Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma
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30 Novembre 2019 Autore  

E’ incredibile. La Roma ce l’ha fatta. Ha trovato i suoi perni, i suoi elementi essenziali, quelli che potrebbero addirittura far iniziare un ciclo che, si spera, possa essere vincente. Smalling e Mancini. Due nomi due garanzie. Tra campionato ed Europa League in ben 5 gare in cui si è formata questa coppia ben assortita la Roma ha subito un solo gol e ciò contro il Cagliari, peraltro su rigore. 5 partite sembrano poche per tirare le somme? Verissimo. Ma ricordiamo quanto negli scorsi incontri la presenza di almeno uno dei due giocatori o di entrambi, anche se in questo caso in ruoli diversi, sia pesata nei risultati della squadra giallorossa.

Che, per essere precisi, è quarta in classifica insieme proprio al suindicato Cagliari, avendo 6 punti in più in Serie A rispetto allo scorso anno in tale momento della stagione. Smalling vanta 1080 minuti giocati finora, 10 gare disputate tutte di fila, 2 gol fatti e, rimanendo nei confini italiani, una media voto pari a 6,33 tra le più alte nel nostro campionato finora tra i difensori, dando già da solo una stabilità inedita al reparto arretrato ed essendo in grado di aver al proprio fianco calciatori dal timoroso talento come Cetin o dalla comprovata esperienza sì, ma dalla crisi irreversibile come Fazio. Smalling soprattutto fornisce prestazioni d’eccellenza, è rapido, gioca d’anticipo, leggendo le mosse degli avversari, è bravo in marcatura e rende decenti le prestazioni imbarazzanti dei suoi compagni di reparto, diversi da Mancini è chiaro, anche quando sono palesemente in difficoltà. In base alla Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato un’offerta iniziale di 12 milioni di euro da parte della Roma, il Manchester United ne pretende 20 per cedere a titolo definitivo il cartellino del giocatore arrivato in prestito oneroso con corrispettivo fisso di 3 milioni, prestito che è rimasto secco e non con diritto o obbligo di riscatto per mancanza di tempo, essendo stato concluso l’affare nella fase finale della sessione estiva di calciomercato appena trascorsa.

L’accordo si dovrebbe trovare a 15 milioni di euro più 3 di bonus con il patto già delineato nella sostanza dalle parti a che il club capitolino versi 3 milioni annui di ingaggio al difensore inglese fino al 2022: si spera che il tutto vada in porto per la gloria dei colori giallorossi. Il buon Mancini invece è già di fatto della Roma che ha saputo brillantemente investire in un talento assai luminoso dal presente e dal futuro assicurato: è arrivato alla Roma nel luglio di quest’anno con un prestito oneroso a 2 milioni di euro da rendere subito all’Atalanta assieme a un obbligo di riscatto pari 13 milioni più 8 di bonus da pagare a fine stagione ai bergamaschi. Il ragazzo ha soli 23 anni, ha fisico, ha carattere, ha piedi d’oro, sa organizzare il gioco facendolo partire da dietro e, dopo le primissime disastrose gare, per carburare per la prima volta in una realtà allo stesso tempo traumatica, ma anche di livello come quella romana, è migliorato accanto a Smalling e, successivamente prima di essere ricollocato al momento opportuno accanto al Saggio inglese proveniente da Greenwich, è stato piazzato dal genio portoghese di Fonseca sulla mediana affianco al prodigioso Veretout per poter esplodere, entrando in una spirale magica alla Desailly per svariate partite decisive per la Roma in ottica Champions.

Certo, in quest’ultima scelta hanno inciso gli infortuni di massa, i dolori trasfiguranti di giocatori caduti in aree verdi di cemento fatte passare per campi di allenamento, i segreti mistici di una chiesa non sconsacrata in tempo per una dimenticanza usata come ripostiglio a Trigoria e sparizioni misteriose di calciatori romanisti inghiottiti nei lazzaretti e nelle cliniche tra la fiorente vegetazione del centro sportivo. Ad ogni modo Mancini è essenziale per la Roma. E la sua posizione naturale deve essere quella vicino a Smalling. Uno deve essere accanto all’altro. Un maestro che corregge l’allievo nei momenti duri e un allievo che rende migliore la prontezza del suo insegnante e più elastico il suo pensare. Separarli ormai diventa complesso. Uno anticipa, l’altro recupera; uno imposta, l’altro difende con più solerzia; entrambi, se si proiettano in avanti sulle palle inattive, costringono gli avversari a mostrare alle tv gli sguardi pietosi e le urla imploranti di chi non sa come diamine deve reagire. Un malinconico addio va a Manolas che abbiamo lasciato il 30 di giugno alla ricerca di trofei e che ora ha trovato al massimo un record di multe e un dubbioso, ma severo sguardo può posarsi su di lui, sul suo Napoli vincente e su alcuni tifosi giallorossi in preda alle isterie collettive per l’assenza di un campione che chiedeva gli aumenti in presenza di 50 gol subiti a stagione dalla difesa da lui diretta nei suoi 5 anni passati a Roma.   

 

 

di Federico Cavallari

Redazione

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