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Agostino Di Bartolomei, il Garrone della Roma

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Agostino Di Bartolomei, il Garrone della Roma

Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei si sparava un colpo al cuore. Non alla testa, al cuore. Erano passati dieci anni esatti dalla finale persa dalla sua Roma contro il Liverpool. Fu un caso? Fu una coincidenza? Non lo sappiamo. Non lo sanno i tifosi della Roma, gli appassionati di calcio, i suoi amici. Non lo sa il figlio Luca, che oggi scrive: "‪Viviamo fra dolori anonimi ed indivisi contro cui sbattiamo più o meno cinicamente ogni giorno mentre dovremmo prenderci più cura gli uni delle ferite degli altri.‬ ‪La vita è un cross sporco, sbagliare non è una colpa". 

Per ricordarlo scegliamo le parole di Gianni Mura, in questo articolo pubblicato su La Repubblica il giorno dopo la sua morte. 

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BRAVO E SILENZIOSO, IL GARRONE DELLA ROMA 

ADDIO, capitano. Arriva la notizia e si cerca di capire ed è stupido ma inevitabile avere questa reazione. Forse non c' è niente da capire, come in quella canzone che ti piaceva tanto, a te che non hai mai avuto paura di tirare un calcio di rigore, neanche quella sera col Liverpool. Ti ripenso a fronte bassa e ti chiedo scusa se il mio mestiere è parlare. Meriteresti, capitano, il silenzio che si riserva a chi ha deciso di aprire, da solo, l' ultima porta. E quando ha deciso la spalanca e va di là. Quasi tutti si sparano alla testa, non al cuore, e mi sto chiedendo se non fosse questo il tuo messaggio. Perché è difficile capire, immaginarti sul terrazzo fiorito, il bel paesaggio intorno, con una pistola in mano.

Perché doveva essere immensa la voglia di aprire la porta, e meditata a lungo (sei sempre stato un tipo riflessivo e lontanissimo dai cosiddetti gesti inconsulti) e preferirei non saperne l' origine, per rispetto alla tua storia, alla tua vita, al tuo cuore. I ricordi dei compagni ti disegnano bene. Bruno Conti, uno dei più vicini a te, pur così diverso, ha detto che eri bravissimo a prenderti in spalla i problemi dello spogliatoio e a difenderli davanti al presidente. In effetti, questa era l' immagine tua: bravo ma lento in campo, una specie di capoclasse fuori. Garrone. Mi veniva spontaneo il confronto, anche perché parlavi volentieri dei problemi dei ragazzini, della scuola, della violenza. Facevi proposte, anche: sette-otto anni fa, quella di rendere obbligatorio dalle elementari l' insegnamento della storia dello sport. Dello sport, non solo del calcio, perché capissero qualche valore in più, perché avessero la mentalità giusta. A te le sceneggiate non erano mai piaciute nemmeno in campo. Coltivavi la serietà con attenzione, non diventasse musoneria. Ma niente caciare, niente pacche sulle spalle. E adesso, a pensarci, credo non ti piacesse nemmeno essere chiamato Ago oppure Diba (Di Bartolomei troppo lungo per i titoli, Agostino fuori moda in un calcio di Christian e Gianluca). Agostino Di Bartolomei lo scrivo adesso per esteso e c' è quasi il profumo del pane d' una volta.

Agostino cresciuto sui campetti di Tor Marancia e capitano della Roma scudetto, Agostino che leggeva, cercava sempre di migliorarsi, andava a teatro, e lamentava, lui bravo ma lento, la velocità dei giudizi, la frenesia, la videodipendenza, e rivendicava il diritto alla ponderatezza, alla calma non fredda ma civile, lui adesso s' è sparato al cuore e l' ha ritrovato sul terrazzo il figlio che tornava da scuola, lui aveva già deciso di tirarsi fuori dal mondo, a nemmeno quarant' anni. E' tutto vero e amaro, non è un brutto scherzo, capitano. E quando mai ne hai fatti di scherzi? Impossibile solo immaginarti partecipare a un gavettone, e anche da giovane avevi l' aria da anziano, con una faccia sempre identica, mai modificata con baffi o basette, i capelli neri brillanti con riga sulla sinistra e un colorito scuro, quasi mediorientale.

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Solo tu, negli anni del grande odio, potevi permetterti di dire di aver sempre ammirato lo stile-Juve. Che poi per te era soprattutto continuità di gestione, la stessa di Inter e Milan con Moratti e Rizzoli (quando parlavamo di queste cose, Berlusconi non era ancora entrato nel calcio). Il ciclo della Roma dipendeva da Viola, dicevi, e aggiungevi che per tutto il sud, da Napoli a Bari a Palermo, l' efficienza delle squadre del nord non doveva essere un bersaglio di sfottò ma un obiettivo. Si parlava a casa tua, oltre la Laurentina, che (me l' aspettavo) non sembrava la casa di un calciatore. Molti libri, molti dischi, molti quadri, ricordo quelli dei due figli, firmati da Guttuso. Nemmeno una maglia, una coppa, una fotografia in divisa da calciatore. Dicevi, già allora, che la velocità del gioco era un mito imperfetto, e bisognava tornare a insegnare la tecnica. Avevi seguito Liedholm al Milan, ci eravamo visti qualche volta in ristoranti del Varesotto, si sceglieva una volta per uno e devo dire che ne capivi (me l' aspettavo, tornava nel quadro). E poi avevi aperto una scuola di calcio e ultimamente avevi voglia di rientrare (cosa più difficile, per chi è serio) e probabilmente sotto questo profilo non ti ha giovato l' isolamento a San Marco di Castellabate (un nome più lungo del tuo). Ma lì stava la tua famiglia e lì stavi tu.

Da uomo, da marito, da padre responsabile, con un innato senso del dovere, della dignità, della lealtà. Così ti vedevo e continuerò a vederti, Agostino Di Bartolomei, oltre il buio che hai scelto. Capitani non si nasce. Si diventa e si muore. E adesso silenzio, davvero.

 

da La Repubblica, 31 maggio 1994. 

Forse questo vento che soffia oggi su Roma è solo l'ennesimo scatto bruciante di Joseph, che quando parte lui, beh provate a prenderlo se ci riuscite.” Con queste parole la Liberi Nantes ha salutato Joseph Bouasse Perfection, l’ex calciatore giallorosso scomparso oggi, a soli 21 anni, per un arresto cardiaco.

Sei mesi a Trigoria, all’ordine di Alberto De Rossi, allenatore della Primavera. Lo chiamavano “la ruspa”, per una potenza fisica fuori dal comune. Luciano Spalletti se lo portò con i grandi per qualche allenamento, tra Totti, De Rossi, Nainggolan. Joseph era arrivato in Italia dal Camerun, gli avevano promesso un contratto milionario. Fuggiva dalla povertà, inseguiva un sogno. E proprio di povertà, di sogni ma anche di discriminazione e illusioni abbiamo parlato con Alberto Urbinati, presidente della Liberi Nantes, più che una squadra “un progetto sociale”, attivo a Pietralata, a Roma.

Ecco le sue parole.

Joseph2

Come avete conosciuto Joseph?

È venuto al campo come fanno migliaia di ragazzi, da tredici anni a questa parte. Da quando esiste la Liberi Nantes nelle comunità migranti il nostro nome gira. Così i ragazzi che vogliono a calcio sanno che venendo da noi hanno la possibilità di giocare, di far parte di una squadra, di stare insieme agli altri. Quello che ci ha raccontato Joseph è di essere stato trasportato in Italia da un sedicente procuratore, un presunto talent scout, con la prospettiva che gli si potessero aprire le porte del grande calcio e dei grandi guadagni.

Invece non è andata così.

Arrivato a stazione Termini Joseph è stato abbandonato con una scusa. Si è ritrovato in una città sconosciuta, in un altro continente, da minorenne, senza punti di riferimento. Piano piano si è trovato una sua sistemazione a casa di un amico, grazie al passaparola tra connazionali. È venuto al campo e ci ha detto: “a me piace giocare a pallone.”

con totti

Una volta in campo, qual è stata la vostra impressione?

L’allenatore del tempo, Salvatore Lisciandrello, si è accorto subito che Perfection aveva doti tecniche e fisiche non comuni per un ragazzo di sedici anni. Ha provato a parlarne con qualche talent scout, serio, che potesse fare una valutazione. Tramite questi canali è arrivato alla Roma.

A Trigoria resta sei mesi, poi un prestito al Vicenza, un provino non superato al Livorno e l’approdo da svincolato al Cluj, in Romania. Ultimamente quali erano stati i suoi spostamenti?

Noi della Liberi Nantes ne abbiamo perse le tracce, lui si affacciava sporadicamente qui al campo ma non per giocare, solo per trovare qualche vecchio compagno di squadra. Anche noi abbiamo fatto fatica a seguire la sua carriera. Quello che so lo so dalle informazioni su internet, frequentava la Romania in cerca di un contatto da professionista.

Quanti ragazzi, come Joseph, arrivano in Italia attratti dal miraggio del calcio?

Joseph è stato l’unico, anche perché un progetto come il nostro non è attrattivo: i ragazzi che vogliono giocare a calcio puntano immediatamente ai settori giovanili delle grandi o medie squadre, non di certo a un campo in terra battuta in periferia. Con Joseph è successo perché era disorientato: era un ragazzino di 16 anni, senza punti di riferimento, caso più unico che raro.

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Come vi rapportate con ragazzi che hanno sogni, e spesso illusioni, simili?

In 13 anni Joseph è stato l’unico caso che è approdato al professionismo, o per lo meno ci è andato vicino. Noi lo diciamo sempre: se in 13 anni è successo solo una volta si deve abbandonare l’idea che attraverso noi si faccia il salto verso il grande calcio. Questo noi lo diciamo subito, in realtà Liberi Nantes è un progetto sociale che usa il calcio, abbiamo fatto 12 anni fuori classifica proprio perché l’obiettivo è integrare i ragazzi facendo leva sul calcio, facendo leva su qualcosa che li coinvolge e li attrae. Non è un progetto calcistico, noi cerchiamo sempre di smontarli questi sogni: arrivano tutti che sono i “nuovi Messi”, i “nuovi Maradona” ma messi in campo non riescono a fare la differenza neanche in terza categoria. Noi facciamo azione costante in questo: è più importante che impariate la lingua, che seguiate un corso professionale. Liberi Nantes deve essere solo un divertimento.

liberi

Un progetto sociale più che una squadra di calcio, la Liberi Nantes ha trovato difficoltà in questo periodo di emergenza Covid?

Ovviamente sì, abbiamo provato a mantenere i contatti con i ragazzi attraverso Skype, Zoom ma ci siamo accorti di una nuova problematica: l’accesso a internet. Nei centri di accoglienza manca una connessione aperta e sufficientemente larga. Così ci siamo affacciati a un nuovo tema, quello della discriminazione nell’accesso delle risorse digitali. È un tema che sta emergendo in tanti settori, basti pensare alla Didattica a Distanza e che accomuna migranti a tante famiglie italiane che non possono permettersi una connessione dignitosa.

Come avete affrontato il problema?

Lo abbiamo affrontato con la solidarietà, con un gesto piccolo ma significativo: abbiamo portato la connessione gratuita per sei mesi a 4 centri di accoglienza, ora ci sono 230 ragazzi circa che possono avere accesso a internet.

Torniamo a Joseph, qual è il ricordo che conserva di lui?

Quello di un ragazzo assolutamente normale, con tutti i pregi e tutti i difetti dei ragazzi che sentono di avere un grande talento, a volte anche sbruffoncelli ma assolutamente umani, veri. Purtroppo Joseph aveva bisogno di tempo per maturare, probabilmente fra 4 o 5 anni sarebbe stato un ragazzo più pronto, cosciente, consapevole degli atteggiamenti giusti che gli avrebbero permesso magari di fare strada. Purtroppo è arrivato un infarto a portarcelo via prima. E non sapremmo mai come poteva andare a finire…

Joseph

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se non per motivi di estrema necessità. Lavoro, salute, spesa. Ha ragione. Ma vaglielo a spiegare che alcuni bisogni primari hanno un nome e un cognome. E che altri nemmeno ce l'hanno.

Lo scatto pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che raffigura un bambino che gioca a calcio, per strada, è una medicina e un sollievo. Quello che più ci manca, tra le cose di cui potremmo fare più facilmente a meno ("Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti" diceva Sacchi), quanto di più romantico possiamo ricollegare alla nostra passione: una strada, una sfera di cuoio, un bambino. Ma come si può spiegare?  

"Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto". Il bisogno necessario, la violazione indispensabile, hanno la forma di un pallone e i colori giallorossi. Un lampo di luce tra le tenebre di una città deserta, in quella selva oscura che dir "qual era è cosa dura". Non so a che ora è stata scattata la foto, ma mi immagino che siano le 3. Il bambino è tornato da scuola, o forse ha solo spento il computer. Ha mangiato davanti alla tv, Dragonball è finito e i compiti si possono anche fare più tardi. Ci sono delle priorità.

Sule soglie della città "non odo parole che dici umane". Sono le 3 e in giro non c'è nessuno. Forse è estate, ma il sole che spacca le pietre non può fermare la sua voglia di pallone. Oppure è semplicemente quarantena. Nessun umano in giro, nessuno che possa comprendere con la sua mente mortale quello che accade per strada. C'è il dio della felicità che indossa la maglia di Zaniolo, ma nessuno lo vede. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" quello che c'è in questa foto. Non esiste.

Criminale. Ha violato la quarantena.

Scriteriato. Gioca sulle rotaie.

Irresponsabile. Dovrebbe stare a casa a studiare.

Addirittura antistorico e antigeografico. Ha la maglietta della Roma ma è a Milano.

Oltre l'attimo, poi, c'è il gesto. Bastava un palleggio, una challenge da postare, una cannonata alla saracinesca chiusa. Bastava un battimuro, qualche colpo di testa. E invece no. Il tacco, il gesto artistico, il barocco e il rococò, il bello a tutti i costi. Anche se di bello, intorno a te, non c'è nulla. Forse uno stop, forse un assist. Magari domani un goal.

Noi rinchiusi dentro casa, davanti a uno schermo e lui, pioniere e astronauta, Ulisse e Cristoforo Colombo, in strada, una maglia della Roma addosso e un pallone tra i piedi. "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo" (più). Ma quello che vogliamo, invece sì. E se non esistono parole passaci la palla. Te lo spieghiamo in un altro modo.

Vado in Curva Sud, mà

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillano gli occhi. Gli stessi occhi di quel bambino con i capelli biondi, a caschetto, e la maglia Barilla. Gli stessi occhi miei, tuoi, nostri. Lo sapevamo ieri, oggi ne siamo convinti ancora di più.

La domenica del derby Capitan Futuro era allo stadio, insieme a Valerio Mastandrea. Magari era seduto proprio vicino a te. Lo hanno provato video e foto, circolati sui social e diventati subito virali. Trucco, parrucca, naso finto e via a sostenere la sua squadra. "Non escludo che mi vedranno intrufolato sugli spalti con un panino e una birra a tifare i miei amici" aveva detto alla conferenza d'addio. Daniele De Rossi, quando parla della Roma, usa le stesse parole mie, tue, nostre. Di un tifoso qualunque. "Vado in Curva Sud, mà". Cinque parole che, per lo meno per chi scrive, sono un cazzotto emotivo e allo stesso tempo una carezza.

Perchè "vado in Curva Sud, mà" l'ho detto anche io, quando avevo quattordici anni e andavo allo stadio di nascosto. Papà non voleva e non doveva sapere, ma certe cose a mamma non si possono nascondere. Il cellulare senza WhatsApp, la sciarpetta nascosta dentro il motorino, le scuse più assurde. "Com'è stai senza voce?", "Ho preso freddo in giro". Gli anni della tessera del tifoso, dei cori contro Maroni sulle note di Furore, la voglia di stringersi un po'. L'ora e mezza di attesa prima del riscaldamento, birra e chipster per passare il tempo, l'odore acre dei fumogeni annusati per la prima volta.

"Vado in Curva Sud, mà", confessione e rifugio, sincerità e orgoglio. L'extraurbano fino a Piazzale Flaminio, poi il 2 fino a Piazza Mancini. La fila ai tornelli, gli occhi del bambino che guardano gli ultras, i gruppi, gli stendardi, le bandiere, le vetrate scavalcate. Le scalette e il cuore in gola. Le file di seggiolini volate ad ogni gol, gli abbracci agli sconosciuti, ai fratelli. Le lacrime e il sudore, ansia e corde vocali. L'attesa della domenica, le seghe a scuola per andare a prendere i biglietti o finire a Trigoria, i cori imparati a memoria dopo appena due minuti.

"Vado in Curva Sud, mà" e poi, verso le undici, "Sto tornando, mà". Perchè dall'altra parte del telefono, è sempre così, si sta in pensiero. Non solo per lo stadio, per la strada, per gli scontri. Si sta in pensiero soprattutto per la partita. E si soffre davanti a televideo, incollati a Quelli che il calcio o dietro una radio. "Vado in Curva Sud, mà" e magari accanto a mi trovo Daniele De Rossi, con una parrucca e un cappello per non farsi riconoscere. Magari trovo Francesco Totti, a sventolare con un ginocchio a pezzi. Magari trovo Francesco Rocca, zoppo de Roma al pari di Zaniolo, soffrire e piangere insieme a me davanti a una finale persa. Questo è il mio vanto che non potrai mai avere, queste sono le cose che "non puoi capire se non ci sei dentro". Questo è il friccicolio di quando ti arriva il messaggio giusto, quello che aspettavi da un po': "Giovedì tutti allo stadio. Ma non per loro, per noi". Anche, e soprattutto, in momenti così. Queste sono le sensazioni che può capire nessuno. Anzi, una persona sì.

La stessa che ogni volta che esci di casa per vedere la Roma ti dice, sicura, "dai che oggi vince". Anche se non sa la formazione e neanche l'avversario, poteva essere il Cittadella o il Real Madrid. Lei lo sa, oggi vince. E se dovesse andar male, e se dovessi far tardi, e se dovessi tornare a casa incazzato e arrabbiato e deluso e spento, sotto un piatto coperto ad arte, lascia mezza fettina panata avanzata dalla cena. Essere della Roma è anche questo. È quotidianità, è cibo (Gianni Mura paragonava Agostino Di Bartolomei all'odore del pane appena fatto al mattino), è famiglia. E Daniele ce lo ha ricordato in cinque parole. L'altro giorno, in un tema, un ragazzo ha scritto: "Il tifoso romanista è colui che non vince ma ci crede fino in fondo. Penso che le sconfitte più pesanti da sopportare siano state quelle di Manchester, con il Barcellona, con la Fiorentina. Però dopo tutto questo ci siamo saputi rialzare". E lo faremo anche domani, anche quando passeranno gli anni, cambieranno i giocatori e anche i presidenti. Ma noi saremo qua. Con un panino avanzato, sopra gli spalti o dietro a un tavolo.

"Vado in Curva Sud, mà". Mi passa a prende De Rossi.

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa impossibile oppure una vittoria per 4 a 1. Un pensiero che sfugge, una luce che sfiora, una fiamma che incendia l'aurora. Una domanda che sorge spontanea: perchè, quando Zaniolo ha baciato la maglia dopo il gol di Firenze, ho esultato più della rete stessa?

Cosa cerco? Cosa voglio? Cosa ho visto? O meglio, cosa mi sono sforzato o illuso di vedere? Serve una psicoanalisi del tifo.

La Roma per me è percezione sensoriale. È il tatto delle mani di chi la tocca, ruvide come quelle di Certaldo, delicate, da nonno, come quelle di Testaccio. È la vista di chi la guarda, con i miei stessi occhi anche se stanno a Buenos Aires. La Roma è brivido che corre sulla schiena, è arteria pulsante. Quando giochi sento che, crescono i brividi dentro di me. È amore. E quindi corpo, contatto, materialità. E gesti. Come il bacio.

zaniolo copertina

Zaniolo bacia la maglia della Roma, nel 4 a 1 contro la Fiorentina

"Dico la verità, recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò" ha detto Nicolò Zaniolo al Daily Mail. Nessun per sempre, nessuna dichiarazione. Voglio stare con te il più a lungo possibile. Poi che sarà sarà. Che è anche il coro più bello della Curva Sud.

I greci avevano quattro parole per indicare il tempo. La prima era chronos, che si riferiva al tempo sequenziale, cronologico appunto. La seconda era Aion e rimandava al tempo eterno, degli Dei. La terza era eniautos e significava semplicemente 'anno'. La quarta era invece kairos e indicava, propriamente, "un tempo nel mezzo", un tempo supremo e indeterminato nel quale succede qualcosa. "Il battito di ciglia - scrive Simon Critchley in "Cosa pensiamo quando pensiamo al calcio" - l'Augenblick, è la traduzione luterana del concetto di kairos in San Paolo, il momento o l'istante in cui si decide di abbandonarsi all'atto di fede".

La Roma, per me, è questo. È un atto di fede. E Nicolò Zaniolo che bacia la sua maglia è il momento supremo in cui tutto accade. Perché ci sarebbero milioni di ragioni per non crederci, perché lo sanno tutti che andrà via, lo sanno tutti che sarà l'ennesima plusvalenza, lo sanno tutti che non ci sarà mai nessun altro come Totti. Però ci sono anche milioni di ragioni per crederci. L'atto di fede è un qualcosa di irrazionale, di insensato, è la decisione folle, l'incantesimo, l'estasi sobria.

Poi ci sono i numeri, la parte logica, a darti qualche suggerimento che in fondo hai ragione: 6 gol in 22 presenze, quest'anno. L'età, le reti, la nazionale. Ci sono addirittura le foto, che Daniele Manusia ha analizzato per L'Ultimo Uomo.

zaniolo totti
Totti e Zaniolo. Fonte: UltimoUomo

Ma allora è tutto vero? È lui il prescelto? L'erede? È lui quello giusto?

Quando Nicolò Zaniolo corre sotto il settore giallorosso all'Artemio Franchi di Firenze, prende la maglia tra le dita e se la porta alla bocca io non mi sono fatto nessuna di queste domande. Mi sono lasciato semplicemente trasportare. Ho esultato come se avesse segnato ancora una volta. Mi sono lasciato baciare. E non aveva nessuna importanza la prossima partita, la prossima stagione o il prossimo mercato. Contava il momento. Perché dopo Francesco e Daniele pensavamo fosse impossibile ma invece ci si può emozionare ancora. Perché come cantava la Curva, "passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua".


"Camminerò insieme a te" il nuovo coro degli ultras della Roma

E allora Nicolò dopo quelli di Roma e di Firenze dammi ancora mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento. Nox est perpetua una dormienda, dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Sogna ragazzo sogna e segna ragazzo segna. Continua a prendere gialli, arpionare palloni, disegnare parabole. Ma soprattutto continua a baciarmi, senza stare a sentire quelli che dicono che non si fa, che è buona educazione, che non serve. Senza stare a sentire Capelli o ex avvelenati. Tu baciami, baciami ancora.

Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma

E’ incredibile. La Roma ce l’ha fatta. Ha trovato i suoi perni, i suoi elementi essenziali, quelli che potrebbero addirittura far iniziare un ciclo che, si spera, possa essere vincente. Smalling e Mancini. Due nomi due garanzie. Tra campionato ed Europa League in ben 5 gare in cui si è formata questa coppia ben assortita la Roma ha subito un solo gol e ciò contro il Cagliari, peraltro su rigore. 5 partite sembrano poche per tirare le somme? Verissimo. Ma ricordiamo quanto negli scorsi incontri la presenza di almeno uno dei due giocatori o di entrambi, anche se in questo caso in ruoli diversi, sia pesata nei risultati della squadra giallorossa.

Che, per essere precisi, è quarta in classifica insieme proprio al suindicato Cagliari, avendo 6 punti in più in Serie A rispetto allo scorso anno in tale momento della stagione. Smalling vanta 1080 minuti giocati finora, 10 gare disputate tutte di fila, 2 gol fatti e, rimanendo nei confini italiani, una media voto pari a 6,33 tra le più alte nel nostro campionato finora tra i difensori, dando già da solo una stabilità inedita al reparto arretrato ed essendo in grado di aver al proprio fianco calciatori dal timoroso talento come Cetin o dalla comprovata esperienza sì, ma dalla crisi irreversibile come Fazio. Smalling soprattutto fornisce prestazioni d’eccellenza, è rapido, gioca d’anticipo, leggendo le mosse degli avversari, è bravo in marcatura e rende decenti le prestazioni imbarazzanti dei suoi compagni di reparto, diversi da Mancini è chiaro, anche quando sono palesemente in difficoltà. In base alla Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato un’offerta iniziale di 12 milioni di euro da parte della Roma, il Manchester United ne pretende 20 per cedere a titolo definitivo il cartellino del giocatore arrivato in prestito oneroso con corrispettivo fisso di 3 milioni, prestito che è rimasto secco e non con diritto o obbligo di riscatto per mancanza di tempo, essendo stato concluso l’affare nella fase finale della sessione estiva di calciomercato appena trascorsa.

L’accordo si dovrebbe trovare a 15 milioni di euro più 3 di bonus con il patto già delineato nella sostanza dalle parti a che il club capitolino versi 3 milioni annui di ingaggio al difensore inglese fino al 2022: si spera che il tutto vada in porto per la gloria dei colori giallorossi. Il buon Mancini invece è già di fatto della Roma che ha saputo brillantemente investire in un talento assai luminoso dal presente e dal futuro assicurato: è arrivato alla Roma nel luglio di quest’anno con un prestito oneroso a 2 milioni di euro da rendere subito all’Atalanta assieme a un obbligo di riscatto pari 13 milioni più 8 di bonus da pagare a fine stagione ai bergamaschi. Il ragazzo ha soli 23 anni, ha fisico, ha carattere, ha piedi d’oro, sa organizzare il gioco facendolo partire da dietro e, dopo le primissime disastrose gare, per carburare per la prima volta in una realtà allo stesso tempo traumatica, ma anche di livello come quella romana, è migliorato accanto a Smalling e, successivamente prima di essere ricollocato al momento opportuno accanto al Saggio inglese proveniente da Greenwich, è stato piazzato dal genio portoghese di Fonseca sulla mediana affianco al prodigioso Veretout per poter esplodere, entrando in una spirale magica alla Desailly per svariate partite decisive per la Roma in ottica Champions.

Certo, in quest’ultima scelta hanno inciso gli infortuni di massa, i dolori trasfiguranti di giocatori caduti in aree verdi di cemento fatte passare per campi di allenamento, i segreti mistici di una chiesa non sconsacrata in tempo per una dimenticanza usata come ripostiglio a Trigoria e sparizioni misteriose di calciatori romanisti inghiottiti nei lazzaretti e nelle cliniche tra la fiorente vegetazione del centro sportivo. Ad ogni modo Mancini è essenziale per la Roma. E la sua posizione naturale deve essere quella vicino a Smalling. Uno deve essere accanto all’altro. Un maestro che corregge l’allievo nei momenti duri e un allievo che rende migliore la prontezza del suo insegnante e più elastico il suo pensare. Separarli ormai diventa complesso. Uno anticipa, l’altro recupera; uno imposta, l’altro difende con più solerzia; entrambi, se si proiettano in avanti sulle palle inattive, costringono gli avversari a mostrare alle tv gli sguardi pietosi e le urla imploranti di chi non sa come diamine deve reagire. Un malinconico addio va a Manolas che abbiamo lasciato il 30 di giugno alla ricerca di trofei e che ora ha trovato al massimo un record di multe e un dubbioso, ma severo sguardo può posarsi su di lui, sul suo Napoli vincente e su alcuni tifosi giallorossi in preda alle isterie collettive per l’assenza di un campione che chiedeva gli aumenti in presenza di 50 gol subiti a stagione dalla difesa da lui diretta nei suoi 5 anni passati a Roma.   

 

 

di Federico Cavallari

Not in my name

È il terzo giorno di offensiva turca contro i curdi e l’operazione “prosegue con successo secondo i piani”, stando agli annunci del ministro della difesa di Ankara. 5 mila i soldati delle forze speciali d’assalto, 3 milioni i profughi previsti, già 400 le vittime. Terroristi secondo il governo di Erdogan, miliziani indipendentisti per il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan.

L’operazione in Siria si chiama “Primavera di pace” e viene descritta come una “missione volta a prevenire corridoi del terrore lungo il confine meridionale della Turchia”. “Pace in casa, pace nel mondo” è la scritta che campeggia sopra la foto scelta da Merih Demiral, difensore turco della Juventus, e pubblicata sui suoi profili social. Più esplicita e diretta dello scatto del romanista Cengiz Under, che ha deciso di postare la foto della sua esultanza, con la maglia della Roma, mentre sfoggia il più ufficiale dei saluti militari, sotto tre bandiere anatoliche.

 

Non è la prima volta che accade per l’esterno della squadra di Fonseca. La stessa cosa era successa a febbraio dello scorso anno, dopo una doppietta al Benevento. Erano i giorni di un’altra offensiva militare, quella contro il distretto di Afrin, in Siria settentrionale, capitale dell’autoproclamata regione autonoma di Rojava. Un popolo senza stato, quasi 40 milioni sparpagliate tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, la cui storia è ben descritta in questo pezzo. 5 mila sfollati, oltre 100 morti tra i civili, decine di città distrutte. Questo il bilancio dell’operazione che, per continuare l’assurdità dei nomi, venne denominata “Ramoscello d’ulivo”.  

Un’esultanza particolare, per i gol ma non solo. Anche per i successi di quel Recep Tayyip Erdogan tra i principali sostenitori dell’Istanbul Basaksehir, squadra turca dove Under è cresciuto, nonché avversaria della Roma nei gironi di Europa League.

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Calcio e politica si intersecano e si fondono. È impossibile che non avvenga, così come calcio e cultura, calcio e società, calcio e arte. E quindi qual è il problema?

Il problema è che Cengiz Under esulta per quella che secondo lui è pace ma secondo altri è guerra, per quella che secondo lui è libertà e giustizia, per altri è dittatura e oppressione. Il problema è che festeggia per la morte di qualcuno con la maglia della Roma addosso. Una maglia che al contrario vuol dire Amor. Under non esulta in mio nome. E se proprio deve farlo vorrei che non lo facesse con i miei colori addosso.

E dopo il pugno di ferro usato dalla società contro il razzista che ha insultato Juan Jesus, “sarebbe quantomeno ridicolo se rimanesse inerme nei confronti di un suo tesserato che, indossando la maglia di una squadra che è del popolo e non ha nessun colore politico, si permette determinate libertà. Non è la prima volta che il signor Under sfrutta il nostro palcoscenico, la nostra casa, per palesare le sue simpatie nei confronti di Erdogan” ha scritto sulla sua pagina Facebook Simone Meloni, giornalista di Sport People.

Si prenda come modello quanto fatto dal St. Pauli, squadra tedesca che milita in Zwite Liga, la serie b di Germania. Dopo le esternazioni del suo calciatore Cenk Sahin, che su Instagram aveva pubblicato un post a favore dell’offensiva turca in Siria, la società ha diramato un comunicato ufficiale in cui prende “le distanze dal post e dal suo contenuto, essendo incompatibile con i valori del club”.

 

Che la Roma, e la Juventus, si facciano sentire allora. Come ha fatto Claudio Marchisio, che ancora una volta su Twitter è andato controcorrente: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini...”, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in #Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima". 


Stesi

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

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E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Roma, forse ti sei svegliata?

La Roma è uno stato d’animo, non una squadra. Un’emozione di quelle potenti che può distruggere i cardini della logica nell’analizzare la situazione di un club in un certo momento della stagione. Occorre essere sinceri. Non si farà qui una noiosa cronaca dell’ultima partita europea o di campionato dei giallorossi in quanto a riprodurre in modo sterile e asciutto i tabellini delle partite è già delegato un circuito mediatico ben più attento a dettagli di cui francamente si può ignorare l’esistenza. Faremo ben altro.

Considereremo a che punto si trova la Roma nel suo complesso dopo queste primissime gare. Inizieremo proprio ora il discorso con una riflessione senza ipocrisie. La Roma gioca all’inglese ed è la big che si trova culturalmente più all’avanguardia sotto il profilo tattico rispetto alle altre. Sembra più avanti nel lavoro in questa specifica prospettiva di bianconeri, azzurri e neroazzurri. Apprezzabilissimi infatti sono i tentativi di Juve, Napoli e Inter di dar vita anch’essi a un cambio di mentalità nel nostro campionato vecchio, catenacciaro e spezzettato da così tante pause, dovute al fischio di falli inutili, che Celentano potrebbe ambientare i suoi Rock Economy in serie A insieme ai suoi proverbiali silenzi.

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Purtroppo la Roma nell’osare così tanto in avanti corre dei rischi notevoli in difesa. E chiariamolo a tutti coloro che rievocano il fantasma di Zeman appena la Roma inizia a giocare decentemente creando numerose occasioni da gol. Il problema della Roma non è tattico, ma tecnico. Tanto che in Roma-Sassuolo 4 a 2 si sono visti diversi miglioramenti rispetto alla gara col Genoa alla prima di campionato e al derby giocato alla seconda già solo con gli ingressi in campo di Veretout come mediano e di Mkhitaryan come esterno offensivo a sinistra. Il tutto condito da un Pellegrini restituito alla posizione naturale di trequartista alle spalle di uno Dzeko tornato ai livelli precrisi. Ma la difesa sembra mantenere una fragilità lignea come una casa costosa costruita all’americana, dotata cioè di travi come fondamenta destinate a consumarsi e a sfasciarsi per il cattivo clima e per le tarme.

A ogni lancio avversario in area la difesa entra in un corto circuito tale da generare il timore di poter subire da un momento all’altro la rete degli avversari, pur modesti. A chi attribuire il demerito di tale situazione così come emersa in queste prime gare? A Fonseca? Già pericolosamente accostato al boemo come se fosse un insulto poi? Per onor di cronaca la Roma con Zeman tra il 1997 e il 1999 ottenne i migliori risultati che i giallorossi possano ricordare negli anni 90 avendo una rosa dalla qualità combattiva, ma tecnicamente deludente. Unica eccezione il 1991 di Ottavio Bianchi. E’ vero peraltro che Zeman fece una pessima stagione nel 2012-2013 alla guida della compagine capitolina, ma il famoso derby di Coppa è stato perso in virtù dell’atteggiamento super catenacciaro di Andreazzoli. Ricordiamolo. Aperta e chiusa la parentesi sul boemo, comunque sia il paragone con Fonseca non regge. Proprio in base al principio che chi gioca un calcio piacevole non necessariamente equivale a Zeman. Piuttosto la difesa orripilante della Roma ha precedenti consolidatisi in questi ultimi anni in modo netto. Parliamo dell’ultimo anno e mezzo di Garcia, dei gol subiti nelle coppe dal Spalletti bis, delle valanghe che hanno travolto Di Francesco nell’ultimo campionato con la bellissima media di 3 gol subiti a gara addirittura col totem Manolas in campo, ancora rimpianto dalle vedove romaniste in quanto baluardo storico di una difesa che veniva bucata a ogni folata offensiva degli avversari. Questi allenatori cosa hanno in comune con Zeman? Poco, nulla o qualcosa. Il tema è che Fonseca sa bene di non avere problemi di costruzione dell’impianto difensivo a livello tattico, ma di avere a disposizione giocatori con limiti tecnici evidenti come Fazio e Juan Jesus.

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Per ora anche Mancini sta deludendo nelle prestazioni, ma ci riproponiamo di tornare a occuparci di questo giovane che ha un indubbio talento. In attesa di vedere all’opera Smalling affinché possa innalzare il tasso tecnico della coppia difensiva, non scordiamoci di Florenzi. Poniamo la questione. Questa sì che stavolta è tattica. Florenzi è fondamentale nelle azioni offensive della Roma, ma in difesa si posiziona in maniera imbarazzante quando si tratta di far scattare la trappola del fuorigioco, quando si tratta di coordinarsi col centrale destro per evitare le imbucate nel mezzo, quando si tratta di marcare l’avversario. Al neonato governo giallorosso chiediamo due cose: evitare l’aumento dell’IVA e togliere a Florenzi il ruolo di terzino per avanzarlo più avanti visto l’infortunio di Under. Capitolo infortuni. Mamma mia, ne parleremo in un altro articolo che è meglio. Oggi siamo di buon umore, preserviamo intatto il sentimento di fiducia che ci anima. Un’ultima nota invece sul debutto giallorosso stagionale in Europa League fresco di ieri sera. La Roma, dopo un primo tempo soporifero contro i turchi dell’Istanbul Basaksehir, pur in vantaggio 1 a 0 con gol di Spinazzola, vince facendo 4 gol addirittura senza rischiare pressochè nulla in difesa con la coppia Jesus-Fazio che, dopo diverso tempo, non ha fatto venire le vertigini e i collassi verticali ai tifosi ansimanti anche grazie all’ottimo lavoro di Cristante e in piccola parte dell’enigmatico Diawara.

Il collettivo comunque è stato protagonista esaltato dalle mille corse nel secondo tempo di Zaniolo e Kluivert a supporto di uno Dzeko sempre più al centro della sua squadra. Pure Pastore ha mostrato di essere ancora vivo. E questi sono segni che inducono a sperare.    

 

di Federico Cavallari

La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

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