Edin Dzeko spiegato a un bambino
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27 Giugno 2020 Autore  
Le favole di un tempo iniziano sempre nella stessa maniera: "C'era una volta, in un paese lontano lontano". Questa però non è una favola, non c'è solo un paese e il protagonista non c'era solo una volta, ma c'è anche adesso. Le favole di un tempo, soprattutto, finiscono sempre con un lieto fine. Questa invece non ce l'ha e non ti racconterò neanche di come io ho paura finisca.
 
Il paese lontano lontano è dall'altra parte del mar Adriatico, i turchi lo avevano chiamato Saray, che voleva dire "palazzo". Da lì è nato il nome che ha oggi: Sarajevo. Il protagonista di questa favola però non viveva in un palazzo reale né tanto meno in un castello. Viveva in una casa di 40 metri quadri insieme ad altre 13 persone. Il suo nome era Edin e a me piace pensare che c'entrasse qualcosa con Eden, il paradiso terrestre.
Edin quel paradiso lo cercava guardando il cielo, visto che sulla terra, sulla sua terra, c'era la guerra. Non sapeva chi stava combattendo e per quale cosa. Sapeva soltanto che ogni giorno piovevano bombe, che facevano saltare in aria palazzi, case, campi da calcio. Mentre guardava il cielo, Edin chiese a suo nonno se fosse solo un sogno e suo nonno gli disse sì: quelle che vedeva non erano granate, non erano missili, erano stelle cadenti e ogni volta che si accendevano si doveva esprimere un desiderio.
 
 
Il desiderio di Edin era quello di giocare a calcio e ben presto si esaudì. Il bambino era diventato un gigante e girava il continente a suon di gol. Andò in Germania e vinse il trofeo più ambito. Andò in Inghilterra e successe la stessa cosa. Il gigante Edin era fortissimo, nessuno poteva fermarlo. Poi arrivò la chiamata dalla città più bella del mondo: Roma. Edin fece le valigie, prese il primo aereo e atterrò vicino al Colosseo. Ad accoglierlo c'erano migliaia di tifosi, cantavano e sventolavano bandiere, si abbracciavano tra loro e abbracciavano il Gigante. Perché? Perché pensavano che finalmente fosse arrivato l'eroe che li avrebbe fatti vincere.
 
Edin aero
 
Era un giorno caldissimo quando il Gigante segnò il suo primo gol, proprio contro la squadra degli acerrimi rivali, i campioni in carica, e a sfidare il Gigante Edin c'era un altro guerriero grandissimo, la chiamavano King Kong. La notte delle stelle di San Lorenzo era passata da dieci giorni, ma il cielo di Roma continuava ad essere solcato da meteore e comete. Edin era abituato a guardarle da quando era piccolo, sapeva come si muovevano, come partivano e come si abbassavano. Sapeva pure che quando toccavano terra esplodevano. A un certo punto ne vide partire una: era altissima e scendeva veloce. Edin la catturò con lo sguardo, sentiva King Kong che lo tratteneva, per non farlo saltare. Ma lui era troppo forte, saltò quasi da fermo, prese quella stella cadente e di testa la fece esplodere in porta. Da quel momento scoprì che certe stelle fanno un rumore strano, il rumore di centomila voci che insieme urlano il tuo nome e quello della tua squadra. Rumore di amore e Roma.
Era successo una sorta di miracolo: una stella cadente era diventato un gol, una bomba che non faceva male, un'esplosione che non portava cenere e fumo ma sciarpette e abbracci.
 
Successe tante altre volte. In un altro paese lontano lontano, in uno stadio che si chiama Stamford Bridge, dove Edin, Gigante tra giganti, sembrava danzare col pallone. Successe contro una squadra color granata, contro una porta piccolissima e con una stella che sembrava proprio non poter entrare. E ogni volta che succedeva Edin correva a prendersi l'esplosione.
 
Edin londra
 
Solo una sera non l'ha fatto. Gli spalti erano vuoti perché il mondo intero stava combattendo un'altra guerra, stavolta contro una malattia che non li faceva uscire di casa e sembrava proprio non finire mai. Sono altre però le cose che non finiscono mai: l'amore, ad esempio, e le stelle. Anche quella sera il Gigante Edin guardava il cielo: la sua squadra stava perdendo e stavolta non c'erano neanche i tifosi a dargli una mano. Doveva fare tutto da solo. Lo fece una prima volta, con una piroetta che sembrava quella di una filastrocca. Lo face una seconda volta, accarezzando la stella quel poco che bastava per mandarla in porta. 2 a 1, la Roma aveva vinto. Di nuovo grazie a lui.
 
Ecco, adesso dovremmo arrivare al finale della favola. Ma un finale vero e proprio ancora non c'è. Hai 5 anni e per fortuna non sai che cos'è una plusvalenza, non sai che vuol dire fair play finanziario e non hai la minima idea di cosa sia un bilancio. Forse non sai nemmeno cos'è uno scudetto, un esonero, un direttore sportivo. Tranquillo, quello strano tra i due sono io che invece conosco alla perfezione ognuno di questi termini. La favola se vuoi la continuiamo a scrivere insieme. Sappi però che a volte gli eroi possono arrivare dal Brasile, possono chiamarsi Re Leone, possono avere gli stessi tuoi occhi e la numero 10 sulle spalle. Quello che conta non è come va a finire. Quello che conta è il modo in cui guardi le stelle. E i desideri che ci metti dentro.
 
"Sii orgoglioso de provà emozioni
davanti a 11 leoni, a volte un po' cojoni.
È raro amore mio, è raro come te..."
 
Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica. Prof di giorno, giornalista freelance di notte. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere, una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, e un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e poesia. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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