#4 Gianni Rodari e il calcio
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15 Aprile 2019
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Sarebbe fin troppo semplice dire che Gianni Rodari, in un immaginario campo di calcio, avrebbe giocato da fantasista. Per la sua semplicità, per la sua naturalezza, avrebbe giocato bene a centrocampo, ad impostare la manovra con passaggi lineari, come la rima “cuore-amore”.

Gianni Rodari è morto il 14 aprile 1980, a soli 60 anni. Classe 1920, ha attraversato il regime fascista prima da studente poi da maestro. Nel ’43 viene richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale, ma il giovane Rodari non ci sta. Ha perso Nino e Amedeo, due carissimi amici, il primo nel naufragio della nave Calipso, il secondo nella campagna di Russia, suo fratello viene internato in un campo di concentramento nazista in Germania. Così Gianni Rodari diventa partigiano, nella clandestinità lombarda. Finita la guerra inizia la carriera da giornalista, prima al ciclostilato Cinque punte, poi dirigendo L’Ordine Nuovo e infine sulle pagine de L’Unità di Milano, dove cura una rubrica: “La domenica dei piccoli”.

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Non per tutti domenica è festa” recita una tra le centinaia di sue filastrocche. “Non è festa per il tranviere, il vigile urbano il ferroviere, non è domenica per il fornaio”. E fornaio era proprio il padre di Rodari, morto per salvare un gatto: “L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. É fradicio e trema. É uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite.” 

Ma la domenica, lo sappiamo, è anche il giorno del campionato, delle partite, del calcio. Un universo a cui neanche Rodari resta indifferente, ma che entra nelle sue filastrocche, nei suoi racconti, nelle sue parole, per parlare ai bambini con semplicità e fantasia, come il caso della “Storia di un pallone”:

 

Caduto nel fossato,

un anziano pallone

narrava al vicinato

(la rana,il gamberone)

le sue passate gesta,

quando,ad ogni partita

era il re della festa,

tra una folla impazzita.

- Migliaia d'occhi umani

guardavano me solo!

E quanti battimani,

che grida,ad ogni volo!

Elastico balzavo

Da un giocatore all'altro,

sfuggivo anche al più bravo,

ingannavo il più scaltro.

Correvo per il campo

(che sia,voi lo sapete...)

rapido come il lampo

guizzavo nella rete:

allora nello stadio

scoppiava il finimondo.

Io riprendevo subito

L'allegro girotondo...

- Capisco,eri un campione-

fece un ranocchio -ma,

come finisti qua?

Strappato,il poveretto,

ai suoi sogni di gloria,

rimase un po' interdetto,

poi...narrò un'altra storia:

-La vita ogni domenica

ben dura mi rendevano:

ventidue giocatori

a calci mi prendevano...

 

Il calcio e il pallone fa parte di un immaginario che unisce tutta la penisola, dal nord al sud, arrivando ovviamente anche a Napoli, che di lì a poco avrebbe ospitato uno dei maggiori poeti di questo sport:

 

NAPOLI SENZA SOLE

Filastrocca del Pallonetto,

vicolo storto, vicolo stretto, s

enza cielo e senza mare,

senza canzoni da cantare...

Chi farà musica e parole per te,

Napoli senza sole?

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Parlando del suo lavoro, Gianni Rodari diceva:

C’è sempre il bambino che domanda, per l’appunto: Come si fa a inventare le storie? E merita una risposta onesta”. E l’onestà, il rispetto, l’amicizia, sono la morale onnipresente nei suoi racconti, come in questo contenuto in “Fiabe al telefono” dove un proverbio viene collegato al mondo del calcio.

 

Vecchi proverbi

- Di notte, - sentenziava un Vecchio Proverbio, - tutti i gatti sono bigi. - E io son nero, - disse un gatto nero attraversando la strada. - E impossibile: i Vecchi Proverbi hanno sempre ragione. - Ma io sono nero lo stesso, - ripeté il gatto.

Per la sorpresa e per l'amarezza il Vecchio Proverbio cadde dal tetto e si ruppe una gamba.

Un altro Vecchio Proverbio andò a vedere una partita di calcio, prese da parte un giocatore e gli sussurrò nell'orecchio: - Chi fa da sé fa per tre! Il calciatore si provò a giocare al pallone da solo, ma era una noia da morire e non poteva vincere mai, perciò fece ritorno in squadra.

Il Vecchio Proverbio, per il disappunto, si ammalò e dovettero levargli le tonsille. Una volta tre Vecchi Proverbi si incontrarono e avevano appena aperto bocca che cominciarono a litigare: - Chi bene incomincia è a metà dell'opera, - disse il primo. - Niente affatto, - disse il secondo, - la virtù sta nel mezzo. - Gravissimo errore, - esclamò il terzo, - il dolce è in fondo. S

i presero per i capelli e sono ancora là che se le danno. Poi c'è la storia di quel Vecchio Proverbio che aveva voglia di una pera, e si mise sotto l'albero, e intanto pensava: «Quando la pera è matura casca da sé». Ma la pera cascò soltanto quando fu marcia fradicia, e si spiaccicò sulla zucca del Vecchio Proverbio, che per il dispiacere diede le dimissioni.

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Per un maestro come lui, il mondo dello sport fa parte di un immaginario attraverso cui poter educare i più piccoli. Così anche nel massimo della rivalità, una partita di campionato fondamentale, il protagonista di “Gelsomino nel paese dei bugiardi” sceglie il rispetto dell’avversario, facendogli segnare una rete. Gelsomino è, infatti, un bambino particolare: ha una voce fortissima con la quale riesce a fare qualsiasi cosa:

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Una volta sola Gelsomino dimenticò la sua solita prudenza. Era una domenica, e al campo sportivo si giocava un'importante partita di calcio. Gelsomino non era un gran tifoso, ma il gioco, pian piano, gli scaldò il sangue.

A un certo punto la squadra del paese, spinta dalle grida infuocate dei suoi sostenitori, passò all'attacco. (Io non so bene che cosa significhi «passare all'attacco», perché non conosco il gioco del calcio: sono cose che Gelsomino mi ha raccontate con queste parole, ma voi certo capirete, se siete lettori di giornali sportivi).

— Forza! Forza! — gridavano dunque i tifosi.

— Forza! — gridò anche Gelsomino, con tutta la sua voce.

Proprio in quel momento l'ala destra stava passando la palla al centrattacco: ma la palla, a mezzana, fu vista deviare, spinta da una forza invisibile, e infilarsi nella rete avversaria passando tra le gambe del portiere.

— Gol! — gridava la folla.

— Che tiro! — commentava qualcuno. — Avete visto com'era tagliato? Calcolato al millimetro. Quello ha un piede d'oro.

Ma Gelsomino, tornato in sé, capi di averla fatta grossa. «Non c'è dubbio, — pensò, — il gol l'ho fatto io, con la voce. Bisogna che me ne stia zitto, altrimenti dove va a finire lo sport? Anzi, anzi: bisogna che faccia un gol anche dall'altra parte, per fare pari».

Nella ripresa, infatti, si presentò un'occasione favorevole. Mentre i calciatori avversari erano all'offensiva, Gelsomino lanciò un grido e cacciò il pallone nella porta dei suoi compaesani. Il cuore gli piangeva, si capisce. Anche dopo tanti anni, raccontandomi quell'episodio, Gelsomino aggiungeva:

— Avrei preferito tagliarmi un dito che segnare quel gol, ma dovevo farlo.

— Un altro al tuo posto avrebbe fatto vincere sempre la squadra del suo cuore.

Un altro sì, ma Gelsomino no: era leale, lui, sincero come l'acqua limpida

Palloni stracciati, vecchi proverbi, tifosi che fanno segnare anche gli avversari. I protagonisti e gli eroi di Rodari non sono forti, non sono grandi, a volte non sono neanche belli. A volte sono diversi, piccoli, deboli, brutti. Sono semplici. “Rodari in tutta la sua copiosa opera – ha scritto Giuseppe Pontremoli - non ha mai prodotto un Peter Pan, un Pinocchio, un’Alice, cioè mai un Personaggio Indimenticabile e Assoluto, proiezione ideale del lettore ben oltre il tempo di immersione nella lettura”. Nessun top player, nessun fenomeno. Tutti gregari. Un po’ come noi.

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Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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Sito web: https://twitter.com/LamboRinaldi

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