Con Francesco Totti è finita la mia adolescenza (sportiva)
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17 Giugno 2019 Autore  

Il 17 giugno di 18 anni fa, alle ore 17.00, costringevo papà e mamma, e sorella di sei mesi, a prendere la macchina, attaccare due bandiere giallorosse per lato e iniziare a fare i caroselli per le strade per la Roma Campione d'Itali. Avevo sette anni e festeggiare uno scudetto a 40 km dalla capitale non era facile. Le prime macchine le incontrai solo dopo mezzora, ma le ricordo tutte, una ad una. Anche quella che abbiamo tamponato.

Avevo appena seguito la partita su Quelli che il calcio, con qualche fugace scappata su Tutto il calcio minuto per minuto. Avevo addosso una maglietta con la faccia di Batistuta, al collo la sciarpetta di Giallo&Rosso, in testa una fascetta per capelli, perché la indossava quello con la numero 10.

Francesco Totti ha scandito la mia vita. Forse non solo quella sportiva.

In qualche modo le sue gesta sportive hanno segnato ogni tappa, ogni traguardo, ogni momento, bello o brutto che sia. Ogni bivio, ogni cambiamento, ha come sistema di datazione temporale il capitano della Roma. “Ti ricordi? Era l’anno dell’infortunio di Totti”.  Ricordo le telecronache di Carlo Zampa che ripeteva il suo nome ai tempi delle gite delle medie, la tesina di maturità sognata, preparata e poi bocciata sul Capitano della Roma, le litigate con la ragazza che all'epoca era la mia fidanzata, tutte finite con un inviolabile "te lo giuro su Totti", timbro indelebile di onestà e amore.

Totti mi ha accompagnato passo dopo passo. E, dal punto di vista del tifoso, è stato un'ancora di salvataggio in anni di magra, in stagioni in cui non si vinceva niente e non si sarebbe vinto per chissà quante altre ancora. Perchè se è vero che chi tifa Roma non perde mai, lo si deve soprattutto a Francesco e a Daniele, e prima di loro ad Agostino, Bruno, un altro Francesco, Giuseppe, Giacomo, Amedeo. La romanità, il romanismo, gli occhi di chi guarda la Roma con gli stessi occhi miei, tuoi, nostri, non è solo un esercizio di retorica, una cosa fine a sé stessa, nè tantomeno un contentino. Era una sicurezza, una certezza. Il nostro scudetto per sempre.

Il 17 giugno 2019, alle 12.41, Francesco Totti ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente della Roma. Alle 15.30 del 17 giugno 2019, purtroppo o finalmente, è finita la mia adolescenza sportiva.

Se la mattina del 27 maggio, dopo l'addio di De Rossi, ci siamo svegliati infreddoliti, nonostante la primavera, e soli, nonostante i 60.000 della sera prima, adesso ci svegliamo smarriti. E cresciuti.

Perchè dopo la conferenza stampa di Totti niente sarà più come prima. La Roma non sarà più come prima. Basta con i sogni, i simboli, le bandiere, il cuore, la passione, le vene, le urla. Inizia l'era dell'aziendalismo, del rendiconto, del brand. Le parole di Totti sono come la sveglia del primo lunedì di scuola dopo un'estate di vacanza. Lo sai che prima o poi arriva, come sapevi benissimo che la Roma americana era questa cosa qui. Però continuavi a non pensarci, a fare finta di niente, a illuderti. Fino a che non suona e ripartono le lezioni. Le parole di Totti, allo stesso modo, ci svegliano e ci fanno capire meglio, ci confermano quanto sospettavamo. Ci riportano alla realtà.

E se fino a ieri ti eri cullato nei sogni e nella passione, nelle letture poetiche, adesso ti svegli in un mondo fatto di curricula, di soft skills, di application, di human resources e di recruiting day. Se ieri era un gol a farti svoltare la giornata, adesso è l'arrivo di una mail. Se prima ti emozionavi per un colpo di tacco, per una vena gonfiata, per le parole di un allenatore, adesso ti esalti per un colloquio, per un bonus nell'obiettivo centrato, per il planning settimanale rispettato, i fogli Excel perfetti. Se prima la Roma ti faceva tirare avanti con serate magiche e rimonte impensate, adesso ti farà esultare per il fairplay finanziario, per l'account Twitter in lingua swahili, per il segno + nell'ultimo bilancio.

E forse era sbagliato davvero credere in certe cose. Era da provinciali, da romantici, da bambini. Da perdenti. Figli di Roma, capitani e bandiere? Che cazzata. Mai schiavi del risultato? Che mentalità assurda. Adesso dateci l'aziendalismo, i dipendenti, il brand, il marketing. Dateci l'economia e la finanza, l'inglese spicciolo, le strategie di marketing e comunicazione, gli sponsor e il social. Svuotateci di tutto e riempiteci di numeri.

Ma non illudetevi di riuscirci a cambiare. O di farci crescere davvero.

 

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Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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