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È il terzo giorno di offensiva turca contro i curdi e l’operazione “prosegue con successo secondo i piani”, stando agli annunci del ministro della difesa di Ankara. 5 mila i soldati delle forze speciali d’assalto, 3 milioni i profughi previsti, già 400 le vittime. Terroristi secondo il governo di Erdogan, miliziani indipendentisti per il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan.

L’operazione in Siria si chiama “Primavera di pace” e viene descritta come una “missione volta a prevenire corridoi del terrore lungo il confine meridionale della Turchia”. “Pace in casa, pace nel mondo” è la scritta che campeggia sopra la foto scelta da Merih Demiral, difensore turco della Juventus, e pubblicata sui suoi profili social. Più esplicita e diretta dello scatto del romanista Cengiz Under, che ha deciso di postare la foto della sua esultanza, con la maglia della Roma, mentre sfoggia il più ufficiale dei saluti militari, sotto tre bandiere anatoliche.

 

Non è la prima volta che accade per l’esterno della squadra di Fonseca. La stessa cosa era successa a febbraio dello scorso anno, dopo una doppietta al Benevento. Erano i giorni di un’altra offensiva militare, quella contro il distretto di Afrin, in Siria settentrionale, capitale dell’autoproclamata regione autonoma di Rojava. Un popolo senza stato, quasi 40 milioni sparpagliate tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, la cui storia è ben descritta in questo pezzo. 5 mila sfollati, oltre 100 morti tra i civili, decine di città distrutte. Questo il bilancio dell’operazione che, per continuare l’assurdità dei nomi, venne denominata “Ramoscello d’ulivo”.  

Un’esultanza particolare, per i gol ma non solo. Anche per i successi di quel Recep Tayyip Erdogan tra i principali sostenitori dell’Istanbul Basaksehir, squadra turca dove Under è cresciuto, nonché avversaria della Roma nei gironi di Europa League.

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Calcio e politica si intersecano e si fondono. È impossibile che non avvenga, così come calcio e cultura, calcio e società, calcio e arte. E quindi qual è il problema?

Il problema è che Cengiz Under esulta per quella che secondo lui è pace ma secondo altri è guerra, per quella che secondo lui è libertà e giustizia, per altri è dittatura e oppressione. Il problema è che festeggia per la morte di qualcuno con la maglia della Roma addosso. Una maglia che al contrario vuol dire Amor. Under non esulta in mio nome. E se proprio deve farlo vorrei che non lo facesse con i miei colori addosso.

E dopo il pugno di ferro usato dalla società contro il razzista che ha insultato Juan Jesus, “sarebbe quantomeno ridicolo se rimanesse inerme nei confronti di un suo tesserato che, indossando la maglia di una squadra che è del popolo e non ha nessun colore politico, si permette determinate libertà. Non è la prima volta che il signor Under sfrutta il nostro palcoscenico, la nostra casa, per palesare le sue simpatie nei confronti di Erdogan” ha scritto sulla sua pagina Facebook Simone Meloni, giornalista di Sport People.

Si prenda come modello quanto fatto dal St. Pauli, squadra tedesca che milita in Zwite Liga, la serie b di Germania. Dopo le esternazioni del suo calciatore Cenk Sahin, che su Instagram aveva pubblicato un post a favore dell’offensiva turca in Siria, la società ha diramato un comunicato ufficiale in cui prende “le distanze dal post e dal suo contenuto, essendo incompatibile con i valori del club”.

 

Che la Roma, e la Juventus, si facciano sentire allora. Come ha fatto Claudio Marchisio, che ancora una volta su Twitter è andato controcorrente: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini...”, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in #Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima". 


Stesi

Un’altra settimana di processi, di critiche, di analisi spietate. Altri chilometri di pagine, almeno due mari di inchiostro, un universo di parole per descrivere l’ennesimo pareggio di una Roma spenta. La facile goleada contro i turchi in Europa League era fumo negli occhi, era troppo facile, era tutto falso.

La Roma al Dall’Ara era chiamata ad un test importante, contro una squadra in forma, imbattuta, cattiva e preparata. Serviva una prestazione decisa e invece ecco un altro pareggio. Serviva il decisivo passo avanti e invece ecco il solito semaforo rosso. Troppe lacune in difesa, troppo nervosismo nel secondo tempo, troppa sterilità in avanti. Dzeko isolato, Pau Lopez flop, Cristante inutile, Fonseca dogmatico.

Era tutto pronto, tutto apparecchiato. E invece.

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E invece la Roma ha deciso in una manciata di secondi di cambiare non solo l’inerzia della prima domenica autunnale di questo strano 2019. Ha deciso di cambiare tutta la settimana e, chissà, forse anche tutta la stagione. Perché da bivi del genere nascono itinerari inaspettati, imprevisti, splendidi.

In questo Bologna Roma finalmente autunnale, di pioggerella fitta, nebbia sparsa e maglioncino sopra i pantaloncini ancora corti, c’è tutta “la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire”, per citare il celebre monologo di Ogni Maledetta Domenica. Ed era veramente maledetta fino al 92esimo e qualcosa. Il gol di Kolarov, ancora, (solo Messi meglio di lui su punizione, ma non ditelo in giro) il rigore inventato, ancora, e l’espulsione di Mancini pure. La Roma in dieci, il Bologna con 5 attaccanti, il copione che sembrava già scritto.

Ma eccola là la svolta, proprio quando non te l’aspettavi più, proprio quando ti eri rassegnato all’ennesima settimana di rabbia repressa e pensieri nefasti. L’ingresso di Juan Jesus, maledetto cinque minuti prima, si rivela provvidenziale: è lui a battere in maniera veloce una punizione nella nostra trequarti. La palla finisce a Veretout che diventa di fatto l’ultimo romantico di questa domenica uggiosa.

Romantico nel senso vero, antico, del termine. Romantico da sturm und drang, da impeto e tempesta, non da fiorellini e parole dolci. Ed è così che avanza tra i posti di blocco avversari, prima di dare la palla a Pellegrini, prima dell’ennesimo assist del numero 7, prima del gol di Dzeko.

E mentre Edin saliva in cielo per schiacciare di testa il pallone della svolta, Veretout cadeva a terra. Uno svenimento, una liberazione, una catarsi moderna. Steso a terra, come tutti noi.

 

Una scena rivista, nella partita più romanista di tutte, da parte del più romanista di tutti. Anche Daniele De Rossi ha esultato così. Buttandosi a terra, senza forza di correre, di gridare, di urlare. Per un’ora, per tutta la serata o per un secondo appena. Il tempo di fare una capriola, di perdere le corde vocali e trovarsi sotto il settore insieme al capitano e ad un preparatore che ha Romano nel nome.

Tutti insieme, sotto uno spicchio di 2000 cuori in trasferta. A pezzi, stravolti, eccitati, fomentati. Stesi. Come vorremmo essere sempre. A stendere gli altri e stenderci noi.

 

Roma, forse ti sei svegliata?

La Roma è uno stato d’animo, non una squadra. Un’emozione di quelle potenti che può distruggere i cardini della logica nell’analizzare la situazione di un club in un certo momento della stagione. Occorre essere sinceri. Non si farà qui una noiosa cronaca dell’ultima partita europea o di campionato dei giallorossi in quanto a riprodurre in modo sterile e asciutto i tabellini delle partite è già delegato un circuito mediatico ben più attento a dettagli di cui francamente si può ignorare l’esistenza. Faremo ben altro.

Considereremo a che punto si trova la Roma nel suo complesso dopo queste primissime gare. Inizieremo proprio ora il discorso con una riflessione senza ipocrisie. La Roma gioca all’inglese ed è la big che si trova culturalmente più all’avanguardia sotto il profilo tattico rispetto alle altre. Sembra più avanti nel lavoro in questa specifica prospettiva di bianconeri, azzurri e neroazzurri. Apprezzabilissimi infatti sono i tentativi di Juve, Napoli e Inter di dar vita anch’essi a un cambio di mentalità nel nostro campionato vecchio, catenacciaro e spezzettato da così tante pause, dovute al fischio di falli inutili, che Celentano potrebbe ambientare i suoi Rock Economy in serie A insieme ai suoi proverbiali silenzi.

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Purtroppo la Roma nell’osare così tanto in avanti corre dei rischi notevoli in difesa. E chiariamolo a tutti coloro che rievocano il fantasma di Zeman appena la Roma inizia a giocare decentemente creando numerose occasioni da gol. Il problema della Roma non è tattico, ma tecnico. Tanto che in Roma-Sassuolo 4 a 2 si sono visti diversi miglioramenti rispetto alla gara col Genoa alla prima di campionato e al derby giocato alla seconda già solo con gli ingressi in campo di Veretout come mediano e di Mkhitaryan come esterno offensivo a sinistra. Il tutto condito da un Pellegrini restituito alla posizione naturale di trequartista alle spalle di uno Dzeko tornato ai livelli precrisi. Ma la difesa sembra mantenere una fragilità lignea come una casa costosa costruita all’americana, dotata cioè di travi come fondamenta destinate a consumarsi e a sfasciarsi per il cattivo clima e per le tarme.

A ogni lancio avversario in area la difesa entra in un corto circuito tale da generare il timore di poter subire da un momento all’altro la rete degli avversari, pur modesti. A chi attribuire il demerito di tale situazione così come emersa in queste prime gare? A Fonseca? Già pericolosamente accostato al boemo come se fosse un insulto poi? Per onor di cronaca la Roma con Zeman tra il 1997 e il 1999 ottenne i migliori risultati che i giallorossi possano ricordare negli anni 90 avendo una rosa dalla qualità combattiva, ma tecnicamente deludente. Unica eccezione il 1991 di Ottavio Bianchi. E’ vero peraltro che Zeman fece una pessima stagione nel 2012-2013 alla guida della compagine capitolina, ma il famoso derby di Coppa è stato perso in virtù dell’atteggiamento super catenacciaro di Andreazzoli. Ricordiamolo. Aperta e chiusa la parentesi sul boemo, comunque sia il paragone con Fonseca non regge. Proprio in base al principio che chi gioca un calcio piacevole non necessariamente equivale a Zeman. Piuttosto la difesa orripilante della Roma ha precedenti consolidatisi in questi ultimi anni in modo netto. Parliamo dell’ultimo anno e mezzo di Garcia, dei gol subiti nelle coppe dal Spalletti bis, delle valanghe che hanno travolto Di Francesco nell’ultimo campionato con la bellissima media di 3 gol subiti a gara addirittura col totem Manolas in campo, ancora rimpianto dalle vedove romaniste in quanto baluardo storico di una difesa che veniva bucata a ogni folata offensiva degli avversari. Questi allenatori cosa hanno in comune con Zeman? Poco, nulla o qualcosa. Il tema è che Fonseca sa bene di non avere problemi di costruzione dell’impianto difensivo a livello tattico, ma di avere a disposizione giocatori con limiti tecnici evidenti come Fazio e Juan Jesus.

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Per ora anche Mancini sta deludendo nelle prestazioni, ma ci riproponiamo di tornare a occuparci di questo giovane che ha un indubbio talento. In attesa di vedere all’opera Smalling affinché possa innalzare il tasso tecnico della coppia difensiva, non scordiamoci di Florenzi. Poniamo la questione. Questa sì che stavolta è tattica. Florenzi è fondamentale nelle azioni offensive della Roma, ma in difesa si posiziona in maniera imbarazzante quando si tratta di far scattare la trappola del fuorigioco, quando si tratta di coordinarsi col centrale destro per evitare le imbucate nel mezzo, quando si tratta di marcare l’avversario. Al neonato governo giallorosso chiediamo due cose: evitare l’aumento dell’IVA e togliere a Florenzi il ruolo di terzino per avanzarlo più avanti visto l’infortunio di Under. Capitolo infortuni. Mamma mia, ne parleremo in un altro articolo che è meglio. Oggi siamo di buon umore, preserviamo intatto il sentimento di fiducia che ci anima. Un’ultima nota invece sul debutto giallorosso stagionale in Europa League fresco di ieri sera. La Roma, dopo un primo tempo soporifero contro i turchi dell’Istanbul Basaksehir, pur in vantaggio 1 a 0 con gol di Spinazzola, vince facendo 4 gol addirittura senza rischiare pressochè nulla in difesa con la coppia Jesus-Fazio che, dopo diverso tempo, non ha fatto venire le vertigini e i collassi verticali ai tifosi ansimanti anche grazie all’ottimo lavoro di Cristante e in piccola parte dell’enigmatico Diawara.

Il collettivo comunque è stato protagonista esaltato dalle mille corse nel secondo tempo di Zaniolo e Kluivert a supporto di uno Dzeko sempre più al centro della sua squadra. Pure Pastore ha mostrato di essere ancora vivo. E questi sono segni che inducono a sperare.    

 

di Federico Cavallari

La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

La rivoluzione azzurra della Roma

Credo che questo sia un anno zero per la Roma. Come mi hanno spiegato, il progetto prevede tanti giocatori italiani e giovani. Questo è un punto di partenza”. Con queste parole si era presentato a stampa e tifosi il primo acquisto dell’era Petrachi, Leonardo Spinazzola.

Un colpo programmatico, che doveva rappresentare la nuova gestione oculata e attenta dopo le sbornie dell’era Monchi. Una squadra giovane, italiana, pronta. Stesse parole che si ritrovano nella conferenza di benvenuto dell’ultimo acquisto, per adesso, della squadra giallorossa. Un altro italiano, un altro giocatore pronto: Davide Zappacosta. “Nella Roma si sta creando un blocco di italiani e penso che sia una cosa molto importante per il calcio italiano. È bello quando si parla di uno zoccolo duro formato da calciatori così, anche in vista dell’Europeo è bene che i giovani riescano a trovare spazio in squadre importanti”.

Una Roma che si tinge di azzurro, che perde tre nazionali come El Shaarawy, De Rossi e Luca Pellegrini ma acquista Spinazzola, Zappacosta e Mancini con in mezzo i corteggiamenti sfrenati verso Barella e quelli ancora non tramontati per Rugani. Dando per sicuro partente Santon e come membri se non attivi quanto meno coinvolti Antonucci e Riccardi, la prossima stagione romanista dovrà vedere protagonisti 10 italiani.

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Spinazzola, primo acquisto di Petrachi alla Roma

Non un record, visto che è la stessa cifra dello scorso anno, ma comunque un dato importante soprattutto per quanto riguarda i giocatori nel giro della nazionale maggiore e nel parco titolari della squadra. Contando anche i giocatori con una sola presenza i 10 italiani in rosa è il miglior risultato degli ultimi 5 anni. Erano 8 nella stagione 2017-2018, quando Antonucci e Capradossi collezionarono 2 presenze a testa ed Emerson Palmieri 1 sola. Erano 6 nella stagione 2016-2017, il dato più basso degli ultimi dieci anni: oltre ai “soliti” De Rossi, El Shaarawy, Emerson Palmieri, Florenzi e Totti ecco il difensore Marchizza, che riuscì a strappare qualche manciata di minuti in Europa League.

Il dato più alto è invece quello della stagione 2011-2012, con 16 italiani, la prima della gestione americana, quella della revolucion di Luis Enrique. In rosa c’erano allora Curci, Cassetti, Rosi, De Rossi, Perrotta, Greco, Viviani, Osvaldo, Totti, Borini, Caprari, Borriello e i fanalini di coda Verre, Piscitella, Brighi e Okaka.

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Ma la particolarità del prossimo anno, per la Roma, sarà la presenza di italiani nell’undici iniziale. Aspettando il pieno inserimento di Mancini e prospettando un utilizzo di Florenzi anche nella linea della trequarti, non sarà una rarità vedere i giallorossi in campo con 6 azzurri. I campioni d’Italia della Juventus con l’arrivo di De Ligt vedranno in campo solo Chiellini, il Napoli può vantare al massimo Meret, Di Lorenzo e Insigne. A Milano anche la sostanza non cambia, con al massimo Donnarumma, Calabria e Romagnoli considerati titolari così come Barella e Sensi per l’Inter di Antonio Conte.

pelleLorenzo Pellegrini, investito da Totti come futuro leader della Roma

E della rivoluzione azzurra della Roma sarà contento Roberto Mancini, contro cui proprio Gianluca Petrachi, allora direttore sportivo del Torino, si era scagliato un anno fa: “Non giocava neanche un italiano con lui all’Inter, poteva pensarci prima. Dovremmo ricordarci cosa è successo in passato”. E a Roma il passato, per lo meno quello recente, era fatto di milioni spesi guardando all’estero. Adesso qualcosa sembra cambiato. Il campo dirà se in meglio o in peggio.

 

È successo proprio a noi

Consigli per la lettura. Mettere in sottofondo:

 https://m.youtube.com/watch?v=LSCWkdZS8aE

 

Se c'è una parte di te, che mi fa stare bene, quella di certo sono gli occhi. Te l'ho già detto no? Te lo ripeto. Più dei piedi, dei gomiti e delle ginocchia. Ti ho visto gli occhi felici, ti ho visto gli occhi brillare. Se me l'avessero detto qualche anno fa, però, che sarebbe successo così anche a noi, proprio a noi, ti giuro non ci avrei mai creduto. E invece.

Di certo mi capirai, che non potrei, non potrei mai dimenticarmi di te. Però mi maledico perchè continuo a pensarti. Da quelle parti potranno pure dirti quello che ti pare, la locura, el campeón, la emoción. Ma nessun mai t'amerà più di me. Mi fa un po' impressione vederti così. In fondo ti ho sempre visto in giallo e rosso, ti ho sempre visto al mio fianco. E non ho mai pensato che quegli occhi tuoi potessero guardare qualcos'altro. Chi ce l'avrebbe mai detto, io e te, qui, a parlare di come siamo lontani adesso.

Vorrei sapere perchè, mi dici che stai bene. E mi dici che sei felice, che era proprio quello di cui avevi bisogno, che ti trovi un sacco bene. Certo Roma è Roma, però pure Buenos Aires, dici, è bellissima. L'Olimpico è casa tua, ma la Bombonera è pazzesca, altro che Tor di Valle. E poi i tifosi, sono incredibili, passionali, matti scocciati. Sì, sì non possono essere come Roma, Roma è diverso, lo so. Ma non ripetermelo, mi fa male e basta.

Mi dici che te ne vai, e poi lo fai davvero. Mi ti sono immaginato con altre maglie, avevo una paura matta potessi indossare quella nerazzurra, mi avrebbe dato fastidio anche quella viola, figuriamoci quella blucerchiata. Mi ti sono immaginato a Manchester, a fianco del Pep, ma pure lì stonavi. Mi sono fatto il film di come sarebbe stato quel momento in cui ti avrei visto in campo con un'altra, di quanto avrei rosicato a vedere le prime foto, di quanta paura avrei avuto. Meno male che Instagram non ce l’hai. E su Facebook quando vedo che pubblicano i video tuoi, scrollo in fretta la pagina. Sei stato proprio tu a dirmelo: "Guarda, ho un contratto con il Boca Juniors, a fine luglio me ne vado". Bum. Affondato. Non sapevo come comportarmi, non sapevo cosa dire, non sapevo come reagire. A chi me lo chiedeva, dicevo di saperlo, facevo finta di saperlo, di immaginarlo. Ma una cosa la so: non lo avrei mai pensato davvero.

Non potrei, non potrei mai vederti solo con lei. Come può farmi stare? Anche se sei lontano migliaia di chilometri e in mezzo c'è un oceano. Sento che c'è ancora qualcosa che mi lega a te e non lo taglierà di certo Burdisso. Poi oggi ecco le foto ufficiali. La prima è stata una coltellata al cuore, dritta dritta, para para, quella sensazione che non è di farfalle nello stomaco, è di branco di gnu che corre giù per la scarpata del Re Leone. Poi, lo ammetto, un po’ ho sorriso. Vederti felice mi piace, vederti sorridere, poi, che te lo dico a fare. E vorrei essere felice io, davvero, per questa avventura nuova, per questa scelta che solo te potevi fare. Ma il tuo posto è qui e le chiacchiere stanno a zero. Quel sorriso ce lo dovevi avere solo con me e solo per me. Quegli occhi tuoi, azzurri come il cielo sopra Roma, dovevano guardare solo me. Sono egoista? No, sono geloso. E sarò pure cresciuto ma ad essere così grande non ci riesco. Non so essere felice e basta per la felicità tua. Rosico, Daniè. Non sai quanto.

Non ci sei più, e in fondo forse è meglio adesso. Sei cambiato te e sono cambiato io. Te l'ho detto che non mi faccio più fregare da queste cose qui. Però le amichevoli le guardo lo stesso, solo perchè quest'anno al mare non ci vado. Faccio come la Roma, che è rimasta a Trigoria. Hai visto Pastore mediano quant'è forte? E Antonucci, l'hai visto Antonucci? Poi sono arrivati pure Diawara e Veretout. Figurati che ho guardato anche la coppia di centrocampo Santon-Nzonzi. Poi dici perchè ti penso ancora. Mi guardo intorno e non so dove aggrapparmi. Eri il mare di Roma, Buenos Aires c’ha l’oceano e io mi sento Robinson Crusoe.

C’è un naufrago nel mare da salvare. E sono io. E tanti come me. Quindi vedi che puoi fa. ‘Sta scappatella te la perdono perché non è stata solo colpa tua. Anzi, non è stata colpa tua e basta. E io starò pure male per te ma sai che basta un attimo. Torna presto, quando arrivi manda un messaggio. Quant’è il fuso con l’Argentina? Ti aspetto sveglio.

Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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Tornare a parlare di calcio

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Il 17 giugno di 18 anni fa, alle ore 17.00, costringevo papà e mamma, e sorella di sei mesi, a prendere la macchina, attaccare due bandiere giallorosse per lato e iniziare a fare i caroselli per le strade per la Roma Campione d'Itali. Avevo sette anni e festeggiare uno scudetto a 40 km dalla capitale non era facile. Le prime macchine le incontrai solo dopo mezzora, ma le ricordo tutte, una ad una. Anche quella che abbiamo tamponato.

Avevo appena seguito la partita su Quelli che il calcio, con qualche fugace scappata su Tutto il calcio minuto per minuto. Avevo addosso una maglietta con la faccia di Batistuta, al collo la sciarpetta di Giallo&Rosso, in testa una fascetta per capelli, perché la indossava quello con la numero 10.

Francesco Totti ha scandito la mia vita. Forse non solo quella sportiva.

In qualche modo le sue gesta sportive hanno segnato ogni tappa, ogni traguardo, ogni momento, bello o brutto che sia. Ogni bivio, ogni cambiamento, ha come sistema di datazione temporale il capitano della Roma. “Ti ricordi? Era l’anno dell’infortunio di Totti”.  Ricordo le telecronache di Carlo Zampa che ripeteva il suo nome ai tempi delle gite delle medie, la tesina di maturità sognata, preparata e poi bocciata sul Capitano della Roma, le litigate con la ragazza che all'epoca era la mia fidanzata, tutte finite con un inviolabile "te lo giuro su Totti", timbro indelebile di onestà e amore.

Totti mi ha accompagnato passo dopo passo. E, dal punto di vista del tifoso, è stato un'ancora di salvataggio in anni di magra, in stagioni in cui non si vinceva niente e non si sarebbe vinto per chissà quante altre ancora. Perchè se è vero che chi tifa Roma non perde mai, lo si deve soprattutto a Francesco e a Daniele, e prima di loro ad Agostino, Bruno, un altro Francesco, Giuseppe, Giacomo, Amedeo. La romanità, il romanismo, gli occhi di chi guarda la Roma con gli stessi occhi miei, tuoi, nostri, non è solo un esercizio di retorica, una cosa fine a sé stessa, nè tantomeno un contentino. Era una sicurezza, una certezza. Il nostro scudetto per sempre.

Il 17 giugno 2019, alle 12.41, Francesco Totti ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente della Roma. Alle 15.30 del 17 giugno 2019, purtroppo o finalmente, è finita la mia adolescenza sportiva.

Se la mattina del 27 maggio, dopo l'addio di De Rossi, ci siamo svegliati infreddoliti, nonostante la primavera, e soli, nonostante i 60.000 della sera prima, adesso ci svegliamo smarriti. E cresciuti.

Perchè dopo la conferenza stampa di Totti niente sarà più come prima. La Roma non sarà più come prima. Basta con i sogni, i simboli, le bandiere, il cuore, la passione, le vene, le urla. Inizia l'era dell'aziendalismo, del rendiconto, del brand. Le parole di Totti sono come la sveglia del primo lunedì di scuola dopo un'estate di vacanza. Lo sai che prima o poi arriva, come sapevi benissimo che la Roma americana era questa cosa qui. Però continuavi a non pensarci, a fare finta di niente, a illuderti. Fino a che non suona e ripartono le lezioni. Le parole di Totti, allo stesso modo, ci svegliano e ci fanno capire meglio, ci confermano quanto sospettavamo. Ci riportano alla realtà.

E se fino a ieri ti eri cullato nei sogni e nella passione, nelle letture poetiche, adesso ti svegli in un mondo fatto di curricula, di soft skills, di application, di human resources e di recruiting day. Se ieri era un gol a farti svoltare la giornata, adesso è l'arrivo di una mail. Se prima ti emozionavi per un colpo di tacco, per una vena gonfiata, per le parole di un allenatore, adesso ti esalti per un colloquio, per un bonus nell'obiettivo centrato, per il planning settimanale rispettato, i fogli Excel perfetti. Se prima la Roma ti faceva tirare avanti con serate magiche e rimonte impensate, adesso ti farà esultare per il fairplay finanziario, per l'account Twitter in lingua swahili, per il segno + nell'ultimo bilancio.

E forse era sbagliato davvero credere in certe cose. Era da provinciali, da romantici, da bambini. Da perdenti. Figli di Roma, capitani e bandiere? Che cazzata. Mai schiavi del risultato? Che mentalità assurda. Adesso dateci l'aziendalismo, i dipendenti, il brand, il marketing. Dateci l'economia e la finanza, l'inglese spicciolo, le strategie di marketing e comunicazione, gli sponsor e il social. Svuotateci di tutto e riempiteci di numeri.

Ma non illudetevi di riuscirci a cambiare. O di farci crescere davvero.

 

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De Rossi e la resilienza romanista

 
 
 

Dire addio è difficilissimo. Da questo gesto, infatti, sono nate le più grandi opere letterarie e cinematografiche, che attraggono lettori e pubblico perché pone chi deve salutare in una situazione di forte contrasto emotivo. L’essere umano, però, ha una grande dote psicologica, che gli permette di trasformare un contesto di malessere in un punto di forza: la resilienza. A Roma, di persone con questa caratteristica ce ne sono molte e sono quelle che hanno superato, seppur con qualche disagio ancora visibile, il 28 maggio 2017, un giorno che, prima di esso, ha sempre messo paura ai tifosi giallorossi. Quel Roma - Genoa ha segnato profondamente la storia della Roma e dei romanisti, che non dimenticheranno facilmente le lacrime versate e gli istanti vissuti dopo il fischio finale. Un saluto amaro e talmente ingombrante che, per diversi anni, ha nascosto il pensiero di un addio altrettanto spaventoso, che in questa stagione aveva sfiorato solo lateralmente la maggior parte di quei tifosi che ora verranno di nuovo messi a dura prova. 

 

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L’addio al calcio giocato di Francesco Totti ha letteralmente lacerato l’animo di tutti gli appassionati del calcio. Le sue lacrime hanno fatto il giro del mondo, dando vita a quel tipo di immagini che fanno avvicinare allo sport anche chi non riesce a concepire come sia possibile ammalarsi di undici sconosciuti che inseguono un pallone dentro a un campo. Il discorso che riguarda Daniele De Rossi è invece differente, perché permette a chiunque tifi la Roma di immedesimarsi nel calciatore che dopo 18 anni lascia la sua squadra del cuore. Ogni tifoso che sarà presente sugli spalti dello Stadio Olimpico, il 26 maggio 2019, potrà comprendere cosa significa dover abbandonare i propri amici, perché lui, da capitano o “capitan futuro”, ha sempre rappresentato in tutto ognuno di loro. L’affetto per quei colori lo hanno messo in condizioni che nessun altro giocatore ha mai vissuto. Il suo stile in campo lo puoi avere solo se vuoi vincere per amore, non per la gloria. La sua grinta con cui contrasta l’avversario la puoi avere solo se moriresti per quei colori, non per facciata. Questo atto di fede ha permesso a tutte quelle persone che si preparano a questo nuovo e inevitabile addio di potersi vantare per molteplici motivazioni, che non riguardano tanto il calcio giocato, di cui è stato senz’altro protagonista assoluto, ma che si focalizzano sulla persona che effettivamente è De Rossi. Il 21 marzo 2006 Repubblica titolavaDe Rossi, un gol al calcio sleale” e raccontava di un Roma - Messina in cui segnò e non esultò. La sua lealtà nei confronti della Roma ha forgiato il suo onore, ammise di aver toccato il pallone con la mano e poi, con un’espressione simile a chi ha capito di essere un uomo prima che un calciatore, si rivolse verso l’arbitro dicendogli “si l’ho toccata di mano, però mo nun m’ammoni’”. Gli avversari vanno ringraziati e trattati sempre con rispetto, anche quando si sbaglia. Le scorrettezze, che naturalmente ci sono state, sono figlie di un affetto a volte troppo insano, che non ti permette di vedere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. A mente fredda, però, la lucidità delle sue parole hanno sempre cancellato tutto. Nel bene e nel male, con la maglia numero 4 o numero 16, la Roma, i romanisti e Daniele hanno sempre gioito e sofferto insieme. Per questo i suoi tifosi si sentono rappresentati da lui. Per la fede, per il fuoco, per l’intelligenza emotiva. Si è trattata di una scelta semplice e democratica: De Rossi ha scelto la Roma e i romanisti hanno scelto De Rossi. 

 

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Friedrich Nietzsche ha insegnato che ciò che non uccide, fortifica. Dopo il fischio finale di Roma - Parma terminerà una stagione che ha sottoposto il romanismo a una delle stagioni più folli e sconfortanti sotto il piano tattico e dei risultati raggiunti. La notizia dell’addio di De Rossi, arrivata improvvisamente e con una freddezza alla pari delle prime giornate di maggio, ha contraddistinto un appuntamento che segnerà il rafforzamento o la fine della resilienza romanista. Qualsiasi ipotetica futura delusione, senza Francesco e Daniele, potrebbe assumere un peso maggiore o minore a seconda della caratterizzazione del tifoso. Questa dicotomia, però, verrà a formarsi fuori dallo stadio, probabilmente dopo mesi o addirittura anni. Al termine della partita, nell’imminente, i romanisti saluteranno De Rossi come Elliot fece con E.T. nell’omonimo famosissimo film di Steven Spielberg del 1982. Il capitano della Roma partirà per un posto oggi ancora sconosciuto, dove però porterà con se il romanismo e quel cuore grande che si è formato in questi lunghi 18 anni di Roma.  

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