Guardami ancora
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13 Luglio 2019 Autore  

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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