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Not in my name

È il terzo giorno di offensiva turca contro i curdi e l’operazione “prosegue con successo secondo i piani”, stando agli annunci del ministro della difesa di Ankara. 5 mila i soldati delle forze speciali d’assalto, 3 milioni i profughi previsti, già 400 le vittime. Terroristi secondo il governo di Erdogan, miliziani indipendentisti per il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan.

L’operazione in Siria si chiama “Primavera di pace” e viene descritta come una “missione volta a prevenire corridoi del terrore lungo il confine meridionale della Turchia”. “Pace in casa, pace nel mondo” è la scritta che campeggia sopra la foto scelta da Merih Demiral, difensore turco della Juventus, e pubblicata sui suoi profili social. Più esplicita e diretta dello scatto del romanista Cengiz Under, che ha deciso di postare la foto della sua esultanza, con la maglia della Roma, mentre sfoggia il più ufficiale dei saluti militari, sotto tre bandiere anatoliche.

 

Non è la prima volta che accade per l’esterno della squadra di Fonseca. La stessa cosa era successa a febbraio dello scorso anno, dopo una doppietta al Benevento. Erano i giorni di un’altra offensiva militare, quella contro il distretto di Afrin, in Siria settentrionale, capitale dell’autoproclamata regione autonoma di Rojava. Un popolo senza stato, quasi 40 milioni sparpagliate tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, la cui storia è ben descritta in questo pezzo. 5 mila sfollati, oltre 100 morti tra i civili, decine di città distrutte. Questo il bilancio dell’operazione che, per continuare l’assurdità dei nomi, venne denominata “Ramoscello d’ulivo”.  

Un’esultanza particolare, per i gol ma non solo. Anche per i successi di quel Recep Tayyip Erdogan tra i principali sostenitori dell’Istanbul Basaksehir, squadra turca dove Under è cresciuto, nonché avversaria della Roma nei gironi di Europa League.

LEGGI ANCHE: COMBATTERE IL RAZZISMO CON UNA POESIA

Calcio e politica si intersecano e si fondono. È impossibile che non avvenga, così come calcio e cultura, calcio e società, calcio e arte. E quindi qual è il problema?

Il problema è che Cengiz Under esulta per quella che secondo lui è pace ma secondo altri è guerra, per quella che secondo lui è libertà e giustizia, per altri è dittatura e oppressione. Il problema è che festeggia per la morte di qualcuno con la maglia della Roma addosso. Una maglia che al contrario vuol dire Amor. Under non esulta in mio nome. E se proprio deve farlo vorrei che non lo facesse con i miei colori addosso.

E dopo il pugno di ferro usato dalla società contro il razzista che ha insultato Juan Jesus, “sarebbe quantomeno ridicolo se rimanesse inerme nei confronti di un suo tesserato che, indossando la maglia di una squadra che è del popolo e non ha nessun colore politico, si permette determinate libertà. Non è la prima volta che il signor Under sfrutta il nostro palcoscenico, la nostra casa, per palesare le sue simpatie nei confronti di Erdogan” ha scritto sulla sua pagina Facebook Simone Meloni, giornalista di Sport People.

Si prenda come modello quanto fatto dal St. Pauli, squadra tedesca che milita in Zwite Liga, la serie b di Germania. Dopo le esternazioni del suo calciatore Cenk Sahin, che su Instagram aveva pubblicato un post a favore dell’offensiva turca in Siria, la società ha diramato un comunicato ufficiale in cui prende “le distanze dal post e dal suo contenuto, essendo incompatibile con i valori del club”.

 

Che la Roma, e la Juventus, si facciano sentire allora. Come ha fatto Claudio Marchisio, che ancora una volta su Twitter è andato controcorrente: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini...”, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in #Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima". 


Un destro a destra

Sabato scorso, prima di Torino Roma, stavo preparando un pezzo sulla rosa dei giallorossi e sul suo calciomercato. Nomi e numeri, statistiche e formazioni. 12 acquisti, quasi 130 milioni spesi, terza in Europa per giro complessivo d’affari. Giovani, scommesse, calciatori esperti. Con un grande punto interrogativo: l’esterno destro d’attacco.

La lacuna che dura due anni, la richiesta fissa e ripetitiva di Di Francesco. Il mancino a destra. L’anno scorso doveva essere Mahrez, quest’anno il prescelto era Malcom. Trattative lunghe, estenuanti, assurde. Finite nella stessa maniera negativa. “Prenderemo un calciatore più forte del brasiliano” aveva assicurato Monchi, per poi virare su Nzonzi, su un’altra zona del campo e su altre problematiche.

E l’attacco? Scorrono in ripetizione i nomi di Bailey, di Suso, di Marlos, di Cornet. Alla fine niente. Non arriva nessuno.

Mercato incompleto, allenatore insoddisfatto, Roma meno forte.

Era questo il succo di un articolo che per fortuna non ho scritto. Perché domenica pomeriggio un diciannovenne venuto dall’Olanda ha spiegato a me, e a tutti, in appena venti minuti, quello che per un’estate intera non avevamo capito, quello che Monchi e Di Francesco ripetevano come un mantra e a noi sembrava una copertura. La Roma è forte, ampia e profonda. Con evidenti e, sempre uguali, difetti. Risolvibili.

Il gol, pazzesco, di Edin Dzeko arriva da un cross dalla destra, di destro, del nuovo esterno mancino. Una cosa talmente normale da diventare assurda. A destra si può giocare anche così, si può vincere anche così.

Cengiz Under ci aveva provato per oltre un’ora a puntare l’uomo, a rientrare sul sinistro, a pungere. Ma il Torino di Mazzarri era organizzato e composto, aveva previsto e arginato la tattica di Di Francesco, menando e immolandosi quando serviva. L’ingresso di Kluivert ha sballato tutti i calcoli e le geometrie. Ha iniziato a destra, poi con l’uscita di Pastore è stato dirottato sulla sinistra. Da lì, il talento ex Ajax si è andato a cercare il suo campo, il suo spazio vitale. Un doppio goniometro in mezzo al campo: prima la circumnavigazione dell’area di rigore, poi la parabola dal fondo fino al piede sinistro del Cigno di Sarajevo. Dribbling e freschezza, doppi passi e velocità. Nuove soluzioni tattiche, nuove frecce nella faretra romanista. Come sono stati gli ingressi di Cristante e Schick, come saranno gli inserimenti di Nzonzi e Marcano e i ritorni di Perotti e Pellegrini.

Magari senza Alisson e Nainggolan non è una Roma più forte, ma sicuramente è più completa. Ora spetta a Di Francesco plasmarla e ai suoi giocatori lasciarsi modellare. Per crescere insieme.

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