Arroganza Charrua
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05 Maggio 2019 Autore  

 

Adani-Allegri parte seconda. Dopo la lite intercorsa tra i due al termine di Inter-Juve, con Allegri stanco dell’ennesima ramanzina fatta dal noto opinionista, venerdì sera, dopo un equilibrato derby della Mole, è arrivata la seconda puntata di quella che si preannuncia una vera e propria battaglia ideologica su come si dovrebbe interpretare e analizzare il calcio.

Da che parte stiamo? Il titolo dovrebbe essere quantomeno indicativo: Allegri ha perfettamente ragione. Se come ci ricorda la compagnia telefonica che fa da main sponsor al campionato di Serie A (leggasi Tim) il calcio è di chi lo vive, ci pare francamente assurdo ergersi a profeta incontestabile dello stesso stando comodi su uno sgabello di Sky, in studio, rassicurato dal tepore e la difesa dei tuoi compagni di lavoro.


Adani vs Allegri, parte 2 

Ci sembra allo stesso modo assurdo trasformare il gioco del calcio in una sorta di trattazione filosofica che al confronto la Fenomenologia dello spirito di Kant risulta essere un semplice romanzo per adolescenti. Ci battiamo da anni per far capire che il calcio è uno sport semplice e abbiamo trovato in Massimiliano Allegri il perfetto esponente di questa linea di pensiero. Un gioco stupido per persone intelligenti. Purtroppo queste ultime, oggi, scarseggiano. I teorici del niente. Dispensatori di luoghi comuni a getto continuo, lesti nel voler ingabbiare giocatori e allenatori all’interno di fantomatici schemi e sistemi di gioco.

 

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Domandiamo, umilmente e al contempo con fare provocatorio: ma se nel calcio vincono gli schemi, perché gli allenatori non usano tutti quello vincente? Che cosa vuol dire schema nell’immaginario collettivo? La verità, o perlomeno il nostro pensiero, ci porta invece ad affermare con convinzione che sono i calciatori a fare il sistema di gioco, sono gli interpreti a determinare qualità e prestazione del collettivo. Troppo facile e riduttivo parlare di moduli, molto più intelligente valutare i contesti, le fasi della stagione, apprezzare semplicemente i gesti tecnici dei giocatori.

Quando si parla del calcio sembra che dobbiamo inviare i missili sulla luna”, dice Max. E noi lo assecondiamo. Come in tutte le attività lavorative della vita, anche nel pallone esistono le categorie, quelle linee sottili che marcano la differenza fra buon giocatore e campione, tra allenatore discreto e top manager. Ma il calcio, per sua natura, è dei calciatori, degli atleti che vanno in campo, delle loro performance settimanali. Il nostro profilo di allenatore ideale? Quello che mette i calciatori nelle posizioni migliori e dà alla squadra una buona organizzazione difensiva. Non abbiamo mai creduto agli allenatori taumaturgici, pensiamo da sempre che l’allenatore intelligente è quello che non inventa nulla ma collocando i componenti della propria rosa nelle posizioni più consone alle loro caratteristiche riesce a tirare fuori il massimo del proprio potenziale. Non ci siamo mai discostati da questa forma mentis. Pontificare dall’alto del nulla come se stessimo parlando della quintessenza del cosmo ci pare quantomeno azzardato.

Ricordarsi che la semplicità è tutto quello a cui dovremmo ricondurre questo fantastico sport sarebbe un eccezionale passo avanti. Ma si sa, le cose semplici sono le più difficili. Per questo, forse, ci facciamo ammaliare dai presunti santoni della conoscenza. Non capendo però che nessuno di loro sa di non sapere. Filosofia? No, semplicità. Del resto il calcio è veramente tutto qua.

 

Alberto Petrosilli

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