Don’t worry, be Allegri
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12 Aprile 2018 Autore  

Massimiliano Allegri è il miglior allenatore d’Europa. Il più bravo, il più scaltro, forse forse anche il più simpatico.

L’incipit parrebbe essere fuori luogo. “Ma come, lodi ad Allegri nel giorno della più cocente eliminazione europea della storia juventina”? Ebbene si. E’ proprio il doppio confronto con i bianchi di Spagna che incorona Max nel gotha del calcio mondiale. Se nello sport la banalità più gettonata è quella secondo cui ciò che conta maggiormente è il risultato finale, la rivoluzione culturale che “Acciughina” ha installato e sviluppato nelle teste di tutte le persone che compongono il mondo bianconero è qualcosa che va oltre la mera conta dei trofei e dei titoli personali.

Il primo anno che sono arrivato qui, c’era il terrore addirittura di non passare il girone”. Questo l’Allegri pensiero immediatamente dopo la sconfitta di Cardiff, sempre contro il Real, il 3 giugno dello scorso anno. Una frase, un inciso estrapolato fra i sorrisi (amari) e le lacrime (salate) dalla delusione cocente.

Ma forse anche una dichiarazione d’intenti che va doverosamente approfondita. Prologo: Max Allegri sbarca alla Juve nel luglio 2014, piomba all’improvviso in una Vinovo sconquassata dall’addio di Antonio Conte e soprattutto dalle sue dichiarazioni; “Si pretende di fare strada in Europa, ma con 10 euro non si mangia nei ristoranti da 100”. Terrore, paura, panico al solo pensiero di doverla affrontare, quella Coppa dalle grandi orecchie tanto ambita. E qui arriva il primo sussulto, il primo fremito d’eccitazione. “C’è chi da per morto questo gruppo, io penso che si possa arrivare in finale”.

Il resto è storia nota, nei giocatori juventini scatta quel necessario clic mentale che li porta a giocare 2 finali negli ultimi 3 anni, fino al contestatissimo quarto di finale di ieri sera. Davanti ancora il Real, ancora la cornice del Bernabeu che 3 anni prima aveva visto festeggiare Max e la sua truppa per l’approdo alla finale di Berlino. “Siamo leoni feriti, ma non siamo ancora morti”. L’ironia, la calma. Che spesso è la virtù dei forti. In un calcio che va ormai a mille allora, ciò che colpisce di questo uomo, di questo esile livornese, di questo guascone prestato al mondo del calcio, non è tanto la gestione del gruppo o le vittorie in serie, ma la straordinaria capacità di ricordare a tutti quello che il calcio effettivamente è: un gioco. Il gioco più bello del mondo. Scevro da pressioni di alcun genere, Massimiliano Allegri approccia al calcio come un bimbo quando scopre per la prima volta il gusto dolce di una caramella o quando incespica provando a muovere i primi passi: con gioia. Con esaltazione. Quell’esaltazione contagiosa che lo ha portato, lui e suoi ragazzi, a banchettare allegramente al tavolo delle grandi d’Europa con un portafoglio sguarnito dei contanti necessari ma pieno di semplicità e pacatezza. Il calcio è una cosa semplice. Un mantra, un atto di fede, un concetto spiattellato in faccia ai teorici del calcio totale e a quelli fissati con gli schemi da imparare a memoria. “Non mi parlate di schemi, quello è basket”.

Chiaro, semplice, limpido. Oggi Max Allegri è fuori dalla Champion’s. “Ho detto a Sergio Ramos che più che claro quel rigore era un po' grigio”. Sarcasmo elevato all’ennesima potenza, anche quando ci sarebbe da piangere. Oggi Max Allegri sa che l’1-3 preso all’ultimo respiro e la conseguente eliminazione fanno male. Malissimo. Ma oggi Max Allegri si alzerà, guarderà i suoi ragazzi e dirà che c’è da battere la Sampdoria, con calma, senza fretta, divertendosi. Perchè quella coppa la inseguirà l’anno prossimo. Perchè il calcio è un gioco e Massimiliano Allegri da Livorno è il miglior allenatore d’Europa.

Alberto Petrosilli

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