Vado in Curva Sud, mà
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30 Gennaio 2020 Autore  

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillano gli occhi. Gli stessi occhi di quel bambino con i capelli biondi, a caschetto, e la maglia Barilla. Gli stessi occhi miei, tuoi, nostri. Lo sapevamo ieri, oggi ne siamo convinti ancora di più.

La domenica del derby Capitan Futuro era allo stadio, insieme a Valerio Mastandrea. Magari era seduto proprio vicino a te. Lo hanno provato video e foto, circolati sui social e diventati subito virali. Trucco, parrucca, naso finto e via a sostenere la sua squadra. "Non escludo che mi vedranno intrufolato sugli spalti con un panino e una birra a tifare i miei amici" aveva detto alla conferenza d'addio. Daniele De Rossi, quando parla della Roma, usa le stesse parole mie, tue, nostre. Di un tifoso qualunque. "Vado in Curva Sud, mà". Cinque parole che, per lo meno per chi scrive, sono un cazzotto emotivo e allo stesso tempo una carezza.

Perchè "vado in Curva Sud, mà" l'ho detto anche io, quando avevo quattordici anni e andavo allo stadio di nascosto. Papà non voleva e non doveva sapere, ma certe cose a mamma non si possono nascondere. Il cellulare senza WhatsApp, la sciarpetta nascosta dentro il motorino, le scuse più assurde. "Com'è stai senza voce?", "Ho preso freddo in giro". Gli anni della tessera del tifoso, dei cori contro Maroni sulle note di Furore, la voglia di stringersi un po'. L'ora e mezza di attesa prima del riscaldamento, birra e chipster per passare il tempo, l'odore acre dei fumogeni annusati per la prima volta.

"Vado in Curva Sud, mà", confessione e rifugio, sincerità e orgoglio. L'extraurbano fino a Piazzale Flaminio, poi il 2 fino a Piazza Mancini. La fila ai tornelli, gli occhi del bambino che guardano gli ultras, i gruppi, gli stendardi, le bandiere, le vetrate scavalcate. Le scalette e il cuore in gola. Le file di seggiolini volate ad ogni gol, gli abbracci agli sconosciuti, ai fratelli. Le lacrime e il sudore, ansia e corde vocali. L'attesa della domenica, le seghe a scuola per andare a prendere i biglietti o finire a Trigoria, i cori imparati a memoria dopo appena due minuti.

"Vado in Curva Sud, mà" e poi, verso le undici, "Sto tornando, mà". Perchè dall'altra parte del telefono, è sempre così, si sta in pensiero. Non solo per lo stadio, per la strada, per gli scontri. Si sta in pensiero soprattutto per la partita. E si soffre davanti a televideo, incollati a Quelli che il calcio o dietro una radio. "Vado in Curva Sud, mà" e magari accanto a mi trovo Daniele De Rossi, con una parrucca e un cappello per non farsi riconoscere. Magari trovo Francesco Totti, a sventolare con un ginocchio a pezzi. Magari trovo Francesco Rocca, zoppo de Roma al pari di Zaniolo, soffrire e piangere insieme a me davanti a una finale persa. Questo è il mio vanto che non potrai mai avere, queste sono le cose che "non puoi capire se non ci sei dentro". Questo è il friccicolio di quando ti arriva il messaggio giusto, quello che aspettavi da un po': "Giovedì tutti allo stadio. Ma non per loro, per noi". Anche, e soprattutto, in momenti così. Queste sono le sensazioni che può capire nessuno. Anzi, una persona sì.

La stessa che ogni volta che esci di casa per vedere la Roma ti dice, sicura, "dai che oggi vince". Anche se non sa la formazione e neanche l'avversario, poteva essere il Cittadella o il Real Madrid. Lei lo sa, oggi vince. E se dovesse andar male, e se dovessi far tardi, e se dovessi tornare a casa incazzato e arrabbiato e deluso e spento, sotto un piatto coperto ad arte, lascia mezza fettina panata avanzata dalla cena. Essere della Roma è anche questo. È quotidianità, è cibo (Gianni Mura paragonava Agostino Di Bartolomei all'odore del pane appena fatto al mattino), è famiglia. E Daniele ce lo ha ricordato in cinque parole. L'altro giorno, in un tema, un ragazzo ha scritto: "Il tifoso romanista è colui che non vince ma ci crede fino in fondo. Penso che le sconfitte più pesanti da sopportare siano state quelle di Manchester, con il Barcellona, con la Fiorentina. Però dopo tutto questo ci siamo saputi rialzare". E lo faremo anche domani, anche quando passeranno gli anni, cambieranno i giocatori e anche i presidenti. Ma noi saremo qua. Con un panino avanzato, sopra gli spalti o dietro a un tavolo.

"Vado in Curva Sud, mà". Mi passa a prende De Rossi.

Redazione

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