L'importanza di chiamarsi Patrick
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07 Gennaio 2018 Autore  

E’ il minuto 104 di Milan-Inter, derby della Madonnina e quarto di finale di Coppa Italia in gara secca. Chi vince va in semifinale. Chi passa tiene accesa la speranza, l’Inter di rivincere qualcosa a distanza di quasi 7 anni, il Milan di raddrizzare una stagione sciagurata nata sotto ben altre aspettative. I primi 90 minuti, tesissimi, sembrano aver già designato l’eroe della sfida: Antonio Donnarumma, terzo portiere più pagato al mondo e odiato dalla frangia più calda del tifo rossonero per le note vicende estive. Ma questa è un’altra storia. Antonio Donnarumma, dicevamo: titolare per caso a causa degli infortuni del fratello Gigio e del secondo portiere Storari, miracolato dal VAR che gli cancella una mezza papera sul goal di Perisic e salvifico sul portoghese Joao Mario al quarto d’ora della ripresa. Nei pensieri dei tanti tifosi milanisti, allo stadio o davanti alla tv, si prefigura lo scenario più logico conseguente all’andamento della sfida: altre parate nei supplementari, rigori, il “parassita” Donnarumma ne para un paio, vittoria, Osanna, peana e redenzione sportiva. Amen, fine.

E invece no, questo riscatto morale non s’ha da fare. Perchè mentre il prode Antonio intraprendeva il sentiero della redenzione collezionando miracoli, al 70° della ripresa Gennaro Gattuso aveva mandato in campo, al posto dell’infortunato e fin lì deludente Kalinic, Patrick Cutrone, giovane di belle speranze che da 3 mesi infiammava la curva sud del Diavolo. Emerso anche lui quasi per caso dallo sfarzo di una campagna acquisti da 200 e passa milioni e con la semplicità di essere stato pagato “solo” 1500 euro (Bianchessi dixit), aveva attirato le simpatie dei supporters rossoneri. Vuoi per la fame, vuoi per la grinta, vuoi per la giovane età. O vuoi semplicemente perché una tifoseria demoralizzata si aggrappa all’unico barlume di speranza. E a nemmeno 20 anni, cosa chiedere di più?

Ma la vita, e il calcio che troppo spesso ne è dannatamente metafora, a volte ti offre la possibilità di svoltare, di non accontentarti del tuo piccolo, anche se prolifico, orticello. E al minuto 104 del derby l’occasione per Patrick ha i piedi delicati dello spagnolo Suso, inesauribile mancino dalla classe cristallina. L’occasione è quella palla in profondità a scavalcare Skriniar, e Cutrone è lì, pronto all’appuntamento: taglio alle spalle di Ranocchia, attacco alla palla e alla porta, interno destro, goal.

Patrick è Storia. Patrick è un Simbolo, Patrick, un predestinato.

Perchè nella vita è importante chiamarsi Ernesto o provare a riscattarsi come Antonio, ma a volte ha più importanza chiamarsi Patrick. Soprattutto in un derby. Soprattutto al minuto 104.

Alberto Petrosilli

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