C’è ancora qualcuno che si stupisce?
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13 Dicembre 2018 Autore  

Premessa doverosa: questo sarà un articolo polemico. Ironico. Puntiglioso. Velenoso. Non siamo dell’umore adatto, ne tanto meno intendiamo uniformarci ai giudizi e alle etichette che quando vengono appiccicate sembrano impossibili da togliere via. Il bersaglio? Luciano Spalletti. E ci teniamo caldamente a precisare che le considerazioni taglienti che sgorgheranno da queste righe non sono frutto di un’antipatia personale quanto piuttosto da fatti che ci paiono oltremodo inattaccabili. Perchè Luciano Spalletti viene considerato un grande allenatore?

Leggendo così la domanda senza soffermarcisi sopra più di tanto, potrebbe sembrare a primo impatto una provocazione bella buona, uno sfottò da curvaiolo radicato. Non è assolutamente così. A 2 giorni dalla inaspettata eliminazione dell’Inter dalla Champions, con conseguente scivolamento nella più modesta Europa League, molti tra gli addetti ai lavori si interrogano meravigliati sui perché di cotanto risultato nefasto. Noi, con sorriso maligno e beffardo, conosciamo intimamente la risposta: Luciano Spalletti non è mai stato un grande allenatore. Non serve l’ennesimo fallimento tecnico della sua modesta carriera per accorgersi che il tecnico di Certaldo ha fallito miseramente tutte le prove del nove che nei suoi lunghi anni di militanza panchinara gli si sono presentate davanti.

Sfide che non sempre hanno riguardato il raggiungimento dei risultati sportivi prefissati, ma anche la gestione di campioni ingombranti per carisma e personalità (un nome a caso: Totti). Aizzare le folle nelle conferenze, affrontare con sguardo truce e con risentimento troppe volte immotivato i giornalisti nelle conferenze non fa acquistare automaticamente lo status di allenatore top. Scappato dalla tumultuosa Roma e sbarcato nella fredda Milano, Spalletti ha avuto il grande merito di portare con se il suo lessico aulico e stordente in una realtà, quella interista, fiaccata da anni di vacche magre, con 0 trofei vinti e inesistenti qualificazione all’Europa di Serie A. Affascinati dalla sua carica emotiva e aiutato in questo anche da un suicidio collettivo dei dirimpettai laziali nella corsa Champions della scorsa stagione, l’ex Roma è riuscito a mascherare difetti cronici di gestione interna ed esterna dello spogliatoio. Ancorato ad un rigido 4-2-3-1 e condizionante nelle scelte di mercato dei nerazzurri. Da dove arriva l’ostinazione per Nainggolan, pacco dono gentilmente offerto dallo spagnolo Monchi? A cosa serve interrogarsi sulla sportività del Barcellona se poi ci si dimentica di preparare la propria di partita, quella decisiva col Psv? E pensare che in una situazione simile Spalletti ci si era già ritrovato nella sua seconda esperienza romana, incredibilmente eliminato nel 2016 dal Porto che rifilò un secco 3-0 alla sua Roma dopo l’1-1 in Portogallo. L’esperienza non ti ha insegnato nulla, caro Luciano?

A cosa serve avere una rosa di 25 giocatori se poi si sceglie deliberatamente di far giocare sempre gli stessi 11?

A cosa è servito mettersi contro una città intera per beghe personali col Capitano della squadra che stavi allenando?

Domande che rimarranno inevase, inascoltate, inespresse. Ci piacerebbe un giorno poterle fare al diretto interessato. Oggi, umilmente, le proponiamo ai nostri lettori, lasciandoli, forse, con una certezza: Luciano Spalletti non è un grande allenatore. C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Alberto Petrosilli

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