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22 Settembre 2019 Autore  

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

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E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Lamberto Rinaldi

Classe 1994, Roma, cantastorie calcistiche per ilCatenaccio, menestrello sulla rivista Il Nuovo e Stampa Critica o, per dirla in maniera più autorevole e un sacco fica, giornalista freelance. Un glorioso passato da spazzatore-falciatore per i campi della Terza Categoria viterbese, terminato anzitempo per ovvie incomprensioni con il sistema calcistico italiano. Una triennale in Lettere e una magistrale in Ingegneria Letteraria, nome artistico di Filologia Moderna, a La Sapienza di Roma. Conduce la trasmissione Super Santos sulle frequenze di Active Web Radio.
Andare, guardare, cercare di capire, raccontare. Letteratura e sport, calcio e As Roma. Ha fatto anche cose buone.
 
 
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