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Non hanno vinto solo i Toronto Raptors

Ad  Oakland, in California, nella ...

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors

Ad  Oakland, in California, nella contea di Alameda, è ubicato il palazzetto più antico della NBA: la Oracle Arena. Chissà se un qualsiasi John o Joe, venuto a lavorare dall’Oklahoma, mettendo l’ultimo mattoncino nel 1966 abbia mai pensato a tutti i gloriosi momenti che si sarebbero vissuti là dentro. Evidentemente no perché di anni se ne sono dovuti aspettare: nove per il primo titolo e altri quaranta per quelli che saranno il secondo, il terzo e il quarto per i Golden State Warriors. E proprio questi “guerrieri”, stanotte, hanno dovuto deporre le armi in favore della prima squadra non americana, bensì canadese, a vincere nella storia della NBA il così tanto agognato titolo: i Toronto Raptors. Anche in questo caso qualsiasi John o Joe non avrebbe mai pensato a nulla del genere.

 

Sono  tutti in piedi ad ammirare una delle ultime giocate che si terrà in quella Arena. Toronto sta vincendo di un punto e ha una gara di vantaggio. Palla a Golden State che “batte” una  rimessa a dir poco rischiosa, al limite della stessa palla persa che i Raptors hanno registrato nell’azione precedente. Draymond Green salva miracolosamente sulla linea laterale, scarica su Wardell Stephen Curry che aveva sfruttato bene il blocco cieco di DeMarcus Cousins. Curry tira da tre!

 

Quel tiro da tre esce, viene sputato dal ferro come fiamme sfavillanti dalle fauci di un drago. Quella manciata di pochi secondi rimasti va scemandosi. E proprio lui, Wardell Stephen Curry, in arte Steph, uno dei tiratori più irrazionali della Storia di questo gioco non centra il bersaglio che avrebbe definitivamente consacrato la sua carriera e avrebbe tirato una netta linea della sua eredità lasciata al gioco.

 

Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Da spacciati a vincenti in pochi successivi istanti! Tutto il Canada esplode. Il tanto agognato titolo, il Larry O’ Brien Trophy, quest’anno non sarà più adagiato sul suolo americano. Per le strade canadesi il popolo è in festa, coriandoli e fuochi d’artifici vengono lanciati sulla folla che aveva ammirato i propri eroi dai maxischermi, spargi in giro per la città, qua e là.

 

“Vedo una magnifica città e uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso. Vedo le vite per le quali sacrifico la mia, pacifiche, utili, prospere e felici. Vedo che nell'intimo del loro cuore essi hanno per me un santuario e l'hanno i loro discendenti, generazione dopo generazione. Quel che faccio è certo il meglio, di gran lunga, di quanto abbia mai fatto e quel che mi attende è di gran lunga il riposo più dolce che abbia mai conosciuto”.

 

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors, hanno vinto gli ideali e le idee di coloro che hanno creduto nel potere africano di Pascal Siakam, che ora in un universo parallelo è chiuso in un qualche monastero dopo aver concluso il suo percorso da seminarista, e di “Air Congo”, Serge Ibaka. Ha vinto la dirigenza che ha scelto la strada razionale piuttosto che quella del cuore, scambiando il miglior amico di un signor giocatore, Kyle Lowry, per avere in cambio un leader di Jordaniana e LeBroniana fattura: Kawhi “Kawow” Leonard. Ma un leader non solo risolve i problemi, indica la strada ed è in questo frangente che il tanto vituperato Lowry si è superato, andando a smentire le critiche copiose ricevute in tutti questi anni.

 

Ora piove fuori l’Oracle Arena, il luccichio dei cofani delle macchine riflette un sole californiano moralmente sempre più sbiadito. A testa bassa escono i tifosi, consci del fatto che hanno però tutto il diritto di alzarla quella testa e di dire che i ragazzi che sempre sosterranno hanno scritto la Storia in questi anni. Certo è che rimane un “What if” grosso quanto tutto il Canada. E se Kevin Durant fosse stato sano? E se in questa ultima gara Klay non si fosse rotto il crociato del ginocchio sinistro?

 

Tante domande che non hanno bisogno di risposte. Gli infortuni fanno parte del gioco ma soprattutto c’è da dire che i Golden State Warriors hanno saputo afferrare il concetto di “stay in the moment”, eludendo la mancanza, in momenti chiave, di due armi offensive a dir poco letali. Chi ha visto le partite sa. Sa che Toronto non ha vinto per altrui sfortuna ma per propri meriti. Chi conosce il gioco sa. Sa che Golden State il prossimo anno rialzerà la testa, recupererà gli infortunati e continuerà a far paura a molti Stati americani più il Canada. Cala il sipario, il ritorno sarà più che dolce. La vendetta più che spietata.

Penetrazione di Shaun Livingston al centro dell’area. Aiuto in difesa di “Air Congo” Serge Ibaka. Il congolese salta, Livingston sbaglia, prova a riprendere la sfera, sbraccia, sgomita in aria. Un gomito arriva sul volto di Fred Vanvleet. “Welcome to the Party”.

Fred rimane a terra un po’ scombussolato, fissando il vuoto. Un rivoletto di sangue gli scivola sullo zigomo fino all’orecchio che diventa una coppa di sangue. Accanto a lui un dente bianco. Non è la scena di una sparatoria, come quella in cui hanno ucciso il padre di Fred, sono le Finals NBA. Quel luogo, quell’appuntamento con la storia che non puoi perderti soprattutto se ne sei un protagonista assoluto, anche se a sorpresa. Sette punti di sutura nello spogliatoio, sotto l’occhio, un dente in meno. Pochi minuti dopo il giocatore dei Toronto Raptors è di nuovo sulla panchina dei suoi pronto a spronare chi, come lui, sta sputando sangue per strappare una vittoria.

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Devi fare questo e altro per vincere. Devi dare tutto se vuoi battere chi alle Finals ci è arrivato cinque volte negli ultimi cinque anni, vincendone tre sempre contro un alieno di nome LeBron James: i Golden State Warriors. Quest’ultimi favoriti, senza ombra di dubbio, perché nel quintetto titolare hanno cinque stelle di valore assoluto fra cui un signore conosciuto con il nome di Kevin Durant. Kevin, uno dei giocatori più forti della storia del gioco dal punto di vista offensivo, è però assente. Un infame infortunio al tendine d’achille, non è lecito sapere di quale entità, lo sta portando , partita dopo partita, a un rientro sempre meno probabile. Non è stato questo l’unico infortunio che ha reso impervia la via della vittoria. Klay Thompson, uno che viene paragonato a Walter Ray Allen, non ha potuto prendere parte alla sfida in gara tre mentre è tornato disponibile in gara 4, dove però gli Warriors hanno perso nuovamente. Toronto sta, ad oggi, dominando e conducendo le Finals per tre a uno. Per i campioni in carica due sconfitte in casa consecutive.

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Ma non è agli infortuni a cui si può imputare l’unica vittoria dei Warriors a fronte delle tre sconfitte per mano di Kawhi Leonard e dei Toronto Raptors. La squadra del Canada sta giocando una pallacanestro spaziale. Arriva un raddoppio in marcatura? Con una lucidità raramente vista in momenti di tensione allucinanti riescono a trovare l’uomo giusto verso cui scaricare la palla a spicchi. Le stelle degli Warriors hanno appena messo un canestro che ha fatto esplodere il palazzetto? Nessun problema, Toronto è pronta a correre verso il canestro per non permettere alla difesa avversaria di organizzarsi e schierarsi perfettamente. E’ un gioco corale quello dei Toronto Raptors, costruito ad arte da un allenatore che per anni è stato un vice e ha fatto gavetta nelle leghe minori. Un gioco corale sì certo, ma il condottiero dei Raptors resta uno che, in queste partite sta giocando ad un livello Jordaniano e LeBroniano: Kawhi “Kawow” Leonard.

Ragazzo poco sorridente, Kawhi, non adatto al mondo social e apparente di oggi. Leonard, stanotte, ha compiuto un’altra prestazione da mattatore, l’ottava consecutiva con più di trenta punti in trasferta, noncurante della sua tendinite al ginocchio destro. Lui lo sa che “basterà” vincere un’altra partita per laurearsi Campione NBA. Ma gli Warriors sono uno dei cicli più vincenti della Storia, non certo degli sprovveduti. Leonard sa che dovrà lottare per stringere in quella sua mano lunga più di trenta centimetri quel dannato titolo, molti di più di quella volta in cui non riusciva a prendere il telecomando che si era incastrato sotto al divano…

 

Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

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Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

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Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

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Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

Provate a digitare su Google, o su Internet Explorer per i più nostalgici, il nome di uno dei più grandi cestisti del gioco contemporaneo: James Harden. Vi aspettereste una qualche notizia di gossip, una giocata, il suo Palmarès ( ancora un po' scarno per uno del suo calibro). E invece no. Se cercate quel nome troverete dei titoli imbarazzanti: "James Harden testimonial Adidas insultato per la sua barba e colore della pelle" .

La multinazionale di prodotti e capi sportivi ha infatti scelto da qualche anno come suo prediletto testimonial  James Harden, uno che quest'anno ha viaggiato a quasi 37 punti di media. Siete amanti del calcio? Bene, è come se aveste nella vostra squadra del cuore uno che ogni singola dannata giornata vi fa almeno un gol e un assist, giusto per farvi capire  di che tipo di arsenale sportivo dispone "il Barba". Esatto, lo chiamano così. Perché da quando gioca a Houston ha sempre avuto quella folta barba da..."Terrorista". Così purtroppo lo hanno "chiamato" molti tizi dalla pelle bianca e dagli occhi non a mandorla fra i commenti di un post con cui Adidas stava pubblicizzando una campagna promozionale. 

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James Harden con la maglia degli Houston Rockets

Sconti fino al 33%. "Negro", "Come vi trattate nei centri di accoglienza", "Addirittura siete arrivati a questo, ad avere come testimonial un negro pur di avere fama e soldi? Basta mi avete perso come cliente". Gentile signore la informiamo che Adidas continuerà  a fatturare miliardi anche senza il suo "contributo". Look da profugo, anche se esattamente non sappiamo come e cosa sia, forse lo presenteranno alla Milano Fashion Week del 2020. 

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Tutta questa roba un po' fa riflettere. Se non vi suscita niente, beh allora c'è un problema serio, anche perché  è da anni, da anni, che si fanno campagne pubblicitarie con giocatori di colore. Questi commenti fanno scalpore perché siamo perbenisti e ad essi si dà più risalto o perché un problema c'è? La risposta dovremmo cercarla in noi stessi, rifuguarci in noi stessi senza tapparci le orecchie, invece di condividere le nostre "certezze" sui Social, che più ad essere utili per cercare informazioni sono ultimamente diventati mezzi per sfoggiare l'ingegnere, il politico, il moralista che è in noi.

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La notizia fa male soprattutto ai tifosi,e non, italiani che in queste ore sono stati derisi e malvisti da tutto il mondo per non aver riconosciuto James Harden e per averlo insultato. È sbagliato questo? Sì perché generalizzare è sbagliato, per tutti. In realtà il "sugo" della storia è un altro. Chi se ne frega che quel tizio sia Harden o chicchessia. Se guardiamo una pubblicità di spazzolini o dentifrici ci preoccupiamo che questi rendano bianchi i nostri denti o di quanto sia brutto o brutta la testimonial? La dottoressa che curerà una nostra malattia deve essere bella e bianca o capace di operarci a cuore aperto? 

Harden nel frattempo non ha commentato l'accaduto anche se difficilmente questa notizia non sarà arrivata alle sue orecchie.
"Fear the Beard". Paura del Barba. Forse sì, è proprio un terrorista perché lancia bombe anche da centrocampo. Sguardo perso nel vuoto, una decina di palleggi per ubriacare l'avversario, step back, e tiro a dieci metri dal ferro. CIAF,  ha preso solo la retina. Lo show continua. Il pubblico è incredulo. Noi abbiamo strappato solo qualche ghigno amaro.

Dennis Rodman, paradiso e inferno

 

"È grazie alle sue stranezze che siamo qui a festeggiare il secondo titolo consecutivo". Sembra una frase normale, questa qui. Eppure non è una semplice frase, è una consacrazione, è il coronamento di un sogno, forse. Sono le parole che un giorno d'estate del 1997 Michael Jordan "His airness" spese  in favore di Dennis Rodman, uno dei più grandi cestisti e "rimbalzisti" del gioco con la palla a spicchi.
 
Dennis Keith Rodman, un ragazzo tranquillo fino al 1990. Fino a quel momento  aveva già vinto due titoli con i Detroit Pistons, si era procurato la fama di un lottatore, di uno che ama soltanto la pallacanestro. Ma non bastava a lui tutto questo. Nella sua mente, che nessuno sarebbe in grado di scalfire nè di interpretare, c'era il nero ed il bianco. Era paradiso ed inferno contemporaneamente. The Palace of Auburn Hills, la casa dei Detroit Pistons. Anzi, il tempio. Dove i Bad Boys degli anni '80, Rodman compreso, hanno fatto la storia. Là fuori c'è un parcheggio desolato ed un Pick Up. Dentro c'è un uomo con un fucile in mano. Quell'uomo è Dennis Rodman.
 
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Nessun suicidio quella notte, nè un omicidio. Qualcosa di spirituale e mistico però è avvenuto. Rodman ha ucciso la sua anima e l'ha sostituita con un'altra. Da quella notte è morto un Rodman che pochi hanno incontrato  ed è nato quello che conoscono tutti. Forse avrebbe voluto solo nascondere la sua vera natura, il suo vero io. Da quella  notte ci si è dimenticati del Rodman senza tatuaggi. Da quella notte è iniziata una nuova vita, fatta di nottate passate fra agenti della polizia, strane maschere e parrucche  indossate, la maggior parte delle volte con particolari colori sui capelli.
 
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Uno dei tanti stravaganti look di Dennis Rodman
 
Su Youtube potete trovarlo in un video  mentre corre, ma non per andare a canestro. Sta scappando da tori inferociti che sono stati sguinzagliati per dare vita ad una delle più stravaganti festività spagnole. Potete trovarlo lottare con Wrestlers su un ring mentre si fa lanciare addosso un bidone  per la pattumiera. Potete trovarlo anche vestito in abito da sposa, non da sera, mentre firma l'autobiografia che aveva scritto. Ma non per questo lo chiamano "the worm", il verme.
 
Non lo chiamano "il verme" per le dicerie, e denunce, che girano sul suo conto. Non lo chiamano "il verme" per la mandria di piercing e tatuaggi sul suo corpo e alcol nelle sue vene.  Lo chiamano così  perché riusciva a sgattaiolare fra giocatori più alti di lui di circa 10/15 centimetri e a fregargli la sfera. Il sudore era la sua arma letale. Sgusciava dappertutto: gli davi una spallata, un attimo dopo te lo ritrovavi davanti e già ti aveva tagliato fuori. In 14 anni di carriera, di cui gli ultimi 4 giocati non al pieno delle sue forze, è riuscito a raccogliere, anche se strappare suona meglio, più di undicimila  rimbalzi. Undicimila. Sono una quantità inimmaginabile di palloni, soprattutto se si pensa che l'altezza non era proprio il suo punto di forza. In genere i grandi rimbalzisti del basket sono  alti almeno 210 cm, lui si slanciava per solo, si fa per dire, 2 metri ma se vogliamo dirla tutta era un giocatore non convenzionale, venuto dal futuro. Oggi infatti i centri non si piazzano più sotto al canestro in attesa del pallone ma difendono anche dal perimetro dell'area. Questo Rodman lo aveva capito 20 anni fa.
 
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Rodman e Jordan
 
Rodman è riuscito a prevaricare su giocatori molto più portati fisicamente  a prendere rimbalzi, come Pat EwimgHakeem Olajuwon e nonostante tutto, nonostante le armi, le notti insonni  a fare chissà quale bravata, nonostante tutte le dicerie, come la sua storia di un paio di mesi con Madonna, Rodman era sempre in campo, pronto a saltare in verticale e a lanciarsi in orizzontale per prendere quella dannata palla e ad aiutare Michael Jordan a vincere altri tre titoli.
 
 
 

Sono le 13 in punto. 1998. Il nuovo millennio si sta piano piano avvicinando. Mamma Sonya ha appena finito di preparare qualche piatto prelibato per i due figlioli, Steph e Seth. Chissà perché questi due nomi, forse si diverte a chiamarli insieme. Al contrario di quanto si possa pensare i due fratellini sfuggono ad uno dei luoghi più comuni: i due non litigano per il telecomando né per il canale da scegliere in tv, e non è neanche mamma Sonya a decidere. Sono tutti d’accordo: stasera si guarda papà!

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Dell e Sonya Curry

A dire il vero a volte non c’era neanche il bisogno di accendere la tv: andavano tutti  e tre al palazzetto a vedere papà Dell Curry, nobile giocatore degli anni ’90 dei Charlotte Hornets. Dell non si riscaldava con i suoi compagni di squadra ma con i suoi due pargoletti. Non vorremmo sembrare mica spocchiosi , ma i due, Steph Curry e Seth Curry, erano abbastanza bassi e gracilini. Dell, invece, era un onesto tiratore da tre punti. Forse più che onesto visto che all’epoca, non sentitevi troppo vecchi, si tiravano al massimo tra le sette e le dieci triple a partita. Eppure chissà, a volte il gene si unisce al genio e fuori ne viene qualcosa che mai nessuno avrebbe immaginato. Nessuno avrebbe immaginato che un ragazzino con un po’ di problemi alle caviglie, Steph, sarebbe diventato tre volte campione NBA e due volte miglior giocatore della stagione, un pallone d’oro del basket per capirci. Seth invece non ha il talento del fratello ma non smette mai di sfidarlo sul campetto dietro casa.

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La famiglia Curry

Mai lottare” sono due parole banali che mamma Sonya ha cercato sempre di far mettere in pratica, cosa non altrettanto banale, ai due figlioli. Un po’ di volte in più lei gliele ha dette a Seth che, ad un certo punto, ha smesso di guardare il padre in tv e ha iniziato a guardare il fratello. Deve essere dura avere vicino chi, con meno sforzo e più talento, riesce a mettere la freccia e a superarti. Per Seth arriva una chiamata, non da una squadra NBA però, da una squadra di serie b. Più precisamente dai Santa Cruz Warriors, la squadra minore affiliata a quella in cui gioca il fratello Steph. Altro colpo basso per chi vive solo di “palla a spicchi”. Arriva poi una chiamata da Cleveland e poi un’altra chiamata dai Memphis Grizzlies, ma in quattro anni Seth, fra una gavetta e l’altra, colleziona solo 48 presenze. Gli amanti del calcio diranno che non sono poche ma in realtà una sola stagione NBA conta 82 partite per squadra. Fate voi le differenze.

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Non crediate che però sia stato, nel frattempo, tutto rosa e fiori per il fratello maggiore Steph Curry. Gran talento, gran tiratore, peccato però il fisico smilzo e quelle dannate caviglie che sembrano fare crack nei momenti più importanti. Nella stagione 2015 attua però la sua rivoluzione copernicana ma soprattutto la rivoluzione cestistica. Piovono, rombano decine, centinaia di triple. Da centrocampo, dal logo, cadendo all’indietro, dopo aver palleggiato un paio di volte fra le gambe e dietro la schiena. Steph tira, tira, tira, non importa dove si trovi. Vince il titolo e l’MVP. Lo stesso farà l’anno successivo. Steph ha cambiato il gioco profondamente, o nel bene o nel male. Oggi, infatti, i tiri da tre punti tentati dalle squadre NBA sono circa 25, numeri 4 volte maggiori rispetto a qualche anno prima. Se non è una rivoluzione questa…

La danza di Stephen Curry

Seth e Steph, non Caino ed Abele certo, ma due fratelli le cui strade sono tanto diverse quanto fortunate. 2018. Venti anni dopo i due fratelli si incontrano di nuovo, cestisticamente parlando. Entrambi, l’uno contro l’altro, si giocano l’accesso alle finali NBA per aggiudicarsi il titolo con tanto di anello al dito. Ebbene, mamma Sonya e papà Dell sono ben felici di andare allo stadio per ammirarli. I loro due figlioli hanno già vinto.

Damian Lillard, un piccolo ragazzo da Oakland

 

Si innalza un canto sacrale, gospel. Sembra di essere in un sogno. Raccoglie il pallone fra i polpastrelli, suonano meglio di un piano. Ginocchia piegate che si distendono. Lievita un po’ in aria, trenta centimetri. Rilascio degno della migliore catapulta ben oliata. Qualche goccia vola verso il parquet, potrebbe mettere in pericolo le caviglie dei giocatori che ci passeranno sopra alla prossima giocata. Parabola diabolica. Milioni di occhi puntati addosso. Scende, e la palla brucia la retina. Non c’è una prossima giocata. Buzzer beater: tiro della vittoria.

Quando provieni da una zona come Oakland, California, non è difficile giocare fra mille tensioni ed emozioni. Piano piano ci si abitua, anche alla criminalità organizzata e non. Lo sa bene Damian Lillard. Lui è nato lì, fra una sparatoria e l’altra, costretto a chiudere  gli occhi e tapparsi le orecchie,  nella quinta città americana per tasso di criminalità  e sparatorie in un anno. In quel momento si riesce a capire come faccia il buon Damian Lillard a prendersi tiri dal peso e dalla importanza pazzesca con tanta serenità. Già, il buon Damian, lui che è riuscito a uscire e salvarsi da quella città prima che potesse chiudergli la porta in faccia. Prima che una pallottola attraversasse il suo petto, dopo che una aveva già interrotto il respiro del suo allenatore. Giusto a un paio di kilometri da…Oakland, sì! Giusto a un paio di kilometri dalla zona della città dove giocano i Golden State Warriors, squadra NBA prossima a diventare una delle franchigie più titolate del basket. Confine labile fra paradiso e inferno.

 

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Ne narriamo la storia, la profezia divenuta realtà come fosse un eroe. E forse un eroe un po’ lo è o almeno così lo vedono  tutti i ragazzini che nel caldo di Oakland continuano a giocare a basket, ignorando lo sguardo di rapinatori e spacciatori. Non tutti ci riescono, per molti il destino è beffardo ma i più fortunati oggi sono testimoni della storia, di un altro piccolo eroe diventato fenomeno. Ciò che sta facendo ai Playoff di quest’anno è strabiliante. Dame sta viaggiando a 31.1 punti, 5.7 assist e 4 rimbalzi a partita, tirando con 40% da tre punti. Ha ribaltato i pronostici battendo gli OKC di Russell Westbrook e soci con quel tiro pazzesco. Da centrocampo. Non per niente lo chiamano Dame Logo, proprio perché tira dal logo della squadra che è disegnato a centrocampo.

 

Un altro suo celebre soprannome è Dame Dolla. Nome da rapper direte voi. Esatto, fa anche quello. Musiche discutibili certo, non sicuramente le migliori ma che regalano bagliori di speranza a chi è intrappolato in quel ghetto. A chi per sbaglio, fra un tiro e l’altro, muore ammazzato e non torna a casa per la doccia e la cena. Damian Lillard non è un giocatore, è il portavoce di qualcosa di più grande. Giura fedeltà a vita alla sua squadra, cosa assai rara oggi. Ma ciò che giura con più forza è di scardinare quella porta e portare in salvo dall’inferno vite più fragili.



Members Only, pezzo rap di Dame DOLLA alias Damian Lillard

 

Le acque limpide brillano sotto un tondo sole mentre le onde fanno su e giù. La sabbia si bagna, poi si riasciuga. Temperature roventi quelle che si percepiscono sui singoli granelli, uno ad uno. Tre fratelli fanno zig-zag fra i bagnanti. Non importa chi sia il maggiore, sono tutti e tre abbastanza alti da impressionare chiunque. Ciò che suscita dei pensieri e dei dubbi è l’età di questi venditori ambulanti. Chi più chi meno, hanno tutti fra i dieci e i quindici anni. Ora sono, tutti e tre, nella NBA. Uno di questi si sta per giocare delle memorabili sfide contro i Boston Celtics. Il suo nome è Giannis Antetokounmpo.

Probabilmente fra cinque minuti vi sarete già scordati il suo nome o, se proverete a riscriverlo, vi sarete già dimenticati almeno qualche consonante. Ha imparato a giocare in fretta, Giannis. Lui che ha iniziato praticamente a giocare a basket a diciotto anni, professionalmente, in una lega minore greca e che a diciannove era già in NBA. Durante uno dei primi giorni di allenamento, dopo la firma con la sua attuale squadra, i Milwaukee Bucks, fu inaugurata la stagione con un ricco buffet. “Giannino”, spaesato e per niente in confidenza con l’inglese, continuava a stropicciarsi gli occhi e a chiedersi se tanta grazia di Dio potesse essere veramente lì, su quel tavolo, tutta insieme. D’altronde cosa avrebbe potuto mai vedere, nella sua vita, un venditore ambulante. I giocatori iniziano lentamente ad ingozzarsi e a trangugiare di certo non il minimo indispensabile. Anche Giannis non è da meno. Quello che però non riesce a mettere fra i denti se lo mette in tasca, con uno sguardo tanto avido e tenero. I compagni iniziano a ridere: “Cosa fai?” gli chiedono. “Vedi, ora per te inizia una nuova vita”.

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Il mostro greco Giannis Antetokounmpo

È iniziata una nuova vita per davvero, per il “mostro greco”. Mostro per davvero, uno che riesce a staccare dalla linea del tiro libero per andare a schiacciare verso il ferro e a cominciare un terzo tempo da quasi fuori l’area. Questa nuova vita ora, però, può e deve avere una svolta. Perché è facile entrare nel mito, nella storia, nella narrativa. Altra cosa è vincere e diventare leggenda. Diamante grezzo in una sporca miniera, il “mostro greco” affronterà la squadra più vincente dello sport con la palla spicchi, i Boston Celtics. I Celtics sono apparsi svogliati e volubili per tutta la stagione e forse sarà proprio per colpa di Giannis Antetokounmpo che questi si risveglieranno. Spesso, infatti, le armi migliori si sfoderano solo contro il nemico più spietato.

Ce n’è ancora tanta di strada da percorrere ma il signore con il 34 cucito sulla maglia, a soli 24 anni, guida già la sua squadra per punti, rimbalzi, assist e stoppate. Leader “jordaniano” di pregevole fattura, rischia già di vincere il riconoscimento di miglior giocatore della stagione. Ma cosa ne sarà di tutto questo se a fine stagione, nell’albo glorioso, non ci sarà inciso il nome di Giannis e della sua squadra? Nulla, solo esperienza. Quest’anno è di certo impossibile laurearsi campioni del gioco e vincere il titolo. Ma la vittoria è un terreno dolce e nel suo tempio sono affrescati tutti i momenti necessari per raggiungerla e noi, testimoni privilegiati dell’oggi d’orato, ne godiamo i frutti.

NBA Playoff, che lo show abbia inizio

Cronache Marziane. Di Ray Bradbury riprendiamo solo parte del titolo. Lui lo lasciamo sul comodino ma i contenuti fantascientifici preferiamo tenerli anche perché se non sono alieni, questi artisti del gioco ci vanno vicini. Ladies and Gents: eccovi servito un assaggio degli NBA Playoff.

Siamo a San Francisco. Un po’ di vento, qualche palma e tanta gente con occhiali da sole e camice a fiori. Dentro la Oracle Arena i campioni in carica conducono la sfida contro i LA Clippers di 31 punti. Il finale sembra già scritto: i Campioni vincono facile. E invece no. Patrick Beverley lotta come un leone e irrita gli avversari più di una mosca. Lou Williams e Montrezl Harrell, partendo dalla panchina, combinano per 51 degli ultimi finali 72 punti. Palazzetto ammutolito. I tifosi escono tristi. La serie, sull’uno pari, comunque continua a Los Angeles. Per ora aveva ragione il nostro Danilo Gallinari: “La nostra panchina è più forte”. Continuate a farci divertire.

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Ci sono tifosi e tifosi. E così è bene distinguere quelli che vincono da anni e che uscendo dal palazzetto si ritrovano mare e donzelle quasi in costume, da quelli che invece vedono la loro squadra perdere da anni e che ora sono invece affamati di vittorie: ogni riferimento è puramente indirizzato ai Philadelphia SeventySixers. Questi hanno inaspettatamente perso contro i Brooklyn Nets, giovani e aitanti. I tifosi non hanno perdonato e hanno lasciato vuoti gli spalti abbondantemente prima dello scoccare della sirena. I giocatori dei Sixers si sono fatti perdonare però in gara due quando hanno rifilato 145 punti alla squadra della Grande Mela. Mera fortuna? Non è lecito sapere, ma i Sixers, che hanno grandi aspettative, dovranno fugare qualsiasi dubbio.

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Non si è stati così bene, invece, in una delle nazioni più vivibili del globo: il Canada. Gara 1 è iniziata parecchio male: il tiro (quasi) allo scadere di DJ Augustin ha portato gli Orlando Magic in vantaggio nella serie. Ancora una volta in questi Playoff i favoriti si sono ritrovati dinanzi una squadra in grado di tirare fuori il coniglio dal cilindro. Dopo gara 1 sono stati molti gli interrogativi per i Toronto Raptors. Per più di qualche istante ci si è chiesti se il vero Leader fosse il camerunense Pascal Siakam anziché Kawhi Leonard, uno dei più forti difensori del gioco che in mano si è già messo l’anello del titolo 2014. Kawhi, ma a questo punto possiamo dire tranquillamente KaWow, ha zittito tutti con una prestazione a dir poco galattica: 37 punti, 4 rimbalzi, 4 assist. Ora si vola a Orlando: lì, oltre a Disneyland, ci sarà molto per cui stupirsi.

In Oklahoma sono già invece pieni di problemi: il bianconiglio indica l’orologio da taschino. Manca poco tempo. Una delle poche “contender”, gli Oklahoma City Thunder di Westbrook e Paul George, è sotto due a zero nella serie a causa di Damian Lillard e soci. Fra questi “soci” non c’è lo sfortunatissimo Jusuf Nurkic che solo poche settimane fa si è rotto la caviglia. Ebbene sì, Rocky non è solo un film. I Portland Trail Blazers non solo si sono rialzati dopo il suo infortunio ma ora stanno anche prendendo letteralmente a pugni gli avversari.

Le prossime sfide di queste squadre, e non solo, saranno cruciali, o fatali che dirsi voglia. Dipende dai punti di vista. Alcune vivranno un finale fiabesco ma altre sembrano essere già nell’inferno. Ma attenzione: basta solo un passo falso per trasformare una fiaba in una storia di cronaca nera. D'altronde è proprio questo il bello dei Playoff NBA.

Arrivederci Dirk, Wade e Vince

Ci si sveglia un po’ vuoti, la mattina. Questo, per chi più e per chi meno, capita a tutti. Capita però quando la mattina ci si sveglia e ci si rende conto che se ne sono andati, d’un tratto, circa 80mila punti e 20mila rimbalzi e qualche partita giocata, facciamone tremila. Ci si sveglia un po’ così quando si è consapevoli di una cosa, anzi tre: che Dirk Nowitzki, Dwyane Wade e Vince Carter non allacceranno più le scarpe da gioco, anche perché, oltre tutto, queste tre Leggende combinano anche per più di cento anni, se non centoventi.

E’ il 1997. In un paesino, a Wurzburg, in Baviera, ci sono tre divinità del basket NBA: Scottie Pippen, Charles Barkley e sua Maestà Michael Jordan. Tranquilli, non mi metterò anche qui a fare la lista della spesa dei trofei perché sarebbe troppo lungo e monotono, specialmente per MJ. I tre stanno partecipando al Nike Hoop Tour. Scottie, uno dei migliori difensori della storia, scende in campo. Anche un altro ragazzo scende in campo. Capelli lunghi, biondi. Tipico ragazzo tedesco. Non troppo muscoloso. Questo qui, un europeo, gliene mette 52 in faccia, all’americano. Fidatevi: ce ne vuole per ottenere una minima considerazione da un come Charles “Chuck” Barkley. Chuck, il bravo ragazzo che dice “Devo giocare a Basket, non essere l’esempio per voi tifosi e i vostri figli”. Questi si avvicina al tedesco e gli dice “Ragazzo, devi venire in America”. Il ragazzo si farà aspettare un anno, perché prima c’è da svolgere il servizio militare. Il suo nome è “wunder” Dirk Nowitzki. Uno che di punti ne ha messi trentunomila in carriera e molti altri, in bocca al lupo a loro, sperano ancora di imitare il suo immarcabile tiro.

Riavvolgiamo il nastro della storia, di 15 anni. Nel 1982 Dwyane Wade ha 4 mesi. I suoi genitori hanno appena ottenuto il divorzio. Sua madre inizia a fare uso di droga e alcool. Wade vive nella zona sud di Chicago, il posto migliore se volete fare una brutta fine. In un modo o nell’altro Wade e la sorella Tragil riescono a raggiungere il padre, in una zona meno peggiore. Della serie : “scegli il tuo veleno”. 2006, NBA Finals. I Miami Heat sono sotto nella serie per due a zero. Gara tre. Mancano quattro minuti alla fine e i Dallas Mavericks, la squadra di Dirk Nowitzki, hanno un vantaggio di 5 lunghezze. Alcuni narrano, fra i lì presenti, che sia scedo Dio in campo. Non è vero. Era “solo” il signor Wade, uscito dall’inferno. Wade, stella degli Heat, viaggerà a 35 punti di media ribaltando il risultato. Se siete tifosi dell’europeo non vi preoccupate. Riuscirà a vendicarsi 5 anni dopo.

Se siete mai entrati in un museo, beh non è vero. A meno che non siate andati su youtube a vedere lo Slam Dunk Contest del 2000: la gara delle schiacciate più bella di sempre. Non c’è stato modo migliore per celebrare ed inaugurare il nuovo millennio. Il vincitore? Vince Carter, di Daytona Beach. Un posto un po’ più vivibile della Chicago di Wade. Dicevamo del museo: le schiacciate di Vince Carter sono statue del Canova, l’unica differenza è che si muovono e che sono un po’ più abbronzate. Vince è al centro del campo, da solo. Palleggia un paio di volte. Non chiudete le palpebre, non provateci. Lui è già in aria. Si è girato a 360 gradi. Ha allargato il braccio con in mano il pallone e ha fatto tremare il ferro.

Hanno proprio ragione i veterani. Si è lì, davanti al presidente della NBA, appena entrati nella Lega di basket dei grandi, ancora sbarbatelli, e dopo un secondo è già finito tutto, senza neanche accorgersene. Dirk, Wade, Vince: arrivederci!

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