#2 Ha ragione Vladimir Dimitrijevic: La vita è un pallone rotondo
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15 Agosto 2018
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"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavanno all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al cotnrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è ass

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi graze ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

 

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavano all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al contrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è assai importante, ma con molta moderazione. Provate a darle il giusto spazio, ad accostarla a dei verbi: saranno camminare, correre, saltare, con qualche avverbio; niente di più. Il calcio è questo: la comunicazione, dal cervello alla caviglia, è del tutto insolita, apre un nuovo ventaglio di possibilità, e io credo che ogni bambino di cinque anni a cui lanciamo una palla ci fa capire subito se è un calciatore nato o se sarà soltanto un buon giocatore. Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola, un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia di vita per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso dal materialismo economico che ci circonda!

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e nel mirino una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio. Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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