Alexander Doni, l’arte della plasticità
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06 Aprile 2019 Autore  

Lo sport è un’attività complessa che porta gli atleti a dover mescolare capacità fisiche e psichiche in pochissime frazioni di tempo. Questo composto riesce a dar vita ad una serie di gesti piacevoli per l’occhio umano, in grado di intrattenerlo e di ispirarlo. Ci sono sportivi a cui questo lavoro riesce meglio: Rudolf Nureyev sosteneva che Cruijff avrebbe dovuto fare il ballerino. “Era intrigato dai suoi movimenti, dal suo virtuosismo, dal modo in cui riusciva a cambiare improvvisamente direzione lasciandosi tutti alle spalle e a fare tutto ciò mantenendo un controllo, un equilibrio e una grazia perfetti. Era stupefatto dalla rapidità mentale. Si vedeva che ragionava così velocemente da anticipare tutti”. Lo ha raccontato David Winner in Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, sottolineando involontariamente, come ha fatto il Pelé Bianco a far comprendere al mondo intero che esiste una nuova forma di arte visiva: il calcio. In questo sport il ruolo del portiere è quello che più si avvicina alla plasticità artistica. A Roma, dal 2005, si è riscoperta grazie a Doniéber Alexander Marangon.

IL PORTIERE DALLA PARATA PLASTICA

Alexander Doni arriva a Roma nella sessione di calciomercato estiva che anticipa la stagione 2005/2006, pagando di tasca propria i 18.000€ della clausola rescissoria che lo legava alla Juventude. Con il suo esordio nel derby del 23 ottobre 2005, diventa il secondo portiere straniero della storia romanista dopo l’austriaco Konsel. Con l’intento di sostituire Gianluca Curci, Spalletti decide di dargli fiducia, permettendogli di mettere in mostra il suo stile di gioco particolare e affascinante. Da quella partita in poi, il pubblico della Serie A comincia a notare un approccio alla parata innovativo, non sempre fondato sulla neutralizzazione del tiro correndo meno rischi possibili, ma basato sul senso estetico, portando a termine quella che più comunemente viene definita parata plastica.

 
Parata in controtempo, plastica ed efficace.

Doni si approccia al ruolo del portiere seguendo i canoni di Cláudio Taffarel. Il suo punto di forza era quello che, soprattutto oggi, viene definito un difetto del portiere: l’assenza del passetto. “Ci sono tante scuole di pensiero diverse. In Brasile facciamo così, ma in Italia e a Liverpool ho imparato altri modi che ci sono per fare questo ruolo”. Effettuare un passo nella direzione del tiro permette al portiere di avere una maggiore possibilità di arrivare in tempo sul pallone. I portieri brasiliani hanno preso questa tecnica e l’hanno cancellata dalla loro memoria (o si sono sempre rifiutati di accettarla), opponendosi come se fosse uno stratagemma utile solo a semplificare il proprio mestiere. Doni, con la sua maglia numero 32, prende questa caratteristica verdeoro e la rende esteticamente soddisfacente. La maggior parte delle sue parate arrivano dopo un tuffo che lo tiene sospeso in aria per almeno un paio di secondi. Un omone di 91 kg e alto 194 cm che in modo fulmineo spicca il volo, sostituendo per quegli istanti la pressione terrestre con quella lunare. L’estensione del suo corpo longilineo gli permette di arrivare su quel pallone, senza effettuare quell’inutile passo che, invece, non gli permetterebbe di compiere quella parata tanto odiata da chi non vuole ancora capire che il calcio è anche spettacolo. Viene definita parata plastica non a caso, perché in aria il corpo di Doni assomiglia a una scultura che ha un solo compito da portare a termine: appagare gli occhi di chi lo guarda.

ARRIVARE PRIMA DELLO SWEEPER-KEEPER

Lo sweeper-keeper è il risultato finale dell’evoluzione del ruolo del portiere. Negli ultimi anni, i vari club in giro per l’Europa hanno cercato di acquistare un interprete del ruolo che avesse la particolarità di saper gestire il pallone con i piedi. Questa tendenza, accentuata dallo stile di gioco innovativo portato dal Bayern Monaco di Neuer, aiuta la maggior parte delle squadre ad uscire dalla pressione alta degli avversari con meno difficoltà. Alcune squadre sfruttano i loro numeri uno anche per impostare e verticalizzare la manovra della squadra. Alexander Doni non aveva questa tipologia di compiti, ma la sua tecnica con i piedi gli permetteva in alcune occasioni di risolvere situazioni complesse in modo efficace. Stereotipicamente è una capacità che viene attribuita a qualsiasi calciatore carioca, ma in realtà non è assolutamente da dare per scontato. Júlio Sérgio Bertagnoli o, addirittura, Artur Moraes, non erano in grado di gestire il pallone con le sue stesse abilità (questa fu probabilmente una delle motivazioni che spinse Montella a restituire la maglia da titolare a Doni).

 
Cristiano RonalDoni. 

 

La Roma, nella prima stagione di Di Francesco, si è abituata all’immagine dello sweeper-keeper grazie ad Alisson Becker, che partecipava costantemente alla manovra di gioco. La sua sicurezza nella gestione della palla lo portava molto spesso a compiere dribbling rischiosissimi, ma estremamente divertenti per il pubblico. Con Doni la situazione era differente: non faceva le stesse cose di Alisson, ma restituiva l’immagine di un portiere che sapeva giocare anche con i piedi, che aveva una padronanza del pallone probabilmente assente nelle gambe di qualche difensore. Il suo modo di giocare fu un assaggio di quello che è l’interpretazione moderna di un ruolo in cui si usano le mani in uno sport in cui si usano i piedi.

Doni ha rappresentato la fase di transizione che ha portato il ruolo del portiere da quello tradizionale a quello moderno e attuale, in cui in Brasile hanno cominciato a fare il passetto e ad essere meno plastici nell’esecuzione della parata. Alisson e Ederson sono due grandi portieri che stanno aiutando le rispettive squadre a fare bene sia in campionato che in Champions League, ma che hanno subito un’europeizzazione grazie ai loro preparatori atletici e alla mutazione del gioco. L’ex giallorosso, il numero 32, ha mantenuto il suo stile singolare e sudamericano che, nonostante dei periodi negativi (dovuti a infortuni e a una pessima forma fisica), lo hanno aiutato a lasciare un’immagine positiva di sé. Nella mente dei romanisti ci sono ancora quella serie di parate in Lione – Roma e quell’insieme di tuffi che gli hanno permesso di consolidarsi come il portiere della rinascita giallorossa.

 

 

 

Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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