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Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

rino

Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

Dal Vangelo secondo Paolo

Il deferimento dell’Uefa? Non ci preoccupa, era un passo obbligato e siamo molto sereni. Elliott ha tantissimi mezzi e siamo pronti a tutto per il Milan”. Parole e musica di Paolo Maldini che alla vigilia della delicatissima sfida Champions con la Lazio a San Siro tranquillizza i tantissimi tifosi rossoneri preoccupati da una clamorosa esclusione dalle coppe europee per la prossima stagione.

Curioso il caso di Paolo: invocato a gran voce dal popolo milanista nell’ultimo decadente quinquennio Berlusconiano, oggi pizzicato per la scarsa esposizione mediatica nonostante il suo ruolo di direttore dell’area sport rossonera, col brasiliano Leonardo spesso pronto a tirare le fila di fronte a microfoni e taccuini. L’atteggiamento del figlio di Cesare però non ci stupisce. Maldini non parla, scolpisce. E quando il capitano di mille battaglie prende la parola si tace umilmente e si ascolta. Un caso forse che una proprietà forte come Elliott abbia speso proprio il suo dirigente mediaticamente più importante il giorno dopo quello che pare essere a tutti gli effetti un attacco frontale dell’UEFA? Ovviamente no. Il carisma di un uomo che del Milan ha respirato e incarnato l’essenza come rimedio taumaturgico ai tanti malanni e pensieri che tormentano i cuori dei supporter del Diavolo.

Lungi da noi sconfinare nel più elevato campo religioso, si tratta pur sempre di calcio, ma inquadrare la figura di Paolo Maldini come una sorta di Messia del mondo milanista non ci sembra poi così tanto azzardato. Leale sul terreno di gioco, ingombrante e colto quanto basta per sfidare senza paura gli esponenti della Curva Sud, ancora e scialuppa di salvataggio nel tragicomico passaggio dal cinese Li all’americano Singer. Mille sfaccettature che fanno di questo cinquantenne l’uomo ideale per ridare solidità ad un progetto, quello rossonero, sconquassato negli ultimi anni da vicende che non hanno minimamente intaccato il blasone ma ne hanno atterrito storia e prospettive future. Ce lo ricordiamo bene tutti quel 5 agosto di un anno fa: un comunicato sanciva il ritorno a casa dell’ex numero 3, ai margini del calcio da troppi anni. E ci ricordiamo bene ancora oggi il fremito di gioia che abbiamo provato nel poter accostare nuovamente la sua persona alla nostra storia.

Passato, presente e futuro. Icona dei successi andati, manifesto futurista di nuove conquiste. Oggi, col Milan quarto a sette giornate dalla fine di un campionato che potrebbe finalmente riportare il club nell’Europa che conta davvero, l’afflato mistico di Paolo Maldini aiuta a ricordare a tutti che il Milan c’è, battagliero e pronto a non lasciare nulla al caso. Un segnale forte, importante, clamorosamente esatto nella sua semplicità. Già, la semplicità. Elemento ormai disperso di un calcio che va a mille all’ora e che uomini come il direttore tecnico dei rossoneri aiutano a rinvigorire e a tenere sempre bene in mente. “Siamo pronti a tutto”. Preciso, lineare, conciso ma dannatamente efficace. Credibilità elevata all’ennesima potenza.

Non semplice vessillo da sventolare ed esibire, ma immagine sacra operativa e vogliosa di lasciare ancora una volta il segno nella storia. Quella del calcio. Quella del calcio milanista. “Noi siamo pronti a tutto”, versetti 1-10, Genesi. Dal Vangelo secondo Paolo.

 

Inutile parlare di Sinisa Mihajlovic e la sua fantastica carriera da giocatore, si sono spese già troppe parole in merito. Quello che vorrei sottolineare, ora, è la sua bravura come tecnico. Spesso sottovalutato, soprattutto dopo il flop con il Milan, il serbo sta cercando di prendersi la sua rivincita personale con il Bologna, che già lo aveva lanciato come allenatore.

sinisa catania

Inizia la sua “seconda vita” come vice di Roberto Mancini, all’Inter. La sua prima chance nel mondo dei grandi, però, gliela fornisce proprio il Bologna, nel 2008. Avventura che, tra alti ma soprattutto bassi, dura appena 5 mesi. Un anno dopo arriva quindi il Catania, che è disposto a puntare su quell’uomo tanto rude quanto serio. Subentra a Gianluca Atzori, ereditando una situazione di classifica preoccupante. Riesce a salvare la squadra siciliana facendola arrivare addirittura 13esima in classifica e conquistando il record di punti nella storia recente della squadra, 45 (record poi migliorato da Maran nel 2013). I successi ottenuti con il Catania convincono la Fiorentina a puntare su di lui. Si tratta della prima grande opportunità per Sinisa.

sin samp

Viene annunciato il 3 giungo 2010 e prende il posto di Cesare Prandelli, molto amato dal pubblico fiorentino. Nella sua prima stagione alla viola ottiene un tranquillo nono posto e viene riconfermato per la stagione successiva. Non inizia bene la sua seconda annata e, il 7 novembre, viene esonerato in favore di Delio Rossi. Dopo una breve parentesi a guida della Nazionale serba, viene messo sotto contratto dalla Sampdoria, il 20 novembre 2013. Chiamato a risollevare la stagione, iniziata male proprio da quel Delio Rossi che lo aveva sostituito qualche anno prima a Firenze, si impone e dimostra a tutti di essere un grandissimo tecnico. Nella prima stagione raggiunge una tranquilla salvezza, ma nella stagione successiva compie il miracolo. Per buona parte della stagione 2014-2015, la Doria si ritrova in zona Champions. Concluderà la stagione al settimo posto, guadagnandosi comunque un’ottima qualificazione in Europa League. La sua squadra verrà ricordata per la grinta messa in campo, i leader di quella squadra erano Palombo ed Eder, che di sicuro non verranno ricordati per la aver avuto una tecnica sopraffina.

Si crea la nomea come sergente di ferro, e questo gli vale la chance della sua vita, ma anche la panchina sulla quale aveva giurato di non sedersi mai: il Milan. Viene annunciato il 16 giugno 2015, Silvio Berlusconi vuole un grande rilancio per la sua squadra e stanzia quasi 100 milioni di euro per il mercato, che porta giocatori come Carlos Bacca e Luiz Adriano e Alessio Romagnoli a Milanello. La stagione non va come previsto e la sua avventura nel club milanese dura appena 10 mesi, con Brocchi chiamato al suo posto per concludere la stagione. Avrà comunque dei meriti, come quello di aver lanciato il giovane Gianluigi Donnarumma, appena 16enne, al posto di Diego Lopez, che era considerato il titolare inamovibile. Senza dubbio l’esperienza al Milan ha frenato la sua crescita come tecnico, con il Torino dopo un’inizio ottimo si perde e viene esonerato nella stagione successiva. Con lo Sporting Lisbona addirittura viene cacciato nove giorni dopo la sua firma sul contratto, visto che il neoeletto presidente non lo voleva alla guida della squadra. E allora arriviamo ai giorni nostri, il Bologna in evidente difficoltà decide a malincuore di esonerare Filippo Inzaghi, che tanto bene aveva fatto a Venezia quanto male stava facendo sulla panchina bolognese. Non è la prima volta che subentra a Pippo, e la prima, al Milan, non andò bene.

bologna

Inizia subito con una gaffe, durante presentazione confonde i romagnoli con i bolognesi e, si sa, non fa piacere da quelle parti. Nonostante la falsa partenza, però, si fa subito valere. Si vede nei suoi occhi che è convinto di poter salvare il Bologna. Alla sua prima partita espugna San Siro battendo l’Inter 1-0. Poi arrivano 4 stop: il pareggio di Genoa e le tre sconfitte di fila, molte delle quali immeritate, con Roma Juventus e Udinese. Sinisa non si scoraggia, la sua squadra ha cominciato a giocare. Ha cominciato a correre, ad avere quello sguardo lì. Ha iniziato a crederci, che è la cosa più importante di tutte. Le successive 5 partite vedranno il Bologna uscire vincitore per ben 4 volte, con la sola sconfitta contro l’Atalanta, ma su quella squadra ci sarebbe molto da dire. Il Bologna inizia a segnare, in 21 partite Inzaghi aveva raccolto 16 gol, nelle 10 di Sinisa il Bologna ne ha già segnati 15, e menomale che il primo era un attaccante mentre il secondo un difensore... Ma anche la difesa è migliorata, da 1.6 gol di media a partita i felsinei ora ne subiscono 1.3. I numeri, però, non sono tutto. È cambiata la convinzione. Il Bologna sembrava spacciato ed ora, per la prima volta in stagione, si trova quartultimo. La strada è ancora lunga e Mihajlovic lo sa bene “Vittoria meritata ma ancora non siamo salvi. Dobbiamo crederci” ma questo cambio di mentalità va attribuito totalmente al sergente di ferro. Il suo modo di allenare, nelle grandi piazze, per ora non ha funzionato, ma se dovessi scegliere un profilo per una piazza passionale sceglierei tutta la vita il buon Sinisa.

Date a Rino quel che è di Totti

Ricostruire dalle fondamenta non è mai semplice. Farlo in una città in tumulto che ti ha eletto negli anni a divinità calcistica e non, risulta ancora più difficile e complicato. Questo il compito che spetterà dal primo luglio 2019 a Francesco Totti, ingombrante dirigente romano ed ex capitano mai dimenticato.

Al volgere di una stagione nefasta per i colori giallorossi, otto partite separano la Lupa Capitolina dall’ennesima rivoluzione annunciata. A guidarla, appunto, er Pupone, investito finalmente di responsabilità e di quei pieni poteri operativi che venivano invocati per lui fin dal giorno successivo al suo ritiro, in quella famosa domenica del 28 maggio 2017. In esclusiva oggi, tramite questo pezzo, noi de ilCatenaccio siamo pronti a svelarvi i piani della Roma che verrà, idee e pensieri che si intrecciano indissolubilmente alla figura di Ivan Gennaro Gattuso, bandiera rossonera e condottiero mal sopportato di una barca, quella milanista, che sta tentando faticosamente l’approdo in Champions a 5 anni di distanza dall’ultima proficua apparizione sulle migliori “coste” europee.

totti

Ammettetelo: non ci state capendo nulla? Andiamo con ordine.

Dopo l’allontanamento del Ds spagnolo Monchi susseguente alla disfatta col Porto, a Roma si è creato un vuoto di potere che Pallotta, ricalcando i passi della gestione immediatamente post Sabatini, ha tamponato con la promozione del fedele Massara. Fin qui niente di nuovo se non fosse che Francesco Totti, liberato dall’opprimente naftalina in cui era affossato da un anno e mezzo, ha preso la prima vera decisione importante nelle sue nuove vesti, richiamando a Roma quel Claudio Ranieri quasi scudettato nell’amara stagione 2009/2010. È inutile oggi soffermarsi sulla bontà o meno della scelta (per essere onesti, al momento il campo la sta smentendo clamorosamente), ma ciò che ci preme sottolineare invece è la nuova consapevolezza dirigenziale che il campione del mondo 2006 lega indissolubilmente a questa scelta: posso incidere anche in questo ruolo.

Da qui, e da questo momento comincia l’esplicazione del piano futuro romanista, l’idea di Pallotta, dopo un confronto con lo stesso Totti, di affidargli la gestione futura della Roma, declassando così Baldini a mero consigliere esterno piuttosto che saccente deus ex machina romanista. Con o senza la qualificazione alle coppe europee, il piano è solare: ricostruire una squadra di giocatori giovani (soprattutto) e meno giovani (pochi ma buoni) che possa aprire le porte ad un futuro stavolta condito da qualche successo.

A chi affidare questo manipolo di ragazzotti? Nessun dubbio: Gennaro Gattuso. È lui l’uomo identificato come quello della rinascita romanista, avanti oggi a Sarri nelle preferenze del Capitano. Un gladiatore all’ombra del Colosseo, banalità vera o presunta, il nativo di Corigliano Calabro si appresta a guidare la sua truppa, come una sorta di Massimo Decimo Meridio 2.0. Le richieste? Belotti per Dzeko, bosniaco sempre più triste e a secco da quasi un anno all’Olimpico in campionato, e Tonali, regista classe 2000 del Brescia per dare freschezza e vivacità ad un reparto di centrocampo reso acerbo dall’inconsistenza di Nzonzi e Cristante e al contempo annacquato dai malanni fisici di De Rossi.

Già, proprio lui. Filtra negli ambienti vicini al giocatore la voglia di ritirarsi a fine anno, un ginocchio malandato e la volontà di non mettere a repentaglio la sua incolumità fisica post carriera. L’idea di Totti? Intuitiva, Daniele vice Gattuso, un po' come in quel mondiale 2006. L’immagine ci riporta alla memoria una delle formazioni “politiche” più importanti della storia romana: il Triumvirato. Totti-Gattuso-De Rossi come Cesare-Crasso-Pompeo? Alla storia e ai posteri, come sempre del resto, l’ardua sentenza.

Luci a San Siro

Luci a San Siro

Roberto Vecchioni è uno dei più grandi cantautori della musica italiana. San Siro è uno dei migliori stadi d’Europa. Pensieri sconnessi o frasi buttate a caso, fate voi, il legame indissolubile che lega il vincitore di Sanremo 2009 allo stadio che più da vicino ha illuminato le grandi imprese nazionali e internazionali di Milan e Inter è proprio quell’album del 1980 che dà il titolo al nostro pezzo. Luci a San Siro.

Quelle stesse luci che proprio in questi giorni vengono minacciate da bellicosi propositi di demolizione in nome e in ragione di logiche economiche per loro natura avulse da qualsivoglia sentimento di gratitudine e affetto. Attaccamento indefesso alla storia o spietata analisi finanziaria? È questo il dilemma che sconvolge nelle ultime ore i sentimenti dei tantissimi tifosi rossonerazzurri. I contorni della vicenda appaiono abbastanza chiari: l’Inter di Suning e il Milan di Elliott, in collaborazione col comune di Milano guidato dal sindaco Sala, stanno prendendo definitivamente in considerazione la possibilità di costruire un nuovo stadio, questa volta di proprietà, nella zona dei parcheggi dell’attuale Giuseppe Meazza.

Quale la fine di quest’ultimo? Volontà di renderlo una sorta di monumento calcistico nazional-popolare o implacabile demolizione? Le tre parti in causa, a tal proposito, paiono aver deciso per la seconda opzione: troppo cari i costi di riammodernamento, troppo complicato spostare per 3 anni (i tempi stimati per i lavori del nuovo impianto) le partite in casa delle due milanesi. Visto da quest’ottica, il discorso sembra non avere smagliature o crepe nelle quali inserirsi per tentare di controbattere. Troppo importante la costruzione di una propria struttura per tornare a quella competitività da anni bramata e invocata, troppo importante allinearsi ai più grandi top club europei, troppo importante colmare l’inesorabile gap con i rivali juventini.

Tutto dannatamente giusto. E anche la nostra capacità cognitiva, tramutata in pensieri, parole, opere ed omissioni da queste umili mani, si allinea alla glaciale logica spicciola dei contabili di via Aldo Rossi. Eppure… Eppure nel nostro cuore, quando il sangue defluisce dal cervello e ci rende tutti più leggeri e meno convenzionali, una vocina insistente si ribella, lotta, sbraita, inveisce. Giù le mani dal Tempio. E non possiamo quindi far finta di nulla, non possiamo non comprendere quella grande fetta di tifosi che imperterrita chiede ad entrambe le società di trovare una soluzione diversa. Riemergono vividi e indimenticabili i ricordi di sfide memorabili, la partita perfetta del 2007, Milan-Manchester, preludio alla settima sinfonia in Champions suggellata dalla rivincita col Liverpool ad Atene.

Non facciamo fatica a credere che le stesse indelebili emozioni passino nella mente e nel cuore degli interisti, ripensando a quel 3-1 al Barcellona del 2010, preludio alla stagione del triplete di Mourinho e al ritorno sul tetto d’Europa dopo 45 anni in quel di Madrid. I palloni d’oro che hanno calcato quel campo, le giocate, e perché no, anche le feroci contestazioni. Tutto all’interno di quelle mura, di quei fili d’erba misti al sintetico trasudano calcio e profumano di eterno. Se il progetto andrà in porto, la stagione 2023-2024 sarà la prima col nuovo stadio e, forse, senza più San Siro.

Chissà se in questo arco di tempo il buon Roberto verrà nuovamente ispirato, come in quella stagione dell’80, quando Luci a San Siro salì alla ribalta delle classifiche musicali. Oppure se, citazione opportuna, Luciano Ligabue, urlando contro il cielo stellato di Milano, ricorderà a tutti che certe luci non puoi spegnerle. Dilemmi a cui avremo presto una risposta. Nel frattempo godiamoci ancora per un po' uno stadio leggendario che sembra volerci dire, in un commovente canto del cigno, che l’età è solo un numero. Chiamatemi ancora amore. Perchè, alla fine, non siamo poi così Vecchioni.

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, sferica entità dalla mano argentina, a te mi appello, umile servitore, per risolvere questo annoso problema. Guarda il nostro calcio, quello che te coronasti con codini e tacchi capitolini, con abatini e squadre volate in cielo, guarda il nostro calcio italico, come povero si accascia e dorme. Sfibrato, privo di genio, incapace. Mandaci un messo, un nuovo pibe, una tua benedizione, una indicazione per uscire da questa palude vorticosa. Dicci qual è la via, le squadre b, le scuole calcio, i giovani. Illuminaci, o vate.

Sceicco – Il tuo Dio non ti ascolta, amico. È troppo impegnato in feste transalpine, tiki taka spagnoleggianti e rivoluzioni inglesi. Preferisce, a tratti, anche la solidità germanica. Non c’è tempo, in lui, per rinascite tricolori.

Dirigente – E a chi, allora, dovrei dirigere le mie preghiere? A chi, dunque, dovrei chiedere l’assoluzione dei peccati per tornare alla vita vera, alla gloria calcistica, alle notti magiche inseguendo un gol?

Sceicco – Hai davanti colui che vai cercando.

Dirigente - Perdonami, ma che ne sai te di calcio? Cosa di talento, magia, emozione, genio? Come pensi di poter risollevare il nostro sport?

Sceicco – Le tue domande sono lecite, amico dubbioso. Lascia che ti spieghi. Come si chiama quel trofeo che disputavate in estate, tra le due migliori del vostro campionato? Supercoppa Italiana? Bene. Non l’avete forse disputata già in Cina, negli Stati Uniti, in Libia e in Qatar? Ottimo, il mio paese è pronto ad ospitarvi. Venite a giocarla qui. Siamo o non siamo buoni amici di commercio? Abbiamo o non abbiamo fatto grandi grane insieme?

Dirigente – Grane, granate e bombe. Quello sì.

Sceicco – Esatto amico. Quelle le uso in Yemen, anche contro bambini e donne se serve. Ma proprio per questo quando vado in giro mi guardano in cagnesco, mi scansano, mi spernacchiano, mi additano come malvagio, dispotico, dittatore. Mi occorre qualcosa per apparir più buono, quale io realmente sono. È qui che tu potresti aiutarmi, amico mio.

Dirigente – Cosa potrebbe ripulirti?

Sceicco – Lo sport che piace di più a tutti, il calcio. Per questo dovete venire qui da noi a giocare la vostra finale. In cambio vi daremo 7 milioni a partita, da giocare almeno tre volte nei prossimi cinque anni. Sarà l’inizio di un lungo e felice connubio.

Dirigente – E’ una proposta fenomenale. Il brand tricolore, il made in Italy, le nostre eccellenze all’estero, la promozione dei nostri prodotti calcistici. Perfetto, affare fatto!

Sceicco – Aspetta amico mio, non è ancora tempo per andare in porto. Sono contento della tua gioia, ma prima vorrei farti qualche domanda. Ci sono alcune cose che non capisco del vostro mondo, del vostro calcio. Ad esempio, qualche tempo fa, i vostri giocatori scesero in campo con uno strano segno, vermiglio, rossastro, sotto l’occhio. Perché lo fecero?

Dirigente – Era un segno di protesta contro i salari bassi dei calciatori, nobile amico. Un’altra piaga che attanaglia il nostro calcio.

Sceicco – Oh, me ne dispiaccio. E ascolta ancora, ogni tanto vedo anche delle donne giocare a pallone? Come potete permettere questo scempio?

Dirigente – E’ solo una piccola libertà che concediamo a questo essere inferiore, sceicco. Le lasciamo credere di essere calciatrici ma in realtà, da regolamento, non gli permettiamo contratti professionistici così sono costrette a vedere il pallone solo come un hobby, un passatempo, non come un lavoro. E così per la pallavolo, l’atletica, la pallacanestro, il nuoto. Gli uomini possono guadagnare e farlo come mestiere, loro no.

Sceicco – Oh, mi rincuoro. È astuto da parte vostra. Però vedo che molte donne si recano allo stadio, siedono con gli uomini, urlano e a volte sono anche da sole, in gruppo. Questo è inconcepibile. Da noi devono essere per forza accompagnate e devono chiedere il permesso persino per sottoporsi ad interventi medici. Come me la spieghi questa vostra oscena barbarie?

Dirigente – Voi siete molto saggio. È vero, questo è un grave male, ma stiamo provando ad arginare questo fenomeno di malcostume. Fortunatamente molte tifoserie obbligano le donne a non spingersi nelle loro prime file, per non rischiare così di essere macchiate dalla loro presenza, e le lasciano indietro, scansate e derise. Comunque sia continuiamo ancora a trattarle come animali, a volte le mettiamo i collari come i cani e le prendiamo a botte.

Sceicco – Oh, bene. Questo è giusto. Per me le domande sono finite, se vuoi concludiamo l’affare.

Dirigente – Certamente, maestro. Promozione, visibilità, immagine, pubblicità…

Sceicco – Ecco lì l’altare, sai già cosa fare, amico mio. Ah, un’ultima cosa. Ma chi sono questi Cucchi, Piccinini, Ferrario, di Trapani, che scrivono contro di me, di noi, del nostro patto, della nostra brillante amicizia?

Dirigente – Non vi preoccupate, potente amico. Sono solo giornalisti.

Sceicco – Ah, come Jamal Khashoggi?

Dirigente – Esatto, proprio come lui.

Ne rimarrà soltanto uno

Vi ricordate, cari lettori, le strampalate ed ironiche conte che da bambini si facevano per decretare chi dovesse giocare con questa o quella squadra di vostri amici, fatte frettolosamente dieci minuti prima del calcio d’inizio?

Beh, se non le ricordate voi, sicuramente in queste due settimane di sosta per le Nazionali saranno tornate prepotentemente in mente a Ivan Gennaro Gattuso, tecnico milanista falcidiato da una miriade di infortuni, concentrati in tutte le zone del campo, specie tra difesa e mediana. Nel giorno dell’antivigilia di Lazio-Milan, posticipo delle 18 della tredicesima giornata di campionato, c’è molta curiosità fra gli addetti ai lavori su quale squadra il tecnico calabrese schiererà dal primo minuto. Volendo continuare a solcare ironicamente il tema, potremmo più semplicemente dire che a Milanello la formazione verrà decisa dopo la conta dei superstiti. Già, perché mai si era vista una simile ecatombe: Caldara fuori 3 mesi, Romagnoli e Musacchio 2; Bonaventura stagione finita e Biglia quasi. Chi rimane?

Come è facile intuire, le preoccupazioni maggiori riguardano il reparto difensivo, dove balza agli occhi la sola presenza di un giocatore negli anni inviso da gran parte del tifo milanista: stiamo parlando di Cristian Zapata, centrale colombiano di 32 anni, al Milan dal 2012 e col contratto in scadenza il prossimo 30 giugno. Per chi scrive, un idolo. Centrale veloce, fisicamente prestante, forte nell’anticipo e dominante nei duelli aerei: visto così, sembrerebbe l’identikit del centrale difensivo perfetto. Purtroppo, come il più famoso Achille, anche il buon Cristian ha il suo tallone, il suo punto debole: la concentrazione, difetto che gli ha sempre impedito di fare quel clamoroso salto mentale che lo avrebbe consacrato come difensore di altissimo valore.

Oggi però, nella piena maturità dei suoi 32 anni e con la consapevolezza di poter concludere la sua avventura rossonera tra qualche mese, gli si chiede di guidare un reparto inedito (dovrebbe essere coadiuvato da Rodriguez e Abate in una sgangherata difesa a 3) nel più importante scontro diretto per la Champions, competizione dalla quale il Milan manca da quasi 5 anni e che proprio col colombiano e Mexès coppia centrale titolare ne ottenne l’ultima qualificazione. Alle previsioni nefaste che vedono la compagine rossonera uscire con una batosta inenarrabile dalla trasferta romana, Gattuso affida e ripone le sue speranze nel nativo di Padilla, il cui compito sarà principalmente quello di arginare Ciro Immobile, agnellino con la maglia azzurra ma spietato cacciatore con la casacca biancoceleste.  “Se sono concentrato non ce n’è per nessuno”.

Così si esprimeva il difensore nel febbraio 2016 alla viglia di un Napoli-Milan dove lo spauracchio principale era quel Gonzalo Higuain oggi suo compagno di squadra (e che sarà assente per l’espulsione rimediata in Milan-Juve). In quella gara, il centravanti argentino non vide letteralmente palla, sormontato fisicamente e tecnicamente da uno Zapata in versione deluxe. Quella partita terminò 1-1, risultato che oggi sarebbe oro per classifica e situazione complessiva di squadra. Riuscirà il buon Cristian a tenere accesa la spia della concentrazione e a relegare il centravanti italiano a semplice comparsa del big match dell’Olimpico? Fosforo e applicazione, caro Zap. Ai 90 minuti di domenica l’ardua sentenza.

In Ibra we trust

 

In luglio, appena ci siamo insediati alla guida del Milan, ci abbiamo fatto più di un pensierino. Ibra è un guerriero e il suo legame con Milano e il Milan è incredibile. Oggi impossibile, ma mai dire mai”. Parole e musica di Leonardo Nascimento De Araujo, direttore tecnico dell’area sport del Diavolo. Sobbalzano i cuori del tifo milanista. Ibra, gigante svedese da Malmoe, ancora tu: ma non dovevamo vederci più? Filo spezzato, interrotto in quella calda estate del 2012. Il Milan che smantella, l’addio dei senatori, la cessione pesante di Thiago Silva. E la sua. La partenza di Zlatan, più che quella del forte difensore centrale brasiliano, fa perdere al Milan lo status di grande squadra. Uno status parzialmente riacquistato con l’arrivo del Pipita Higuain durante lo scorso mercato estivo, ma ancora non del tutto risanato. Una ferita ancora aperta, lama conficcata nel petto e dolore lancinante. Dove sei, Zlatan? Colui che tutto può. Eccitazione calcistica allo stato puro.

La prefazione erotico-romantica ci serve per introdurre gli aspetti più strettamente mercatari della vicenda. Perchè Zlatan Ibrahimovic, anni 37 appena compiuti, nel bel mezzo della sua campagna di novello Colombo (ma questa è un’altra storia già raccontata) decide o quantomeno sta prendendo in considerazione l’idea di tornare in Italia, nella Milano rossonera? L’ego smisurato dello svedese partorisce una banale quanto inequivocabile risposta: per noia. Troppo sicuro di se per giocare in un campionato poco competitivo e stimolante come quello americano. MLS utile però per testare il suo fisico e in particolare il suo ginocchio, gravemente infortunato, come tutti ricorderanno, nell’aprile 2017. Ibra c’è. I 20 goal in 25 presenze e i numerosi assist forniti ai compagni (mediocri rispetto a lui, sia chiaro) danno al campione trentasettenne le sensazioni che cercava. Sono ancora dominante. Sono ancora io che decido come indirizzare le partite. Sta tutto nella malinconia americana la molla che spinge Ibra a provarci ancora.

E quale posto migliore se non nella squadra che sta piano piano e con fatica cercando di tornare ai fasti di un tempo? Il Milan, dunque. Riannodare il filo troppo rapidamente spezzato da fredde questioni di bilancio. Tornare ad essere l’epicentro del mondo rossonero. Adrenalina clamorosa per chi vive e si alimenta di sfide quotidiane. Leonardo e Maldini tutto questo lo sanno e strizzano l’occhio ripetutamente al campione svedese e soprattutto al suo agente Mino Raiola: Ibra come strumento di pace. Ambasciator non porta pena, direbbero i più fini cultori dell’arte dei proverbi. Ma quali sono i contorni economici di questa intrigante quanto clamorosa operazione? Non preoccupa e non è un problema l’ingaggio, oggi attestatosi sugli 1.2 milioni annui, quanto la durata del contratto. Ibra vorrebbe un contratto di un anno e mezzo (scadenza giugno 2020), il Milan ne propone uno di mesi 6. La soluzione del rebus è a portata di mano e molto limpida: contratto di sei mesi con opzione di rinnovo per la stagione successiva.

Una sorta di assicurazione per il Milan, che da gennaio a giugno testerebbe continuativamente la rinnovata forgia fisica del calciatore, incentivo straordinario per lo svedese per dimostrare sul campo che quel rinnovo annuale se lo merita eccome. Dal punto di vista tecnico, non vediamo sinceramente nessun contro ma una gamma sconfinata di pro: leadership in campo e nello spogliatoio (Reina insegna), contributo ancora determinante in campo, dall’inizio o subentrando dalla panchina, per dare man forte a Higuain e per agevolare la crescita caratteriale e tecnica di Patrick Cutrone. Insomma, tutte le strade in questo caso non portano a Roma, ma a Zlatan. Dio Onnipotente ed Eterno. Aspettando gennaio, sia fatta la Sua volontà.

In Zlatan noi crediamo.

Amen

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

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