il vaso di Pandora e ora si parla delle ragazze di Milena Bertolini in tutta la penisola. La qualificazione sembrava molto difficile, ma è stata raggiunta con una giornata d’anticipo e ora si può anche puntare al primo posto. In qualsiasi modo vada a finire, le cose non saranno più le stesse. Il calcio femminile è entrato prepotentemente nelle nostre vite, e difficilmente ne uscirà.

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Australia Italia, del Mondiale Femminile, la partita che ha fatto scattare la scintilla 

Ultima, ma non per questo meno importante delle altre, la nazionale U21. Il 16 giungo è iniziato l’Europeo di categoria, con una vittoria strabiliante contro la Spagna: 3 a 1 con doppietta di Chiesa e gol di Lorenzo Pellegrini. La squadra di mister Di Biagio è una delle favorite alla vittoria finale, che non arriva da 15 anni. Di Biagio può contare su un’Italia piena zeppa di talento: Barella, Zaniolo, Kean, Cutrone, Meret e Bastoni sono solo alcuni dei giocatori convocati. Augurando le migliori fortune alle ragazze di Bertolini e all’U21, non vediamo l’ora di goderci una delle estati più azzurre di sempre.

 

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Danilo D'Ambrosio, la rivincita della classe operaia

La stagione dell’Inter si è salvata al fotofinish, e questo grazie ad un leader silenzioso che nel corso del tempo si è ritagliato uno spazio sempre più importante: Danilo D’Ambrosio. Un suo intervento decisivo per mandare l’Inter nella competizione più bella del mondo, unito a quello al 96’ nel derby contro il Milan, va a coronare una delle migliori stagioni della carriera del terzino italiano. Due reti e cinque assist, per un difensore, sono tanta roba. Troppo spesso sottovalutato, sia dal club che dalla nazionale, è riuscito a unire tutti i tifosi interisti che dal post Inter - Empoli hanno iniziato a dire a gran voce: “Danilo MVP stagionale”. Tutto questo nell’annata che doveva vederlo sempre più ai margini della titolarità visto l’arrivo di Sime Vrsaljko in estate.

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La clamorosa traversa colpita da D'Ambrosio nella sfida con l'Empoli

Arrivato all’Inter nel gennaio 2014 il terzino nato a Caivano, in provincia di Napoli, nel 1988 è il classico giocatore operaio. Consapevole dei propri mezzi, ha sempre dato tutto nel rettangolo di gioco. Spesso criticato perché il pubblico nerazzurro era abituato ad avere un giocatore come Maicon sulla fascia destra, raramente ha dimostrato di non essere adeguato alla causa. “Non sono Zanetti o Maicon. Qui nessuno è così forte da giocare da solo” queste parole, pronunciate dopo la brutta sconfitta in casa del Chievo nella stagione 2016/2017, in un gruppo come quello interista dove tutti si sentono fenomeni, fanno capire quanto sia importante aver una figura del genere.

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D'Ambrosio, l'uomo dei salvataggi

Ogni anno la società meneghina spende soldi sul mercato per comprare terzini. D’Ambrosio parte sempre come potenziale panchinaro ma alla fine il titolare resta sempre lui. Questo qualcosa vorrà pur dire. Se i vari Ansaldi/Vrsaljko/Cedric ma anche lo stesso Cancelo finiscono per giocare fuori ruolo o in panchina si vede che un giocatore del genere in campo è importante averlo. Non molla mai il buon Danilo. Non dispone della tecnica di Cancelo, e probabilmente neanche di quella di Vrsaljko, ma durante i 90 minuti non molla mai un centimetro. Sicuramente qualche errore l’ha commesso, ma nel corso della sua esperienza milanese ha sicuramente ottenuto meno di quello che ha seminato.

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In un periodo così negativo per la nazionale italiana, è davvero difficile da credere che Danilo abbia giocato solo 2 partite con la casacca azzurra. Non è ben chiaro il motivo per cui sia cosi tanto sottovalutato, ma forse da questa stagione le cose sono cambiate. I tifosi hanno finalmente capito che il terzino destro non è una priorità nel calciomercato, e tutti gli allenatori che ha avuto hanno sempre creduto in lui. È difficile credere che a 31 anni possa diventare protagonista anche in nazionale, ma l’Inter se l’è presa e non gliela toglieranno facilmente. Ad avercene di giocatori così, finalmente hai ottenuto la giusta riconoscenza. Bravo Danilo!

Un disastro chiamato Inter

Il 20 maggio 2018 l’Inter entrava in Champions espugnando l’Olimpico grazie ad una rete di Vecino allo scadere. A distanza di un anno esatto l’Inter si ritrova nella medesima situazione che precedeva quella sfida. In pratica in un anno il miglioramento è stato pari a zero. Eppure con la Champions raggiunta le cose dovevano andare diversamente. Un buon mercato per completare la rosa, il consolidamento del lavoro di Spalletti, una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, le altre che hanno fatto peggio, non sono servite a nulla queste cose. La situazione è la medesima di un anno fa.


Il gol di Vecino, contro la Lazio

La cosa paradossale è che a fine girone di andata non si poteva pensare ad un epilogo del genere. Addirittura a novembre si parlava di Inter come l’ipotetica anti-juve. Poi il caos: prima Nainggolan messo fuori rosa per due partite, poi la richiesta di cessione da parte di Perisic, successivamente la fascia di Icardi ed infine le voci su Conte arrivate un mese prima della fine del campionato e con Champions non ancora acquisita. In questo clima è davvero difficile lavorare e Spalletti, pur avendo le sue colpe, non può essere individuato come l’unico responsabile. Ma allora chi sono i responsabili principali del tracollo Inter?

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Luciano Spalletti non è così sicuro di rimanere all'Inter anche il prossimo anno

 

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Sicuramente Spalletti ha le sue colpe, tra le quali vi è soprattutto la perseveranza nello schierare i suoi due pupilli che in questa stagione hanno raramente reso come da aspettative: Perisic e Nainggolan. Marotta evidentemente ha portato un po’ di caos all’interno della società: doveva essere un’entrata in punti di piedi nel mondo Inter ma il dirigente ha preferito entrare a cannone per dare subito un’impronta severa e professionale nella squadra. Sicuramente il gruppo non è affiatato ma sopratutto non è vincente: troppi anni senza raggiungere l’obiettivo minimo dovevano suonare da campanello d’allarme per la costruzione della rosa. Ed infine colui che ha dato vita a questo gruppo: Piero Ausilio.

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Ausilio e Marotta, lo sguardo al futuro dell'Inter

Il dirigente milanese è dal 2010 direttore sportivo della società nerazzurra, ma già a partire dal 2005 si occupava della primavera. Dal 2014, inoltre, è anche responsabile dell’area tecnica dell’Inter. Si tratta di un rapporto che va avanti da 14 anni, e che negli ultimi 8 anni lo ha visto come protagonista nella creazione della rosa. Non è difficile fare 1+1, se negli ultimi 8 anni l’obiettivo si è raggiunto praticamente in soltanto una stagione evidentemente qualche colpa il buon Ausilio la deve avere. Senza dubbio lavorare sotto Settlement Agreement non è semplice, ma l’ostinazione nel trattenere i cosiddetti big (che di fatto big non sono visto che non riescono neanche a garantire la qualificazione alla Champions League) è quantomeno surreale. Doveva essere chiaro a tutti che questo gruppo non funzionava. Toccava avere la forza di attuare una rivoluzione sia per donare nuovi stimoli sia per creare un amalgama più coesa. Questa forza non si è vista e l’Inter per l’ennesimo anno non fa passi in avanti. Con l’auspicio di riuscire a raggiungere la tanto agognata Champions al fotofinish, mai come quest’anno, deve essere chiaro che in estate servirà una rivoluzione che dovrà interessare tutti gli ambiti societari: allenatore; giocatori; dirigenti. A Marotta il duro compito di creare un Inter vincente. In bocca al lupo Beppe, ti servirà!

 

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Inter in emergenza gol

Per vincere le partite bisogna prendere meno goal degli avversari, ma anche farne almeno uno! La stagione dell’Inter di sicuro non è stata indimenticabile, anzi. Iniziata malissimo con la sconfitta di Sassuolo e il pareggio interno col Torino, aveva illuso tutti il periodo intercorso tra settembre e dicembre, nel quale l’Inter aveva mostrato sprazzi di bel gioco e si pensava potesse impensierire la Juventus nella corsa al titolo. “La vera anti - Juventus è l’Inter”, spesso si sentiva questa frase nei salotti televisivi nel periodo pre natalizio. Niente di più falso. Con l’arrivo dell’inverno l’Inter si è sciolta, esattamente come l’annata 2017/2018 e quella prima ancora.

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Si potrebbe parlare di mal d’inverno, ma è surreale pensare che il problema sia davvero il freddo. Dall’approdo di Beppe Marotta, immediatamente successivo all’eliminazione dalla Champions League, la situazione della società milanese si è fatta pesante. Il crollo di dicembre, probabilmente, è dovuto alla cocente delusione che ha portato l’uscita dalla competizione europea che tanto si voleva giocare. In seguito poi sono scoppiati i vari casi comportamentali: la multa per i ritardi di Radja Nainggolan, con successivi audio inviati ad un amico nei quali parlava male dell’ambiente milanese; la multa per il ritardo dell’allora capitano Mauro Icardi, in seguito alle vacanze natalizie; la richiesta di cessione di Ivan Perisic, che hanno tenuto fuori il croato per tre partite; il degradamento di Icardi da capitano, con fascia data ad Handanovic e il finto infortunio dell’argentino per il successivo mese.

 

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Tutte queste situazioni hanno portato ad un chiaro e fisiologico calo di prestazioni, che hanno prima allontanato la squadra dalla Juventus, ma anche dal Napoli, e poi fatto anche uscire l’Inter dalla coppa Italia. Se a Milano possono ancora essere abbastanza tranquilli sul raggiungimento del terzo posto è solo ed esclusivamente per la difesa che si ritrova, Skriniar e De Vrij con Miranda in panchina costituiscono il miglior reparto difensivo della Serie A. E qui ci riallacciamo alla frase iniziale di questo pezzo, è vero che per vincere le partite bisogna prendere meno goal degli avversari, ma aiuterebbe anche segnarne qualcuno. L’Atalanta sta accarezzando il sogno Champions grazie al proprio attacco stellare, ma l’Inter? con 52 gol fatti è attualmente il sesto attacco della Serie A. Per dire, l’Atalanta ha fatto 71 gol.

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Sono numeri non in linea con la storia dell’Inter, che appunto si tiene a galla solo ed esclusivamente grazie alla difesa, che con 28 gol subiti è la seconda della Serie A. Ma com’è possibile che una società che in estate ha comprato Politano, che nella stagione 2017/2018 fece 10 gol, Keita, che nell’ultima stagione italiana ha segnato addirittura 16 reti, e Lautaro Martinez, in doppia cifra regolarmente in argentina, che andavano ad affiancarsi ai già presenti Perisic, 11 gol la scorsa stagione, e Icardi, capocannoniere in carica con 29 reti non sia anche migliore attacco. Il problema del gol è atavico in casa Inter, anche se dai numeri appena snocciolati non si direbbe, il problema esisteva anche nella stagione precedente, conclusasi con il quarto attacco della Serie A. Ma perché questo problema se in rosa sono presenti giocatori con tali numeri nelle gambe? Di sicuro responsabile non è Spalletti, visto che la fase offensiva è sempre stata un punto di forza nei moduli di Luciano.

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Allora le problematiche sono da ricercare nelle sinergie che si sono create nella formazione meneghina. Perisic e Icardi sono sicuramente due ottimi giocatori, ma le ruggini tra i due hanno spaccato lo spogliatoio creando un clima che ha reso difficile l’introduzione di nuovi giocatori. Da quando è arrivata, Suning ha sempre voluto tenere tutti i “big” della rosa, spesso lasciando anche la squadra scoperta in certi ruoli (vedasi la stagione 2017/2018 disputata per metà stagione con 3 centrali di numero). Probabilmente questo è stato fatto per non dare un segnale di debolezza, ma la Juventus ha costruito le sue vittorie anche grazie ad ottime cessioni che sono servite per rinnovare la squadra e per donarle nuove motivazioni. Se il gruppo di “big” dell’Inter ha portato a solo una qualificazione in Champions, raggiunta per giunta negli ultimi minuti dell’ultima giornata di campionato, e nella stagione successiva ha mostrato le stesse lacune, evidentemente qualcosa da cambiare c’è. Il problema del gol non è da sottovalutare e l’impressione è che, sia con che senza Spalletti, quest’estate va attuata una rivoluzione.

Fabio Fognini e la vittoria che può fare da spartiacque

Ogni buon appassionato di tennis sa bene che è molto raro poter esultare per la vittoria di un trofeo da parte di un tennista italiano. Differente è la questione per quanto riguarda il tennis femminile che negli ultimi anni ci ha regalato il Roland Garros di Francesca Schiavone, nel 2010, e lo Us Open di Flavia Pennetta, nel 2015. Proprio Flavia Pennetta è la moglie di Fabio Fognini che, parlando di appassionati di tennis, ma anche di semplici appassionati di sport, è molto conosciuto, soprattutto per la sua fama da testa calda.

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Una fama che Fognini si è costruito nel tempo, purtroppo. Oltre alle frequenti racchette spezzate possiamo annoverare nel curriculum del buon Fabio anche insulti ad arbitri o ad avversari. Ma questa è una storia che preferiremmo non dover raccontare e quindi cambiamo discorso. Perché Fabio è molto altro, è sempre stato dotato di un talento cristallino. Quando è in giornata esprime un tennis paragonabile ai top 3 del mondo. Su terra rossa, suo terreno naturale, forse è il migliore insieme a Rafael Nadal e Novak Djokovic per qualità di tennis. Quando è in giornata, perché lui è cosi. È capace di battere Murray come a Roma, nel 2017, trascinato dal pubblico per poi perdere con Zverev, che ora è fortissimo ma all’epoca era poco più che un esordiente, in una partita in cui sembrava addirittura infastidito da un pubblico che in realtà lo adorava.

 

Punto contro coric

Nonostante tutti i suoi difetti, però, è difficile trovare un italiano che non sia suo tifoso. Sarà per il suo fantastico talento, sarà proprio perché da buoni italiani ci ritroviamo anche nel suo carattere ma chiunque si ritrova davanti alla tv per vedere un match di Fognini inevitabilmente si lascia trasportare dalla partita e da un tifo scatenato per l’italiano. Nel suo palmares, prima di Montecarlo, poteva annoverare 8 titoli atp: 7 titoli 250 e 1 500. Il suo 2019 era iniziato molto male, fino a Montecarlo aveva raccolto 3 vittorie e ben 8 sconfitte. Anche il torneo monegasco non era partito in quarta, con la partita sofferta contro il giovane russo Andrey Rublev. Mano a mano che andava avanti il torneo, però, Fabio acquisiva fiducia. Prima il forfait di Simon, che gli è servito per rifiatare, poi la vittoria contro Zverev, attuale numero 3 del mondo, che ha dato consapevolezza, infine la semifinale contro Rafael Nadal, il padrone di casa con 11 vittorie all’attivo nel torneo, che ha consacrato il suo torneo. Nonostante i risultati, nessuno era tranquillo, visto che nella sua carriera Fognini aveva abituato a vittorie inaspettate seguite da sconfitte clamorose.

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Questa volta è andata diversamente. Sarà per la tranquillità familiare, erano con lui la moglie Flavia e il piccolo Federico, sarà perché voleva fare un regalo all’amata mamma, che avrebbe compiuto gli anni il giorno seguente, ma l’importante è che è successo. Il 21 aprile 2019 arriva il primo master 1000 vinto da Fabio Fognini, il primo in 43 anni di singolare maschile italiano. Prima di lui l’ultimo ad avere alzato un master 1000 fu Adriano Panatta, nel 1976 vincendo Roma, per far capire la portata dell’evento. Perché questo, alla vigilia del 32 anni, può rappresentare uno spartiacque nella carriera di Fabio ma, sopratutto, rappresenta un’ondata di passione per i più piccoli appassionati di questo sport. Le vittorie di atleti italiani, portano giovani ragazzi a voler praticare questo sport, ed è questa la vittoria più grande. Uno sport splendido come il tennis ha sempre bisogno di nuove leve e per questo ti ringraziamo, Fabio, e ci auguriamo che questo sia solo il primo di una serie di successi, perché sappiamo tutti che sono alla tua portata. Vai Fogna.

Inter Skriniar, un destino da capitano

Il 7 luglio 2017 veniva acquistato dall’Inter Milan Skriniar. Non facendosi spaventare dal nome, Walter Sabatini, aveva messo le mani su di un giocatore che con la Sampdoria, sinceramente, non era propriamente esploso. Giocava spesso, quello sì, ma si balzava agli occhi sopratutto per gli errori, come quello contro il Milan. Nello scetticismo generale l’operazione passò come un modo per fare plusvalenza con Gianluca Caprari, valutato dal club di Ferrero ben 15 milioni di euro, e come un aggiunta in panchina in vista dell’acquisto di un top nel ruolo.

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Quell’estate, i tifosi interisti erano molto ottimisti e tutti si aspettavano un mercato scoppiettante. La squadra in teoria doveva essere uscita dai vincoli del settlement agreement, e Walter Sabatini doveva avere carta bianca per migliorare la rosa appena affidata a Luciano Spalletti. Tra un proclamo e l’altro, i giocatori, però, non venivano comprati. “Ci sono giocatori che, arrogantemente, controlliamo e vogliamo”. Era questo il tenore delle interviste che rilasciavano i direttori dell’Inter. “Da luglio ci divertiamo” giuravano di aver sentito, gli inviati di Sky, nei corridoi del centro sportivo della pinetina. Luglio arrivò, e portò con se l’acquisto di Milan Skriniar.

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Il centrale slovacco, nato l’11 febbraio del 1995, è cresciuto nelle giovanili dello Ziar nad Hronom per poi passare in quelle dello Zilina. È proprio nella squadra giallo verde che fa il suo esordio, ancora minorenne, nel calcio dei grandi. Sempre con quella maglia fa il suo debutto anche in Europa League e nella stagione 2014-2015 si consacra come pilastro della squadra segnando addirittura 6 reti. La Sampdoria lo monitora e decide di puntarci. Il 29 gennaio 2016 passa nella squadra blucerchiata e, il 24 aprile 2016, esordisce subentrando a Dodò, la meteora in prestito dall’Inter. Nella Sampdoria, come detto, non esplode. Si intravedono qualità in lui, ma le prestazioni spesso sono deludenti. Sabatini, però, è uno che di difensori ci capisce (ricordate Marquinhos, Benatia, Manolas ecc.?) e percepisce che quel difensore, imponente, poteva diventare qualcuno nella sua nuova Inter.

Arrivato a Milano si distingue subito per un ottimo precampionato. Quando i tifosi capiscono che non arriverà mai un top nel ruolo, ma neanche negli altri, cominciano a vedere a Skriniar come ad un possibile titolare. La prima partita, con la Fiorentina a San Siro, non fa che confermare le belle sensazioni che aveva lasciato l’estate. E Milan il campo, nella stagione 2017-2018, non lo lascia mai. Giocherà tutte le partite dall’inizio alla fine, segnando 4 gol, convincendo tutti: tifosi, allenatore e società. La seconda stagione, quella attuale, continua sulla falsariga della prima. Sempre più idolo dei tifosi, Skriniar ed il suo agente spingono anche per un rinnovo che certifichi la sua importanza nel progetto dell’Inter.

 

Visti i problemi avuti con l’ex capitano, Mauro Icardi, ed il suo agente per il rinnovo del contratto, si pensava di poter incorrere in difficoltà anche nel rinnovare con il centrale slovacco. E qualche problema in effetti si stava palesando. Nonostante le parole del difensore, il rinnovo tardava ad arrivare. Con uno stipendio da 1.7 milioni di euro all’anno, per intenderci Ranocchia ne guadagna 2.4, l’agente puntava ad ottenere sui 5 milioni con il nuovo contratto, forte di molte offerte ricevute negli ultimi tempi.

Com’è finita? Che quando l’agente spingeva per arrivare allo scontro con la società, Skriniar ha messo da parte l’agente e si è presentato in sede da solo per discutere direttamente del contratto e ha raggiunto un accordo per 3.5 milioni annui a salire, con scadenza che passa dal 2022 al 2023. Un gesto del tutto inaspettato nel calcio di oggi, che dimostra un attaccamento alla maglia reale e molto forte. I tifosi hanno apprezzato moltissimo e richiedono a gran voce che gli sia data la fascia di capitano dell’Inter. “Non è molto importante chi indossa la fascia di capitano, non ti porta a cambiare il modo di giocare” queste le parole dello slovacco, che qualche argentino in rosa dovrebbe ascoltare attentamente. È vero che la fascia magari non è fondamentale, ma sei destinato ad indossarla, Inter Skriniar!

Il rilancio di Sinisa Mihajlovic, l'uomo che ci crede

Inutile parlare di Sinisa Mihajlovic e la sua fantastica carriera da giocatore, si sono spese già troppe parole in merito. Quello che vorrei sottolineare, ora, è la sua bravura come tecnico. Spesso sottovalutato, soprattutto dopo il flop con il Milan, il serbo sta cercando di prendersi la sua rivincita personale con il Bologna, che già lo aveva lanciato come allenatore.

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Inizia la sua “seconda vita” come vice di Roberto Mancini, all’Inter. La sua prima chance nel mondo dei grandi, però, gliela fornisce proprio il Bologna, nel 2008. Avventura che, tra alti ma soprattutto bassi, dura appena 5 mesi. Un anno dopo arriva quindi il Catania, che è disposto a puntare su quell’uomo tanto rude quanto serio. Subentra a Gianluca Atzori, ereditando una situazione di classifica preoccupante. Riesce a salvare la squadra siciliana facendola arrivare addirittura 13esima in classifica e conquistando il record di punti nella storia recente della squadra, 45 (record poi migliorato da Maran nel 2013). I successi ottenuti con il Catania convincono la Fiorentina a puntare su di lui. Si tratta della prima grande opportunità per Sinisa.

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Viene annunciato il 3 giungo 2010 e prende il posto di Cesare Prandelli, molto amato dal pubblico fiorentino. Nella sua prima stagione alla viola ottiene un tranquillo nono posto e viene riconfermato per la stagione successiva. Non inizia bene la sua seconda annata e, il 7 novembre, viene esonerato in favore di Delio Rossi. Dopo una breve parentesi a guida della Nazionale serba, viene messo sotto contratto dalla Sampdoria, il 20 novembre 2013. Chiamato a risollevare la stagione, iniziata male proprio da quel Delio Rossi che lo aveva sostituito qualche anno prima a Firenze, si impone e dimostra a tutti di essere un grandissimo tecnico. Nella prima stagione raggiunge una tranquilla salvezza, ma nella stagione successiva compie il miracolo. Per buona parte della stagione 2014-2015, la Doria si ritrova in zona Champions. Concluderà la stagione al settimo posto, guadagnandosi comunque un’ottima qualificazione in Europa League. La sua squadra verrà ricordata per la grinta messa in campo, i leader di quella squadra erano Palombo ed Eder, che di sicuro non verranno ricordati per la aver avuto una tecnica sopraffina.

Si crea la nomea come sergente di ferro, e questo gli vale la chance della sua vita, ma anche la panchina sulla quale aveva giurato di non sedersi mai: il Milan. Viene annunciato il 16 giugno 2015, Silvio Berlusconi vuole un grande rilancio per la sua squadra e stanzia quasi 100 milioni di euro per il mercato, che porta giocatori come Carlos Bacca e Luiz Adriano e Alessio Romagnoli a Milanello. La stagione non va come previsto e la sua avventura nel club milanese dura appena 10 mesi, con Brocchi chiamato al suo posto per concludere la stagione. Avrà comunque dei meriti, come quello di aver lanciato il giovane Gianluigi Donnarumma, appena 16enne, al posto di Diego Lopez, che era considerato il titolare inamovibile. Senza dubbio l’esperienza al Milan ha frenato la sua crescita come tecnico, con il Torino dopo un’inizio ottimo si perde e viene esonerato nella stagione successiva. Con lo Sporting Lisbona addirittura viene cacciato nove giorni dopo la sua firma sul contratto, visto che il neoeletto presidente non lo voleva alla guida della squadra. E allora arriviamo ai giorni nostri, il Bologna in evidente difficoltà decide a malincuore di esonerare Filippo Inzaghi, che tanto bene aveva fatto a Venezia quanto male stava facendo sulla panchina bolognese. Non è la prima volta che subentra a Pippo, e la prima, al Milan, non andò bene.

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Inizia subito con una gaffe, durante presentazione confonde i romagnoli con i bolognesi e, si sa, non fa piacere da quelle parti. Nonostante la falsa partenza, però, si fa subito valere. Si vede nei suoi occhi che è convinto di poter salvare il Bologna. Alla sua prima partita espugna San Siro battendo l’Inter 1-0. Poi arrivano 4 stop: il pareggio di Genoa e le tre sconfitte di fila, molte delle quali immeritate, con Roma Juventus e Udinese. Sinisa non si scoraggia, la sua squadra ha cominciato a giocare. Ha cominciato a correre, ad avere quello sguardo lì. Ha iniziato a crederci, che è la cosa più importante di tutte. Le successive 5 partite vedranno il Bologna uscire vincitore per ben 4 volte, con la sola sconfitta contro l’Atalanta, ma su quella squadra ci sarebbe molto da dire. Il Bologna inizia a segnare, in 21 partite Inzaghi aveva raccolto 16 gol, nelle 10 di Sinisa il Bologna ne ha già segnati 15, e menomale che il primo era un attaccante mentre il secondo un difensore... Ma anche la difesa è migliorata, da 1.6 gol di media a partita i felsinei ora ne subiscono 1.3. I numeri, però, non sono tutto. È cambiata la convinzione. Il Bologna sembrava spacciato ed ora, per la prima volta in stagione, si trova quartultimo. La strada è ancora lunga e Mihajlovic lo sa bene “Vittoria meritata ma ancora non siamo salvi. Dobbiamo crederci” ma questo cambio di mentalità va attribuito totalmente al sergente di ferro. Il suo modo di allenare, nelle grandi piazze, per ora non ha funzionato, ma se dovessi scegliere un profilo per una piazza passionale sceglierei tutta la vita il buon Sinisa.

Nessuno parla di Pinamonti

Il tema giovani, dall’avvento di Roberto Mancini alla guida della nazionale italiana, ha avuto un gran risalto. Venendo da una mancata qualificazione al mondiale, il CT ha deciso di attuare una rivoluzione in tal senso. Tra stage, convocazioni per amichevoli, convocazioni per la Nation League, sono stati chiamati molti nomi nuovi e molti giovani. Tra questi, sicuramente, spicca Niccolò Zaniolo, nato nel 1999 e chiamato da Roberto ancor prima di aver fatto l’esordio in campionato con la maglia della Roma. Con lui, Mancini, ci ha visto sicuramente bene visto che il giovane fantasista, nel giro di pochissimo tempo, si è preso la scena sia in campionato sia in Champions League, chapeau Roberto. L’ultimo della lista è Moise Kean, classe 2000. Allegri nella prima metà di stagione non lo coinvolge praticamente mai. Le cose cambiano, però, dall’inizio del 2019 in poi. Il 12 gennaio trova il suo primo gol con la maglia della Juventus e da li non si ferma più. Arrivato a quota 5 reti con il gol segnato nella sfida contro il Milan, ha già raggiunto la convocazione in nazionale, nella quale ha già esultato per ben due volte.

Ma c’è un terzo giovane di cui non si parla, a cui non vengono dedicate prime pagine sui giornali e, nei salotti televisivi, si nomina a malapena. Di chi sto parlando? Di Andrea Pinamonti, classe 1999, stellina del settore giovanile dell’Inter che si è distinto per essere tra i migliori d’Italia negli ultimi anni. Gioca nel Frosinone, con il quale accumula appena 1250 minuti ma che gli sono bastati per diventare il più giovane giocatore di sempre a raggiungere le 5 reti in campionato (record poi battuto proprio da Kean). E i suoi gol non sono affatto banali. Il Frosinone, infatti, non è la Juve che va in rete ogni 45 minuti. Al Frosinone, per segnare un gol, servono 117 minuti. Le reti segnate da Andrea rappresentano quasi il 21% delle totali segnate dalla sua squadra. Parliamo di numeri pazzeschi visto che, delle 21 partite giocate, appena il 40% le ha iniziate da titolare. Però, Pinamonti, sulle prime pagine dei giornali, non ci è mai finito.

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L’Inter è la sua squadra del cuore da sempre, e il suo obiettivo è quello di tornare alla base, ovviamente. Nasce a Cles, Trentino-Alto Adige, in una famiglia interista. Quando fa la terza elementare, e gioca nella Bassa Anaunia, venne notato da Roberto Vicenza, responsabile del progetto “Calcio Valli del Noce”, su segnalazione di Bruno Tommassini, allenatore del ragazzo. Sono 3000 i bambini visionati in questa fase, in tutta Italia. A settembre 2007 arriva la chiamata: Pinamonti deve presentarsi a Milano per una partita di prova. Il sogno di una vita per un tifoso come lui, ma Andrea non sente la pressione e, nel corso del provino, segna 4 reti che convincono i dirigenti dell’Inter a tesserarlo, anche se le regole federali non permettono il tesseramento di Under14 residenti in altre regioni. Così il bambino resta alla Bassa Anaunia per poi passare nel settore giovanile del Chievo nell’attesa di raggiungere l’età richiesta per trasferirsi in nerazzurro, nel 2013.

L’esordio in campionato l’ha vissuto grazie a Stefano Pioli l’8 dicembre 2016, a soli 17 anni, contro lo Sparta Praga in Europa League. Il tecnico parmigiano se ne innamora e non perde mai occasione per sottolineare quanta strada possa fare questo giovane talento: “Pinamonti? È un ragazzo umile e serio, avrà futuro”. Il “The Guardian” lo nomina tra i migliori 50 giovani in Italia paragonandolo al suo mito, Mauro Icardi, ma “con molta più umiltà”. L’esordio in campionato lo farà il 12 febbraio 2017, nella partita Inter-Empoli finita 2-0. Ma, chiuso da Eder e da Icardi, nell’Inter accumula solo cinque presenze. Nel corso del gennaio 2018 stava per accettare la corte del Sassuolo, ma le condizioni fisiche non perfette di Icardi lo hanno convinto a rimanere per altri 6 mesi. Nell’estate, con la cessione di Eder e l’arrivo di un altro giovane talento, Lautaro Martinez, decide di cambiare aria per fare un po’ di esperienza, consigliato dal nuovo procuratore: Mino Raiola.

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I minuti e i gol col Frosinone non gli sono ancora bastati per guadagnarsi la nazionale, ma uno dei fattori preponderanti della breve carriera del giovane attaccante è l’umiltà. Mai una parola fuori posto, subito dopo il quinto gol parlava cosi: “Sono contento, tante volte ero felice ma il risultato di squadra non era bello. Il risultato di squadra va sempre anteposto a quello personale, oggi sono soddisfatto”. Il buon Cesare cantava “in questo mondo di eroi.. nessuno vuole essere Robin”... Se gli eroi sono Zaniolo e Kean, io mi schiero dalla parte di Robin. Con umiltà arriverai in alto e sempre più persone vorranno essere te. Vai Pina!

Un Toro di passione

Ogni anno l’Inter arriva a marzo completamente svuotata. Con l’idea, ormai chiara, che per l’ennesima volta non si alzeranno trofei a fine anno, con la speranza di entrare in Champions come unico appiglio per tenere incollati i tifosi allo schermo e per farli andare allo stadio. Oltre alla passione, ovviamente. È un copione che va in scena da 8 anni e tutto l’ambiente Inter sembra quasi rassegnato a questo. In queste tribolate stagioni poche sono state le note liete. Fino a poco tempo fa una di queste era senza dubbio Mauro Icardi, ma le delicate situazioni extra-campo, avvenute in questo ultimo periodo, hanno decisamente staccato l’Inter dal suo ex-capitano. Ed ecco che entra in scena Lautaro Martínez...

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Lautaro Javier Martínez nasce il 22 agosto 1997 a Bahía Blanca, la capitale del basket argentino. La terra che ha dato i natali a Manu Ginobili, per intenderci. Fin da piccolo ha una grande passione sia per la pallacanestro che per il calcio, ma quando ha dovuto prendere una decisione, ha scelto il calcio! Inizia nelle giovanili del Club Liniers, squadra della sua città e dove aveva militato anche il padre, Mario Martínez. Viene notato dagli osservatori del Racing, che non perdono tempo e lo mettono sotto contratto. Milito, e qui il destino lo lega all’Inter, lo prende sotto la sua ala e l’esordio con la maglia biancoazzurra avviene il 31 ottobre 2015, sostituendo proprio il Principe. Il ruolo dell’ex 22 nerazzurro sarà fondamentale durante la trattativa per portarlo a Milano. Lo lavora ai fianchi, lo fa appassionare alla causa interista e lo convince a sceglierla rifiutando le avance dell’Atletico Madrid del Cholo. Una trattativa impostata da Sabatini e chiusa da Piero Ausilio porta la punta, atipica, nel naviglio.

Promessa estiva, come molte passate alla pinetina di questi tempi: giovane, argentino, costo del cartellino sui 25 milioni. Insomma, aveva tutto per fallire. I primi tempi sono duri, dopo l’ottimo pre-campionato scompare dai radar. Spalletti, del resto, non è il più indicato a far esplodere i giovani. Aleggia in aria l’etichetta di “nuovo Gabigol”, ma non lo è mai stato. I più attenti, o i meno pessimisti, se preferite, se ne erano accorti fin da subito che tra le fila dell’Inter fosse arrivato qualcosa di ben diverso dalla meteora brasiliana. Zero tocchetti e orpelli inutili, lo sguardo di Lautaro parla da solo. Ma la vera sliding-door si ha quando avviene il patatrac con il marito di Wanda, o Uanda come piace tanto a lei. Trova minuti, fiducia, e non delude mai. Si prende l’Inter come si era preso il Racing. Non segna a valanga, pur mantenendo un’ottima media gol, ma si spende per la squadra. Dall’inizio alla fine corre, si batte, a volte ci mette troppa foga e si guadagna troppi gialli. Migliora di partita in partita e inizia a prendersi anche la nazionale.

Nel video estivo girato dall’Inter per presentare Lautaro veniva messo in evidenza il suo soprannome: El Toro. Un simbolo di virilità, potenza, forza, che da tempo si è provato a domare senza risultati. Può descrivere perfettamente cosa rappresenta il nuovo 10 nerazzurro. Lui che era tanto indeciso, da piccolo, tra basket e calcio, si sta prendendo San Siro. Sta soprattutto alimentando la passione degli interisti, che mai erano stati concordi su Icardi, e dando un motivo in più per vedere il solito finale di stagione. La passione, del resto, è il leitmotiv della vita del Toro. Tra passione per il basket e passione per il calcio non poteva immaginare che a 21 anni sarebbe arrivato a far appassionare il difficile pubblico di San Siro. Continua così, con quello sguardo! Toro!

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