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La fine di una dinastia?

L’ultimo giorno di giugno in una afosa e grigia giornata di Shangai dietro due lenti arancioni volgeva lo sguardo del due volte campione NBA e MVP Stephen Curry. Vacuo, vuoto, di ghiaccio. Uno sguardo che si tiene quando si ha il presentimento che qualcosa stia per andare storto. Anche se il significato di “storto” o sbagliato  è tutto da definire. In mezzo ad un turbinio di emozioni contrastanti, malinconia e solitudine, felicità e nostalgia, Steph sale al bordo del Jet privato. Direzione New York City.

Un volo di quindici ore preso in tutta fretta da uno dei tiratori da tre più forte della storia per provare a convincere Kevin Durant a restare con lui, per un altro giro alle Finals, per provare a sconfiggere tutti quelli che fino a quel momento li avevano odiati. Vedersi passare il cucchiaio pieno sotto il mento, proprio all’ultimo. E’ questo ciò che è successo a Stephen Curry. E’ proprio nel momento in cui Curry stava per ammirare la statua della libertà che è venuto a conoscenza della brutale notizia: Kevin Durant ha trovato un accordo quadriennale con i Brooklyn Nets e raggiungerà nella Grande Mela Kyrie Irving. Il gioco ha le sue regole e talvolta ti porta  nella città in cui gli amici diventano improvvisamente  nemici, quelli che ti spodesteranno dal trono e prenderanno il tuo posto.

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In una manciata di minuti i Golden State Warriors, sempre in Finale negli ultimi 5 anni, vincenti per tre volte, sono passati dalla gloria alla vendetta della ghigliottina. Metafora della vita che lo sport ci insegna. Parabole discendenti e ascendenti ovunque. Durant li ha lasciati, autore di canestri decisivi, due volte MVP delle Finals, talvolta schivo, spesso freddo con i media. Ma può davvero finire così una dinastia, un  nucleo di giocatori paragonato ai Bulls dei ’90? Può una dinastia reggersi solamente su di un giocatore che invece a quella dinastia si è aggiunto successivamente alla sua nascita?

Probabilmente no o probabilmente sì. Perché il nucleo autentico di quei Warriors rimane ma questi guerrieri, soprattutto  a causa dell’infortunio al crociato del ginocchio sinistro di Klay Thompson e dell’addio di Iguodala, non sono destinati a vincere nei prossimi anni a meno che non vi siano colpi di scena epocali.

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Ciò di cui possiamo essere certi è  che siamo stati tutti testimoni di una delle squadre più forti di sempre. Una squadra guidata dalla mentalità vincente di Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls di Jordan il quale rifilò due bei cazzotti sul naso di Kerr. Una squadra nata grazie al flusso del genio Kerr e alla sregolatezza di Curry e dalla precisione della meccanica di tiro di Klay Thompson. Una squadra in cui tutti i pezzi si completavano: c’era Iguodala, giocatore di cui pochi parlan, che ha sempre fatto quel lavoro dietro le quinte che spesso non si nota ma che è fondamentale per il risultato finale. C’era e ci sarà Green, l’uomo che sputa il sangue per difendere la propria squadra, a costo di prendere a male parole gli arbitri e farsi espellere.

Sarà difficile trovare un’altra dinastia come questa e quando ce ne accorgeremo, rimpiangeremo di averla odiata.

Sono le 13 in punto. 1998. Il nuovo millennio si sta piano piano avvicinando. Mamma Sonya ha appena finito di preparare qualche piatto prelibato per i due figlioli, Steph e Seth. Chissà perché questi due nomi, forse si diverte a chiamarli insieme. Al contrario di quanto si possa pensare i due fratellini sfuggono ad uno dei luoghi più comuni: i due non litigano per il telecomando né per il canale da scegliere in tv, e non è neanche mamma Sonya a decidere. Sono tutti d’accordo: stasera si guarda papà!

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Dell e Sonya Curry

A dire il vero a volte non c’era neanche il bisogno di accendere la tv: andavano tutti  e tre al palazzetto a vedere papà Dell Curry, nobile giocatore degli anni ’90 dei Charlotte Hornets. Dell non si riscaldava con i suoi compagni di squadra ma con i suoi due pargoletti. Non vorremmo sembrare mica spocchiosi , ma i due, Steph Curry e Seth Curry, erano abbastanza bassi e gracilini. Dell, invece, era un onesto tiratore da tre punti. Forse più che onesto visto che all’epoca, non sentitevi troppo vecchi, si tiravano al massimo tra le sette e le dieci triple a partita. Eppure chissà, a volte il gene si unisce al genio e fuori ne viene qualcosa che mai nessuno avrebbe immaginato. Nessuno avrebbe immaginato che un ragazzino con un po’ di problemi alle caviglie, Steph, sarebbe diventato tre volte campione NBA e due volte miglior giocatore della stagione, un pallone d’oro del basket per capirci. Seth invece non ha il talento del fratello ma non smette mai di sfidarlo sul campetto dietro casa.

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La famiglia Curry

Mai lottare” sono due parole banali che mamma Sonya ha cercato sempre di far mettere in pratica, cosa non altrettanto banale, ai due figlioli. Un po’ di volte in più lei gliele ha dette a Seth che, ad un certo punto, ha smesso di guardare il padre in tv e ha iniziato a guardare il fratello. Deve essere dura avere vicino chi, con meno sforzo e più talento, riesce a mettere la freccia e a superarti. Per Seth arriva una chiamata, non da una squadra NBA però, da una squadra di serie b. Più precisamente dai Santa Cruz Warriors, la squadra minore affiliata a quella in cui gioca il fratello Steph. Altro colpo basso per chi vive solo di “palla a spicchi”. Arriva poi una chiamata da Cleveland e poi un’altra chiamata dai Memphis Grizzlies, ma in quattro anni Seth, fra una gavetta e l’altra, colleziona solo 48 presenze. Gli amanti del calcio diranno che non sono poche ma in realtà una sola stagione NBA conta 82 partite per squadra. Fate voi le differenze.

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Non crediate che però sia stato, nel frattempo, tutto rosa e fiori per il fratello maggiore Steph Curry. Gran talento, gran tiratore, peccato però il fisico smilzo e quelle dannate caviglie che sembrano fare crack nei momenti più importanti. Nella stagione 2015 attua però la sua rivoluzione copernicana ma soprattutto la rivoluzione cestistica. Piovono, rombano decine, centinaia di triple. Da centrocampo, dal logo, cadendo all’indietro, dopo aver palleggiato un paio di volte fra le gambe e dietro la schiena. Steph tira, tira, tira, non importa dove si trovi. Vince il titolo e l’MVP. Lo stesso farà l’anno successivo. Steph ha cambiato il gioco profondamente, o nel bene o nel male. Oggi, infatti, i tiri da tre punti tentati dalle squadre NBA sono circa 25, numeri 4 volte maggiori rispetto a qualche anno prima. Se non è una rivoluzione questa…

La danza di Stephen Curry

Seth e Steph, non Caino ed Abele certo, ma due fratelli le cui strade sono tanto diverse quanto fortunate. 2018. Venti anni dopo i due fratelli si incontrano di nuovo, cestisticamente parlando. Entrambi, l’uno contro l’altro, si giocano l’accesso alle finali NBA per aggiudicarsi il titolo con tanto di anello al dito. Ebbene, mamma Sonya e papà Dell sono ben felici di andare allo stadio per ammirarli. I loro due figlioli hanno già vinto.

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