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Damian Lillard, un piccolo ragazzo da Oakland

 

Si innalza un canto sacrale, gospel. Sembra di essere in un sogno. Raccoglie il pallone fra i polpastrelli, suonano meglio di un piano. Ginocchia piegate che si distendono. Lievita un po’ in aria, trenta centimetri. Rilascio degno della migliore catapulta ben oliata. Qualche goccia vola verso il parquet, potrebbe mettere in pericolo le caviglie dei giocatori che ci passeranno sopra alla prossima giocata. Parabola diabolica. Milioni di occhi puntati addosso. Scende, e la palla brucia la retina. Non c’è una prossima giocata. Buzzer beater: tiro della vittoria.

Quando provieni da una zona come Oakland, California, non è difficile giocare fra mille tensioni ed emozioni. Piano piano ci si abitua, anche alla criminalità organizzata e non. Lo sa bene Damian Lillard. Lui è nato lì, fra una sparatoria e l’altra, costretto a chiudere  gli occhi e tapparsi le orecchie,  nella quinta città americana per tasso di criminalità  e sparatorie in un anno. In quel momento si riesce a capire come faccia il buon Damian Lillard a prendersi tiri dal peso e dalla importanza pazzesca con tanta serenità. Già, il buon Damian, lui che è riuscito a uscire e salvarsi da quella città prima che potesse chiudergli la porta in faccia. Prima che una pallottola attraversasse il suo petto, dopo che una aveva già interrotto il respiro del suo allenatore. Giusto a un paio di kilometri da…Oakland, sì! Giusto a un paio di kilometri dalla zona della città dove giocano i Golden State Warriors, squadra NBA prossima a diventare una delle franchigie più titolate del basket. Confine labile fra paradiso e inferno.

 

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Ne narriamo la storia, la profezia divenuta realtà come fosse un eroe. E forse un eroe un po’ lo è o almeno così lo vedono  tutti i ragazzini che nel caldo di Oakland continuano a giocare a basket, ignorando lo sguardo di rapinatori e spacciatori. Non tutti ci riescono, per molti il destino è beffardo ma i più fortunati oggi sono testimoni della storia, di un altro piccolo eroe diventato fenomeno. Ciò che sta facendo ai Playoff di quest’anno è strabiliante. Dame sta viaggiando a 31.1 punti, 5.7 assist e 4 rimbalzi a partita, tirando con 40% da tre punti. Ha ribaltato i pronostici battendo gli OKC di Russell Westbrook e soci con quel tiro pazzesco. Da centrocampo. Non per niente lo chiamano Dame Logo, proprio perché tira dal logo della squadra che è disegnato a centrocampo.

 

Un altro suo celebre soprannome è Dame Dolla. Nome da rapper direte voi. Esatto, fa anche quello. Musiche discutibili certo, non sicuramente le migliori ma che regalano bagliori di speranza a chi è intrappolato in quel ghetto. A chi per sbaglio, fra un tiro e l’altro, muore ammazzato e non torna a casa per la doccia e la cena. Damian Lillard non è un giocatore, è il portavoce di qualcosa di più grande. Giura fedeltà a vita alla sua squadra, cosa assai rara oggi. Ma ciò che giura con più forza è di scardinare quella porta e portare in salvo dall’inferno vite più fragili.



Members Only, pezzo rap di Dame DOLLA alias Damian Lillard

 

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