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Vittorio Zucconi, storico giornalista di Repubblica, è morto lo scorso 25 maggio. È morto nella sua Washington, città americana che è diventata casa dal 1985, quando diventa editorialista dagli Stati Uniti per il giornale di Scalfari.

Classe 1944, originario di Bastiglia, provincia modenese, ha lavorato con Walter Tobagi a La Zanzara, è stato direttore di Radio Capital, ha girato il modo per La Stampa, Corriere della Sera e La Repubblica. L’America, ovviamente, ma anche Tokio, Mosca, Parigi.

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Vittorio Zucconi

E proprio nella capitale francese scrisse il pezzo che, su suggestione del suo profilo a firma di Emanuela Audisio, vi proponiamo qua sotto. Perché Vittorio Zucconi parlava, raccontava e scriveva di tutto. Della Cappella Sistina come di Hiroshima, della morte di Frank Sinatra al Caso Lockheed. Passando per lo sport, il calcio, il suo amato Milan, la sua amata Italia. Che lo portò, quando era corrispondente dal Giappone, ad imbracciare un tricolore e a inscenare un carosello solitario e magico per le strade di Tokyo. Completamente da solo.

L’articolo qui di seguito, scritto in occasione della fine dei Mondiali di Francia del 1998, è dedicato a Luigi Di Biagio.

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Grazie Di Biagio e dimentichi quella traversa

PARIGI Caro sergente Di Biagio, nella presunzione che forse ci leggerà ora che non ha più niente di meglio da fare, le scrivo per dirle grazie. Quel rigore sulla traversa ci ha salvato. Mi permetta di darle del lei, visto che non ci conosciamo e il fatto che lei lavori in mutande e io in brache lunghe non mi autorizza a darle del tu. La ringrazio a nome mio personale e di quei tifosi italiani che forse non hanno ancora capito il sublime sacrificio del suo gesto. La ringrazio e la rispetto. Da quell' eroico sottufficiale di carriera che è, lei, caro sergente Di Biagio, ha semplicemente sparato il colpo di grazia a quel mulo zoppo che era la nostra Nazionale 98 e a noi tifosi italiani che ragliavamo in disperato coro l'illusione di essere cavalli di razza.

di biagioIl rigore di Di Biagio contro la Francia, raccontato da Vittorio Zucconi

Lei ha fatto il suo dovere e così ci ha risparmiato altri giorni di asinate maldiniane, di strazianti ambiguità Baggio-Del Piero sui giornali, di inani dichiarazioni di Moriero e di grugniti di Vieri. Lei ha fatto, da solo, il miracolo di dimezzare le pagine e le ore dedicate al Mondiale di Francia, forse riportando l'attenzione sulle idiozie della politica italiana e sui tremendi scricchiolii dell'economia internazionale. Merci, mon sergent. Se avrà la ventura e la pazienza di leggere questa lettera, ascolti uno che potrebbe essere suo padre: non perda una sola ora di sonno, non spenda un'altra lacrima, non vada a confessarsi dal suo amico prete colombiano Don Davide, per quella orrenda botta sulla traversa. La squadra nella quale lei ha giocato, pardon, combattuto era comunque destinata a una Caporetto, a una El Alamein, a un 8 settembre e soltanto un vero uomo, un sergente "full metal jacket" come lei poteva avere il coraggio di capirlo e mettere fine alle nostre miserie.

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Glielo dice uno che ha attraversato tutto il Sahara di Usa 94 con Arrigo Sacchi soltanto per arrivare al crudele miraggio di Pasadena. Meglio, molto meglio così, lo chieda a Baggio. Era andata anche troppo avanti, questa agonia del 98, un'agonia e se fossimo arrivati in semifinale, non ci saremmo più tolti dai piedi il calcio fossile di Maldini. Saremmo stati condannati a rivedere ancora e ancora in un infinito replay dell'orrore, Italia-Austria, Italia-Norvegia e il ripugnante primo tempo di Italia-Francia e portarci lo stesso "Mister" anche nel Duemila. Invece, grazie a lei, sergente, abbiamo una speranza per il futuro. Piccola, ma ce l'abbiamo. Non c'è vergogna, non c'è tradimento nel prendere un palo: c'è infamia nel fallo di reazione, nel calcetto asinino tirato al giocatore a terra, nella manina vigliacca di Maradona, ma le porte fanno parte del gioco, come i portieri che fanno i miracoli, come gli arbitri che sbagliano, come le deviazioni casuali che producono gol immeritati. Se lei ha accettato volentieri il bel gol di testa fatto contro il Camerun, così deve accettare la traversa scossa venerdì sera. Non ci sarebbe la felicità di guarire se non esistesse la malattia.

Di Biagio 2Il sergente Di Biagio, promosso maresciallo da Vittorio Zucconi

E' il sospetto della morte che rende cara la vita e lei, lo sappia, l'altra sera è un po' morto, a Parigi, ma avrà il privilegio di poter rinascere. La traversa di Parigi è quella che renderà squisito il sapore del suo prossimo gol. Confesso che lei mi è stato simpatico dal primo pomeriggio nel quale la vidi allenarsi, in quelle partitelle "pettorine contro tute" che dicono tante verità a chi le vuole ascoltare. L'ho vista muoversi per il campo, correre, spingere, tirare, come se ogni palletta, se ogni scambio, se ogni secondo fosse l'ultimo della sua vita. Guardavo alcuni suoi compagni, quegli irritanti, coccolatissimi "fighetti" che lei conosce bene, giocherellare con il broncio, con l'aria di chi si dice ma guarda se io bravo e pagato come sono devo perdere tempo in queste puttanate quando potrei essere sul set a girare uno spot per un dopobarba. Ma non lei, sergente. Lei gioca - e sospetto viva - come se non credesse alla sua fortuna, come se si dicesse, parlando da solo: qui se non mi do da fare, mi rimandano a scaricare le cassette di frutta ai mercati generali, al Testaccio dove sono nato.

Non ci sono agenti e registi fuori dai cancelli che l'aspettano, perchè con i suoi piedi potrebbe sfasciare un aeroporto, se le facessero fare uno spot come quello di Ronaldo. Con la sua faccia lei potrebbe al massimo sponsorizzare un furgoncino Ape carico di acque minerali. Diciamoci la verità: ha ragione. Il giorno nel quale smetterà di faticare e di morire sul campo, non diventerà un potente burocrate maneggione come il paraculetto Platini. Lei mi pare più destinato a una prospera, serena vecchiaia come proprietario di un bar- trattoria con annessa ricevitoria Totocalcio e gagliardetti della squadra dilettanti che lei guiderà a onorevoli sconfitte nei tornei estivi notturni. 'A Giggi viè qqua, raccontace de quella vorta a Pariggi che te sei magnato er rigore' . Questa è dunque una lettera a un campione mai nato. Ma a un uomo adulto, fra tanti, inutili bambini che abbiamo. Per questo, caro sergente Di Biagio, si consideri promosso a maresciallo. Grazie, Maresciallo d' Italia Giggi Di Biagio, per averci mandato, finalmente, "Tutti a casa".

Vittorio Zucconi

Dall’archivio de La Repubblica, 5 luglio 1998

Se trentadue anni fa, di questi giorni, vi foste ritrovati a passare per Napoli, di certo non sareste riusciti a fare un passo. La squadra azzurra vinceva il suo primo, storico, campionato di calcio.

La matematica arrivò il 10 maggio 1987, con il pareggio contro la Fiorentina. Era la squadra del più grande di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, autore in Serie A di 10 reti, ma anche di Carnevale, Giordano, Bagni, Ferrara, Garella, con Ottavio Bianchi in panchina e Corrado Ferlaino presidente.

Per celebrare questo anniversario vi proponiamo, qua sotto, l’articolo uscito il 12 maggio 1987 su la Repubblica, a firma Rosellina Balbi. Nata a Napoli nel 1923, fu responsabile per il quotidiano della sezione culturale dal sua fondazione al 1990. Si occupò di razzismo, di camorra, di neuropsichiatria insieme al fratello Renato. Scrisse di calcio, la sua grande passione. Intrecciandolo alla cultura, alla società, alla politica.

Come in questo pezzo, dal titolo Napoli ha vinto, e scusate il ritardo, che vi proponiamo integralmente, dagli archivi del quotidiano di Scalfari.

Rosellina Balbi con Enzo Golino Beniamino Placido e Lucio Villari
Rosellina Balbi con Enzo Golino, Beniamino Placido e Lucio Villari

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Capire Napoli non è facile. Non è facile per i napoletani, figuriamoci per gli altri. Una città piena di contraddizioni; meglio ancora, una città bifronte: europea e levantina, moderna e arretrata, metropoli e casbah, vitale e stagnante.

Nel lontano 1802, l'esule Vincenzo Cuoco scriveva che la nazione napolitana si poteva considerare divisa in due popoli... la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione... e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva. Non fu certo un caso se i popolani avversarono ferocemente la rivoluzione del ' 99: A lu suono de la grancascia / viva sempre lu popolo bascio / A lu suono de li tammurrielli / so' risurte li puverielli / A lu suono de le campane / viva viva li pupulane / A lu suono de li violini / sempe morte a' Giacobbini!. Per anni, gli inviati della grande stampa nazionale a Napoli non hanno fatto che puntare lo sguardo sui panni stesi nei vicoli, sui pazzarielli, su cantanapoli. E, in seguito, sulle gesta della camorra. Dall' altra parte, opponendo luoghi comuni a luoghi comuni, generalizzazioni a generalizzazioni, la classe dirigente (si fa per dire) napoletana faceva del vittimismo protestatario e querulo, attribuiva ogni responsabilità della degradazione di Napoli alle congiure del Nord, cercava di far credere alla gente che la crescita della città dipendesse esclusivamente dalla volontà di riparazione delle proprie colpe da parte dello Stato.

napoli1Gli striscioni a Napoli per celebrare il primo Scudetto

C'erano poi i cosiddetti napoletanisti eredi di Scarfoglio, i quali, per esaltare una Napoli categoria dello spirito, non trovavano di meglio che celebrare la filosofia della miseria; il buon selvaggio del Pallonetto o dei Quartieri dimostrava la sua superiore saggezza, secondo loro, ridendo dei propri mali, quando addirittura non ne traeva ispirazione per le sue canzoni. Se non trovava lavoro, pazienza; anzi in qualche modo la disoccupazione era una scelta di vita.

Lo aveva già scritto nel 1835 Alexandre Dumas (nel Corricolo): il lazzarone napoletano è uno che dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare: lui, invece, quando è stanco di riposare lavora. Lavora, ma non di quel lavoro del Nord, che sprofonda l'uomo nelle viscere della terra per estrarre il carbone, che lo curva sull' aratro, che lo sospinge sui tetti spioventi... bensì di quel lavoro giocondo, spensierato, trapunto di canzoni e di lazzi... Nessuna voglia di faticare sul serio, dunque; ma in compenso nessun rancore, nessun desiderio di rivalsa né individuale né collettiva. E lo stereotipo era destinato a durare. Quarant' anni più tardi, Renato Fucini si scandalizzava per l'ossequiosità dei poveri di Santa Lucia verso i forestieri ricchi: Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosi. Roba dell'Ottocento, direte. E invece no. Ancora negli anni Sessanta il direttore del Mattino (che era Giovanni Ansaldo) esaltava la povera gente che, a suo dire, gioiva vedendo entrare i signori nel San Carlo: quantunque moltissimi napoletani non siano mai entrati nel teatro, osservava benevolmente Ansaldo, grazie a quella totale assenza di astio sociale che costituisce il pregio maggiore del popolo napoletano, quei moltissimi non invidiano affatto quei fortunati che vi possono mettere piede...

Nessuno sembrava sospettare che la felicità stracciona fosse null'altro che una rassegnazione prodotta da secoli di promesse non mantenute, di governi e amministrazioni corrotte, di frustrazioni e di inganni. Una rassegnazione, peraltro, sempre tinta di ironia, anzi di autoironia, al tempo stesso salutare e dannosa: salutare perché costituiva una barriera contro la disperazione, dannosa perché si traduceva in scetticismo circa la propria capacità di ribaltare le cose. Significative, al tempo dei Borboni, le battute che si moltiplicavano nel popolo a proposito dell'esercito di Franceschiello. Come ad esempio questa: Capità, fuimme (scappiamo)? Aspettate l'ordine. È stata la stessa autoironica rassegnazione, io credo, a far sì che fin dal 1926 i napoletani scegliessero il ciuccio come simbolo della loro pur amatissima squadra di calcio.

napoliFesta grande al San Paolo di Napoli

Non un lupo, non un toro, non una zebra, non un biscione. No, un asinello, l'animale pieno di piaghe, la paziente bestia destinata a ricevere in eterno bastonate. E lo raffigurarono, quel ciuccio, mentre calciava un pallone con le zampe posteriori, senza dunque veder neppure dove lo spediva. E il motto fu: Ciuccio, fa tu. Ma un ciuccio, che può fare? Può soltanto perdere. E infatti il ciuccio perderà. Perderà anche quando la società avrà alla sua testa un dirigente moderno come Giorgio Ascarelli (è vergognoso che oggi nessuno ne ricordi il nome), che costruirà uno stadio a proprie spese e, con una intuizione anticipatrice circa l'importanza dell'allenatore per le fortune di una squadra di calcio, chiamerà a Napoli William Garbutt, un inglese competentissimo che resterà sei anni e darà ai tifosi la soddisfazione di vedere i loro giocatori in Coppa Europa.

Ma il ciuccio continuerà a non vincere. E tanto meno vincerà quando negli anni Cinquanta, sovrapponendo i propri interessi politico-elettorali alla passione calcistica dei suoi concittadini, Achille Lauro lancerà lo slogan: Per un grande Napoli, per una grande Napoli. Non ci sarà né l'uno né l'altra. Non ci sarà la grande Napoli, ché al contrario le amministrazioni laurine metteranno mano al sacco edilizio della città; e non ci sarà il grande Napoli, malgrado l'acquisto di bravi o anche bravissimi giocatori, perché l'improvvisazione e la speculazione propagandistica impediranno ogni seria programmazione.

Napoli2La prima pagina de Il Mattino

 

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Ci sarà, per contro, la spaccatura della tifoseria. I primi appassionati di calcio, a Napoli, furono come del resto accadde un po' dovunque di estrazione aristocratica o alto-borghese; anche i giocatori provenivano dalle file dei signori (una delle prime squadre napoletane aveva, all'ala destra, il duchino di Serracapriola). Poi arrivarono i popolani. E l'integrazione fu spontanea e felice: gentiluomini e plebei erano animati dallo stesso senso della festa, dallo stesso gusto dello spettacolo, dalla stessa propensione allo sberleffo, che poi è il migliore antidoto contro il fanatismo. Ricordo una partita, allo Stadio Partenopeo, che si svolgeva mentre la radio mandava in onda un discorso di Mussolini. Sulle gradinate erano stati sistemati degli altoparlanti perché la voce del capo potesse giungere ai tifosi. Ebbene, mai si udirono incitamenti più allegri e rumorosi alla squadra: si può dire che non una sillaba mussoliniana riuscisse a raggiungere le orecchie degli spettatori.

E che dire della fama di jettatore calcistico attribuita al principe di Piemonte? Ogniqualvolta il futuro re d'Italia metteva piede nello stadio, sugli spalti si provvedeva ai necessari scongiuri... Ma negli anni Cinquanta, come dicevo, la tifoseria si spaccò. Quella che Vincenzo Cuoco aveva definito la parte colta della nazione napolitana non gradiva lo sfruttamento in chiave elettoralistica diciamo borbonica nel senso peggiore del termine delle vicende della squadra. Sapeva che se lo scudetto fosse arrivato a Napoli in quegli anni, avrebbe con ogni probabilità contribuito a radicare durevolmente un modo di far politica, e anche una mentalità, che sarebbero stati di serio ostacolo alla crescita sociale e civile della città. Del resto, anche il mancato arrivo dello scudetto venne attribuito, da chi gestiva le sorti del Comune e della società di calcio, alle inadempienze dello Stato e alle cospirazioni nordiste (eppure in Parlamento Lauro votava costantemente per il governo e si guardava bene dal compromettere i suoi rapporti d' affari con la Fiat e in genere con gli industriali del Nord).

Dopo sessantun anni, oggi lo scudetto è finalmente arrivato. E qualcuno va nuovamente a caccia del pittoresco, magari nascondendo sotto la dichiarata simpatia una sfumatura di indulgente superiorità davanti alle nuove sfrenatezze piedigrottesche. Mentre qualcun altro, all' opposto, dilata la portata dell'avvenimento, facendone un punto di partenza (se non addirittura un punto di arrivo) per la riscossa di Napoli, ciò che è indubbiamente improprio, esagerato e forse pericoloso. Ma non è né improprio né esagerato, io credo, osservare che in certi casi la conquista di uno scudetto del primo scudetto, si badi ha risvolti che vanno al di là di un primo posto nella classifica di un campionato.

maraDiego Armando Maradona

 

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È come aver messo piede in teatro, per chi finora s' era dovuto contentare di guardare quelli che vi entravano. È un momento di felicità regalato a tanti napoletani: sia quelli che vivono nella loro terra, sia quelli costretti ad andare in giro per il mondo e che per un giorno si riappropriano della loro comune identità; e non c' è bisogno di storcere il naso se questo risultato nasce dalle traiettorie di un pallone. È una vittoria che, non essendo dovuta allo scalciare fortuito e scomposto di un somaro, ma frutto di un lavoro serio, intelligente e condotto senza finalità nascoste, può contribuire a dissipare lo scetticismo e la rassegnazione. Insomma un successo che non è né scandaloso né illegittimo affiancare a quelli conseguiti, in altri campi, dall'Aeritalia, o dall' Istituto per gli studi filosofici, o dalla Fondazione Napoli 99, o dalla nuova musica napoletana, o dalle tante iniziative che, sia pure in mezzo alla moltitudine dei problemi tuttora irrisolti, segnano il progressivo imporsi di quella che, parafrasando De Gaulle, mi piacerebbe chiamare una certa idea di Napoli.

Ed è una vittoria che ricompone simbolicamente l'unità delle due anime della nazione napolitana, perché si lascia indietro sia la sdegnosa astrazione di una piccola cerchia di intellettuali rinchiusi nel loro guscio, sia la cieca disponibilità plebea a farsi manovrare dalla demagogia più rozza e più cialtrona. Scusate il ritardo, proclama lo striscione appeso alla Riviera di Chiaia; e questa volta l'ironia dei napoletani non è diretta solo contro sé stessi. Scusate il ritardo di Napoli nella conquista del suo primo scudetto, naturalmente. Ma mi auguro, anzi credo fermamente non in quella soltanto.

 

da Rosellina Balbi, la Repubblica, 12 maggio 1987

Renato Casalbore non è morto, è inviato speciale

Domani i campioni partono per Lisbona. Partono a cuore leggero”. Termina così l’ultima cronaca su Tuttosport di Renato Casalbore, che del giornale sportivo è fondatore e direttore. Parlava del pareggio appena strappato dall’Inter al Grande Torino. Era il maggio 1949, lo scudetto, il quinto di fila, era ad un passo.

C’era anche lui sul maledetto aereo di Superga, insieme a Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, de La Nuova Stampa. Avrebbe dovuto esserci anche Nicolò Carosio, l’uomo della radiocronaca, ma per la cresima del figlio non potè partire. A Renato glielo dice nella hall dell’Hotel Touring, davanti ad un bicchiere di cognac, “che fa sempre bene, scalda i cuori”, secondo il fondatore di Tuttosport.

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La grande passione di Renato Casalbore: l'aviazione. Foto tratta da La Stampa Sportiva 1949

Salernitano, del 1891, si era formato alla scuola napoletana nata intorno a Scarfoglio. A Torino arrivò nel 1912, per lavorare prima come impiegato a La Stampa, poi per scrivere su la Stampa Sportiva, di Gustavo Verona, tra i primi lenzuoli tematici d’Italia, e successivamente per ricoprire il ruolo di segretario di redazione allo Sport del Popolo. Una grande passione per i motori, pioniere dell’aviazione, era sposato e aveva una bambina. Negli anni 40 abbandonò la Gazzetta del Popolo, lo chiamava la Resistenza. Divenne partigiano per la 5° Divisione Giustizia e Libertà “Val Pellice”, agli ordini di Riccardo Vanzetti prima e Paoluccio Favout poi.

 

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Fu nel dopoguerra che gli venne l’idea di fondare Tuttosport, dove non si limitava a dirigere, a organizzare. Ma continuava a scrivere, a mandare i suoi resoconti, a fare la cronaca di partite, gare, discese con lo stesso stile veloce e vivo. Ad affiancarlo, in questa nuova avventura che da settimanale diventa quotidiano, c’è Carlo Bergoglio, che Aldo Biscardi vorrebbe cugino di Papa Francesco.

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Un articolo di Renato Casalbore su La Stampa Sportiva

 

Renato Casalbore conquista tutti con quel suo fare distinto, signorile, garbato. Innamorato del Torino, che aveva gli stessi colori che sarebbero stati della sua Salernitana, amò anche la Juventus, di cui scrisse: “Nessuna società è tanto aderente alla sua squadra come la Juventus: probità, tenacia, scaltrezza, soprattutto serietà. Una società e non un luogo di ritrovo: ognuno per il suo conto, tutti per la 'Juventus'. I giocatori arrivarono alla 'Juventus' col bagaglio dei loro difetti e delle loro virtù: dopo due mesi sono livellati. La 'Juventus' che non fabbrica in serie gli atleti ne fa dei giocatori di serie”. Usava la penna nello stesso modo in cui salutava, con lo stesso rispetto. Scriveva di sport, motori e calcio, ma anche ciclismo, con la stessa brillantezza con cui beveva un cognac.

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La redazione de La Stampa Sportiva

E proprio dal cognac eravamo partiti. Quel bicchiere all’Hotel Touring insieme al collega Carosio e al capitano del Torino, Valentino Mazzola. Il centrocampista e attaccante granata non è al meglio, ha la febbre, ma decide di partire lo stesso. L’ha chiamato Francisco Ferreira, capitano del Benfica, l’amichevole era stata organizzata per lui.

Come Renato Casalbore, che sorseggia il cognac con il passaporto e il biglietto dell’aereo in tasca. Di lui non resta solo un piazzale nella sua Salerno, davanti allo Stadio Donato Vestuti, e un giornale. Di lui resta soprattutto un sogno: raccontare lo sport, raccontare il calcio. E quello non lo può spezzare nessuna tragedia.

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