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Ripartire

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Notte di sogni, di coppe e di spettri

C'è uno spettro che si aggira su mezza Europa. È lo spettro di Antonio Conte. Lo si può sentire sussurrare nei bar di Milano, lo puoi ascoltare quasi urlare attraverso le radio della capitale.

Inter e Roma, Spalletti e Di Francesco, accomunati dal destino, dagli stessi fantasmi nell'armadio e dallo stesso, zoppicante, avvio di campionato. 4 punti per i nerazzurri, capaci di vincere solo contro il Bologna, perdere alla prima con il Sassuolo e all'ultima con il neopromosso Parma. Manovra zoppicante, gioco a tratti inesistente, giocatori chiave lontani dai loro standard normali. Brozovic e Perisic ancora devono tornare dai Mondiali che li hanno visti protagonisti con la Croazia, Handanovic si è subito esibito in una sequela imbarazzante di dubbi e incertezze tra i pali, Icardi è sempre più avulso dal gioco, Nainggolan deve ancora entrare in condizione. E Luciano Spalletti sembra non riuscire più a trasmettere idee e gioco ai suoi.

Con il Parma lo potevi vedere scrutare il vuoto davanti a sé, oppure passeggiare nervoso, fissando il basso, sul manto erboso di San Siro. Atteggiamenti e pose che conoscono bene a Roma, ma che appartengono al passato. Il presente è invece un allenatore, Eusebio Di Francesco, che continua a parlare del "mio calcio" in conferenza senza lasciarlo trasparire in campo e che ha raccolto finora 5 punti in campionato, frutto di una vittoria (fortunosa o fortemente voluta?) con il Torino e due rimonte, una eseguita contro l'Atalanta e l'altra subita contro il Chievo, entrambe in casa. E la Roma in campo sembra quella dell'inverno dell'anno scorso: confusa, isterica, priva di idee. Colpa della nuova, ennesima, rivoluzione estiva che ha portato via da Trigoria senatori e titolari? Colpa del tempo, componente necessaria per plasmare i nuovi e far apprendere il sistema di gioco?

Se è complicato trovare la causa dei problemi, facile è invece trovarne la soluzione: Antonio Conte. Licenziato dal Chelsea e pronto, anzi prontissimo, a calarsi in una nuova avventura.

Ma il calcio concede sempre una seconda possibilità per ripartire e scacciare i fantasmi. E in genere lo fa nel giro di qualche settimana, nei casi più fortunati di qualche giorno. Così quell'Inter irriconoscibile che cedeva sotto i colpi di Berardi e Dimarco si trasforma nell'Inter della garra charrua niente di meno che in Champions League, al suo ritorno contro il Tottenham, ribaltando in 5 minuti uno svantaggio che sembrava cristallizzato. E Icardi di colpo, da attaccante ai margini del gioco, ridiventa la punta rapace che tocca un pallone e lo butta in rete. E Nainggolan ritorna ninja, anche senza troppo appariscenti meriti. E Spalletti ritorna l'allenatore che tutti vorrebbero.

Via gli spettri, la nebbia, le nubi all'orizzonte. A Milano, almeno sulla sponda nerazzura, splende il sole stamattina. A Roma, o meglio a Madrid, mettono ancora pioggia. Ma ci vuole un attimo per ribaltare tutto. Per Di Francesco e i suoi basterebbe anche un punto, magari tre, certo una prestazione dignitosa contro il Real Madrid di Lopetegui e Asensio, orfano di Cristiano Ronaldo. Se sarà di nuovo estate o antipasto d'autunno lo sapremo dalle 20.45.

Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

Di Francesco, Pastore e il nuovo 4-te-3 (o 4-2-3-1)

Eusebio Di Francesco lancia il quattro-te-tre, nuovo modulo di riferimento della nuova AS Roma targata Javier Pastore. Passateci il neologismo e prendetelo con un sorriso. In passato è stato usato il termine "4-2-fantasia", utile forse a nascondere difficoltà tecniche e gestionali dell'allore allenatore Leonardo più che a dare un nome o una forma a un modulo; qualcuno ha abusato del concetto di falso nove, altri applicano interessanti distinzioni tra il 4-3-3 e il 4-3-2-1. Fra i milioni di luoghi comuni utilizzati quotidianamente per raccontare il nostro calcio vale la pena pescarne uno: non conta il modulo presente sulle distinte, ma il concetto di gioco. In riferimento al 4-3-3 di Eusebio Di Francesco, allenatore tacciato fino alla scorsa stagione di integralismo tattico (qualcuno ancora ne è convinto), siamo di fronte a una verità assoluta. Durante la scorsa stagione la Roma è spesso scesa in campo con un 4-3-3 "fluido", tale in realtà soltanto in partenza. Abbiamo visto i giocatori della Roma passare dalla difesa a 3 a quella a 5, abbiamo visto i centrocampisti disporsi sulla mediana a 3 e poco dopo a 2, lasciando la mezzala di turno l'onere e l'onore di andare a cercare la gloria personale. E' un fatto noto: la partita più esaltante e importante della scorsa stagione la Roma l'ha giocata e l'ha vinta giocando in un 3-4-2-1 (o 3-4-1-2, anche se Schick era più vicino a Dzeko che a Florenzi).

Sulla scia della scorsa stagione e degli ottimi risultati ottenuti grazie alle modifiche tattiche apportate da mr. Di Francesco, quest'anno la Roma per la prima stagione ha indossato un abito tutto nuovo: 4-2-3-1. Certo, qualcuno potrà dire: "ma come, da giorni non si parla d'altro se non delle difficoltà incontrate da Pastore nel ruolo di interno di centrocampo a tre"; certo, si può rispondere a questa osservazione, questo lo dice chi, probabilmente, la partita se l'è fatta raccontare. I più attenti hanno notato fin da subito, dalle prime azioni manovrate dal basso dalla Roma, come il "Flaco" scendesse spesso sulla linea di El Shaarawy e Under, alle spalle di Edin Dzeko. Spesso a vuoto, perché i centrocampisti e i terzini continuavano a giocare come da diktat DiFranceschiano: uscire con i triangoli terzino-interno-ala. E' successo spesso durante Torino-Roma, con Pastore a chiamare il pallone alle spalle del numero 9. Non è successo abbastanza spesso, sicuramente non quanto volesse il mister della Roma. Il calcio di Mazzarri permette pochi fronzoli agli avversari, soprattutto quando Belotti e compagni sono in fase difensiva. Centrocampo a 5 stretto e all'insegna della densità (e infatti la Roma ha perso contrasti e palloni), soprattutto dopo i primi minuti di gioco, con ogni probabilità applicando una contromisura alla nuova proposta della Roma. Prima di andare a studiare le nuove idee di Di Francesco, facciamo un tuffo nel nome del "nuovo" modulo. 

Il modulo di riferimento è ovviamente il 4-3-3, secondo molti allenatori e studiosi del calcio il modulo perfetto per coprire il campo nel miglior modo possibile e il miglior modulo per attaccare e difendere di concerto. L'unità di intenti, la partecipazione attiva alla manovra e attenzione sono termini chiave per questo tipo di calcio. In particolar modo se i giocatori si muovono agli ordini di Eusebio Di Francesco, il quale è noto per chiedere alla propria squadra di giocare corta, attenta alle distanze tra reparti e al tempo stesso di essere aggressiva in fase di non possesso. Pressing alto e offensivo: i primi difensori sono gli attaccanti, chiamati a disturbare e possibilmente intercettare la costruzione di gioco della difesa avversaria. Molti gol della scorsa stagione sono nati da questo pressing e lo stesso stava accadendo domenica pomeriggio, soprattutto quando nel secondo tempo De Rossi ha recuperato palla, l'ha data a Kluivert che dopo due dribbling e due tocchi ha messo in porta Pastore. Proprio di lui si parlava, Javier Pastore. L'argentino sarà l'uomo fondamentale della nuova Roma, secondo alcuni il giocatore che deciderà le sorti della stagione 2018/2019. Senza alcun dubbio il giocatore con più qualità in rosa, come ammesso dallo stesso Monchi. Qualità sconfinata, tanto da far venire voglia a Di Francesco di lavorare sul modulo di cui sopra: il 4-te-3. No, non si gioca in otto, semplicemente il focus è su Pastore, evidentemente chiamato a differenziare la propria prestazione da quella dei suoi numerosi e bravi compagni di reparto.

L'ex giocatore del PSG ha alle spalle numerose partite giocate da centrocampista, proprio nella squadra dei campioni di Francia. Ha giocato ala sinistra, trequartista e interno di centrocampo in una linea a tre. Negli anni scorsi ci ha giocato e lo ha fatto anche bene, potendo sfruttare le sue grandi qualità atletiche ma anche tecnica e visione di gioco. Ovviamente è stata una delle prime domande poste dai giornalisti sportivi della capitale: "Puoi giocare nel 4-3-3?", la domanda. "Ci ho già giocato, so farlo e ho già parlato con il mister", la risposta. Tutto chiaro, ma tutto risolto? No, ovviamente no. E questo fatto può stupire solo i meno attenti, perché chi segue la Roma da vicino e conosce un po' l'ambiente, sa benissimo come una volta individuato un argomento, difficilmente si potranno fornire prove e ragioni sufficienti per mettere tutti d'accordo. Una volta caduta la goccia, l'acqua comincia ad agitarsi e non c'è modo di farla calmare. Solo il tempo può farlo. Con grande fatica è stato così per il ruolo di Florenzi, per la caratura di Edin Dzeko, per il fatto che Fazio potesse giocare a quattro e via dicendo. Il nuovo tormentone è senza alcun dubbio il ruolo di Javier Pastore, "che non può giocare mezzala". Nonostante ci abbia già giocato, come detto, ma questo conta poco o nulla. Per carità, il dubbio è legittimo, ma come al solito a Roma le cose scappano sempre di mano. Soltanto il numero 27 potrà risolvere l'ennesimo problema insormontabile della piazza giallorossa. Come? Giocando, bene, anche se la prima gara ufficiale l'ha giocata in un altro ruolo, fondamentalmente il suo ruolo naturale. 

Ma andiamo a vedere nel dettaglio, così da poter fare chiarezza sul nuovo modulo della Roma. 

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(Immagine Opta, da ASRoma.com)

Pastore è praticamente alle spalle di Edin Dzeko, giocando così in posizione di trequartista. E' rimasto in campo quasi per l'intero match, quindi è un minutaggio discreto in cui andare a vedere la posizione media occupata in campo. E' sorprendente vedere questa immagine e lo è per diversi motivi. Il primo dei quali è senz'altro legato alle polemiche precedenti e successive al match di Torino: perché si parla delle sue difficoltà nel ruolo di interno se nella prima gara ufficiale non ha giocato lì? Sembrerebbe quasi si voglia fare polemica e non ci si voglia affidare ai dati reali. Ma sicuramente non è così, chi mai sarebbe interessato a voler creare una polemica senza reali motivazioni? Un altro dei motivi: la scorsa stagione la Roma non presentava quasi mai un giocatore con posizione media da trequartista, soprattutto non in un 4-2-3-1 chiaro ed evidente come quello di domenica. Roma 1-3 Inter, per esempio: le posizioni medie davano come risultato un 4-3-3 puro, con Strootman e Nainggolan larghi rispetto a De Rossi. Stessa cosa in Inter 1-1 Roma della scorsa stagione, gara di ritorno: Strootman playmaker, Pellegrini e Nainggolan più alti e più larghi. Se due indizi fanno una prova, figuriamoci tre: Roma 2-1 Lazio, derby di andata della scorsa stagione, anche qui il playmaker (De Rossi) in posizione bassa e centrale, i due interni più alti e larghi. Quest'anno la Roma si è presentata in maniera differente, con una modifica evidente al piano di gioco. 

E' chiaro, è troppo presto per aspettarsi che la difesa vada a cercare Pastore nella posizione di trequartista più che a cercare le solite catene esterne. La speranza è che questa domanda venga posta al mister, ma sarebbe interessante capire se questo 4-2-3-1 (o per giocare tra di noi 4-te-3) potrà essere schierato anche con Cristante al posto di Pastore o se invece senza l'argentino si tornerà al 4-3-3 fluido a cui ci siamo abituati. Tante polemiche sulla posizione di Nainggolan la scorsa stagione, ma mai il mister aveva deciso di cambiare in maniera così netta il modulo di gioco. Per il belga non valeva la pena, per Pastore sì, evidentemente, vista la sua grande qualità e la sua capacità di giocare a testa alta. Non v'è dubbio sul fatto che gli attaccanti potranno godere di filtranti e giocate sopraffine. Domenica non è mancata la quantità, tanto è vero che come sottolineato da "Il Romanista" questa mattina il 27 è il giocatore che ha corso più di tutti, bensì la qualità. E non può che essere un problema di lucidità. Sarebbe stato un problema se fossero mancate applicazione e attenzione agli schemi (mentre sono balzate agli occhi di tutti alcuni suoi ripiegamenti difensivi), ma fortunatamente è mancata "solo" la qualità e questo è soltanto un caso fortuito, vista la storia di Javier Pastore.

Nessuno rimarrebbe stupito se a fine stagione l'argentino risultasse essere uno dei più impiegati da Di Francesco, da qui la scelta del mister abruzzese di intervenire sugli schemi della squadra. Una volta che Pastore e i compagni saranno entrati in sintonia e saranno in grado di trovarsi sul campo nelle "nuove" posizioni e seguendo i nuovi compiti individuali, ne trarrà vantaggio l'intera squadra per i motivi che andiamo a spiegare. Più di ogni altro ne trarrà beneficio Edin Dzeko, ormai e finalmente eroe romanista, il quale avrà la possibilità di non dover giocare per forza spalle alla porta, perché in quella posizione ci sarà Pastore: il bosniaco potenzialmente potrebbe percorrere meno km e potrebbe dover svolgere meno lavoro per la squadra, concentrandosi così soltanto ad attaccare gli spazi e la porta. I due mediani (o tre, nel caso si giocasse a due punte, com'è avvenuto per qualche minuto contro il Torino dopo la sostituzione di El Shaarawy) dovranno recuperare il pallone sì, ma potranno lasciare l'onere di rifinire la giocata al 27 della Roma, chiamato quindi a giocare da numero 10. Questo è un punto da non sottovalutare, perché la scorsa stagione la Roma ha perso moltissime occasioni per andare a segnare proprio per la scarsa qualità mostrata dai centrocampisti nell'ultimo passaggio. La soluzione al problema sembrerebbe avere un nome e un cognome, quello di Javier Pastore. Posto che, fortunatamente per i tifosi della Roma, mister Di Francesco potrà contare sulla qualità di molti nuovi giocatori (vedi Justin Kluivert), ma questa è tutta un'altra storia. Ora non resta che vedere quale e che tipo di evoluzione avrà il nuovo modulo della Roma, già lunedì sera contro l'Atalanta. 

Un destro a destra

Sabato scorso, prima di Torino Roma, stavo preparando un pezzo sulla rosa dei giallorossi e sul suo calciomercato. Nomi e numeri, statistiche e formazioni. 12 acquisti, quasi 130 milioni spesi, terza in Europa per giro complessivo d’affari. Giovani, scommesse, calciatori esperti. Con un grande punto interrogativo: l’esterno destro d’attacco.

La lacuna che dura due anni, la richiesta fissa e ripetitiva di Di Francesco. Il mancino a destra. L’anno scorso doveva essere Mahrez, quest’anno il prescelto era Malcom. Trattative lunghe, estenuanti, assurde. Finite nella stessa maniera negativa. “Prenderemo un calciatore più forte del brasiliano” aveva assicurato Monchi, per poi virare su Nzonzi, su un’altra zona del campo e su altre problematiche.

E l’attacco? Scorrono in ripetizione i nomi di Bailey, di Suso, di Marlos, di Cornet. Alla fine niente. Non arriva nessuno.

Mercato incompleto, allenatore insoddisfatto, Roma meno forte.

Era questo il succo di un articolo che per fortuna non ho scritto. Perché domenica pomeriggio un diciannovenne venuto dall’Olanda ha spiegato a me, e a tutti, in appena venti minuti, quello che per un’estate intera non avevamo capito, quello che Monchi e Di Francesco ripetevano come un mantra e a noi sembrava una copertura. La Roma è forte, ampia e profonda. Con evidenti e, sempre uguali, difetti. Risolvibili.

Il gol, pazzesco, di Edin Dzeko arriva da un cross dalla destra, di destro, del nuovo esterno mancino. Una cosa talmente normale da diventare assurda. A destra si può giocare anche così, si può vincere anche così.

Cengiz Under ci aveva provato per oltre un’ora a puntare l’uomo, a rientrare sul sinistro, a pungere. Ma il Torino di Mazzarri era organizzato e composto, aveva previsto e arginato la tattica di Di Francesco, menando e immolandosi quando serviva. L’ingresso di Kluivert ha sballato tutti i calcoli e le geometrie. Ha iniziato a destra, poi con l’uscita di Pastore è stato dirottato sulla sinistra. Da lì, il talento ex Ajax si è andato a cercare il suo campo, il suo spazio vitale. Un doppio goniometro in mezzo al campo: prima la circumnavigazione dell’area di rigore, poi la parabola dal fondo fino al piede sinistro del Cigno di Sarajevo. Dribbling e freschezza, doppi passi e velocità. Nuove soluzioni tattiche, nuove frecce nella faretra romanista. Come sono stati gli ingressi di Cristante e Schick, come saranno gli inserimenti di Nzonzi e Marcano e i ritorni di Perotti e Pellegrini.

Magari senza Alisson e Nainggolan non è una Roma più forte, ma sicuramente è più completa. Ora spetta a Di Francesco plasmarla e ai suoi giocatori lasciarsi modellare. Per crescere insieme.

La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

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I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

Sputate in faccia a Gerson

Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso” era l’invito di un Guccini avvelenato. “Gerson deve giocare e prendere gli sputi in faccia” era il consiglio, più recente, di Luciano Spalletti. “Gerson deve velocizzare le giocate, muoversi di più senza palla, ma ci posso lavorare” ammetteva invece, l'estate scorsa, Eusebio Di Francesco. Perché se vendere o no non passava tra i rischi del cantautore emiliano, vincere o no è sicuramente un fatto determinante per la Roma e per il tecnico abruzzese.

E per vincere servono giocatori pronti, adatti, validi. Gerson ancora non lo è, non lo era nemmeno lo scorso anno, quando fu bocciato e salutato. Spedito al Lille, in un affare che tra i 5 milioni per il prestito e i 13 per il riscatto, avrebbe permesso alla Roma di rientrare completamente dell’investimento con cui l’aveva strappato, o perlomeno così si dice, al Barcellona e alla Juventus.

Avrebbe. Perché Gerson a Lille c’è stato il tempo di prenotare un volo per il ritorno. Troppo pochi i soldi che i francesi avevano offerto al calciatore, e soprattutto, al padre procuratore. Così il diciannovenne è tornato a Roma.

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Tra quella parentesi francese durata un giorno e oggi ci sono tanti giorni di silenzio, di allenamento e di sputi. Ci sono, soprattutto, 1.468 minuti disputati, e due gol fatti, di cui oltre mille con Eusebio Di Francesco. L’ex tecnico del Sassuolo, che aveva raccontato di averlo monitorato e seguito ai tempi neroverdi, l’ha utilizzato 1067 minuti in totale, tra Europa, campionato e Coppa Italia, andando praticamente a triplicare il minutaggio del brasiliano nella gestione Spalletti.

Certo, per gli amanti delle statistiche, un minuto di Gerson, al netto del costo del cartellino, è costato fin qui alla Roma oltre 10.000 €. Ma da quella partita da titolare allo Juventus Stadium, quando fu gettato nella mischia dal tecnico di Certaldo, un po’ mossa a sorpresa e un po’ ripicca verso la società, ad oggi sono molte le cose cambiate.

Innanzitutto c’è un allenatore che lo ha reintegrato nel gruppo, nelle rotazioni e nella sua idea tattica. C’è un Gerson nuovo, più umile forse, sicuramente più silenzioso e dedito al lavoro. Migliorato nel fisico e nella posizione, meno invece nella velocità d’esecuzione e di decisione. Poi ci sono anche le altre, solite, magagne. L’enigma del ruolo, innanzitutto: il brasiliano nell'ultima stagione è stato schierato sia da esterno destro (le sue due migliori partite sono proprio in questo ruolo, contro il Chelsea a Stamford Bridghe e contro la Fiorentina, quando mise a segno i suoi unici gol in giallorosso) ma anche da centrale di centrocampo o da intermedio destro. E' la sua occasione giusta, la piazza giusta, l'allenatore giusto. Dopo aver rifiutato l'Empoli di Andreazzoli e la corte della Sampdoria del suo mentore, Walter Sabatini: "Qualche segnale l’ha dato - racconta il DS blucerchiato - E' un giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario, si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: ‘Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?’".

Di diverso, però, c'è anche la squadra. Gerson vola a Firenze, l'unica città che ha visto i suoi gol, con la formula del prestito secco, senza diritto di riscatto. Una manovra tutta a favore della Roma, almeno sulla carta, che affida un suo giovane alle cure della provincia, pronta a riabbracciarlo, magari pronto e cresciuto, tra un anno. Il medico a cui si è rivolto Monchi è Stefano Pioli, che ha salutato l'approdo del brasiliano in viola dicendo: " Io lo vedo molto più da mezzala che da esterno". Mezzala come Benassi e Veretuout, ai lati di Badelj, oppure trequartista nel 4-3-1-2 / 4-3-2-1 visto fare dalla Fiorentina nelle ultime partite di campionato. 

Di sputi, insomma, ne deve prendere ancora.  E come recita la ricetta del calcio romantico, anche di calci in mezzo al campo, di freddo in panchina e pacche sulla spalla. Con la consapevolezza di avere piede e tempo. Soprattutto perchè, parafrasando il cantante dell’inizio, “a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”.

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Ognuno di noi ha avuto quell'amico che, nella settimana del derby (se non prima), inizia a mettere le mani avanti. "Siete più forti", "Vincete facile", "Siete troppo più in forma". Ciascuno di noi ha avuto, nella storia della propria squadra, quell'allenatore che parla della stracittadina come della "partita più importante dell'anno", o quel calciatore che sogna "un gol nel derby".

Le settimane che accompagnano al derby sono un coacervo di tattiche lessicali, di strategie comunicative. In termini meno aulici di mani avanti, pressappochismo e giri di parole.

Abbiamo provato a raccogliere i cinque grandi nuclei tematici dei derby di Roma: le cinque narrazioni, retoriche e topoi letterari che sono rifugio di ogni tifoso, allenatore, calciatore.

1. "Il derby è una storia a se"
Eusebio Di Francesco, presentandosi in conferenza stampa, ha risposto così a chi gli domandava su chi arrivasse meglio alla partita di questa sera: "Le situazioni del passato si annullano tutte in questa partita. Non conta nulla, il derby è una storia a sé".
Il suo collega laziale, Simone Inzaghi, non ha voluto essere da meno: "Ora si azzera tutto, mancano 7 gare: dovremo cercare d’interpretare la prima sfida di queste nel migliore dei modi."
Ma non è una cosa solo recente. Nel 2009, Sergio Floccari diceva: "Il derby azzera sempre tutto, sia per noi che per loro. Partiamo alla pari". Così come Luciano Spalletti, precisamente due anni fa: "Il derby annulla tutto quello che c'è intorno. Si parte entrambi da zero, il resto non conta. Quella è la partita che può azzerare tutte le difficoltà".

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2. "La squadra che sta peggio è favorita"
Che il derby sia una "storia a sè" e che "annulli tutte le differenze" è logica concausa di uno dei più grandi luoghi comuni della stracittadina. Chi sta peggio vince, ovvero chi ha più fame, che non sempre coincide con chi ha più bisogno.
"Sembra una frase fatta - ha detto Bernardo Corradi, vice commissario della Lega Serie A qualche giorno fa - ma sarà una partita a sè e solitamente la vince chi è messo peggio a livello di condizione". Disse la stessa cosa Ottavio Bianchi, intervistato da La Repubblica, prima del 26 maggio: "Di solito vince chi sta peggio, ma dato che è una finale, partita senza pronostico".

3. "Vale più di 3 punti"
Lotta scudetto, corsa Champions, accesso all'Europa, sfida salvezza. Il derby, si sa, vale più di tre punti. Lo ha ricordato Di Francesco: "Dovremo giocare con entusiasmo, con la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, rimettendo in campo la stessa determinazione, cattiveria agonistica e desiderio di vincere visti col Barcellona perché il derby per me vale più di tre punti". Parole attestate, nel marzo 2017, anche da Ruben Sosa: "Il derby vale più di una stagione".
Sarà per la carica mentale, la supremazia cittadina o quella social?

4. "Meglio perderlo che pareggiarlo"
Il punto più alto delle mani avanti si raggiunge però con la frase, da brividi: "No ma lo sai, io il derby preferirei perderlo che pareggiarlo". In genere, a dirlo, sono i sostenitori della squadra meno quotata, pronti a poter dire, in caso di ko: "Eh ma te l'avevo detto, meritavamo il pareggio ma alla fine meglio aver perso, i derby pareggiati sono brutti".
Ma perchè i derby in parità sono brutti? Perchè manca lo sfottò post gara, non c'è nessuno che supera l'avversario, si resta in un limbo di incertezza fino alla prossima sfida. Sarà d'accordo Di Francesco? Con un pareggio la sua Roma metterebbe in cassaforte gli scontri diretti.

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5. "Sogno un gol nel derby"
Infine i calciatori. Il gol nel derby è il massimo che si possa chiedere, pare, alla propria carriera. Si cerca, si sogna, ci si resta a attaccati e si scompare con lui. Chiedete a Cesar e ad Iturbe, a Mutarelli e a Yanga Mbiwa. "Sogno un gol alla Roma sotto la nord alla penultima giornata" diceva Cataldi, allora in forza alla Lazio. "Sogno un gol nel derby, è la cosa più importante per i laziali" dichiarò sicuro Djordjevic, dando poi effettivamente seguito alle sue parole, proprio come Diego Perotti, nell'aprile 2016: "Sogno di vincere con un mio gol".

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De Rossi Transformers

"Ho un unico rimpianto, quello di donare alla Roma una sola carriera". Non è solo la dichiarazione più famosa di Daniele De Rossi, uno che le parole sa usarle e dosarle abbastanza bene. E' soprattutto una delle dichiarazioni d'amore più belle e allo stesso tempo semplici che un calciatore possa fare alla sua squadra. La sua carriera, l'unica da donare ai colori giallorossi, si è mossa sempre sotto l'ottica della promessa, del domani, di quello che verrà. Il Capitan Futuro è oggi Capitan Presente, la fascia da capitano è passata sul suo braccio, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità e sentimentalismi.

Quello che ci proponiamo di fare è proprio non calcolare questi due ultimi fattori: il cuore e la testa. Niente romanticismo sulla romanità e niente approfondimenti psicologici su pugni o simulazioni. Un approccio tattico, sul campo, e fisico, sulla traformazione corporea oltre che di posizione del centrocampista (e non solo) Campione del Mondo. Per andare a vedere quante carriere, in una sola, ha regalato De Rossi alla sua squadra.

con Mauro Bencivenga| 14 anni, trequartista, mediano |

“Dove giocavo? Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento. La mia carriera è sbocciata con Mauro Bencivenga”

10 anni, Ostia Mare. Categoria Esordienti e poi Giovanissimi. Daniele è un ragazzo non particolarmente alto per la sua età, ma agile, veloce. E con un piede niente male. Gioca in attacco, senza avere una collocazione fissa. Punta, trequartista, esterno. "Giocare da attaccante mi ha aiutato molto, sia quando ti trovi in zona gol sia a livello tecnico-tattico: un attaccante non ha mai tantissimo tempo per giocare il pallone, ha sempre un difensore alle spalle. Mi ha aiutato a velocizzare il gioco, ma soprattutto mi è servito tatticamente". La prima chiamata della Roma arriva a 9 anni, nel 1992. Rifiutata. Troppo forte il legame con gli amici di Ostia. Ma quando i dirigenti giallorossi tornarono a bussare, tre anni più, De Rossi approda a Trigoria. Qui finisce agli ordini di mister Mauro Bencivenga, ex allenatore delle giovanili della Lazio portato a Trigoria da Bruno Conti. "Quando Daniele arrivò agli Allievi della Roma giocava attaccante - ha raccontato l'allenatore, oggi responsabile del settore giovanile della Lupa Roma, in esclusiva ai nostri microfoni - a dirla tutta non aveva un ruolo definito. Un po' esterno un po' punta. Con me non giocava. Ma nonostante non lo vedessi mi dimostrò un grandissimo carattere, un grande voglia. Lo spostai davanti alla difesa". E De Rossi lo ha ricordato anche nell'intervista alla Uefa Training Ground: "La mia carriera è sbocciata con lui, è stato un cambiamento lento".

con Fabio Capello | 18 anni, interno di centrocampo | 3-5-2

“Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.”

Nel 2001 arrivano le prime convocazioni con i grandi, l'esordio nel match di Champions League contro l'Anderlecht il 30 ottobre 2001 e qualche minuto in Coppa Italia. Poi le prime partite importanti, la prima in Serie A contro il Como, il primo gol con il Torino (“Già prima di questa partita era una promessa giallorossa, però al suo gran destro anche il presidente Sensi si è alzato in piedi per applaudirlo. Come Capello dalla panchina, come tutti i compagni”). Nel 3-5-2 di Capello è l'interno di centrocampo veloce, rapido, senza impellenti compiti di manovra ma di quantità. Le prime partite infatti le gioca prendedo il posto di Francisco Lima, facendo da spalla a Dacourt, Tommasi ed Emerson. Si fa vedere spesso in zona gol perchè la gamba gli permette di correre avanti e indietro, il fiato non gli manca e la grinta è da vendere. Sono gli stessi attributi, in proporzione, di uno dei suoi grandi modelli: Steven Gerrard.

con Cesare Prandelli, Luigi Del Neri, Rudy Voeller, Bruno Conti | 21 anni, centrocampista centrale | 4-4-2

“Prandelli ha grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Nella sciagurata stagione dei quattro allenatori, De Rossi diventa titolare della squadra. Sulle spalle arriva il numero 4 e in campo si sposta sempre di più verso il centro. I suoi compiti, in una Roma che si salverà solo alla penultima giornata di campionato, sono sempre più difensivi. Utilizzato accanto a Dacourt sia da Del Neri che da Conti i suoi sono i polmoni della squadra e saranno proprio dinamnismo e tecnica, abbinati alla giovane età, ad attirare su di lui le attenzioni di Sir Alex Ferguson.

con Luciano Spalletti | 23 anni, mediano | 4-2-3-1

“È stato l'allenatore che mi ha condizionato di più. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere”. “Lo odiavo con tutto me stesso, ma per quanto bene gli voglio penso a quanto l’ho odiato la prima settimana. Con lui, comunque, ero veramente forte”

Il 2005, ma soprattutto il 2006, sono gli fondamentali della crescita fisica e tattica di De Rossi. I tratti e il corpo da ragazzino sono un abito chiuso in armadio, gambe e stazza iniziano ad essere quelle del centrocampista rognoso, da legna e d'intensità. La metamorfosi fisica si accompagna a quella sul campo, merito soprattutto del tecnico di Certaldo che disegna la sua rosa su un fantastico 4-2-3-1. Le chiavi della squadra sono affidate a David Pizarro, un piccolino a cui va affiancato qualcuno per guardargli le spalle e per sbrigare pratiche prettamente difensive. I due diventano una coppia perfetta, di quelle così diverse da completarsi a vicenda. Sarà con questa posizione e dal rendimento che ne trae che De Rossi sarà convocato per i mondiali di Germania da Marcello Lippi. Il copione si ripeterà 10 anni dopo, con il ritorno dalla Russia di Spalletti: prima al fianco di Pjanic, poi insieme a Strootman dietro a Nainggolan. Lo schema a triangolo del centrocampo è ancora lo stesso: Radja-Perrotta possono pensare ad inserirsi o a far male dalla distanza, dietro a manovrare e a recuperare ci pensa De Rossi. La stagione 2016-17 vede un De Rossi in forma strepitosa e lo si evince in particolar modo dal fisico: di nuovo asciutto, diete personalizzate e muscolatura più forte.

con Claudio Ranieri e Vincenzo Montella| 26 anni, regista | 4-3-1-2 / 4-2-3-1

"Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester".


L'accentramento e l'abbassamento di De Rossi diventano definitivi. Con Ranieri in panchina le chiavi della squadra, i suoi ritmi e i suoi schemi sono in mano al centrocampista di Ostia. La perdita di dinamismo e la lontananza dalla porta vanno di pari passo al difficile rapporto che il tecnico testaccino instaura con David Pizarro, che tornerà ad essere metronomo con l'Aeroplanino.

Con Luis Enrique | 28 anni, mediano e difensore centrale | 4-3-3

"Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma."


La rivoluzione americana parte dal campo con l'arrivo dell'allenatore spagnolo Luis Enrique, che per la nuova Roma ha in mente un 4-3-3 sul modello del Barcellona. Nel centrocampo giallorosso De Rossi è l'equivalente di Javier Mascherano per i blaugrana. Ancora una volta è lui il cardine della squadra: "Per me è un giocatore chiave - dirà Luis Enrique - Lo apprezzavo da tempo, ma solo ora che l'ho conosciuto ho capito quanto è grande. Spero che venga coinvolto da questo progetto". Sarà coinvoltissimo: ““È un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan”. Intanto, come logico che sia, continua a cambiare il fisico: 183cm x 84kg, numeri ovviamente da centrocampista statico. L'intuizione dell'ex Barcellona B è quella di sfruttare questo cambiamento atletico nella fase difensiva. A fine stagione saranno oltre 500 i minuti collezionati da difensore centrale, in un ruolo e in una funzione che piaceranno tantissimo anche ad Antonio Conte in nazionale.

Con Zdenek Zeman | 29 anni, intermedio | 4-3-3

"L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile".

Appena 856' in campionato, pari a 14 presenze, per De Rossi con Zeman. Le squadre del boemo corrono, hanno ritmi altissimi, in allenamento con in campo. Il centrocampista non gli sta dietro così perde il posto a favore di Panagiotis Tachtsidis e addirittura di Michael Bradley. I compiti che spettano al centrale zemaniano infatti non sono solo quelli di impostazione: la propensione offensiva è totale, il regista deve essere in grado di inserirsi in area da rigore ("Il tipo di gioco che adottavo non si adattava alle sue qualità. Il calcio che voglio io è diverso, da giovane lo ha fatto, quando è diventato più esperto non è riuscito ad adattarsi. Per me nel ruolo è meglio Tachtsidis. Ma anche Bradley fa meglio di De Rossi come centrale, va più dentro"). Ma le difficoltà di Daniele stanno tutte nei numeri, non solo quelli dei minuti giocati: con Zeman da regista aveva una media di 17 palle perse rispetto alle 5 da intermedio, 12 lanci sbagliati contro i 4,2 e una media voto di 5,60.

con Rudi Garcia | 30 anni, centrale | 4-3-3

"Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo."

Il tecnico francese capisce subito l'importanza delle caratteristiche di De Rossi e continua a fare la stessa cosa di Luis Enrique: asseconda i suoi cambiamenti, trasforma i difetti in punti di forza. De Rossi non corre più come una volta? Tende ad abbassarsi troppo? Benissimo, sarà registra e difensore aggiunto. De Rossi torna quasi ai livelli di Spalletti e la Roma ne esce rafforzata. Nelle prime 14 giornate con il tecnico francese i giallorossi subiscono solo 4 reti. Merito di una difesa che oltra a Benatia e Castan può fare affidamento sullo schermo del centrocampista di Ostia che, continuando i movimenti iniziati con Luis Enrique, con azione sulle fasce va ad abbassarsi nella linea difensiva. Sicurezza, posizione e forza fisica. Senza trascurare i lavoro da regista, insieme a Pjanic è lui il leader dei passaggi della squadra: una media di 85 a partita.

con Eusebio Di Francesco | 35 anni, regista | 4-3-3.

"Con Di Francesco mi trovo bene, l'ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani".

E alla fine arriva DiFra. Che ancora una volta affida a lui le chiavi del gioco, prendendo per la panchina Maxime Gonalons. Arrivato con l'etichetta di zemaniano, il tecnico abruzzese ha dimostrato di saper curare soprattutto la fase difensiva della sua squadra senza tralasciare l'interesse per il gioco offensivo, specie quello sulle fasce. E il perno, in entrambi i casi, è ancora De Rossi. Primo per distanza percorsa in campo con 11.254 km di media a partita (con Spalletti aveva una media di poco inferiore, intorno ai 10km), primo per passaggi intercettati a partita (2.2 di media) e secondo per passaggi effettuati, 59.9 contro i 62.8 di Kolarov, rispetto al quale è però più preciso (84.1% di affidabilità).

"La prima persona che ho chiamato appena ho trovato l’accordo con la Roma - racconta il mister - è stato Daniele De Rossi. Penso che in questo momento lui sia un po’ l’emblema di questa Roma nell’atteggiamento e nel modo di fare". Perchè oltre che il timone, a De Rossi è toccata in maniera definitiva anche un'altra cosa. Quella fascia da capitano eredità importante, roba da figli di Roma, capitani e bandiere. Ma questo è un altro discorso.

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