De Rossi e la resilienza romanista
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25 Maggio 2019 Autore  
 
 
 

Dire addio è difficilissimo. Da questo gesto, infatti, sono nate le più grandi opere letterarie e cinematografiche, che attraggono lettori e pubblico perché pone chi deve salutare in una situazione di forte contrasto emotivo. L’essere umano, però, ha una grande dote psicologica, che gli permette di trasformare un contesto di malessere in un punto di forza: la resilienza. A Roma, di persone con questa caratteristica ce ne sono molte e sono quelle che hanno superato, seppur con qualche disagio ancora visibile, il 28 maggio 2017, un giorno che, prima di esso, ha sempre messo paura ai tifosi giallorossi. Quel Roma - Genoa ha segnato profondamente la storia della Roma e dei romanisti, che non dimenticheranno facilmente le lacrime versate e gli istanti vissuti dopo il fischio finale. Un saluto amaro e talmente ingombrante che, per diversi anni, ha nascosto il pensiero di un addio altrettanto spaventoso, che in questa stagione aveva sfiorato solo lateralmente la maggior parte di quei tifosi che ora verranno di nuovo messi a dura prova. 

 

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L’addio al calcio giocato di Francesco Totti ha letteralmente lacerato l’animo di tutti gli appassionati del calcio. Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo, dando vita a quel tipo di immagini che fanno avvicinare allo sport anche chi non riesce a concepire come sia possibile ammalarsi di undici sconosciuti che inseguono un pallone dentro a un campo. Il discorso che riguarda Daniele De Rossi è invece differente, perché permette a chiunque tifi la Roma di immedesimarsi nel calciatore che dopo 18 anni lascia la sua squadra del cuore. Ogni tifoso che sarà presente sugli spalti dello Stadio Olimpico, il 26 maggio 2019, potrà comprendere cosa significa dover abbandonare i propri amici, perché lui, da capitano o “capitan futuro”, ha sempre rappresentato in tutto ognuno di loro. L’affetto per quei colori lo hanno messo in condizioni che nessun altro giocatore ha mai vissuto. Il suo stile in campo lo puoi avere solo se vuoi vincere per amore, non per la gloria. La sua grinta con cui contrasta l’avversario la puoi avere solo se moriresti per quei colori, non per facciata. Questo atto di fede ha permesso a tutte quelle persone che si preparano a questo nuovo e inevitabile addio di potersi vantare per molteplici motivazioni, che non riguardano tanto il calcio giocato, di cui è stato senz’altro protagonista assoluto, ma che si focalizzano sulla persona che effettivamente è De Rossi. Il 21 marzo 2006 Repubblica titolavaDe Rossi, un gol al calcio sleale” e raccontava di un Roma - Messina in cui segnò e non esultò. La sua lealtà nei confronti della Roma ha forgiato il suo onore, ammise di aver toccato il pallone con la mano e poi, con un’espressione simile a chi ha capito di essere un uomo prima che un calciatore, si rivolse verso l’arbitro dicendogli “si l’ho toccata di mano, però mo nun m’ammoni’”. Gli avversari vanno ringraziati e trattati sempre con rispetto, anche quando si sbaglia. Le scorrettezze, che naturalmente ci sono state, sono figlie di un affetto a volte troppo insano, che non ti permette di vedere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. A mente fredda, però, la lucidità delle sue parole hanno sempre cancellato tutto. Nel bene e nel male, con la maglia numero 4 o numero 16, la Roma, i romanisti e Daniele hanno sempre gioito e sofferto insieme. Per questo i suoi tifosi si sentono rappresentati da lui. Per la fede, per il fuoco, per l’intelligenza emotiva. Si è trattata di una scelta semplice e democratica: De Rossi ha scelto la Roma e i romanisti hanno scelto De Rossi. 

 

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Friedrich Nietzsche ha insegnato che ciò che non uccide, fortifica. Dopo il fischio finale di Roma - Parma terminerà una stagione che ha sottoposto il romanismo a una delle stagioni più folli e sconfortanti sotto il piano tattico e dei risultati raggiunti. La notizia dell’addio di De Rossi, arrivata improvvisamente e con una freddezza alla pari delle prime giornate di maggio, ha contraddistinto un appuntamento che segnerà il rafforzamento o la fine della resilienza romanista. Qualsiasi ipotetica futura delusione, senza Francesco e Daniele, potrebbe assumere un peso maggiore o minore a seconda della caratterizzazione del tifoso. Questa dicotomia, però, verrà a formarsi fuori dallo stadio, probabilmente dopo mesi o addirittura anni. Al termine della partita, nell’imminente, i romanisti saluteranno De Rossi come Elliot fece con E.T. nell’omonimo famosissimo film di Steven Spielberg del 1982. Il capitano della Roma partirà per un posto oggi ancora sconosciuto, dove però porterà con se il romanismo e quel cuore grande che si è formato in questi lunghi 18 anni di Roma.  

Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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