Tornare a parlare di calcio
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18 Giugno 2019 Autore  

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Daniele Furii

Nato l’ultimo giorno d’estate del 1995, anno in cui i tifosi italiani di calcio scoprivano Francesco Totti e Javier Zanetti. Laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato di tantissime cose, forse troppe. Tra queste c’è lo sport, di cui ogni tanto scrive.
 

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