Essere milanisti
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13 Novembre 2019 Autore  

E’ dura. Difficile. Amaramente complicata. Raccontare le emozioni e i pensieri di un milanista in questo periodo, in questi anni bui, in questo frangente specifico, risulta essere esercizio arduo e emotivamente complesso.

Dopo dodici giornate, il Diavolo ha collezionato la miseria di 13 punti, utili a considerare chiusa la stagione ma insufficienti ad allontanare il pericoloso incubo retrocessione. Non si meraviglino i lettori: è proprio questa la realtà, l’amara verità di una stagione lacrime e sangue, progettata malissimo in estate e gestita ancora peggio in questo primo scorcio di calcio giocato. Inutile stare qui a raccontare di nuovo la strategia estiva imposta da Elliott, precisamente nella figura di Ivan Gazidis, ai dirigenti rossoneri (Maldini e Boban) in sede di campagna acquisti: giocatori giovani, potenziali top player, dalla futura plusvalenza pressochè assicurata.

I conti più importanti del rendimento sportivo. I risultati e i piazzamenti sacrificati sull’altare del rigore di bilancio. D’altronde non ci si può certamente sorprendere se un fondo speculativo attui questo tipo di politica, risistemare aziende in difficoltà per poi rivenderle sane e libere da debiti e pendenze creditizie. Da una tale linea di pensiero non può però che venire fuori una squadra fragile, anche dal buon tasso tecnico, ma leggera e priva di quelle caratteristiche morali e temperamentali che elevano una squadra da discreta a più che buona.

Pesa certamente in questo senso l’assenza di Bakayoko per centimetri e presenza sul campo, ma soprattutto pesa la mancanza di un allenatore che si erga a leader di un gruppo di sbarbatelli che non possono trovare tra di loro quel capo che guidi la rivolta. Con tutto il rispetto per Pioli, idee di calcio interessanti e principi anche moderni, al Milan serviva uno shock, una scossa che liberasse i calciatori da paure e capri espiatori, permettendogli di liberare le buone qualità che hanno dentro. Questo purtroppo non è successo, e i tifosi si ritrovano oggi ad assistere inermi allo sprofondo di una squadra che assomiglia sempre di più al Titanic di Di Capriana memoria. L’incubo della retrocessione, paventato quasi ironicamente dopo le primissime giornate, non appare più oggi come una boutade ma come una solida realtà con la quale combattere duramente durante i lunghissimi mesi che mancano da qui a maggio.

Per chi come noi ha visto ripetutamente il paradiso fino a sette-otto anni fa sembra quasi di risvegliarsi in una realtà parallela che poco ha a che fare con i trascorsi più fulgidi dell’epopea rossonera. Eppure essere Milanisti vuol dire anche saper soffrire. Per chi non conosce a fondo la storia del Diavolo è bene ricordare che momenti di panico e di sconforto, periodi bui e tormentati sono ciclicamente capitati. Grandissimi alti e notevoli bassi, morire per poi risorgere, quasi un’esperienza religiosa capace di farti provare i piaceri più eterei e le delusioni più cocenti. Certo che fa male. Vedere ormai da anni la Juventus dominare e accorgersi che piano piano i cugini interisti stanno imboccando quella strada da cui noi siamo oggi dannatamente lontano fa male al cuore.  Passare le domeniche ad osservare compulsamente i risultati della Spal o del Genoa per non rischiare di trovarsi impantanati nelle secche di uno degli ultimi tre posti ci dilania dentro.

E’ tempo però di resistere. Di aggrapparsi alla fede. Di stare vicino a un club che vanta e vanterà sempre nel mondo un appeal e un brand enorme. Siate orgogliosi di essere milanisti perché dopo Istanbul c’è sempre Atene. Orgoglio senza pregiudizio. Siate fieri. Ieri come oggi. E domani forse un po' di più.

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Alberto Petrosilli

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