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Mentre guardavo la conferenza di De Rossi non riuscivo a trattenere le lacrime, ho avuto un flash di tutta la nostra storia insieme, gli allenamenti, le parole, le risate”. Quando Mauro Bencivenga parla del numero 16 della Roma le corde del cuore tremano, la voce quasi si spezza. “Forse sono romantico o forse è perché mi sto invecchiando”.

Daniele De Rossi parla di lui come di un secondo padre. Allenatore delle giovanili della Roma per più di 10 anni, una vita passata tra cinesini e palloni, tra giovani promesse e grandi giocatori, Bencivenga più che un mister è stato un artigiano, di uomini e calciatori.

E oggi che il “suo cavallo”, come Fabio Capello definì De Rossi, lascia la Roma, il mister riavvolge il nastro dei ricordi. E noi de ilCatenaccio abbiamo avuto il piacere di sentirlo raccontare.

 

 

Mister, quando c’è stata la scintilla? In che momento ha capito che De Rossi sarebbe diventato un grande giocatore?

Non c’è stato un momento preciso. Daniele è sempre andato per gradi, con miglioramenti graduali. Tra gli allievi e la primavera non giocava. Perché, guarda che non era un fuoriclasse eh. Io mi sforzavo a capire il ruolo che gli dovevo dare: giocava in attacco ma non andava bene, esterno neanche, allora lo inventai centrocampista. Quando giocavo in Serie B e in Serie C mi piaceva tantissimo il mediano basso, pensavo di metterlo in pratica quando sarei diventato allenatore.

Da qui nasce l’idea del cambio di ruolo?

L’ho portato davanti alla difesa, noi giocavamo con il 3-5-2, volevo un vertice basso, che giocasse soprattutto in orizzontale, a formare un triangolo con gli altri due centrali, di destra e di sinistra, sia per far partire il gioco che per aiutare la retroguardia. Dopo il cambio di ruolo, ha iniziato a giocare sempre meglio.

roma primavera
La Roma Primavera del 2000-2001, con mister Bencivenga in prima fila e dietro di lui Daniele De Rossi. Foto Stefano Martines

 

Lo spirito da leader si vedeva già?

No, secondo me no. È nato dopo, quando è diventato mediano è diventato leader. Come è successo a me, quando ero centrale difensivo e, dovendo guidare la linea, divenni leader. E poi come in tutte le cose la vita ti modella col tempo, ti riempie, ti fa crescere. E guarda come è cresciuto. Ha fatto una carriera incredibile: campione del mondo, tutti quei gol in nazionali. Se ripenso agli allenamenti fatti con me, le risate, le parole…

Che tipo di rapporto c’era con il giovane De Rossi?

Gliene dicevo di tutti i colori, mi arrabbiavo tantissimo. Lo facevo con tutti ma con lui di più, me lo potevo permettere, perché ero amico con Alberto, che allenava le categorie dei più piccoli. Un giorno gli dissi delle cose bruttissime. Così, anni dopo, ci ripensai e mi venne l’istinto di mandargli un messaggio: “Daniè, io ti chiedo scusa, ho ripensato a quello che ti avevo detto quel giorno al campo…”. E lui mi ha risposto: “A mister, ma che stai a scherzà?! Se non era per lei io manco all'Ostia Mare potevo giocà..". Daniele era un tipo gioviale, gli dicevo le peggio cose e non se la prendeva mai, stava sempre col sorriso.

bencivenga 2Un giovanissimo De Rossi, ai tempi dell'Ostia Mare, in prima fila

Lo stesso sorriso che abbiamo visto anche durante la conferenza d’addio a Trigoria. Che impressione le ha fatto?

L’ho vista insieme a mia figlia e, sarà che sto invecchiando, non riuscivo a trattenere le lacrime. Ho avuto un flash: tutta la mia storia con lui, i tre anni insieme. Ad un certo punto non ce la facevo più. Lui è stato di una freddezza unica, bravissimo nella comunicazione, era glaciale. Era bello, ma mi ha messo anche paura: io, al posto suo, sarei crollato.

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Il vulcano Bencivenga, a sinistra

E il mister Mauro Bencivenga, che allenatore era?

Io volevo che tutti i miei ragazzi primeggiassero, senza distinzioni. Mi fermavo tre, quattro ore dopo gli allenamenti, con il buio, quando andava via anche Bruno Conti. Io dicevo sempre a tutti i miei giovani: "Sogno di venire all'Olimpico, un giorno, mettermi seduto e vedere davanti a me uno di voi". E questo sogno con De Rossi si è avverato. E con lui Blasi, De Vezze, Ferri, Bovo, anche chi ha fatto la Serie B, Sansovini, Martinetti. Il fine settimana, davanti a La Domenica Sportiva a guardare i miei ragazzi ero come un bambino con il lecca lecca in mano davanti ai cartoni animati. Furono 12 anni di Roma, intensi, bellissimi.

 

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Poi Fabio Capello la vuole collaboratore tecnico, nel 1999, per la Roma dei grandi.

I giocatori di prima squadra mi guardavano con occhi diversi, dicevano "Guarda Mauro, che persona calma, non parla quasi mai". Da allenatore invece lanciavo certi strilli che un giorno Mazzone mi mandò a chiamare, per farmi abbassare la voce. Sono stato sempre un vulcano. I giocatori allora non ci credevano, e De Rossi gli diceva: "Voi non avete conosciuto il vero Mauro Bencivenga". C'era Leandro Cufrè che mi guardava con gli occhi sbarrati, D’Agostino gli aveva messo paura su di me. Mi piaceva lavorare sul campo, mettere i cinesini, preparare l'allenamento. Un giorno andavo al campo con la sacca dei palloni dietro la schiena, passa Daniele e mi fa: "Mister glieli posso porta’ io sti palloni?".

capello
Fabio Capello fece esordire De Rossi in Champions League il 30 Ottobre 2011, contro l'Anderlecht

Che rapporto aveva con Don Fabio?

Io parlavo sempre bene dei giovani cresciuti nel vivaio, e allora Capello mi sfotteva sempre: "Sono bravi solo i tuoi eh". Così un giovedì, Capello arriva, con quel suo sorriso sornione, e mi fa: "Domenica ti faccio esordire da titolare il tuo cavallo". Era il 10 maggio 2003, quando esordì anche Aquilani.

 

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E adesso, dopo una vita alla Roma, il numero 16 non smetterà di giocare. Che consiglio si sente di dare a De Rossi?

Ci ho parlato, un po’ di tempo fa, e lui mi diceva: “Mister, voglio giocare un altro anno”. Allora gli ho risposto: “Se lo fai, devi farlo con dignità, se stai bene fisicamente. Sapendo di dover triplicare il lavoro”. Erano le stesse cose che mi diceva Mario Facco, mio allenatore a Frosinone, giocatore della Lazio di Maestrelli. Io ero pigro nella parte atletica e allora il mister mi diceva: “Mauro, sei vecchio, quindi devi lavorare di più”. Le stesse cose che ho detto a De Rossi.

 

Lo vede più allenatore o più dirigente?

Te lo dico con sincerità, non ho nessuna certezza. Certo a sentirlo parlare l'altro giorno, così bello, così freddo, me lo sono immaginato dirigente. Ma anche da allenatore lo vedo bene, ha giocato tutta la carriera in un ruolo di comando, di controllo, che aiuta alla panchina. Di certo ha il carattere per fare l'allenatore, perché quando si fissa un obiettivo lo raggiunge.

 

 

A cura di 

Daniele Furii

Lamberto Rinaldi

Con gli occhi di Daniele De Rossi

7 novembre 2010. La Roma vince il derby con i gol di Borriello e Vucinic. Me lo ricordo bene quel tuo faccione, aggrappato al cancello della Sud. Quei tuoi occhi azzurri, belli, cattivi, felici. Daniele De Rossi, quella sera, era un vessillo piantato ai piedi del suo cuore. Una bandiera fatta di carne e ossa che sventolava tra bandiere fatte di stoffa, di giallo e di rosso.

Ce l’ho stampato in testa quel tuo faccione romano, romanista. Quei tuoi occhi pazzi di gioia. E il tuo daje, il tuo urlo, mi arrivava in faccia. Come un vento forte che ti spettina ma ti rinfresca. Come il vento che soffia sul mare di Ostia.

Di Francesco Totti mi sono perso almeno quattro anni. Di Daniele De Rossi non ho saltato niente. Ricordo tutto e ho paura a dimenticare qualcosa. Sono geloso.

Ricordo quella rete al Chievo, ad esempio. A un passo dal possibile, a un passo da te. De Rossi che non segnava da fuori area da un sacco di tempo. Sbam. Gol. Il sogno accarezzato per quaranta minuti. Perché quello scudetto, la Roma, se lo sarebbe meritato tutto. Io me lo sarei meritato tutto, tu te lo saresti meritato tutto. Noi ce lo saremmo meritato tutto. E così anche De Rossi, che è come me, come noi.

Mi sono accorto di aver cambiato nel corso degli anni il rapporto con il numero 16. Perché come le cose che ami di più, che senti più tue, le dai per scontate. Ti sembra abitudine, e invece è tutto. Le lasci lì all’angolo, sicuro che ci saranno sempre. Invece ti svegli una mattina di maggio, che sembra novembre, e non le trovi più. Trovatemi uno che parlava della Roma nella sua maniera: “Ringrazio di essere romanista anche dopo i 7 a 1”. Trovatemi uno che la baciava come faceva lui, che sia la maglia, il parastinchi, lo scarpino, il cielo, la curva, la palla. Trovatemi uno che la guardava così. Guardate gli occhi di De Rossi, non sono quelli dei romani, sono quelli delle statue etrusche: sembrano guardare l’infinito. “Ho imparato ad amare la Roma dai tifosi, guardando i tifosi”.

Daniele De Rossi quando guardava la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillavano gli occhi, che erano gli stessi di quel bambino con la maglia Barilla, usava gli occhi miei, tuoi, nostri. Gli occhi di chi ogni anno sogna di vincere qualcosa, gli occhi di chi ieri era piccolo e oggi è grande, come lui, gli occhi dell’amore, della speranza, gli occhi di chi nonostante tutto, nonostante i Liverpool e il Lecce, nonostante il Manchester United e la Fiorentina, restano al loro posto, sempre e per sempre. Gli occhi di Roma.

Anche oggi quegli occhi brillano, anzi luccicano di lacrime. “Non li posso guardà sennò scoppio” ha detto il Capitano riferendosi alla sua squadra. Come me, come te, come noi. E quel 26 maggio, (sì, proprio 26 maggio) quel Roma Parma, (sì, proprio Roma Parma) non sarà facile.

E se questa mattina di maggio fa più freddo non è colpa solo del clima. È che ci siamo svegliati tutti più vuoti, tutti più soli. Proprio come Daniele, che il prossimo anno giocherà con un’altra squadra. E li guarderai insieme e non potrai farci niente. Non puoi farci niente. Perché in fondo De Rossi è la Roma, è come me, è come te, è come noi. “Ci siamo scelti a vicenda”. Ci siamo amati, ci siamo voluti, ci siamo baciati. Abbiamo vissuto la Roma nello stesso modo e questo vale più di ogni altra cosa, più di ogni altro Scudetto, più di ogni altro trofeo.

Ho urlato con De Rossi, ho pianto con De Rossi. Ho guardato la Roma con gli occhi di De Rossi e De Rossi ha guardato la Roma con gli occhi miei, con gli occhi tuoi, con gli occhi nostri. E non c’è vittoria più grande.  

 

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Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

"Io non sono uno scienziato e nemmeno un professore, ho un'idea di calcio e voglio portarla avanti". Se dici Mauro Bencivenga, a Roma e dintorni, dici calcio giovanile. Tra le sue mani sono passati generazioni di talenti, tra Formello e Trigoria. Le mani di un allenatore, in questi casi, sono un po' come quelle di un artigiano, di uno scultore. Devono saper modellare quello che toccano. Mister Bencivenga, oggi responsabile del settore giovanile e della scuola calcio della Lupa Roma, ha quelle mani. E ci parla, in questa intervista esclusiva per ilCatenaccio, del mondo del calcio giovanile, del mestiere dell'allenatore e dei suoi anni da tecnico a Trigoria. 

 

Mister, De Rossi parla di lei come dell’allenatore che gli ha cambiato e trovato ruolo. Che qualità ha visto in lui?

Io allenavo gli Allievi lui invece veniva dalle categorie inferiori, dai Giovanissimi. Non aveva un ruolo ben definito, giocava punta, esterno. Aveva un bel piede ma io non lo facevo giocare. Un allenatore però, soprattutto nelle giovanili, deve avere la capacità di modellare i suoi ragazzi così lo spostai davanti la difesa. Mi colpirono subito il carattere e la grinta, nonostante non lo vedessi infatti continuò sempre ad allenarsi con grande voglia. Mi pare che sia rimasto uguale.

Cosa e chi ricorda di quel gruppo di ragazzi?

Tutti, li ricordo tutti con grande piacere. Non ero semplicemente il loro allenatore, cercavo di essere un educatore. Ho fatto sempre calcio con sentimenti e valori. E quando vedi che tutta la passione che gli hai dato ti torna indietro, allora significa che hai fatto bene. Li sento ancora oggi, chi per un messaggio, chi per gli auguri, chi per un caffè. Anche con Daniele così, ogni tanto lo bacchetto (ride ndr). Alberto è il suo papà, io sono stato anche vice papà sul campo. Abbiamo raggiunto traguardi importanti, grazie soprattutto a Bruno Conti e al suo lavoro. Era un settore stupendo, abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato. Io mi sono sempre messo in discussione, sono andato avanti con merito, senza agganci, amicizie o raccomandazioni. Ricordo ancora quando ho conosciuto Bruno: era il campionato Esordienti, io allenavo la Lazio e lui la Roma. Ci siamo scontrati in campo, ci siamo conosciuti e qualche anno dopo ero a Trigoria. Insieme a De Rossi c’erano Bovo, Lanzaro, Ferri, Biasi, D’Agostino. Ma anche quelli che non hanno sfondato, ragazzi forti come Sansovini, Morini, Rizzi. E mi dispiace non citarli tutti ma li porto dentro al cuore.

Daniele De Rossi, quarto da sinistra in basso, ai tempi dell'Ostia Mare

Quanto è stato importante Bruno Conti per le giovanili della Roma?

Mamma mia, era determinante. Mi dispiace ora sia un po’ in disparte. Aveva creato una famiglia. Ci vedevamo tutti insieme per programmare, studiare, migliorare insieme, con Ugolotti, Sella. Mi ricordo con Ezio ci vedevamo sempre prima di ogni allenamento per riflettere insieme, eravamo alla costante ricerca del miglioramento. Quello dell’allenatore non è un mestiere, è una vocazione.

L’Italia è molto indietro rispetto agli altri settori giovanili?

Non molto, secondo me, ma è palese che ci sia qualcosa che non va. C’è una politica sbagliata, troppi interessi economici, poca meritocrazia. Invece di programmare si preferisce acquistare. Si va all’estero, si comprano giocatori pronti, utili subito. Ma non ha senso e così non si cresce.

Prima ha detto, “abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato”. In Italia si pensa più a vincere che a creare?

Io combatto tutti i giorni contro il culto del risultato. Da responsabile della Lupa Roma, con Di Michele, un altro che ho cresciuto io e che mi sta ridando quanto io ho dato a lui, cerchiamo di cambiare innanzitutto questo. L’allenatore lascia un segno tecnico, ma se è bravo lo lascia anche umano. Io mi sento cultore del calcio, del bello. Ha ragione De Gregori, un giocatore lo vedi dal coraggio e dalla fantasia.

Qual è la soluzione?

Capire che, a questi livelli, perdere non è un problema. Altrimenti come si cresce? Se al bambino insegni la paura, il pericolo, saranno sempre frenati. Il risultato nella scuola calcio è sbagliato. Io non sono uno scienziato, non sono un professore. Sono nato così, da grandi maestri, e voglio portare avanti la mia idea di calcio. Ho avuto il piacere di confrontarmi con grandissimi allenatori. Persino con Pep Guardiola, quando era alla Roma. Ma le vedete le squadre di Guardiola? Non fermatevi ai grandi giocatori, guardate le idee e la cultura.

È un problema culturale quindi, ma come si può cambiare la cultura sportiva di un’intera nazione?

I progetti si costruiscono con gli esempi. Guardati intorno, tutti isterici, tutti stressati, tutti che urlano. Vedo genitori che si arrabbiano perché il figlio non gioca, perché non hanno vinto. Questo mi fa male. In Italia devono cambiare le cose ed è possibile solo con persone belle, intelligenti, competenti.

Damiano Tommasi con la maglia della Roma

Si riferisce alla Federazione?

Penso alla FIGC e penso subito a Damiano Tommasi. E lo dico non solo perché lo conosco, ma perché so che è una ricchezza per il nostro calcio. E con lui Simone Perrotta, Demetrio Albertini. Gente che conosce questo sport.

Lei ha allenato anche all’estero, Albania e Cina, che impressione le ha fatto il calcio asiatico?

Veramente buona, stanno programmando seriamene. Sono andato ad un college vicino Pechino e ho visto allenatori preparati e anche individualità discrete. Ero stato anche in Giappone, a Tokyo, con Bruno Conti. Certo, i grandi sono un po’ meno bravi.

Insomma, fuori dall’Italia c’è una strategia sportiva diversa.

Guarda la Spagna, mi hanno raccontato delle riunioni tecniche che fanno gli allenatori delle giovanili del Real Madrid, del Barcellona. Ai bambini non gli chiedevano i gol, gli dicevano: “Tu non hai dribblato, tu non hai fatto il tunnel”. Gli insegnano a divertirsi, a vedere la partita come una festa, a scendere in campo con il sorriso. Gli insegnano coraggio e fantasia. Aveva proprio ragione De Gregori…

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