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Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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Tornare a parlare di calcio

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Il 17 giugno di 18 anni fa, alle ore 17.00, costringevo papà e mamma, e sorella di sei mesi, a prendere la macchina, attaccare due bandiere giallorosse per lato e iniziare a fare i caroselli per le strade per la Roma Campione d'Itali. Avevo sette anni e festeggiare uno scudetto a 40 km dalla capitale non era facile. Le prime macchine le incontrai solo dopo mezzora, ma le ricordo tutte, una ad una. Anche quella che abbiamo tamponato.

Avevo appena seguito la partita su Quelli che il calcio, con qualche fugace scappata su Tutto il calcio minuto per minuto. Avevo addosso una maglietta con la faccia di Batistuta, al collo la sciarpetta di Giallo&Rosso, in testa una fascetta per capelli, perché la indossava quello con la numero 10.

Francesco Totti ha scandito la mia vita. Forse non solo quella sportiva.

In qualche modo le sue gesta sportive hanno segnato ogni tappa, ogni traguardo, ogni momento, bello o brutto che sia. Ogni bivio, ogni cambiamento, ha come sistema di datazione temporale il capitano della Roma. “Ti ricordi? Era l’anno dell’infortunio di Totti”.  Ricordo le telecronache di Carlo Zampa che ripeteva il suo nome ai tempi delle gite delle medie, la tesina di maturità sognata, preparata e poi bocciata sul Capitano della Roma, le litigate con la ragazza che all'epoca era la mia fidanzata, tutte finite con un inviolabile "te lo giuro su Totti", timbro indelebile di onestà e amore.

Totti mi ha accompagnato passo dopo passo. E, dal punto di vista del tifoso, è stato un'ancora di salvataggio in anni di magra, in stagioni in cui non si vinceva niente e non si sarebbe vinto per chissà quante altre ancora. Perchè se è vero che chi tifa Roma non perde mai, lo si deve soprattutto a Francesco e a Daniele, e prima di loro ad Agostino, Bruno, un altro Francesco, Giuseppe, Giacomo, Amedeo. La romanità, il romanismo, gli occhi di chi guarda la Roma con gli stessi occhi miei, tuoi, nostri, non è solo un esercizio di retorica, una cosa fine a sé stessa, nè tantomeno un contentino. Era una sicurezza, una certezza. Il nostro scudetto per sempre.

Il 17 giugno 2019, alle 12.41, Francesco Totti ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente della Roma. Alle 15.30 del 17 giugno 2019, purtroppo o finalmente, è finita la mia adolescenza sportiva.

Se la mattina del 27 maggio, dopo l'addio di De Rossi, ci siamo svegliati infreddoliti, nonostante la primavera, e soli, nonostante i 60.000 della sera prima, adesso ci svegliamo smarriti. E cresciuti.

Perchè dopo la conferenza stampa di Totti niente sarà più come prima. La Roma non sarà più come prima. Basta con i sogni, i simboli, le bandiere, il cuore, la passione, le vene, le urla. Inizia l'era dell'aziendalismo, del rendiconto, del brand. Le parole di Totti sono come la sveglia del primo lunedì di scuola dopo un'estate di vacanza. Lo sai che prima o poi arriva, come sapevi benissimo che la Roma americana era questa cosa qui. Però continuavi a non pensarci, a fare finta di niente, a illuderti. Fino a che non suona e ripartono le lezioni. Le parole di Totti, allo stesso modo, ci svegliano e ci fanno capire meglio, ci confermano quanto sospettavamo. Ci riportano alla realtà.

E se fino a ieri ti eri cullato nei sogni e nella passione, nelle letture poetiche, adesso ti svegli in un mondo fatto di curricula, di soft skills, di application, di human resources e di recruiting day. Se ieri era un gol a farti svoltare la giornata, adesso è l'arrivo di una mail. Se prima ti emozionavi per un colpo di tacco, per una vena gonfiata, per le parole di un allenatore, adesso ti esalti per un colloquio, per un bonus nell'obiettivo centrato, per il planning settimanale rispettato, i fogli Excel perfetti. Se prima la Roma ti faceva tirare avanti con serate magiche e rimonte impensate, adesso ti farà esultare per il fairplay finanziario, per l'account Twitter in lingua swahili, per il segno + nell'ultimo bilancio.

E forse era sbagliato davvero credere in certe cose. Era da provinciali, da romantici, da bambini. Da perdenti. Figli di Roma, capitani e bandiere? Che cazzata. Mai schiavi del risultato? Che mentalità assurda. Adesso dateci l'aziendalismo, i dipendenti, il brand, il marketing. Dateci l'economia e la finanza, l'inglese spicciolo, le strategie di marketing e comunicazione, gli sponsor e il social. Svuotateci di tutto e riempiteci di numeri.

Ma non illudetevi di riuscirci a cambiare. O di farci crescere davvero.

 

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De Rossi e la resilienza romanista

 
 
 

Dire addio è difficilissimo. Da questo gesto, infatti, sono nate le più grandi opere letterarie e cinematografiche, che attraggono lettori e pubblico perché pone chi deve salutare in una situazione di forte contrasto emotivo. L’essere umano, però, ha una grande dote psicologica, che gli permette di trasformare un contesto di malessere in un punto di forza: la resilienza. A Roma, di persone con questa caratteristica ce ne sono molte e sono quelle che hanno superato, seppur con qualche disagio ancora visibile, il 28 maggio 2017, un giorno che, prima di esso, ha sempre messo paura ai tifosi giallorossi. Quel Roma - Genoa ha segnato profondamente la storia della Roma e dei romanisti, che non dimenticheranno facilmente le lacrime versate e gli istanti vissuti dopo il fischio finale. Un saluto amaro e talmente ingombrante che, per diversi anni, ha nascosto il pensiero di un addio altrettanto spaventoso, che in questa stagione aveva sfiorato solo lateralmente la maggior parte di quei tifosi che ora verranno di nuovo messi a dura prova. 

 

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L’addio al calcio giocato di Francesco Totti ha letteralmente lacerato l’animo di tutti gli appassionati del calcio. Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo, dando vita a quel tipo di immagini che fanno avvicinare allo sport anche chi non riesce a concepire come sia possibile ammalarsi di undici sconosciuti che inseguono un pallone dentro a un campo. Il discorso che riguarda Daniele De Rossi è invece differente, perché permette a chiunque tifi la Roma di immedesimarsi nel calciatore che dopo 18 anni lascia la sua squadra del cuore. Ogni tifoso che sarà presente sugli spalti dello Stadio Olimpico, il 26 maggio 2019, potrà comprendere cosa significa dover abbandonare i propri amici, perché lui, da capitano o “capitan futuro”, ha sempre rappresentato in tutto ognuno di loro. L’affetto per quei colori lo hanno messo in condizioni che nessun altro giocatore ha mai vissuto. Il suo stile in campo lo puoi avere solo se vuoi vincere per amore, non per la gloria. La sua grinta con cui contrasta l’avversario la puoi avere solo se moriresti per quei colori, non per facciata. Questo atto di fede ha permesso a tutte quelle persone che si preparano a questo nuovo e inevitabile addio di potersi vantare per molteplici motivazioni, che non riguardano tanto il calcio giocato, di cui è stato senz’altro protagonista assoluto, ma che si focalizzano sulla persona che effettivamente è De Rossi. Il 21 marzo 2006 Repubblica titolavaDe Rossi, un gol al calcio sleale” e raccontava di un Roma - Messina in cui segnò e non esultò. La sua lealtà nei confronti della Roma ha forgiato il suo onore, ammise di aver toccato il pallone con la mano e poi, con un’espressione simile a chi ha capito di essere un uomo prima che un calciatore, si rivolse verso l’arbitro dicendogli “si l’ho toccata di mano, però mo nun m’ammoni’”. Gli avversari vanno ringraziati e trattati sempre con rispetto, anche quando si sbaglia. Le scorrettezze, che naturalmente ci sono state, sono figlie di un affetto a volte troppo insano, che non ti permette di vedere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. A mente fredda, però, la lucidità delle sue parole hanno sempre cancellato tutto. Nel bene e nel male, con la maglia numero 4 o numero 16, la Roma, i romanisti e Daniele hanno sempre gioito e sofferto insieme. Per questo i suoi tifosi si sentono rappresentati da lui. Per la fede, per il fuoco, per l’intelligenza emotiva. Si è trattata di una scelta semplice e democratica: De Rossi ha scelto la Roma e i romanisti hanno scelto De Rossi. 

 

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Friedrich Nietzsche ha insegnato che ciò che non uccide, fortifica. Dopo il fischio finale di Roma - Parma terminerà una stagione che ha sottoposto il romanismo a una delle stagioni più folli e sconfortanti sotto il piano tattico e dei risultati raggiunti. La notizia dell’addio di De Rossi, arrivata improvvisamente e con una freddezza alla pari delle prime giornate di maggio, ha contraddistinto un appuntamento che segnerà il rafforzamento o la fine della resilienza romanista. Qualsiasi ipotetica futura delusione, senza Francesco e Daniele, potrebbe assumere un peso maggiore o minore a seconda della caratterizzazione del tifoso. Questa dicotomia, però, verrà a formarsi fuori dallo stadio, probabilmente dopo mesi o addirittura anni. Al termine della partita, nell’imminente, i romanisti saluteranno De Rossi come Elliot fece con E.T. nell’omonimo famosissimo film di Steven Spielberg del 1982. Il capitano della Roma partirà per un posto oggi ancora sconosciuto, dove però porterà con se il romanismo e quel cuore grande che si è formato in questi lunghi 18 anni di Roma.  

Fantacalcio, la carriera di De Rossi

 

Tifosi romanisti, preparate nuovamente i fazzoletti perché ci sarà un nuovo pianto. Nel giorno del ritiro di Totti, l’Olimpico è stata una valle di lacrime e alla fine di questa stagione si è ripetuto lo stesso copione per salutare Daniele De Rossi che lascerà la Roma dopo 19 anni.

Il capitano giallorosso si aspettava un addio diverso, più rispettoso e con meno frizioni visto il cuore, la grinta e il sudore che ha speso per onorare al meglio la gloriosa maglia capitolina ma l’indifferenza di Pallotta e il contratto a gettone che sa di irriconoscenza, offerto dopo la conferenza stampa d’addio, sono 2 terribili pugnalate.

Cosa riserverà il futuro a De Rossi? Esperienza in America? In Cina? Oppure in Argentina al Boca Juniors? Ancora nessuno lo sa però il popolo romanista non dimenticherà il passato e anche il presente dove, nonostante gli infortuni, l’apporto del “core de Roma” non è mai mancato.

Ripercorreremo alcune tappe della sua carriera e anche il suo andamento al Fantacalcio dove è stato per molti anni un punto fermo per tanti fantallenatori. Ripercorreremo gli inizi, la stagione in cui è arrivata la consapevolezza dei propri mezzi con il conseguente passaggio dalla primavera alla prima squadra. Passeremo poi all’affermazione: le prove da grande combattente, il Mondiale vinto nel 2006 e gli scudetti sfiorati fino ad arrivare all’inesorabile declino che tocca a qualsiasi giocatore professionista.

CONSAPEVOLEZZA

A Daniele De Rossi non è servito fare la gavetta per entrare in prima squadra. Già con Mauro Bencivenga e poi nella Primavera, guidata dal padre Alberto, si notava che aveva qualcosa in più rispetto agli altri pari età: c’era la voglia di emergere, una rabbia agonistica fuori dal comune.

Fabio Capello è stato il primo a credere in lui convocandolo in alcune partite di Champions fino al giorno dell’esordio, a 18 anni, contro l’Anderlecht il 30 ottobre 2001.

Con Spalletti, invece, ha iniziato realmente ad esprimere tutto il suo potenziale: con l’allenatore di Certaldo, è scattato subito il feeling diventando un punto fermo del centrocampo giallorosso. Sono arrivate le prime reti, la convocazione in Nazionale raggiungendo un altro sogno che il calciatore giallorosso cullava da sempre.

Anche al Fantacalcio, comincia ad essere preso in considerazione e a comparire in tutti i consigli fantacalcio. Le statistiche infatti parlano per lui: inizialmente poteva essere considerato come alternativa dei titolari ma dopo qualche stagione di rodaggio finisce col prendere le redini della mediana nella stagione 2004/05 dove De Rossi realizzò 2 gol in 30 presenze.

Il campionato della consacrazione fu quello successivo: nel 2005/06 raggiunge la piena consapevolezza dei propri mezzi tecnici e le 6 reti, più 1 assist, in 34 partite sono le prove tangibili. Il Fantacalcio ha ufficialmente trovato un nuovo protagonista, un giocatore su cui puntare ciecamente nonostante la sua irruenza e qualche cartellino di troppo.

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L’AFFERMAZIONE

Con l’indimenticabile Mondiale vinto nel 2006, De Rossi inizia ad essere considerato un giocatore affermato. A soli 23 anni, ha già quella maturità tale da affrontare ogni sfida con la maglia della Roma e della Nazionale. Nonostante le giornate di squalifica per la gomitata rifilata ad O’Brien, durante Italia-Usa, il CT Lippi lo gettò nella mischia nella finale contro la Francia. Sembrava una mossa azzardata e, invece, fu geniale con la coppa che dalla Germania, paese ospitante, si trasferì nel Bel Paese per la felicità di un’intera Nazione.

Bello vincere un Mondiale, certo, ma il grande obiettivo di De Rossi è sempre stato lo scudetto! Emulare l’impresa della Roma 2000/01 di Totti, Batistuta, Montella e tanti altri protagonisti di quella grande e storica cavalcata.

Il primo assalto avvenne nella stagione 2008/09 con i giallorossi che hanno accarezzato il sogno di soffiare il primo posto all’Inter ma i nerazzurri si sono rivelati più forti rendendo vano l’apporto del mediano capitolino che totalizzò 3 gol e 3 assist in 33 presenze. La fantamedia non fu entusiasmante, poco sopra la sufficienza (6,20) per via dei cartellini, tra cui 2 rossi che iniziarono a scatenare i primi attacchi di ira dei fantallenatori.

Nel 2009/10, la Roma fu vicinissima a cucirsi il Tricolore sul petto: l’Inter di Mourinho iniziava a perdere colpi e De Rossi fu il grande trascinatore di quella formazione guidata magistralmente in panchina da Ranieri: i 7 gol e 2 assist in 33 presenze (fantamedia 6,71) con voti Fantacalcio da vero top fantasy player, portarono i fantallenatori a seppellire l’ascia di guerra nei suoi confronti e a ricominciare di coprirlo di elogi. Chi lo aveva al fantacalcio in quell’annata, avrà sicuramente ottenuto grandi risultati ma per i colori giallorossi, l’epilogo non fu felice: la Sampdoria di Pazzini e Cassano rovinarono la festa nella penultima e i nerazzurri balzarono al comando per poi conquistare il tanto sospirato “Triplete”. La delusione è tanta e ne arriveranno altre portando De Rossi a non realizzare il suo grande sogno ma potrà consolarsi pensando alle 2 Coppe Italia vinte più la Supercoppa.

Con l’avanzare dell’età, giungono i primi fastidiosi infortuni che porteranno in picchiata il suo rendimento: salvo nel 2013/14 dove la fantamedia viaggia abbondantemente sopra la sufficienza (6,37), si assiste al declino del simbolo giallorosso con i bonus che scarseggiano e i malus che aumentano a dismisura.

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IL DECLINO

La sua avventura con la Roma sta per arrivare ai titoli di coda. I tanti acciacchi hanno portato De Rossi ad essere solo saltuariamente il capitano (o per meglio dire, “er capitano”), il punto fermo della formazione giallorossa. Al Fantacalcio, da certezza assoluta è passato a comprimario, a giocatore da acquistare addirittura come settimo-ottavo centrocampista.

Con la diminuzione delle presenze, aumenta l’irriconoscenza della dirigenza capitolina che culmina con il mancato rinnovo e la conseguente conferenza stampa dove De Rossi manifesta tutto il suo disappunto e, allo stesso momento, tutto l’amore nei confronti della Roma.

“Ho un solo rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera.”

Queste parole farebbero sciogliere persino ai supporter delle squadre rivali, figuratevi a quelli giallorossi che perderanno un condottiero in piena regola, un’autentica roccia. I fazzoletti non basteranno per asciugare tutte le lacrime che scenderanno per un altro “core de Roma” che appenderà la maglia giallorossa al chiodo ma non ancora gli scarpini perché De Rossi ha ancora voglia di lottare.

A cura della redazione di FantaMaster

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L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Mentre guardavo la conferenza di De Rossi non riuscivo a trattenere le lacrime, ho avuto un flash di tutta la nostra storia insieme, gli allenamenti, le parole, le risate”. Quando Mauro Bencivenga parla del numero 16 della Roma le corde del cuore tremano, la voce quasi si spezza. “Forse sono romantico o forse è perché mi sto invecchiando”.

Daniele De Rossi parla di lui come di un secondo padre. Allenatore delle giovanili della Roma per più di 10 anni, una vita passata tra cinesini e palloni, tra giovani promesse e grandi giocatori, Bencivenga più che un mister è stato un artigiano, di uomini e calciatori.

E oggi che il “suo cavallo”, come Fabio Capello definì De Rossi, lascia la Roma, il mister riavvolge il nastro dei ricordi. E noi de ilCatenaccio abbiamo avuto il piacere di sentirlo raccontare.

 

 

Mister, quando c’è stata la scintilla? In che momento ha capito che De Rossi sarebbe diventato un grande giocatore?

Non c’è stato un momento preciso. Daniele è sempre andato per gradi, con miglioramenti graduali. Tra gli allievi e la primavera non giocava. Perché, guarda che non era un fuoriclasse eh. Io mi sforzavo a capire il ruolo che gli dovevo dare: giocava in attacco ma non andava bene, esterno neanche, allora lo inventai centrocampista. Quando giocavo in Serie B e in Serie C mi piaceva tantissimo il mediano basso, pensavo di metterlo in pratica quando sarei diventato allenatore.

Da qui nasce l’idea del cambio di ruolo?

L’ho portato davanti alla difesa, noi giocavamo con il 3-5-2, volevo un vertice basso, che giocasse soprattutto in orizzontale, a formare un triangolo con gli altri due centrali, di destra e di sinistra, sia per far partire il gioco che per aiutare la retroguardia. Dopo il cambio di ruolo, ha iniziato a giocare sempre meglio.

roma primavera
La Roma Primavera del 2000-2001, con mister Bencivenga in prima fila e dietro di lui Daniele De Rossi. Foto Stefano Martines

 

Lo spirito da leader si vedeva già?

No, secondo me no. È nato dopo, quando è diventato mediano è diventato leader. Come è successo a me, quando ero centrale difensivo e, dovendo guidare la linea, divenni leader. E poi come in tutte le cose la vita ti modella col tempo, ti riempie, ti fa crescere. E guarda come è cresciuto. Ha fatto una carriera incredibile: campione del mondo, tutti quei gol in nazionali. Se ripenso agli allenamenti fatti con me, le risate, le parole…

Che tipo di rapporto c’era con il giovane De Rossi?

Gliene dicevo di tutti i colori, mi arrabbiavo tantissimo. Lo facevo con tutti ma con lui di più, me lo potevo permettere, perché ero amico con Alberto, che allenava le categorie dei più piccoli. Un giorno gli dissi delle cose bruttissime. Così, anni dopo, ci ripensai e mi venne l’istinto di mandargli un messaggio: “Daniè, io ti chiedo scusa, ho ripensato a quello che ti avevo detto quel giorno al campo…”. E lui mi ha risposto: “A mister, ma che stai a scherzà?! Se non era per lei io manco all'Ostia Mare potevo giocà..". Daniele era un tipo gioviale, gli dicevo le peggio cose e non se la prendeva mai, stava sempre col sorriso.

bencivenga 2Un giovanissimo De Rossi, ai tempi dell'Ostia Mare, in prima fila

Lo stesso sorriso che abbiamo visto anche durante la conferenza d’addio a Trigoria. Che impressione le ha fatto?

L’ho vista insieme a mia figlia e, sarà che sto invecchiando, non riuscivo a trattenere le lacrime. Ho avuto un flash: tutta la mia storia con lui, i tre anni insieme. Ad un certo punto non ce la facevo più. Lui è stato di una freddezza unica, bravissimo nella comunicazione, era glaciale. Era bello, ma mi ha messo anche paura: io, al posto suo, sarei crollato.

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Il vulcano Bencivenga, a sinistra

E il mister Mauro Bencivenga, che allenatore era?

Io volevo che tutti i miei ragazzi primeggiassero, senza distinzioni. Mi fermavo tre, quattro ore dopo gli allenamenti, con il buio, quando andava via anche Bruno Conti. Io dicevo sempre a tutti i miei giovani: "Sogno di venire all'Olimpico, un giorno, mettermi seduto e vedere davanti a me uno di voi". E questo sogno con De Rossi si è avverato. E con lui Blasi, De Vezze, Ferri, Bovo, anche chi ha fatto la Serie B, Sansovini, Martinetti. Il fine settimana, davanti a La Domenica Sportiva a guardare i miei ragazzi ero come un bambino con il lecca lecca in mano davanti ai cartoni animati. Furono 12 anni di Roma, intensi, bellissimi.

 

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Poi Fabio Capello la vuole collaboratore tecnico, nel 1999, per la Roma dei grandi.

I giocatori di prima squadra mi guardavano con occhi diversi, dicevano "Guarda Mauro, che persona calma, non parla quasi mai". Da allenatore invece lanciavo certi strilli che un giorno Mazzone mi mandò a chiamare, per farmi abbassare la voce. Sono stato sempre un vulcano. I giocatori allora non ci credevano, e De Rossi gli diceva: "Voi non avete conosciuto il vero Mauro Bencivenga". C'era Leandro Cufrè che mi guardava con gli occhi sbarrati, D’Agostino gli aveva messo paura su di me. Mi piaceva lavorare sul campo, mettere i cinesini, preparare l'allenamento. Un giorno andavo al campo con la sacca dei palloni dietro la schiena, passa Daniele e mi fa: "Mister glieli posso porta’ io sti palloni?".

capello
Fabio Capello fece esordire De Rossi in Champions League il 30 Ottobre 2011, contro l'Anderlecht

Che rapporto aveva con Don Fabio?

Io parlavo sempre bene dei giovani cresciuti nel vivaio, e allora Capello mi sfotteva sempre: "Sono bravi solo i tuoi eh". Così un giovedì, Capello arriva, con quel suo sorriso sornione, e mi fa: "Domenica ti faccio esordire da titolare il tuo cavallo". Era il 10 maggio 2003, quando esordì anche Aquilani.

 

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E adesso, dopo una vita alla Roma, il numero 16 non smetterà di giocare. Che consiglio si sente di dare a De Rossi?

Ci ho parlato, un po’ di tempo fa, e lui mi diceva: “Mister, voglio giocare un altro anno”. Allora gli ho risposto: “Se lo fai, devi farlo con dignità, se stai bene fisicamente. Sapendo di dover triplicare il lavoro”. Erano le stesse cose che mi diceva Mario Facco, mio allenatore a Frosinone, giocatore della Lazio di Maestrelli. Io ero pigro nella parte atletica e allora il mister mi diceva: “Mauro, sei vecchio, quindi devi lavorare di più”. Le stesse cose che ho detto a De Rossi.

 

Lo vede più allenatore o più dirigente?

Te lo dico con sincerità, non ho nessuna certezza. Certo a sentirlo parlare l'altro giorno, così bello, così freddo, me lo sono immaginato dirigente. Ma anche da allenatore lo vedo bene, ha giocato tutta la carriera in un ruolo di comando, di controllo, che aiuta alla panchina. Di certo ha il carattere per fare l'allenatore, perché quando si fissa un obiettivo lo raggiunge.

 

 

A cura di 

Daniele Furii

Lamberto Rinaldi

Con gli occhi di Daniele De Rossi

7 novembre 2010. La Roma vince il derby con i gol di Borriello e Vucinic. Me lo ricordo bene quel tuo faccione, aggrappato al cancello della Sud. Quei tuoi occhi azzurri, belli, cattivi, felici. Daniele De Rossi, quella sera, era un vessillo piantato ai piedi del suo cuore. Una bandiera fatta di carne e ossa che sventolava tra bandiere fatte di stoffa, di giallo e di rosso.

Ce l’ho stampato in testa quel tuo faccione romano, romanista. Quei tuoi occhi pazzi di gioia. E il tuo daje, il tuo urlo, mi arrivava in faccia. Come un vento forte che ti spettina ma ti rinfresca. Come il vento che soffia sul mare di Ostia.

Di Francesco Totti mi sono perso almeno quattro anni. Di Daniele De Rossi non ho saltato niente. Ricordo tutto e ho paura a dimenticare qualcosa. Sono geloso.

Ricordo quella rete al Chievo, ad esempio. A un passo dal possibile, a un passo da te. De Rossi che non segnava da fuori area da un sacco di tempo. Sbam. Gol. Il sogno accarezzato per quaranta minuti. Perché quello scudetto, la Roma, se lo sarebbe meritato tutto. Io me lo sarei meritato tutto, tu te lo saresti meritato tutto. Noi ce lo saremmo meritato tutto. E così anche De Rossi, che è come me, come noi.

Mi sono accorto di aver cambiato nel corso degli anni il rapporto con il numero 16. Perché come le cose che ami di più, che senti più tue, le dai per scontate. Ti sembra abitudine, e invece è tutto. Le lasci lì all’angolo, sicuro che ci saranno sempre. Invece ti svegli una mattina di maggio, che sembra novembre, e non le trovi più. Trovatemi uno che parlava della Roma nella sua maniera: “Ringrazio di essere romanista anche dopo i 7 a 1”. Trovatemi uno che la baciava come faceva lui, che sia la maglia, il parastinchi, lo scarpino, il cielo, la curva, la palla. Trovatemi uno che la guardava così. Guardate gli occhi di De Rossi, non sono quelli dei romani, sono quelli delle statue etrusche: sembrano guardare l’infinito. “Ho imparato ad amare la Roma dai tifosi, guardando i tifosi”.

Daniele De Rossi quando guardava la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillavano gli occhi, che erano gli stessi di quel bambino con la maglia Barilla, usava gli occhi miei, tuoi, nostri. Gli occhi di chi ogni anno sogna di vincere qualcosa, gli occhi di chi ieri era piccolo e oggi è grande, come lui, gli occhi dell’amore, della speranza, gli occhi di chi nonostante tutto, nonostante i Liverpool e il Lecce, nonostante il Manchester United e la Fiorentina, restano al loro posto, sempre e per sempre. Gli occhi di Roma.

Anche oggi quegli occhi brillano, anzi luccicano di lacrime. “Non li posso guardà sennò scoppio” ha detto il Capitano riferendosi alla sua squadra. Come me, come te, come noi. E quel 26 maggio, (sì, proprio 26 maggio) quel Roma Parma, (sì, proprio Roma Parma) non sarà facile.

E se questa mattina di maggio fa più freddo non è colpa solo del clima. È che ci siamo svegliati tutti più vuoti, tutti più soli. Proprio come Daniele, che il prossimo anno giocherà con un’altra squadra. E li guarderai insieme e non potrai farci niente. Non puoi farci niente. Perché in fondo De Rossi è la Roma, è come me, è come te, è come noi. “Ci siamo scelti a vicenda”. Ci siamo amati, ci siamo voluti, ci siamo baciati. Abbiamo vissuto la Roma nello stesso modo e questo vale più di ogni altra cosa, più di ogni altro Scudetto, più di ogni altro trofeo.

Ho urlato con De Rossi, ho pianto con De Rossi. Ho guardato la Roma con gli occhi di De Rossi e De Rossi ha guardato la Roma con gli occhi miei, con gli occhi tuoi, con gli occhi nostri. E non c’è vittoria più grande.  

 

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3 immagini epiche di Florenzi

Di quando in quando, non molto spesso però succede, capita che il karma si manifesti anche nel calcio. Una nemesi pallonara, una giustizia compensatrice e riparatrice, un disegno divino che ristabilisce il giusto, l’equo.

È quanto successo nell’ultimo Roma Juventus con Alessandro Florenzi. La sua vicenda ha provocato in noi una montagna russa di sensazioni e di immagini, tutte epiche, tutte mitologiche, tutte che appartengono ad una sfera altra e alta.

Le proviamo a spiegare così.

 

 

La sfida. 
Samuele, Bibbia. Davide contro Golia

Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo. 5 Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. 6 Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle. 7 L'asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell'asta pesava seicento sicli di ferro; davanti a lui avanzava il suo scudo

florenzi 1
Florenzi contro Cristiano Ronaldo

 

Succede tutto nel secondo tempo. La Juventus, impersonificata in Cristiano Ronaldo, non butta fuori il pallone nonostante un giocatore della Roma a terra. “Noi avevamo messo fuori la palla due volte, lui invece l’ha giocata – ha raccontato Florenzi nel post partita - potevamo ripartire anche noi nel primo tempo con Kolarov ma l'abbiamo buttata fuori perché noi siamo questi”.

Così il capitano della Roma dice qualcosa al fenomeno di Madeira, i due si attaccano, vola qualche parola grossa e Ronaldo mima la statura del terzino romanista: “Eres pequeno para hablar”.


Florenzi contro Cristiano Ronaldo parte 2 

Ma come Davide e Golia, nell’episodio biblico, l’eroe non si sottrae dalla lotta, si fa sotto nonostante tutto. “Lui è un Pallone d'oro e pensa di avere tutto il diritto di fare ciò che ha fatto”. E nel vedere la spocchia, la superbia di Ronaldo, tutti in fondo abbiamo pensato: “Che bello sarebbe se adesso segnasse Florenzi”. Ecco, a volte succede davvero.

 

 

Il Gol.
Ovidio, Metamorfosi. Giove ed Europa

Gode l'innamorato e, in attesa del piacere sognato,
le bacia le mani: a stento ormai, a stento rimanda il resto;
intanto si sfrena gioioso saltando sull'erba verde
o stendendo il fianco color di neve sulla rena bionda;

Florenzi 2
Salta Florenzi salta, sogna ragazzo sogna

Ed eccola, la nemesi, la riparazione dei torti e dei soprusi del più forte. Eupalla, dio del calcio che tutto vede e orchestra la manovra, soffia sul più piccolo, lo fa arrivare fino in area di rigore.

E Florenzi sembra veramente un folletto, un elfo della foresta, che si muove rapido, scatta e cambia direzione. Sfugge alla marcatura del laziale Caceres e quando si trova all’infedele Szczęsny un’altra divinità, che siede in tribuna, gli concede di usare la sua arma magica: il cucchiaio al posto della spada, il colpo sotto al posto della lancia.

Florenzi salta sull’erba verde, come Giove prima di rapire Europa, salta voglioso, innamorato, eccitato. Perché il gol, stavolta, è tutto suo, suo e basta, di Alessandro più che di Florenzi. “Il gol me lo sono gustato tanto perché penso che me lo meritavo, penso al singolo per la prima volta. Penso che me lo meritavo perché sono un ragazzo che lavora dalla mattina alla sera. Anche il mio migliore amico, che fa l'elettricista, quando dico vado a lavorare mi prende in giro perché si alza alle 5.00 del mattino. Ma lo dico a chi mi vuole bene lo faccio con passione. Puoi sbagliare, ma anche quando sbagli basta dare tutto”.

 

 

L’esultanza.

Giordano Bruno, Gl’Eroici furor. Il volo di Icaro

Poi che spiegat'ho l'ali al bel desio,
quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
più le veloci penne al vento porgo:
e spreggio il mondo, e vers'il ciel m'invio

Florenzi 3Florenzi vola, si arrampica, scala la Curva Sud

Così il piccolo Florenzi inizia a correre. Piccolo perché giovane, giovane come Fetonte che decise di volare con il suo carro verso il sole, giovane come Icaro che con le sue ali scelse di planare verso la stella più luminosa. Questa, all’Olimpico, si chiama Curva Sud e rispende di giallo e rosso.

Florenzi spicca il volo per abbracciare il suo sole, come il bambino di De Andrè in Volta la Carta “che sale un cancello / ruba ciliegi e piume di uccello”. Ma il giovane e piccolo Florenzi non si fa male e non si scotta. Ha raggiunto il suo cielo, abbraccia e urla in faccia alla sua gente. Strillava la sua gioia anche a chi lo fischiava, a chi lo chiamava trentadenari. Ma domenica sera non era importante, domenica sera la Roma aveva vinto contro la Juventus una delle sfide più inutili della sua storia recente. Ma quando si mette in mezzo la Giustizia Divina non c’è veramente niente da fare.

Game of Thrones - Trigoria edition

Scusate l’accostamento, è stato per rompere il ghiaccio. Non è mai facile parlare delle cose a cui tieni particolarmente. Sono di questi giorni l’attesa e l’ansia per quella che è una delle serie tv più seguite di sempre, (quasi) tutti ne parlano. Si parla anche di Endgame, certo, ma anche questi due colossi del piccolo e del grande schermo si piegano di fronte alle dinamiche interne all’AS Roma. Da qui l’idea del titolo. Il trono vacante (siamo sicuri che lo sia davvero?) fa gola a tutti, è IL centro di potere (cit.) più ambito tra i dirigenti che fanno capo a James Pallotta.

Prima di addentrarci, facciamo una fotografia della situazione dirigenziale dell’AS Roma. Pallotta è a Boston e non ha la benché minima intenzione di passare per Roma (da un anno non mette piede nella capitale); Franco Baldini è il direttore ombra e fa la spola tra il Sudafrica e Londra (dove incontra uomini mercato, dirigenti, allenatori, come fa un vero e proprio dirigente operativo); Ricky Massara è a Trigoria ma a giugno potrebbe lasciare o continuare in un nuovo ruolo diverso da quello attuale; Guido Fienga è il nuovo amministratore delegato, teoricamente il nuovo uomo forte di Trigoria (sua l’idea di avviare l’operazione Conte, drammaticamente naufragata con bocciatura pubblica delle ambizioni e delle possibilità del club, tramite la Gazzetta. Operazione non pienamente condivisa, eufemisticamente parlando, dall’intera dirigenza romana); Francesco Totti, ex capitano e leggenda vivente della Roma, in teoria figura in ascesa, ma nei fatti ancora in cerca/attesa di un ruolo definito e forte, in cui possa determinare. Questa è la Roma che tocca palla sulle questioni di campo.

Francesco Totti è ancora alla ricerca di una maglia da dirigente nella sua Roma

Il boss è a Boston, casa sua, osserva gli sviluppi della squadra giallorossa da lontano, con ovvio interesse e con contatti frequenti con dirigenti (ombra e ufficiali). Pallotta non ha risposte, ma ha tante domande: perché le cose non vanno? Perché il settore sportivo di questa società non riesce a ingranare o ad avere continuità, perché continuano a saltare teste? Cosa non funziona a Roma? Per il presidente le cause del problema vanno a ricercate a Trigoria. Non è un caso che siano stati allontanati allenatore, staff tecnico, alcuni preparatori, il medico e svariati terapisti. Dopo il burrascoso addio di Monchi, sostanzialmente scappato per tornare a casa in un ambiente più morbido e meno ambizioso, l’ex segretario generale Ricky Massara è stato nominato direttore sportivo, mentre l’ex direttore generale Mauro Baldissoni è stato promosso (?) e nominato vicepresidente esecutivo. 

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Nel frattempo, è arrivato Claudio Ranieri con un contratto a tempo (rimangono tre partite e poi sarà di nuovo libero), corteggiato in primis da Francesco Totti. Baldini consigliava Paulo Sousa, ora al Bordeaux. Il direttore ombra è stato sconfitto? E’ stato fatto fuori? Ma neanche per sogno, ha soltanto perso una battaglia, forse perché non c’era la volontà di impegnarsi economicamente con un allenatore che non convinceva pienamente (almeno i dirigenti di Trigoria, sempre per tornare ai centri di potere). Dopo questo episodio di GoT (game of Trigoria), ne inizia un altro: serve un nuovo direttore sportivo, perché Massara era a Trigoria durante i disastri di Monchi (e non solo), che hanno portato la Roma a fare tre passi indietro rispetto al percorso di crescita iniziato anni fa.

E se alla fine, alla Roma, rimanesse Claudio Ranieri?

Chi sarà il nuovo ds? Massara, no. Campos? Mislintat? Petrachi? I primi due sono stati scartati, o comunque hanno fatto altre scelte. Forse l’ultimo, anzi, si può dire che sia stato scelto proprio lui. Quando? Nel summit di Boston (Pallotta, Massara e Baldini), l’ex segretario generale è stato sostanzialmente depotenziato e la prova provata è data dai numerosi contatti con l’attuale ds del Toro. Il meno convinto (eufemisticamente parlando) di “affondare” su Antonio Conte. In attesa di Petrachi (che va “comprato” dal Torino, con un giocatore da prendere o qualche giovane…), lui continua a gestire le cose di Trigoria, con voglia e affetto (tanto, forse troppo) per la Roma. Non è da escludere una sua permanenza se le cose per Petrachi non dovessero andare come previsto. Non il massimo, potrebbe pensare un esterno. Ecco, appunto. Almeno per lui, no? Altro capitolo: Petrachi è stato “scelto” prima del tentativo per Conte, al massimo sarebbe stata una freccia in più nella faretra del club. Un nuovo uomo forte per Trigoria (dopo Sabatini e Monchi), sicuramente una figura diversa e nuova per la Roma americana. Non un accentratore, più pragmatico e meno visionario, meno colpi di genio ma sicuramente più interessato (e incline) a lavorare fianco a fianco con il tecnico. Ha tirato su un Torino forte e ambizioso, spendendo poco, funzionale per il tecnico che ora tiene vivo il sogno quarto posto. Il problema è sempre lo stesso: quanto potrà essere se stesso a Roma? A Monchi era stata promessa carta bianca, ma nei fatti non è stato così.

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Sabatini stesso, uomo e volto per eccellenza della Roma americana, ha deciso di andarsene più per le ingerenze di Baldini che non per il rapporto con James Pallotta. Il trono è davvero vacante o Franco Baldini vi è comodamente seduto sopra, mentre gli altri tentano scalate o conferme? Cosa deve succedere a Trigoria (o a Boston…) perché Baldini perda definitivamente i gradi e i dirigenti ufficiali possano cominciare a lavorare davvero liberamente? Non è una cosa all’orizzonte, in ogni caso, visto che Baldini è attualmente al lavoro (e da tempo) per portare Maurizio Sarri sulla panchina della Roma (il tutto mentre Fienga tentava Conte).

E a Trigoria cosa pensano? Potrebbero considerare più fattibile Gasperini, o Marco Giampaolo. In ogni caso, in questo momento a Trigoria sembra regnare la confusione, con un'immagine da riscattare dopo il sonoro no di Conte e una stagione, la prossima, da programmare. E a Torino, invece, cosa pensano? Cosa pensa Petrachi, sapendo che corre il rischio di venire a Trigoria giusto in tempo per realizzare le cessioni e le plusvalenze (la situazione per quest’anno non è drammatica, ma per il domani pare non ci sia aria da muro contro muro con l’Uefa) necessarie?

Una cosa è certa: fin quando non sarà fatto ordine, difficilmente in casa Roma le cose potranno funzionare senza problemi, senza ballare sul filo del rasoio. Equilibrio tra i poteri, grosse disponibilità economiche e unità di intenti sono alla base di un progetto sportivo vincente e solido. La Roma è ancora al lavoro per trovare la quadra e dopo otto anni non è una cosa molto rassicurante per i tifosi.

 

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