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Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

"Io non sono uno scienziato e nemmeno un professore, ho un'idea di calcio e voglio portarla avanti". Se dici Mauro Bencivenga, a Roma e dintorni, dici calcio giovanile. Tra le sue mani sono passati generazioni di talenti, tra Formello e Trigoria. Le mani di un allenatore, in questi casi, sono un po' come quelle di un artigiano, di uno scultore. Devono saper modellare quello che toccano. Mister Bencivenga, oggi responsabile del settore giovanile e della scuola calcio della Lupa Roma, ha quelle mani. E ci parla, in questa intervista esclusiva per ilCatenaccio, del mondo del calcio giovanile, del mestiere dell'allenatore e dei suoi anni da tecnico a Trigoria. 

 

Mister, De Rossi parla di lei come dell’allenatore che gli ha cambiato e trovato ruolo. Che qualità ha visto in lui?

Io allenavo gli Allievi lui invece veniva dalle categorie inferiori, dai Giovanissimi. Non aveva un ruolo ben definito, giocava punta, esterno. Aveva un bel piede ma io non lo facevo giocare. Un allenatore però, soprattutto nelle giovanili, deve avere la capacità di modellare i suoi ragazzi così lo spostai davanti la difesa. Mi colpirono subito il carattere e la grinta, nonostante non lo vedessi infatti continuò sempre ad allenarsi con grande voglia. Mi pare che sia rimasto uguale.

Cosa e chi ricorda di quel gruppo di ragazzi?

Tutti, li ricordo tutti con grande piacere. Non ero semplicemente il loro allenatore, cercavo di essere un educatore. Ho fatto sempre calcio con sentimenti e valori. E quando vedi che tutta la passione che gli hai dato ti torna indietro, allora significa che hai fatto bene. Li sento ancora oggi, chi per un messaggio, chi per gli auguri, chi per un caffè. Anche con Daniele così, ogni tanto lo bacchetto (ride ndr). Alberto è il suo papà, io sono stato anche vice papà sul campo. Abbiamo raggiunto traguardi importanti, grazie soprattutto a Bruno Conti e al suo lavoro. Era un settore stupendo, abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato. Io mi sono sempre messo in discussione, sono andato avanti con merito, senza agganci, amicizie o raccomandazioni. Ricordo ancora quando ho conosciuto Bruno: era il campionato Esordienti, io allenavo la Lazio e lui la Roma. Ci siamo scontrati in campo, ci siamo conosciuti e qualche anno dopo ero a Trigoria. Insieme a De Rossi c’erano Bovo, Lanzaro, Ferri, Biasi, D’Agostino. Ma anche quelli che non hanno sfondato, ragazzi forti come Sansovini, Morini, Rizzi. E mi dispiace non citarli tutti ma li porto dentro al cuore.

Daniele De Rossi, quarto da sinistra in basso, ai tempi dell'Ostia Mare

Quanto è stato importante Bruno Conti per le giovanili della Roma?

Mamma mia, era determinante. Mi dispiace ora sia un po’ in disparte. Aveva creato una famiglia. Ci vedevamo tutti insieme per programmare, studiare, migliorare insieme, con Ugolotti, Sella. Mi ricordo con Ezio ci vedevamo sempre prima di ogni allenamento per riflettere insieme, eravamo alla costante ricerca del miglioramento. Quello dell’allenatore non è un mestiere, è una vocazione.

L’Italia è molto indietro rispetto agli altri settori giovanili?

Non molto, secondo me, ma è palese che ci sia qualcosa che non va. C’è una politica sbagliata, troppi interessi economici, poca meritocrazia. Invece di programmare si preferisce acquistare. Si va all’estero, si comprano giocatori pronti, utili subito. Ma non ha senso e così non si cresce.

Prima ha detto, “abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato”. In Italia si pensa più a vincere che a creare?

Io combatto tutti i giorni contro il culto del risultato. Da responsabile della Lupa Roma, con Di Michele, un altro che ho cresciuto io e che mi sta ridando quanto io ho dato a lui, cerchiamo di cambiare innanzitutto questo. L’allenatore lascia un segno tecnico, ma se è bravo lo lascia anche umano. Io mi sento cultore del calcio, del bello. Ha ragione De Gregori, un giocatore lo vedi dal coraggio e dalla fantasia.

Qual è la soluzione?

Capire che, a questi livelli, perdere non è un problema. Altrimenti come si cresce? Se al bambino insegni la paura, il pericolo, saranno sempre frenati. Il risultato nella scuola calcio è sbagliato. Io non sono uno scienziato, non sono un professore. Sono nato così, da grandi maestri, e voglio portare avanti la mia idea di calcio. Ho avuto il piacere di confrontarmi con grandissimi allenatori. Persino con Pep Guardiola, quando era alla Roma. Ma le vedete le squadre di Guardiola? Non fermatevi ai grandi giocatori, guardate le idee e la cultura.

È un problema culturale quindi, ma come si può cambiare la cultura sportiva di un’intera nazione?

I progetti si costruiscono con gli esempi. Guardati intorno, tutti isterici, tutti stressati, tutti che urlano. Vedo genitori che si arrabbiano perché il figlio non gioca, perché non hanno vinto. Questo mi fa male. In Italia devono cambiare le cose ed è possibile solo con persone belle, intelligenti, competenti.

Damiano Tommasi con la maglia della Roma

Si riferisce alla Federazione?

Penso alla FIGC e penso subito a Damiano Tommasi. E lo dico non solo perché lo conosco, ma perché so che è una ricchezza per il nostro calcio. E con lui Simone Perrotta, Demetrio Albertini. Gente che conosce questo sport.

Lei ha allenato anche all’estero, Albania e Cina, che impressione le ha fatto il calcio asiatico?

Veramente buona, stanno programmando seriamene. Sono andato ad un college vicino Pechino e ho visto allenatori preparati e anche individualità discrete. Ero stato anche in Giappone, a Tokyo, con Bruno Conti. Certo, i grandi sono un po’ meno bravi.

Insomma, fuori dall’Italia c’è una strategia sportiva diversa.

Guarda la Spagna, mi hanno raccontato delle riunioni tecniche che fanno gli allenatori delle giovanili del Real Madrid, del Barcellona. Ai bambini non gli chiedevano i gol, gli dicevano: “Tu non hai dribblato, tu non hai fatto il tunnel”. Gli insegnano a divertirsi, a vedere la partita come una festa, a scendere in campo con il sorriso. Gli insegnano coraggio e fantasia. Aveva proprio ragione De Gregori…

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