I dolori del giovane Gigio
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11 Maggio 2018 Autore  

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

Alberto Petrosilli

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